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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

La rivoluzione tecnosofica

Gennaio 2011


Ciò che ha differenziato l'Occidente da tutte le altre civiltà è stata la rivoluzione scientifica iniziata a partire dal momento in cui si è affermata l'idea che ha rappresentato una svolta epocale, e cioè che il grande libro della Natura è scritto in caratteri matematici. Così l'Occidente ha potuto costruire il prodigioso edificio della conoscenza scientifica ed ha anche istituzionalizzato un potentissimo metodo per capire i fenomeni naturali e manipolarli. La prima rivoluzione scientifica iniziò nell’antica Grecia. Nel terzo secolo a.C. nella città di Alessandria, furono poste le basi della "scienza esatta", come insieme di teorie che vengono definite mediante tre postulati:

  1. le affermazioni della teoria non riguardano gli oggetti del mondo reale, ma enti ideali;

  2. la teoria ha una struttura rigorosamente deduttiva: essa è basata su pochi enunciati
    sugli enti (assiomi, postulati o principi) e su un metodo universalmente accettato per dedurre un numero illimitato di conseguenze;

  3. la teoria potrà essere applicabile al mondo reale mediante una corrispondenza tra gli enti ideali e gli oggetti concreti.

Naturalmente, non avendo le regole di corrispondenza alcuna garanzia assoluta, il metodo per controllare la validità degli asserti teorici è quello sperimentale. Con questa nuova "scienza esatta" i Greci riuscirono a mostrare che i modelli costruiti nel laboratorio ideale potevano diventare techné, cioè erano in grado di generare una tecnologia scientificamente orientata. Furono dunque i primi tecnosofi.

Purtroppo il legame tra sviluppo scientifico e sviluppo tecnologico non fu percepito dalle elite intellettuali dell'Impero romano che fecero cadere nell'oblio l'intero patrimonio della scienza ellenistica. E se la tecnosofia, il legame tra sviluppo scientifico e tecnologico, fu poco percepita dai Romani, ancor meno lo fu dalla Chiesa, centrata sul contemptus mundi, cioè l’allontanamento di un mondo pieno di vanità e inganno che permette di scoprire la verità nelle cose semplici e permanenti. La Chiesa è stata totalmente indifferente al sapere scientifico e alle sue applicazioni tecnologiche e lungo tutto l'Alto Medioevo la scienza risultò virtualmente estinta. Il principio fondamentale era che l’uomo fu creato per una vita nell’obbedienza, perciò la scienza profana e le arti mondane erano da condannare a meno che non fossero consacrate al servizio di Dio.

Nel Medioevo la Natura era il teatro di miracoli e prodigi, una sorta di ierofania continua e ininterrotta, non una realtà governata da leggi impersonali, dunque le catastrofi naturali o le epidemie erano la manifestazione del divino che si rivelava come castigo. La realtà era pensata e vissuta come immediatamente religiosa, ogni cosa – la famiglia, l'educazione, il sesso, il lavoro, la politica, ecc. – era regolata dal Sacro, gestito, in una situazione di monopolio, dalla Chiesa cattolica. La ragione autonoma era una blasfemia, tanto che nel Genesi il diritto alla conoscenza si paga con la morte o con la dannazione eterna; d’altra parte la filosofia (scienza profana) era l’ancella della teologia (scienza sacra).

A poco a poco Atene (la ragione) si prese la rivincita su Gerusalemme (la teologia) e i fenomeni naturali cessarono di apparire pregni di significati morali e religiosi e diventarono oggetti di indagine razionale volta ad individuarne le cause. Dio smise di essere un ostacolo epistemologico e alla cultura centrata sulla Rivelazione e la fede obbediente si affiancò quella profana della ragione. Con il Rinascimento, si presero le distanze dall'ethos cristiano rivalutando il mondo e i valori mondani, e si creò il terreno di coltura di una "pianta sociale" di cui si erano perse le tracce: l'intellettuale laico, il quale appariva come una blasfema rivincita del paganesimo.

Tuttavia bisogna ammettere che la tendenza a rifugiarsi nelle metafisiche, religiose o esoteriche che siano, è stato un fenomeno che è esistito da sempre perché da sempre l'uomo ha sentito tale bisogno. Forse solo oggi si incomincia ad intravedere una nuova concezione della Natura come realtà dis-animata e incomincia ad esserci una parte di umanità (ancora molto  minoritaria ma in passato erano solo pochi individui) che si è affrancata da quel bisogno proprio in virtù del progresso scientifico e tecnologico.

