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di Danilo Campanella   indice articoli

 

La nascita del pensiero politico

Febbraio 2014

 

La filosofia, come anche la politica nascono entrambe in Grecia, quest’ultima nell’Atene democratica. Nel secolo che va dal VII al VI secolo a. C. termina l’egemonia delle forme tradizionali legate al potere aristocratico. Comincia a nascere l’idea e, quindi, anche il desiderio di una maggiore partecipazione alla vita pubblica. La politica passa dal “palazzo” del potente all’agora, quella piazza pubblica in cui i cittadini discutono e si fanno partecipi dei problemi legati al quotidiano e alla gestione della “cosa pubblica”; è il terreno che maturerà il seme della res pubblica. Ora il potere o, meglio, la sua gestione non saranno più ad esclusivo appannaggio delle famiglie nobili, delle stirpi guerriere o religiose, ma verrà condiviso da un numero sempre maggiore di abitanti. Nella città-stato greca si sviluppa il dibattito pubblico che, legato al pensiero, sarà il germe della filosofia politica. In questo quadro social-politico anche la legge, una volta modificata dal sovrano o dal sacerdote è ora modificabile soltanto per decreto dai tribunali dell’assemblea(1) . Il modello classico della città democratica è costituito ad Atene tra il 508 e il 507 a. C. tramite la riforma di Clistene e quella del più celebre Pericle nel V secolo, in cui si delinea una sorta di democrazia diretta e partecipativa in cui i cittadini vengono eletti per sorteggio come rappresentanti, e viene loro dato un compenso in denaro per il loro servizio, senza comunque formare un vero apparato statale. In questo periodo storico l’assemblea legislativa “ekklesia” sarà aperta a tutti i cittadini maschi maggiorenni (sopra i 18 anni) in cui le decisioni vengono prese a maggioranza, mentre la parte amministrativa verrà gestita da solo 500 cittadini che costituivano la “boule”.

Questa gestione demo-cratica portava certo i suoi problemi: scegliere per sorteggio i propri rappresentanti non era certo il miglior metodo possibile per la gestione della città-stato, né garantiva la preparazione degli stessi. Queste sono le critiche più importanti che il filosofo Platone muove contro la politica del suo tempo. Egli era convinto che solo le persone savie, colte, giudiziose, che avevano una reale conoscenza delle “cose” potessero amministrare la società. Questi erano i filosofi. La politica è quindi l’arte suprema, in cui il bene della comunità viene portato avanti a quello di ogni singolo cittadino. Questi sono gli asserti sostenuti dal filosofo sia nel Politico che nel Gorgia. Platone vedeva i politici del suo tempo fronteggiarsi per la carriera personale, cosa che un filosofo, distaccato dalle miserie del mondo, difficilmente avrebbe fatto. Egli arriva alla conclusione che solo chi non ha voglia di governare debba essere chiamato a farlo(2) e questa è, probabilmente, la ragione perché i veri filosofi ancora oggi preferiscono scrivere o insegnare piuttosto che tribolare in Parlamento. Ne La Repubblica Platone critica la teoria di Trasimaco secondo cui la giustizia è solamente ciò che è utile al potere costituito(3) . Platone confuta il sofista asserendo che anche in un gruppo di banditi serve una qualche forma di giustizia per evitare che il gruppo si sfaldi(4) . Il filosofo accomuna per analogia lo stato con una micro comunità politica, fino alla “comunità politica di anime” che risiedono in ogni uomo e che collaborerebbero, ovvero l’anima appetitiva, quella razionale e quella volitiva. La prima rappresenta e dirige tutto ciò che riguarda il mero sostentamento e la riproduzione, la seconda tutto ciò che riguarda il conoscere, la terza tutto ciò che concerne la volontà. Le anime concupiscibile, razionale ed animosa se in equilibrio danno luogo a quell’armonia interna che fa di un uomo un “giusto”. Sempre per analogia, i tre tipi di anima rappresentano anche i tre tipi umani che incontriamo durante la nostra vita. Platone non vuole cancellare o sopprimere queste tre tendenze insite in ogni uomo, ma utilizzarle in quella società ideale che è la sua repubblica affinché ci sia un posto per tutti, purché ognuno stia al posto cui la natura lo ha reso più conforme. Coloro nei quali prevale un po’ di più l’anima volitiva saranno ottimi soldati, quelli in cui prevale l’anima razionale saranno ottimi politici mentre tutti gli altri, dai semplici lavoratori ai commercianti saranno coloro in cui l’anima appetitiva prevale, e che non possono far altro meglio che lavorare o darsi al commercio. Anche una società bene ordinata può incorrere nella decadenza, e questa il filosofo la individua in quattro momenti principali: i cittadini cominciano ad “impalmarsi” a vicenda, cercando gli onori e il soddisfacimento della loro personale ambizione: siamo in timocrazia(5) . Quando gli onori non saranno più sufficienti si indulgerà alla ricerca di ricchezza e di guadagno: oligarchia(6) . In questa fase nella società, che per Platone era la polis vi sono i ricchi e i poveri. I ricchi tenderanno ad essere dei “conservatori”, mentre tutti gli altri cercheranno di “riformare” la società e, se non vi riusciranno tramite l’accordo con la fazione opposta, solleveranno le sommosse e infine la rivoluzione(7). Dopo la rivoluzione i poveri eliminano i ricchi e si dividono le cariche pubbliche ed il potere: democrazia(8) . A questo punto la società è sotto il giogo dei demagoghi, coloro che convincono e accontentano le masse, senza però risolvere realmente i problemi sociale; da qui all’anarchia e, dopo di questa, il desiderio di un ordine sociale rapido e vigoroso porta ad eleggere il “risolutore” ossia il tiranno:

 

l’eccessiva libertà, sembra, non può trasformarsi che in eccessiva schiavitù(9) .

