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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

La tecnosofia e la crisi mondiale

settembre 2011

 

In varie occasioni abbiamo discusso dell’importanza della tecnosofia, intesa come techne: lo spettro semantico della parola greca techne, correntemente tradotta con "arte", è molto più ampio di quello della traduzione italiana. Techne comprende sia la nostra arte, sia la nostra tecnica, sia la capacità, manuale e no, di fare qualcosa che si svolge secondo una regola. Non è dunque una mera esecuzione di progetti di altri, che l'esecutore può non condividere o addirittura non comprendere, né una creatività libera da regole. Gli artisti sono anche tecnici e i tecnici sono anche artisti, perché il loro fare, in entrambi i casi, comporta un saper fare o un metodo; comporta, cioè, una conoscenza, pratica e teorica a un tempo, e una partecipazione consapevole a ciò che si fa. E questo vale sia per il lavoro intellettuale, sia per il lavoro manuale: alla techne greca partecipano sia l'architetto, sia l'ingegnere, sia il muratore esperto del proprio mestiere.

Conseguenza della tecnosofia, abbiamo visto, è la necessità di ritornare ad una cultura “pagana” molto più libera, che si contrappone alle ideologie religiose che rappresentano un ostacolo alla ricerca. Infatti è stata grazie al paganesimo che abbiamo cominciato ad affrontare e risolvere i problemi che l’umanità si portava dietro da millenni. Tanto importante è la cultura pagana che a nostro avviso potrebbe permettere di risolvere tutte le complicazioni attuali immettendo nel sistema più ricerca e più scienza. L’idea di fondo è che potremo venir fuori dai problemi che ci attanagliano solo se saremo in grado di accettare una rivoluzione prometeica, se siamo cioè capaci di immettere nel sistema più tecnologia, celebrando la rinascita del paganesimo e della rivoluzione scientifica, non ritornando ai miti e alle caverne. Purtroppo però di fronte alla crisi ci facciamo prendere dal panico rifugiandoci nei localismi delle tribù. Nella maggior parte della gente scatta un impulso di integralismo messianico invece di avere conati di evoluzione auto-diretta. Scatta cioè un riflesso condizionato di tribalismo al posto un maggior universalismo. Perché accade questo?

Alla stessa stregua dei luddisti che durante la rivoluzione industriale se la prendevano con le macchine perché credevano che esse togliessero lavoro, i moderni neo-luddisti di fronte alla crisi danno la colpa alla tecnologia. In effetti i mercati sono ormai saturi di prodotti e il pianeta ha ben 7 miliardi di persone da sfamare e quello che si vede è che il lavoro è sempre meno disponibile all'aumentare della tecnologia, fino a diventare una vera e propria "risorsa scarsa" disponibile solo alle menti più acute e/o più fortunate. Ma basandosi il nostro sistema proprio sul lavoro, se questo diventa scarso, si avrà maggiore povertà e quindi fame e di conseguenza sarà inevitabile un punto di rottura e di rivolta. Il mondo, a questo punto potrebbe imboccare una nuova ondata di neoluddismo che ci farà fare un salto indietro cercando di abbattere l'uso di tecnologie. Oppure potrebbe imboccare la strada di una reingegnerizzazione dei processi produttivi e dunque di una nuova società in cui i lavori vengono delegati alle macchine.

Si tratta di un timore che ci accompagna almeno dall'inizio della rivoluzione industriale ma quello che storicamente si è prodotto finora sono società in cui si continua a lavorare e lo si fa in condizioni progressivamente migliori. Del resto i tassi di disoccupazione di oggi non sono mediamente superiori di quelli di un secolo fa. Tuttavia la globalizzazione è un fenomeno nuovo e andrebbero analizzate le dinamiche locali e considerate le condizioni dei paesi che stanno ora uscendo dal sottosviluppo, verso cui si dirige la de-localizzazione degli impianti produttivi delle imprese occidentali. Uno dei temi ricorrenti oggi è l'accusa alle imprese di "non fare innovazione" per scegliere la via più facile di de-localizzare andando in cerca di manodopera a basso costo in giro per il mondo, quello ancora povero. Quando le scorte di poveri finiranno, proprio per effetto del fatto che venendo "sfruttati" si arricchiscono, resterà un solo modo per rendere l'impresa più competitiva: l’innovazione di prodotto e di processo. E infatti è questa che ha una redditività maggiore: nella nuova dimensione dell’economia il valore di mercato di un prodotto o di un servizio è praticamente legato alla produzione di beni immateriali (v. ad es. Enzo Rullani, "La fabbrica dell'immateriale", "Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti", “Innovare. Reinventare il made in Italy”).