Non pochi letterati, filosofi e scienziati hanno indagato sui motivi che sono alla base della spinta irrazionale al metafisico riscontrabile nel genere umano, ma a prescindere dalla veridicità delle loro osservazioni, rimane il fatto che la tendenza a rifugiarsi nelle metafisiche è evidentemente qualcosa di congenito al genere umano. Le varie "chiese", intese in senso lato, non hanno fatto altro che cogliere tale evidenza e sfruttarla opportunamente. Dunque il fedele, l'osservante di questa o quella religione non si comporta in un certo modo perché la propria chiesa ne ha plasmato il cervello. No. La verità è che essa non ci sarebbe mai riuscita se l’umanità non avesse avuto tanta necessità di misticismo. In altre parole, le chiese hanno realizzato un prodotto che è stato poi perfettamente confezionato e offerto a un pubblico desideroso di riceverlo.

E’ dunque sbagliato pensare le varie chiese come causa dell’etica mistica. In effetti esse sono piuttosto l’effetto del bisogno metafisico innato nell’uomo. Considerare una religione come “causa” di tale necessità ci fa trascurare la "genetica" del bisogno stesso. Se si desidera trovare una strategia atta a determinare un atteggiamento positivo nei confronti della scienza dobbiamo tener conto di questa “necessità genetica”, giacché non è sufficiente avere sotto gli occhi le conquiste stesse della scienza. Ogni giorno la scienza realizza “miracoli” straordinari, si debellano decine di malattie, si ridà la vista a centinaia di persone, si salvano migliaia di individui, eppure ogni giorno la scienza stessa viene bistrattata o guardata con sospetto. Basta invece un racconto qualsiasi, neppure controllato, di qualcuno “guarito” a Lourdes, per gridare “al miracolo” e strappare titoloni a carattere cubitali nei media di comunicazione. Perché l’irrazionalità è dura a morire. Nonostante la ragione abbia assunto i tratti della ratio, cioè della ragione che calcola e nonostante siamo passati dall’incirca all’accurato (v. A. Koyré, Dal mondo del pressappoco al mondo della precisione, Einaudi, Torino 1988), rimangono in noi una quantità enorme di circostanze irrazionali (alzarsi col piede destro, leggere gli oroscopi, non passare sotto le scale, ecc.).

Fu la visione matematica della Natura a dare un colpo mortale alla visione animistica di Natura come effetto di una volontà (v. Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli, Milano 1999, pag. 498). Attualmente viviamo in una sorta di terra di nessuno: una via di mezzo dove l’idea della Provvidenza è ancora ampiamente maggioritaria anche se si sta a poco a poco dissolvendo. I miracoli, i prodigi, il telos (il concetto filosofico di scopo) e, più in generale, gli eventi soprannaturali, stanno scomparendo. Il concetto di Dio che regna sul mondo e l’idea che tutto concorre a un medesimo fine fa meno presa tra la gente. La Natura è priva di significato e di valore: una pura contingenza in cui non è dato trovare traccia alcuna del c.d. “proposito cosmico” come lo chiamava il filosofo Bertrand Russell nel suo libro Scienza e Religione. La negazione del “proposito cosmico” non è altro che la versione filosofica dell’affermazione dei moderni biologi: “L’evoluzione è cieca”. Questa affermazione ha definitivamente messo a tappeto le ultime vestigia  dell’animismo che stabiliva l’alleanza fra l’uomo e la Natura la quale essendo “teleologicamente” orientata (cioè finalizzata) aiutava l’essere umano ad affrontare l’horror vacui, allontanando la propria terribile solitudine esistenziale.

Nel futuro sarà sempre di più la ragione illuministica con il suo rifiuto di interpretare i fenomeni in termini di cause finali o di progetti, con il suo procedere senza riguardi per i fini ultimi, che continuerà a demitizzare la Natura riducendola a sistemi di equazioni le cui soluzioni dipendono da leggi impersonali che la ragione ha il compito di individuare formulando ipotesi e sottoponendole al controllo empirico. Si riprenderà la strada segnata dalla prima rivoluzione scientifica iniziata ad Alessandria nell’antica Grecia nel terzo secolo a.C. Speriamo che questa sia la volta buona. Allora, dopo Alessandria, l’umanità fece uno scivolone oscurantista che impose un ritardo di due millenni. Una voragine. Un buco nero che rischiamo di pagare a caro prezzo. Adesso è necessario riprendere urgentemente il tempo perso. In una parola, riprendere l’era della tecnosofia, dello sviluppo della scienza e della techné, della crescita esponenziale dell'attrezzatura tecnologica grazie alla quale si è verificato "l'irrompere della società artificiale".
Incrociamo le dita affinché la Tecnosofia mandi al più presto definitivamente nel magazzino delle anticaglie i prodotti che le varie chiese smerciano da secoli e su cui basano ogni loro potere di ricatto: l’immortalità e l’aldilà. La Tecnosofia permetterà di cancellare la vecchiaia e allontanare a tempo indefinito la morte. Anche il suo prodotto è l’immortalità, ma con una differenza importante: nell’aldiqua.

 

   Walter J. Mendizza

 

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