 

Il pensiero di Platone non deve intendersi come un programma politico ma come un modello etico su cui riflettere e a cui attingere, il quale ancora oggi evidenzia una società non perfetta, ma perfettibile; non lo stato per come è, ma lo stato come dovrebbe essere.

L’altro grande pensatore dell’antichità è Aristotele che, come il primo, riflette sull’idea del “bene” e quindi anche del “buon governo”. Il pensiero politico del secondo, però, non parte dall’assunto secondo cui bisogna considerare il singolo e, quindi un’unica idea di “bene in sé” a cui tutti partecipano. Aristotele non è d’accordo con l’eccessiva concentrazione sull’unità, a cui Platone ha sacrificato la “famiglia” e il concetto di “proprietà privata”. La comunità nasce quando un uomo e una donna si uniscono in vista della riproduzione, quella che noi potremmo chiamare la “famiglia”. L’uomo forma quindi prima la più piccola comunità insita nella famiglia, l’ekklesia domestica, potremmo dire, fino a comunità sempre più ampie, comunità di famiglie (villaggio) e città sempre più grandi. Questo è a cui tende la natura umana, la sua natura di animale politico, di zoon politikon(10) . La natura dell’uomo o di una cosa è qui il fine a cui tende il suo sviluppo. La comunità civile è, quindi, iscritta nella natura dell’uomo. Da qui deriva anche la gerarchia “naturale” proposta da Aristotele: il maschio adulto ha l’egemonia sullo schiavo, la donna e la prole e i ragazzi più giovani. Per Aristotele anche la proprietà è utile alla società, semplicemente perché gli uomini tendono a curare meglio quello che considerano loro piuttosto quello che è di tutti: questo promuove il dinamismo, che è proprio della società umana. Insomma, Platone vede lo stato come una voce solista, Aristotele come un coro di voci.

Quando deve individuare il tipo di costituzione migliore, Aristotele non ha dubbi: la politeia, la forma corretta di democrazia, presentata nel capitolo XI del libro III. Mentre la democrazia non pone nessun requisito particolare per la partecipazione alle assemblee e l’oligarchia ne chiede troppi, fino a escludere il governo di molti in favore di quello di pochi, la politeia accoglie tutti coloro che vengono votati, e non eletti a sorteggio. Come il filosofo riteneva che la verità stesse “nel mezzo”, anche nel suo pensiero politico cercò di far valere questo principio nel “governo del ceto medio”.

Dalla città-stato si delinea un’evoluzione strutturale e politica che porterà alla creazione di “comunità politiche” in cui più etnie, popoli e lingue possano coesistere. La cosmopolis produce una mentalità più aperta, demolendo l’antica distinzione tra greci e barbari. E’ l’impero di Alessandro Magno e le grandi monarchie che avranno seguito.  Questo punto si evolverà il pensiero secondo cui non la religione o gli usi e i costumi, ma la legge sia sufficiente a tenere insieme un insieme di comunità politiche. Si diffonde anche lo stoicismo, una “setta” filosofica che trae adepti in tutta la Grecia, fino a Roma, in cui aderiranno uomini come Seneca, Marco Aurelio e Cicerone. Al contrario degli altri approcci filosofici, lo stoicismo allena l’uomo all’esercizio delle virtù senza estraniarlo dalla vita politica, ma anzi richiedendogli di parteciparvi per esercitare il coraggio, il dovere, l’accettazione del dolore e della morte. Sarà perciò la scuola filosofica che, meglio di altre, potrà radicarsi nel mondo romano in cui si afferma

 

Una nuova concezione che pensa lo stato e la politica a partire dalla centralità delle categorie giuridiche, e che sarà determinante per tutto lo sviluppo del pensiero politico fino alla modernità contrattualista(11).

 

   Danilo Campanella

 

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NOTE

1) J. P. Vernant, Le origini del pensiero greco, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 44.
2) Platone, Repubblica, 520-521 in Opere, Laterza, Bari 1966, Vol. II.
3) Cit. 339a.
4) Cit. ibidem, 351.
5) Ibid. 548c.
6) Ibid. 555d.
7) Ibid.
8) Ibid. 557a.
9) Ibid. 564a.
10) Si veda: Aristotele, Politica, in Opere, vol. IX, Laterza, Bari 1973.
11) S. Petrucciani, Modelli di filosofia politica, op. cit. p. 59.

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