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Scrittura e vita, simbiosi perfetta

Scrittura e vita, simbiosi perfetta di Matilde Perrieradi Matilde Perriera   indice articoli

 

Il giorno della civetta - Una sfida sfolgorante.

Recensione del romanzo “Il giorno della civetta” - Maggio 2015

 

Nell’alba di quel freddo lunedì, 20 novembre 1989, sovrastato da un cielo nuvoloso, la Sicilia, svegliandosi,  si è ritrovata in ginocchio, unita dal triste cordoglio per la prematura scomparsa, all'età di 68 anni, di un titano, Leonardo Sciascia(1), il romanziere anticonformista che, basandosi non solo su esperienze dell'infanzia e dell'adolescenza, ma anche sugli studi della maturità, ha cercato nella storia le ragioni del presente. L’autore, pilastro  del XXI secolo, distintosi per il battagliero senso di responsabilità contro quanti, in una costante sfida allo stato, operano oscuramente, dettano legge e ricorrono a ogni brutalità, si è spento solo fisicamente perché il suo spirito continua, con le autodiegetiche figure, a ricordare l’impellenza di “combattere la violenza come mentalità e come pratica di vita”(2). Il grande di Racalmuto, con i pregiati laboratori culturali, ribadisce continuamente che “la libertà, in senso politico, deve essere la necessaria premessa della libertà spirituale, supremo imperativo di ogni uomo”(3), che si deve evadere idealmente verso orizzonti più sereni, che è necessario scavare un grande vulcano sotterraneo e far scorrere la lava incandescente della verità, “rimanere svegli e scrutare e capire e giudicare”(4), edificare la “social catena”(5) per neutralizzare “l’infelicità addizionale”(6) e reagire alla frustrazione, all’odio, al risentimento.Il giorno della civetta - Leonardo Sciascia  Il suo GIORNO DELLA CIVETTA(7) è continuamente martellato dalla disumana prepotenza di piccole e segrete associazioni a carattere spietatamente criminale che, capeggiate da una sola persona o da un'intera "Famiglia", impongono, con la potenziale capacità di penetrare nel tessuto sociale, forti tangenti agli imprenditori, alzano la propria voce a colpi di lupara, si fanno scudo dell’omertà, assistono dal loro trono, con atteggiamenti di superiorità sprezzante improntati non alla difesa, ma all'affermazione della propria superiorità, alla morte di uomini scomparsi nel silenzio per aver, forse, intralciato determinati interessi. Dopo la pubblicazione di questo prezioso gioiello, hanno attribuito allo scrittore il ruolo di "mafiologo"; egli ha reagito vivamente, precisando come il suo obiettivo era stato quello di mettere in evidenza la "mafia di atteggiamenti" attraverso l’'esemplificazione di un racconto iterativo in cui si riferisce un episodio che, comunque, si identifica in un'intera visione della “sicilianità”.

 

Invenzione e storia, ne IL GIORNO DELLA CIVETTA, si mescolano per dimostrare la capacità delle forze dell'ordine di giungere alla verità e, di contro, paradossalmente, l’impossibilità di affermarla  ...  "la verità è nel fondo di un pozzo, la si guarda in un pozzo e si vedono il sole e la luna, ma, se ci si butta giù, non c'è più né il sole né la luna, c'è la verità". Lo spunto è tratto dall'assassinio di Accursio Miraglia(8) e presuppone la documentata riflessione che LEONARDO SCIASCIA aveva sviluppato sul problema mafioso siciliano con un chiaro intento di denuncia, tanto più coraggiosa in quanto fatta in un'epoca in cui all'esistenza reale di questa piaga non si credeva sul serio. Egli stesso confessa la prudenza che ha dovuto adottare per non incorrere in "imputazioni di oltraggio e vilipendio, per parare le possibili intolleranze di coloro che potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti dalla sua rappresentazione e depreca di non aver potuto scrivere con quella piena libertà di cui un saggista dovrebbe sempre godere"(9). Soltanto nel 1963, infatti, il Parlamento ha avvertito l'urgenza di affrontare questo fenomeno sociale e ha autorizzato la nomina di una commissione d'inchiesta per debellare “una lacerazione disdicevole al buon nome dell'Italia e all'onore del paese”. Questo cancro, disgraziatamente, “non prolifera per caso su un tessuto sano, ma vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, gente ricattata, debitori di ogni tipo, con implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate”(10). Il terrore di inevitabili ritorsioni è un terribile aguzzina che soffoca l’urlo del diritto di chi vorrebbe, con grande coraggio, collaborare con la giustizia per neutralizzare l’oppressione, le sopraffazioni, la brutalità e, così, “quando la mafia uccide,  nessuno ode,  nessuno vede nulla. Non parlano nemmeno i fratelli dell'ucciso, si contentano farsi ammazzare” ... Bisogna, invece, attivare le strategie necessarie per risolvere i problemi emergenti senza dimenticare che “l'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, ma il saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. La forza è proprio in questa consapevolezza, altrimenti è incoscienza”(11)

