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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

Istinto e libero arbitrio

marzo 2013


Come abbiamo più volte detto in questa rubrica, tecnosofia significa “saggezza della tecnica” ed essa rappresenta per l’uomo una sorta di “risarcimento” da parte della Natura dato che al momento della venuta al mondo egli nasce senza istinto laddove gli animali sono istintivi fin dal primo giorno. Come dire: l’uomo (a differenza degli animali) nasce senza istinto ma porta con sé una saggezza di cui gli animali sono sprovvisti. Cos’è questa saggezza? Da dove viene? Possiamo certamente affermare che essa proviene dalla techné: c’è nell’uomo una specie di “istinto culturale” che fa sì che i bambini imparino guardando cosa fanno gli adulti e come lo fanno, crescono per imitazione. Perciò possiamo dire senza timore di sbagliare che l’homo sapiens viene dopo l’homo faber: cioè il sapere viene dopo la tecnica perché il “sapere” alla fin fine è la memoria delle operazioni tecniche.

Sarà poi questo istinto culturale che si tradurrà nella pratica di tutti i giorni in riti, in tradizioni, in pratiche religiose, e poi ovviamente anche nel controllo sociale che ne deriva giacché non ha senso per una società implementare strumenti di controllo senza la relativa “punizione” per chi devia dalla tradizione che garantisce sicurezza. Si tratta di facilitare tutto ciò che determina una regolarità di comportamento allo scopo di evitare a chi è inesperto (cioè chi non conosce i miti e i riti) di trovarsi esposto a rischio perché non ha un codice di comportamento garantito dalla tradizione. Il controllo sociale, quindi, nasce a fin di bene, poi però va avanti per conto suo e prende una propria strada autonoma sganciandosi dalla tradizione per diventare potere inteso come potentia e non potestas, cioè come autorità di agire piuttosto che capacità di influenzare i comportamento degli altri.

Un atto di volontà pone le sue basi sul concetto di libero arbitrio. Ma libero arbitrio significa che l’uomo è l’unico artefice delle proprie scelte. D’altro canto, il libero arbitrio è possibile esercitarlo solo dopo aver acquisito un certo livello di consapevolezza (conoscere sé stessi), cioè solo dopo essersi conosciuti a fondo in modo da riuscire ad essere sé stessi in qualunque situazione emozionale o ambientale.

Dicevamo all’inizio che l’uomo non è un animale istintivo perché non ha istinto; a differenza degli animali che sanno fin dalla nascita quello che devono fare, l’uomo no: l’uomo deve essere accudito e per molto tempo. Da qui nasce l’istinto culturale che si traduce in riti, pratiche religiose, ecc. Ma queste pratiche vantaggiose limitano la “libertà” individuale; dove per “libertà” non si intende tanto la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, usando la volontà di ideare e mettere in atto un'azione, ma si deve intendere la condizione di incertezza nella quale questo individuo vive, di incertezza e indeterminazione.

Come dire, i riti, i miti, le tradizioni, sono comportamenti che riducono quella incertezza insita nella libertà dovuta alla mancanza di dispositivi istintuali. Quindi delle due l’una: o si è dotati di istinto e allora va tutto liscio, si nasce animale ed è tutto programmato, non c’è libertà e neppure incertezza, non c’è né bene né male ma solo “istinto indistinto”; oppure si nasce umani, cioè senza alcun istinto ma solo con la capacità di apprendere; in compenso dobbiamo essere accuditi per costruirci dei codici culturali. Codici culturali che poi nel corso della storia si evolvono diventando regole, norme, leggi, dettami, principi, precetti, direttive e poi sanzioni, punizioni, castighi, pene, condanne, e poi ancora istituzioni, Tribunali, Stati.

Questa differenza tra istinto e libero arbitrio era ben nota fin dall’antichità. Già Aristotele si riferiva all’uomo chiamandolo “zoon logon echon” cioè l’animale che ha il logos, il linguaggio (inteso come dimensione e mediazione tecnica) e Platone ci raccontò nel Protagora come Zeus avesse ordinato ad Epimeteo (Epi = dopo; meteo=pensare) quindi a “colui che pensa dopo” (uno stolto dunque) di conferire a tutti gli esseri viventi una qualità. Purtroppo accadde che giunto all’uomo erano finite tutte le qualità, così Zeus ebbe pietà della razza umana e chiese al fratello di Epimeteo, Prometeo (Pro= prima, quindi a colui che pensa prima) di fornire all’uomo una qualità e Prometeo diede la virtù di anticipare il futuro, di immaginarlo, di pre-vedere, di vedere a distanza, di pro-gettare nel senso di gettare avanti lo sguardo. Perciò mentre gli animali mangiano quando hanno fame, l’uomo sarà affamato anche dalla fame futura, perché sa che avrà fame. E questa pre-videnza gli consentirà una sorta di organizzazione del mondo.
Platone andrà oltre spiegando che gli animali per loro forma e aspetto (stanno bassi a quattro zampe) guardano in un raggio assai limitato della porzione di terra attorno a sé, mentre l’uomo avendo un corpo eretto, ha la possibilità di distendere uno sguardo sull’orizzonte e di conseguenza il panorama, nel senso che potrà “vedere tutto” (pan=tutto e orama=vista) e quindi potrà organizzarsi all’interno di questa visione totalizzante.  Anche la filosofia cristiana attraverso Tommaso d’Aquino ribadirà la mancanza di istinto nell’uomo, e non poteva che essere così giacché se bisognava concedere la libertà (con la conseguenza della responsabilità e soprattutto della punibilità) si doveva quindi negare l’istintualità.

Riassumendo: l’istinto toglie la responsabilità delle proprie azioni. Questo concetto viene ripreso da Kant e poi da Bergson ma rimane sostanzialmente tale: mentre l’animale “vive”, l’uomo deve, invece, prendersi cura della propria vita. La modalità con la quale l’uomo si prende cura della sua vita sarà la tecnosofia, la saggezza della tecnica, la techné.

 

   Walter J. Mendizza

 

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