Tuttavia la produzione di beni e servizi immateriali pone un problema di non poco conto: in questo momento la questione primaria non è tanto l’automazione quanto la tutela della proprietà intellettuale. In un mondo dove una gran parte dei beni sono fatti di “bit” (direttamente come nella musica, nei testi, nelle immagini, nei film, nei software, o indirettamente come nel disegno dei beni reali, un’automobile o un vestito, ché oggi si fanno al computer) la proprietà intellettuale della sequenza di bit è difficilmente difendibile in quanto la si può facilmente “rubare”. Senza una adeguata tutela della proprietà intellettuale saremo tutti prigionieri o vittime dell’appropriazione altrui, giacché l’attività creativa una volta “regalata” alla Rete viene totalmente persa e non sarà possibile goderne i frutti. E’ chiaro che così facendo si perderà qualsivoglia stimolo ad affrontare una nuova e originale produzione intellettuale.

Ad ogni modo, questa moderna fabbrica dell’immateriale rappresenta solo un periodo di transizione. Non si vuole in questa sede entrare nel merito della crisi italiana che è rappresentata dal costo eccessivo del debito pubblico che drena immense risorse fiscali (quasi due mila miliardi di debito ci obbligano a pagare interessi passivi per oltre 70 miliardi di euro) bensì parlare della crisi economica mondiale. La crisi che ci attanaglia è, purtroppo, solamente agli albori: la verità è che la crescita economica è finita. L’umanità ha goduto di un’espansione lenta e ciclica fino alla rivoluzione industriale, dovuta soprattutto alle conquiste e legata quindi agli imperi che nascevano e morivano (impero egiziano, romano, ottomano, britannico ecc.). Con l’avvento della rivoluzione industriale, la crescita diventò a mano a mano sempre più veloce a causa delle innovazioni, del taylorismo (che introdusse la divisione del lavoro in attività semplici e facilmente riproducibili) e del commercio. L’avvento dell’elettricità fece fare un balzo impressionante alla qualità e quantità di lavoro permettendo una sempre maggiore disponibilità di nuovi beni di consumo che avevano bisogno di energia a basso costo e siccome il carbone e il petrolio avevano costi di produzione molto contenuti si andò avanti come se la crescita dovesse essere infinita.

Siamo così caduti nelle fauci di un leviatano che ci sta divorando: la mandibola superiore di questo mostro è l’illusione che la crescita possa essere illimitata. Purtroppo una crescita infinita in un mondo che è “finito” è una palese contraddizione di cui sembra incredibile che nessuno si sia reso conto in passato. Tutti sappiamo che il nostro pianeta ha una quantità limitata di suolo, di foreste, di petrolio, di carbone e persino di uranio e di plutonio. Tuttavia abbracciando l’illusione di una crescita illimitata abbiamo “giocato” come se tali risorse non dovessero finire mai. Di conseguenza, a mano a mano che le risorse energetiche diventavano sempre più scarse, si rese necessario immettere più risorse economiche per produrle; oggigiorno si va a cercare il petrolio in posti che prima sarebbero stati impensabili,  e dunque i prezzi per forza di cose non possono che salire. Questo fece sì che i governi e le famiglie aumentassero il loro indebitamento a dismisura dovuto peraltro alla scelta consapevole di creare bisogni immaginari al fine di aumentare i consumi, e qui scatta la seconda “mandibola”: il sistema finanziario. Nella misura in cui i governi aumentavano il loro indebitamento, il sistema finanziario entrò in azione e si attrezzò per poter concedere maggiore credito, il che significava per le famiglie avere un maggior debito (sia diretto come finanziamenti ad hoc alle famiglia, sia indiretto come quota del debito sovrano). La finanza dispiegò tutta la sua potenza immaginifica creando titoli complessi e schemi di finanza “derivata” che permise di indebitarsi facilmente e di conseguenza di assorbire una enorme quantità di debito. Fu un’altra illusione perché si crearono profitti immaginari basati su beni immaginari.