 

IL GIORNO DELLA CIVETTA, per le problematiche molto complesse che presenta e, per di più, in uno spazio ristretto, è difficilmente collocabile all'interno di un genere letterario; l'autore ha creato un insieme, mescolandovi le caratteristiche di altri preesistenti, in cui, davanti agli occhi attenti dei fruitori del messaggio, scorre lacronaca di un episodio realmente verificatosi a Sciacca, il memoriale autobiografico con ricordi e conoscenze personali, il saggio storico con la ricostruzione del clima degli anni '50, il romanzo psicologico con le emozioni di Parrineddu disegnate da una narrazione velocissima che rende bene il crescendo di nervosismo che lo porterà alla morte, il romanzo giallo di cui l'opera conserva la suspense nell'introdurre i delitti oppure nella ricostruzione dei moventi con il gusto per il lucido ragionamento politico. Nell’analisi letteraria, facendo della propria terra un osservatorio privilegiato, il letterato indaga le radici dei mali storici e sociali che caratterizzano tutta la Penisola e “si riconosce come l'erede diretto di quella cultura siciliana che ha sempre rifiutato polemicamente le scelte trasfiguranti, per orientarsi sulla strada di una resa oggettiva della verità”(12). La sua illuministica razionalità si riflette anche nello stile che, pur utilizzando ogni possibile suggestione dialettale, è terso, cristallino, essenziale, alieno da ogni sbavatura retorica o sentimentale; dalla sua pagina si coglie alta sapienza letteraria, nutrita di vaste letture dei classici, da Diderot e Voltaire a Manzoni, a Pirandello, di cui si trova spesso riscontro tra le righe orientate ad addestrare il lettore su alcuni aspetti cruciali della società italiana e, in particolare, siciliana, ma, soprattutto, a inculcargli l'istintiva avversione verso ogni forma di menzogna e di sopraffazione. Le strutture sintattiche e il livello espressivo del romanzo sono molto vari perché il prosatore siciliano passa, con estrema disinvoltura, da artifici retorici raffinati, litoti, chiasmi, parallelismi, ellissi, metafore, metonimie, pleonasmi, ad anacoluti o frasi costruite con il verbo alla fine; attenendosi allo status sociale di ogni personaggio, inoltre, registra l’intonazione colta e lucida del protagonista, il registro popolare dei carabinieri, le esclamazioni colorite dei personaggi minori, i discorsi intessuti di allusioni dei mafiosi, il gergo malavitoso, il linguaggio burocratico dei verbali, l'uso di un italiano fortemente contaminato da elementi dell’idioma locale infarcito da modi di dire o, spesso, ingiurie così forti da riassumere non solo un aspetto lessicologico, ma, soprattutto, un costume basato sulla capacità di cogliere tratti della personalità attraverso i soprannomi, ora divertenti ora offensivi. La narrazione non è divisa in capitoli, i singoli episodi sono separati solo da spazi bianchi che fanno assistere, quasi in ipotiposi, a lunghi dialoghi, spesso telefonici, tra misteriosi personaggi senza volto intenti a commentare i fatti della Sicilia e il comportamento di Bellodi. Dalle parole, dalle reazioni, dalle stesse pause si intuisce come i legami complicati tra mafia e politica possono ostacolare il corso delle indagini poliziesche. Tutte le voci anonime concordano sull'inopportunità della presenza di un tale funzionario in Sicilia e sulla necessità di dover fermare le indagini. Quanto più, anzi, l'azione del capitano si avvicina all'individuazione dei colpevoli, tanto più queste presenze nascoste si affannano a negare addirittura l'esistenza della mafia, mentre proprio dalla conversazione di alti rappresentanti dello stato con esponenti di “Cosa nostra” si coglie la collusione tra Stato e delinquenza organizzata. LEONARDO SCIASCIA si serve anche di questi “dialoghi misteriosi" per far capire la pericolosa connivenza tra politica e mafia, alludendo al relativo al servilismo dei gestori dell’ordine pubblico, come nel caso del funzionario fascista colto in umilianti atteggiamenti di deferenza, anche se al telefono. In quest'ottica, la presenza della bella donna “vestita soltanto di Chanel numero 5” serve a sminuire ulteriormente la figura del personaggio “fuori dal letto, in pigiama, scalzo, a inchinarsi, a sorridere, come se inchini e sorrisi avessero potuto colare dentro il microfono”. Nuclei e satelliti si incrociano tenacemente tra le scrupolose indagini poliziesche, i misteriosi delitti e le inquietanti sparizioni; ogni anello della lunga catena di fatti e personaggi che interagiscono nella realtà complessa della microstoria è pietra miliare funzionale per la caparbia determinazione del garante dell’ordine.

