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In India
di Paolo

 

 

- Dunque sei tornato. – 
- Come vedi, maestro. Come ti avevo scritto – 
- Benvenuto, siedi pure. – 

Accenno un inchino a mani giunte e prendo posto insieme ad altri sul grande tappeto. 
Saluto con lo sguardo Ravi, Sushila, e gli altri presenti nella piccola sala. 

- Non sei ancora illuminato? – mi chiede sornione fissandomi. 
- Mi prendi in giro, maestro? – 
- Sempre alla ricerca? – continua divertito – Quanti libri hai letto dall’ultima volta? – 
- Molto pochi. Qualche poesia… - 
- Allora, perché sei tornato? Ti dissi già che non ho nulla da insegnare... - 
Decido di stare al gioco. 
- Be’, vengo a trovare qualche amico… e qui il costo della vita è minore che in occidente...- 
Scoppia a ridere. – Dunque non vuoi nulla da me? – 
- Nulla, maestro. – 
- E allora perché insisti a chiamarmi maestro? – 
Touché. – Già... comincio a chiedermelo anch’io... - 
- Qui non ci sono maestri, né allievi: è chiaro questo? – 
- Teoricamente... - 
- No, no, niente teorie... O sì o no. – 
- Be’, so che per te non c’è differenza tra di noi, ma io non sono giunto ancora a quel livello... - 
- No, no, niente livelli... getta via tutto. Se cominci a pensare in termini di livelli, crederai di essere lì e dover giungere là, e nell’ansia di arrivare perderai quello che è sempre stato al punto di partenza, dove ti trovi ora. – 
Sì, questa l’ho già sentita. - E va bene. Niente livelli, niente sentiero, niente da realizzare, niente di niente. E poi? Rimango il poveraccio di prima... - 
- Se hai davvero capito, il poveraccio che affermi di essere non esiste più… comprendi? – 
- Teoricamente... - ripeto, con un mezzo sorriso. 
Un’altra delle sue fragorose risate fa eco alla mia risposta. 
- Ora basta parlare. Rimaniamo tranquilli, in silenzio, per un pò. – 

Tiro un respiro (di sollievo?) e mi accomodo meglio, cercando di rilassarmi. 
Un gradevole sopore comincia ad avvolgermi. Spero di non cedere al jet-lag, non ora, ho bisogno di mantenermi lucido. 
Davanti agli occhi della mente scorrono in rapida sequenza le immagini del viaggio, scorci, volti, odori e polvere, le pietose miserie indiane. 
Alla fine, non so come, approdo in uno spazio calmo, mentre le onde incoerenti dei pensieri iniziano a placarsi. 
Una vibrazione si diffonde attraverso il mio corpo, pulsando ritmicamente. 
E’ come se fosse allo stesso tempo all’interno e all’esterno di me. 
Dura per un po’, poi anch’essa si placa. 
E’ una quiete profonda, imperturbata, ma non stagnante, né sterile. 
Come se racchiudesse in sé un’infinita potenzialità di creazione. 
Ed io? Dove sono io, adesso? 
Sempre qui, certo, nel mio corpo, perfettamente lucido, attento, consapevole... o no? 
Non sono più tanto sicuro dei miei contorni, della mia identità... 
Brancolo mentalmente per qualche istante, cerco un appiglio...
Finché lascio scivolare via le ultime esitazioni e mi abbandono. 

Trascorre un tempo indefinibile, nel silenzio. 

La stanza viene avvolta lentamente dalla penombra del crepuscolo. 
Sita, la figlia del maestro, accende solerte un lume. 
Apro gli occhi, piano, mettendo a fuoco le tinte del tappeto. 
Mi riscuoto lentamente, stirando le membra intorpidite. 

Poi mi alzo in piedi, accenno un inchino di saluto, e mi allontano nella calca delle strade.

Paolo

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