A questo punto abbiamo commesso l’imperdonabile errore di non renderci conto che con debiti sempre maggiori non si faceva altro che ipotecare le risorse reali future. Risorse che come abbiamo detto sono sempre più scarse. Era la cosiddetta “bolla”, e come tutte le bolle, destinata a scoppiare. Così nel 2008 questa super bolla finanziaria, esplose. Da allora i governi e le banche centrali stanno tentando di rigonfiare la bolla con ulteriore debito pubblico, piani di salvataggio e pacchetti di incentivazioni. Ma i limiti alla crescita, i limiti delle fonti di energia, sono limiti reali, stanno nell’economia reale. Sono limiti fisici e quindi questi piani di salvataggio di tipo keynesiano, dove le incentivazioni sono finanziate con debito pubblico, non possono andare bene. Se togliamo il nuovo debito che i governi hanno assunto dal 2008 per stimolare l’economia si vede chiaramente che non c’è alcun recupero “vero” dell’economia, nessuna crescita reale. Al debito esistente si è aggiunto ulteriore debito, ipotecando ancora di più il futuro dei nostri figli e dei figli dei nostri figli: ogni nascituro viene al mondo con 30.000 euro di debito sulla propria testa (1.800 miliardi di debito pubblico diviso 60 milioni di italiani).

Cosa fare? Per mantenere i nostri attuali parametri di welfare avremo bisogno di ulteriore credito, ma ciò non è chiaramente possibile. O ci adattiamo a vivere senza crescita economica, il che significa che dobbiamo provvedere e puntare a “miglioramenti” nella vita che non richiedano né incrementi di consumo di combustibili fossili né di ulteriore accumulo di debito (ma può il mondo con 7 miliardi di persone vivere senza crescita economica?). Oppure …

 

Oppure, ecco qui una proposta che potrebbe apparire di primo acchito utopistica ma che in realtà è più realista di chiedere che tutti imparino a fare una vita morigerata stando con amore tra la gente divertendosi e godendosi la vita … L’unica cosa che possiamo fare è cercare di partorire una nuova civiltà solare basata sul progresso tecnologico e culturale della specie umana. Invece di considerare la popolazione come un problema, dobbiamo cercare di vederla come una ricchezza. Invece di fare come gli ecologisti che considerano il genere umano come un parassita che sta distruggendo il pianeta dobbiamo vederlo come una fonte di salvezza, un vivaio sterminato di idee.

Per fare ciò dobbiamo innanzitutto pensare alla Terra non più come un sistema chiuso che è la causa principale del declino economico e della crisi che stiamo vivendo, ma come un sistema aperto, anzi, apribile. Dobbiamo stanare il principale avversario ideologico, che senza ombra di dubbio è la filosofia della “decrescita felice”, del “rientro dolce”. Perché la pace, la libertà, la democrazia hanno bisogno di sviluppo economico. La civiltà ha bisogno di spazio e risorse per la crescita, altrimenti è condannata all’implosione e al ritorno della crescita attraverso le guerre.

Purtroppo, in mancanza di nuove ideologie i resti di quelle del ventesimo secolo dominano tuttora. Ma la nuova ideologia è la tecnosofia, il transumanismo  che cerca di fare della Terra un sistema aperto. Perciò bisogna trovare le risorse per andare subito nello spazio, fuori dal nostro pianeta, prima sulla luna e poi nell’orbita marziana. Il presidente Obama ha dichiarato che l’uomo andrà su Marte nel 2030. Troppo tardi. Avremmo già dovuto esserci da tempo.

Una nuova Età dell’oro ci attende ma è assolutamente necessario bucare i muri della comunicazione portando questi argomenti nel dibattito politico. Non è infinitamente meglio impiegare denaro in un Fondo di Investimento Spaziale scommettendo sul futuro dell’umanità piuttosto che investire in titoli spazzatura? Ogni settimana che passa le borse bruciano centinaia di miliardi, tutte risorse che se fossero state investite per colonizzare Marte, i viaggi interplanetari oggi sarebbero una realtà, ed il sistema “aperto” con lo spazio equivarrebbe ad una nuova scoperta dell’America. Questa crisi è una crisi di fiducia: per la prima volta nella storia rischiamo di vedere fallire addirittura gli Stati, cosa impensabile fino a poco tempo fa.

La soluzione non può che essere la colonizzazione spaziale di massa, bisogna investire per “aprire” l’economia allo Spazio, solo così daremo vita a nuovi organismi, nuove Agenzie Spaziali, capaci di operare convogliando investimenti, che daranno un ritorno agli investitori, su obiettivi ben precisi. Invece quello che accade è che dappertutto aumentano le tasse (bisogna pur pagare i debiti), ma ormai nessuno sa più dove vanno a finire i nostri quattrini e, la cosa peggiore, stiamo lasciando decidere ad altri circa il loro impiego. L’enorme quantità di miliardi bruciati in borsa finora è stato un prezzo troppo alto, al limite del non ritorno, colpa di una politica mondiale arrogante e incapace, che si è dimostrata senza idee e senza convinzioni e si è abbarbicata in sé stessa sperando che la notte passi.

 

   Walter J. Mendizza

 

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