 

IL GIORNO DELLA CIVETTA è ambientato in luoghi immaginari con descrizioni paesaggistiche che sottolineano la dimensione simbolica delle vicende e sono spesso indice di una situazione socio-culturale piuttosto complessa. L’incipit dell’asse sintagmatico, con l’avvio in medias res, per esempio, immette subito in un reticolo contorto che si svolge mentre “un'alba grigia e nebbiosa di un sabato di gennaio”, nel contrasto  con l'immagine tradizionale della Sicilia tutta luci e colori decisi, diventa cupa prolessi di quanto sta per accadere a Salvatore Colasberna … Il modesto responsabile della “Santa Fara”, coscienzioso sul lavoro, incline più a un piccolo guadagno che a fortune illegittime, alle 8:30, mentre, come ogni settimana, stava per prendere la corriera per Palermo, “restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile, gli cadde la cartella di mano e si afflosciò lentamente su di essa” di fronte a “facce di ciechi senza sguardo e in letargo”. Quali piani avrebbe ostacolato? E “Zicchinetta” avrebbe agito di propria iniziativa? E perché il pregiudicato sapeva che, come al solito, sarebbe stato scagionato grazie all'appoggio politico dell'Onorevole Livigni? E che relazione avrebbe la quasi contemporanea scomparsa di Paolo Nicolosi? E cosa saprebbe “Parrinieddu”? E Come mai Calogero Di Bella appariva “avvolto da un freddo sudore di morte, lacerato dalla paura, come di chi sentiva un mastino alle calcagna”? E potrebbe avere riscontro tangibile la pista passionale tra la Moglie del “potatore” e il “Passerello”? E il “Confidente” sarebbe riuscito, prima dei “due infallibili colpi di pistola” commissionati da “coloro che lui temeva e voleva schivare”, a imbucare la lettera che avrebbe aiutato il "continentale" a ricomporre la trama del complesso ordito?

 

