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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

La tecnosofia è immorale ma etica

gennaio 2012


Prima di addentrarci a presentare il punto di vista tecnoetico di Tecnosophia, ritengo opportuno far chiarezza sui termini “etica” e “morale”, che spesso vengono utilizzati come equivalenti, ma che in realtà non lo sono affatto. La morale ha a che fare con il comportamento umano e di solito si usa per denotare le azioni associate al bene o al male, mentre l'etica è quella parte della filosofia che studia la morale da una prospettiva umana, concepita in termini di valori: uguaglianza tra individui, autonomia, bontà, equità, solidarietà.

La morale di una società si presenta come un insieme di abitudini che la società stessa si è auto-assegnata per dotarsi di un quadro di riferimento per la collettività. Il concetto di moralità è dunque variabile nel tempo e nello spazio: ad esempio nell’antichità, l'omosessualità, la poligamia e il maschilismo godevano di rispetto e ammirazione e chi li praticava veniva ritenuto un soggetto di elevata moralità. Così come era morale la schiavitù oppure eliminare i bambini malformati. Quindi si può dire che in un certo momento, un determinato gruppo (quello con maggiore forza politica o religiosa o ideologica) riesce ad imporre ad altri i propri valori ed il suo modo di concepire il bene e il male. E’ questa imposizione che caratterizza il concetto di morale, giacché obbliga i soggetti ad avere una identità indottrinata che reprime la loro capacità di elaborazione critica e di libera scelta, permettendo a chi è “morale” il sequestro del proprio cervello da parte di governi, religioni, istituzioni in generale.

L'etica, invece, si compie quando si ragiona, quando si esercita la capacità di pensare, di fermarsi un istante prima di qualsiasi azione e domandarsi perché deve seguire una determinata regola. Questo iato di ponderazione è il momento etico, in quanto azione di collegamento di carattere riflessivo tra individuo e norma, contrapposta alla morale che esige solo rispetto della norma e nient’altro. Perciò mentre una persona etica difficilmente si allontana dalla sua etica in quanto vorrebbe dire andar contro i principi che liberamente si è costruito, una persona morale, invece, può più facilmente fallire rispetto alla morale, proprio perché gli è stata imposta. Sono i moralisti che spesso vengono “pizzicati” a vivere una doppiezza di vita oppure agiscono nell’ipocrisia.

Può accadere che alle volte per essere etici bisogna anche divenire immorali, giacché l’etica ha bisogno di uomini che siano completamente liberi laddove la morale, necessitando di seguaci esecutori, invece no. Da qui si deduce che l’essere etico è più faticoso che essere morale dato che è necessario pensare ogni volta, usare il cervello per dirimere qualsiasi tipo di situazione.

Alla luce di queste considerazioni si capisce il motivo del titolo di questo articolo. La saggezza della scienza e della tecnologia, la tecnosofia, potrebbe anche risultare immorale, ma è sempre etica. Questo è dovuto al fatto che il tecnosofo è obbligato a pensare ogni volta che si trova davanti a qualsiasi situazione e decidere in base ai propri principi etici. Chiariamo subito che l’etica può essere elaborata in vari modi: c’è l’etica del “naturale”, l’etica teologica, l’etica eudemonistica, quella utilitaristica, quella edonistica, e così via. Chiaramente l’etica di Tecnosophia non è né di tipo “naturale”, né fa riferimento ad entità soprannaturali. La nostra è un’etica che potremmo definire tecno-eudemonistica, quella cioè che cerca la felicità come scopo ultimo dell’esistenza umana e nel contempo si affida alla scienza e alla tecnologia.

Da sempre l’uomo ha interferito con la natura, perciò non si capisce perché oggigiorno nel massimo dell’espansione tecnologica, questa interferenza sia mal vista. Quale mai motivo ci dovrebbe spingere ad avversare la scienza o la tecnica? Da quando il mondo è mondo l’uomo ha cercato di migliorare la natura: eliminando le malattie, aumentando la produttività delle risorse (che per definizione sono sempre scarse), migliorando la qualità dei cibi, ecc. Perché, arrivati ad un certo benessere come mai nella storia dell’umanità, abbiamo cominciato a diffidare dalla scienza e dalla tecnica? Tuttavia è curioso vedere che ci si scaglia contro la modernità poi veste con scarpe ipertecnologiche, indossa tessuti in microfibra, guida un’automobile che ha migliaia di brevetti e magari  porta sempre con sé un cellulare di ultima generazione.

In verità non ha senso decidere se una cosa possa essere buona o cattiva in funzione della sua presunta “naturalità”. Anche la plastica non esiste in natura e mica per questo non la usiamo. Ci sono cose naturali buone e cattive ma anche cose artificiali che possono essere buone o cattive. Morire di colera o di malaria o di peste bubbonica è perfettamente naturale ma non c’è dubbio che queste malattie infettive debbano essere combattute.

Ma chi decide cosa è buono e cosa non lo è? Ad esempio, gli argomenti bioetici come l’eutanasia o l’aborto o la ricerca scientifica con gli embrioni, sono cose buone o no? La clonazione umana (cioè due persone identiche che possiedono lo stesso patrimonio genetico) è buona o no? I moralisti ad esempio sono contrari alla clonazione umana. Perché? La prima obiezione è, ovviamente, perché non è naturale. Ecco che ci risiamo: eppure, non sono cloni due gemelli monozigoti? Ma anche se nella natura non ci fossero i cloni la valutazione di opportunità di clonarsi non può basarsi su presunti discorsi metafisici. Ecco ancora una volta che c’è bisogno di persone etiche e non morali per affrontare queste questioni.

Dal punto di vista della tecnosofia, le controversie trovano la loro giusta composizione quando si ammette che tutto ciò che è artificiale è bene se e solo se massimizza la nostra felicità. Punto. Lottare contro la natura è eticamente auspicabile se questa ci porta infelicità (malattie, fame, morte) mentre accettare le cose artificiali è eticamente augurabile se esse portano felicità. E’ dunque assolutamente lecito combattere la morte e non è legittima l’obiezione che essa sia “naturale”, giacché non cambia di una virgola la posizione eudemonistica di ricerca della felicità attraverso il desiderio di volerne sfuggire.

In effetti la ricerca dell’immortalità è, dal punto di vista strettamente antropologico, una caratteristica umana molto antica e profondamente radicata in tutte le culture, a cominciare dalla letteratura dei miti e delle leggende, per continuare poi con le religioni che appaiono sempre di più come dottrine metafisiche inventate dall’uomo proprio per sfuggire alla morte, con un menù assai vario in termini di facoltà di scelta, che va dalla vita nell’aldilà alla resurrezione, dalla trasmigrazione dell’anima alla metempsicosi, cioè alla reincarnazione. Anche alcune filosofie laiche accolgono teorie sul perché la morte non è cosa negativa, giungendo in alcuni casi a incongruenze paradossali come affermare che essa serve a dare senso alla vita!

Ritornando alla domanda su chi decide cosa è buono e cosa no, la risposta appare semplice: solo le persone etiche possono decidere in tal senso. Se su argomenti tanto complessi come quelli della bioetica, dall'eutanasia all'aborto, dalla clonazione alla ricerca scientifica con gli embrioni, si vogliono avere risposte sincere, c'è bisogno di più tecnosofia, cioè di cercare persone tecno-etiche. Per ascoltare chiacchiere che non portano da nessuna parte o per sentirsi ripetere un sermone imparato a memoria basta una persona morale.

 

   Walter J. Mendizza

 

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