Il Capitano Bellodi aspira a una più moderna e democratica organizzazione civile, crede nei valori di una società giusta, tenta di far trionfare i suoi ideali, ma si trova a combattere una guerra impari tra il suo moderno concetto di sistematica pianificazione e quello atavico disegnato dalle consorterie. Seguendo nell'indagine il responsabile e serio funzionario della polizia, figura a priori del sui generis “Salvo Montalbano di Vigata, commissario maturo, sperto, omo di ciriveddro e d'intuito”(13), con innata abilità nel dipanare intrighi complicati e difficoltosi, il lettore si trova coinvolto, da un lato, nella ricerca dell’individuazione dei colpevoli attraverso prove d'accusa a carico dei personaggi implicati e, dall’altro, nel conflitto contro la cultura di una terra codificata dalla “maschera folkloristica di una sicilianità insita nell’ironia amara del nenti sacciu, nenti vitti”(14). L’ex partigiano, con la perspicacia della sua meticolosa analisi nel ricostruire gli antefatti e il suo profondo senso della giustizia, scatena uno “scandalo di proporzioni nazionali” e stringe il cerchio attorno ai nomi caldissimi che si avvicendano nel suo taccuino … Diego Marchica, Rosario Pizzuco, Don Mariano Arena, l'on. Livigni, il Ministro Mancuso ... per i quali il fastidio comincia a raggiungere punte di indubbia preoccupazione.  “Tutta l'Italia, in sostanza, va diventando Sicilia e questa linea della palma, del caffè forte, delle indecenze sale come l'ago di mercurio di un termometro, su su per l'Italia, ed è già oltre Roma”(15). Si scatena un ping pong di interventi e, in un dibattito parlamentare, addirittura, un sottosegretario mistifica affermando che “la mafia non esiste se non nella fantasia dei socialcomunisti” … Gli arresti dei responsabili dei delitti e lo stato di allerta negli ambienti politici romani collusi, però, riuscirà davvero a stanare i grandi “burattinai” e a rendere risolutive le condanne? Ed eventuali pericolose dichiarazioni dei tre maggiori indiziati potrebbero allungare a oltranza la catena degli arresti? O la questione s'imbroglierà nuovamente con le potenti interferenze politiche giunte da Roma? E i testimoni illustri riusciranno a smontare tutto il percorso giuridico  tanto bene congegnato? SOS a Montecitorio, intervenire diventa il dicktat prioritario giacché, ormai, “la mafia che ci sia ciascun lo sa, dove sia nessun lo sa" … Come muoversi? … La scelta più oculata pare quella di imporre all’emiliano una licenza di un mese e trasferire d'ufficio il Maresciallo D’Antona, che aveva collaborato nelle indagini … Anche nell’epilogo si registrano, a questo punto, delle connotazioni paesaggistiche che anticipano l’evolversi, stavolta in positivo per i colpevoli delle efferatezze perpetuate, delle situazioni molto gravi emerse, tanto che, quando i fermi sembrano ormai scontati, nella luce colorata di Roma, tanto contrastante con le albe grigie dei giorni in cui si erano svolti i delitti e le faticose ricerche dei carabinieri, tutto sembra avvolto da una nuvola rosa “e quei mandati di cattura salgono, leggeri come aquiloni, a far carosello alla colonna antonina"  … Via libera, perciò, alla serie di deposizioni che “costruiranno  alibi inconfutabili” agli esecutori dei omicidi … E lo stesso Don Mariano Arena, trionfante, viene scarcerato …  Nella sua Parma, l’ufficiale dei Carabinieri, con rabbia e tristezza, apprende dai giornali le notizie sull'insabbiamento dell'indagine, ma non si vuole arrendere alle trame occulte, pur sentendo, attraversando la città silenziosa, “la grande contrapposizione”, cara ai personaggi pirandelliani, “tra l'individuo che dice la verità e la società che non lo vuole ascoltare”. A farlo soffrire non è tanto la sconfitta del poliziotto, visto che ha chiaramente notificato i risvolti dei misteriosi omicidi, ma il demistificante annientamento di chi, intessendo una fitta tela con l’usuale “pazienza del ragno”(16), ha rappresentato simbolicamente, in tutto il racconto, la scelta della ragione che impone il rispetto della giustizia …

 

E gli studenti, che aspirano a impossessarsi di un efficace “punteruolo”(17) per liberarsi dalla trappola del qualunquismo, resteranno con l’amaro in bocca? NO, se essi terranno presente il valore emblematico delle pagine che segnano il momento culminante del romanzo, in cui si confrontano i due antagonisti, il capitano, l'eroe positivo che esprime l'ideologia dell'Italia democratica e antifascista, e Don Mariano, l'eroe negativo, il capomafia, contrassegno dell'Italia antica, feudale, fondata sul dispotismo. I due interlocutori si trovano faccia a faccia, il capomafia mostra rispetto per “l’uomo”, ne apprezza la grande serietà e, addirittura, attraverso un'immagine quasi biblica dell'umanità divisa, come in una piramide rovesciata, in cinque categorie, lo distingue dai “mezz' uomini”, dagli “ominicchi”, dai “con rispetto parlando, pigliainculo” e dai “quaraquaquà”. Bellodi, sia pure con disagio, è costretto a riconoscere nel “Padrino amato e rispettato da tutto il paese”, a confronto dei viscidi uomini politici del suo tempo a cui aveva stretto le mani, una statura superiore per l'ossequio ai valori tradizionali, la religione e la famiglia, il codice d'onore e il rispetto della parola data, quelle virtù, in definitiva, formalizzati nella figura a posteriori dell’anziano “Don Balduccio Sinagra”(18) che i lettori conoscono bene attraverso la fiction filmografica di Alberto Sironi. Gli adolescenti, “i più adatti a sentire il fresco profumo di libertà”(19), opportunamente guidati dal Docente, si accorgeranno, in tal modo, che il sole, se si vuole, potrà ritornare a brillare e ciascuno di loro, nel profondo del loro cuore, potrà ricordare che “all’orizzonte c’è sempre una porta chiusa. Aprirla è un obbligo morale”(20) … Comprenderanno che l’ex partigiano, sancendo l’improrogabilità degli “interventi congiunti”(21) e insegnando ad “affilare le proprie armi, ad allinearsi alle strategie dell’Anti-mafia, a parlare, a diffondere idee, a prestare le orecchie ai sordi, a fare dell’indignazione un sentimento stabile”(22), non è stato strozzato dalla piovra e ha chiarito, piuttosto, che “la mafia non è affatto invincibile, è un fenomeno umano e, in quanto tale, ha un principio, una sua evoluzione e avrà anche una sua fine”(23)… Le sue “medicine miracolose”(24), anzi, se, da un canto, attestano “l’inesistenza, in occidente, della cultura del perdente, ma solo l'esaltazione del vincitore, è nella sconfitta che si manifesta la gloria dell'uomo”(25) e, forti di tale consapevolezza, riescono a vederlo “lì, accanto a loro, ancora, sempre … Il Capitano non è stato incenerito, è, semmai, una scia sfavillante che, danzando, illumina il percorso delle stelle cercando di abbattere le pareti e di disattivare la molla propulsiva dello sgomento”(26) .  Il sopruso e l'inganno sembrano primeggiare, è vero, ma solo per un attimo perché, malgrado l’apparente capitolazione,  la voce colta e sensibile, in cui confluiscono l'impegno civile di LEONARDO SCIASCIA e il suo bisogno di ricercare un dialogo con il lettore, dichiara fermamente di voler tornare in Sicilia per continuare la sua battaglia … Nello sfondo si staglia, allora, la sfolgorante sfida del “mi ci romperò la testa” con cui IL GIORNO DELLA CIVETTA si chiude, facendo echeggiare nei cuori dei liceali, che si preparano ad affrontare gli incogniti labirinti del loro futuro, la decisa volontà di ergersi nel cielo infinito della gloria.

 

      Matilde Perriera

 

NOTE

1) Leonardo Sciascia, Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989

2) Isocrate, Isocrate contro Lochite, 402-395 a. C.

3) Bosco, Aspetti del Romanticismo italiano, 1942

4) Sciascia, Porte aperte, 1987

5) Leopardi, La ginestra, 1836

6) Leopardi, Zibaldone, 1817-1832

7) Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta,1961

8) Accursio Miraglia, Segretario della Camera del Lavoro e dirigente comunista. Il delitto avvenuto a Sciacca il 4 gennaio 1947, come del resto tutti gli omicidi di dirigenti e militanti del movimento contadino, è rimasto impunito.

9) Leonardo Sciascia, NDA, 1961

10) Giovanni Falcone, Cose di Cosa nostra

11) Giovanni Falcone, Intervista a Marcella Padovani

12) Walter Mauro, Leonardo Sciascia, da Il Castoro, Numero 48, Maggio 1979

13) Andrea Camilleri, La luna di carta,  2005

14) Vittoria Reas, Il coraggio della speranza, Concorso Nuccia Grosso, Caltanissetta, 2014, terza classificata

15) Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Ibidem

16) Andrea Camilleri, La pazienza del ragno, 2004, prima ripresa televisiva 7 marzo 2006 con la partecipazione di Luca Zingaretti nel ruolo del Commissario Montalbano, diretta da Alberto Sironi

17) Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, 1941

18) Andrea Camilleri, Par condicio, 1998

19) Paolo Borsellino, Citazioni

20) Michele Perriera, Con quelle idee da canguro. Trentasei anni di note ai margini, 1997 - Serata di commemorazione al Teatro Biondo, 25/9/10

21) Vittoria Reas, Ibidem

22) Cristina Lo Presti, La tangibile concretezza dei miraggi, Finalista al Concorso Nuccia Grosso, Caltanissetta, 2014

23) Giovanni Falcone, Citazioni

24) Cristina Lo Presti, Ibidem

25) Leonard Cohen, Aforismi, 1980

26) Stefano Delfino La Ferla, In cerca di fiaccole ardenti, Concorso Nuccia Grosso, Caltanissetta, 2014

 

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