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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

La tecnosofia è sempre liberale

Luglio 2011

 

La tecnosofia è sempre liberale e analogamente l’homo liberalis è, quasi sempre, un tecnosofo, cioè un amante della saggezza che infonde la tecnica, un appassionato della techné. Chi ama la tecnosofia è una persona consapevole della propria (e altrui) fallibilità e di conseguenza della propria (e altrui) ignoranza. Questa consapevolezza va immancabilmente a colpire uno dei tre pilastri sui quali si regge gran parte della società italiana: il privilegio, il corporativismo e la demagogia. In effetti l’esperto di techné è un uomo liberale che ha una particolare visione del potere: “Il potere corrompe. Se il potere è assoluto allora corrompe assolutamente.” Il tecnosofo non si pone la domanda “chi deve comandare”, piuttosto cercherà di rispondere alla domanda “chi controlla il controllore”, cioè “come controllare chi comanda”. E’ evidente il parallelismo con l’uomo liberale.

Dal punto di vista dell’economia di mercato la tecnosofia la difende a spada tratta. Contro lo statalismo i tecnosofi sono liberisti, non solo perché convinti che l’economia di mercato generi il più ampio benessere, ma soprattutto perché senza economia di mercato non ci può essere Stato di diritto giacché la storia ha ampiamente dimostrato che “chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini”. Il tecnosofo, come il liberale rifiuta l’idea che sopra l’individuo ci possa essere qualche entità – lo Stato, il Partito, la Chiesa, Dio, ecc. – autonoma e indipendente dagli individui che proprio perché si colloca sopra di essi, ha automaticamente il diritto di comandarli. No, per i tecnosofi esistono solo gli individui. Individui consapevoli.

Di conseguenza il tecnosofo non può essere un conservatore: il conservatore teme le novità; il tecnosofo come il liberale, invece, assume la concorrenza come procedimento di scoperta del nuovo. Pratica la cultura politica liberale che concerne l’ambito della teoria, cioè cerca di comprendere, di orientare e indirizzare la prassi. Quindi i tecnosofi sono coloro che con le loro opere e con la loro azione affermano le ragioni della società aperta contro quelle della società chiusa. Sono quelli che hanno combattuto i totalitarismi da qualunque parte essi provenissero cioè sono stati nel contempo antifascisti ed anticomunisti; anti imperialisti e anti social-imperialisti.

Tuttavia se è possibile fare un notevole elenco di personaggi liberali: Einaudi, Croce, Salvemini, Capitini, Carlo Rosselli, Spinelli, Gobetti, Pannunzio, Bruno Leoni, Sergio Riscossa, Marco Pannella, ecc. è invece quasi impossibile fare un elenco di tecnosofi. Perché? Per l’idiosincrasia verso la scienza e la tecnica che vige nel nostro Paese. Non abbiamo ancora digerito la ragione illuministica che si rifiuta di interpretare i fenomeni come progetto di un disegno intelligente. Non dimentichiamo che il nostro è il Paese che ha avuto Galileo …ma che lo ha anche condannato.

Esempi di tecnosofi italiani non mancano di certo, e tutti si sono imbattuti nel corporativismo italico che taglia le ali e i finanziamenti a chiunque desideri mettere in pratica la cultura liberale: Cristoforo Colombo era genovese ma non ricevette una lira dalla Repubblica di Genova per andare a farsi il giro del mondo per dimostrare che la terra era rotonda (cosa che peraltro i Greci sapevano già). Oggigiorno siamo grandi consumatori di cellulari, di radio e tv, che però vengono tutti dall’estero. Eppure questi prodotti non esisterebbero senza la tecnologia radio e la telegrafia senza fili, che fu introdotta nel 1895 da Guglielmo Marconi, che tuttavia non trovò in Italia i finanziamenti per continuare le ricerche e dovette rivolgersi in Inghilterra, dove sviluppò la sua invenzione e dove nacque la Marconi Corporation, un gigante delle telecomunicazioni. Meucci fu l’inventore del telefono ma se lo fece soffiare da Graham Bell. Anche il computer fu una invenzione italiana, della Olivetti nel 1965, ma non abbiamo voluto, potuto o saputo sfruttare l’invenzione.

La ragione di questi fallimenti va ricercata nel fatto che il nostro Paese non è mai stato liberale. Anzi, non abbiamo saputo fare i conti con l’impresa tecnico–scientifica proprio perché non essendo liberali non abbiamo saputo ricavare alcun insegnamento dalle lezioni di libertà che si traggono dalla scienza che fa congetture e osservazioni, teoria ed esperimento, tecnica e comprensione del mondo. La techné toglie alla Natura il senso di “mito” che essa ha ancora nella gran parte della popolazione e la riduce a sistemi di equazioni le cui soluzioni dipendono da leggi impersonali che la ragione ha il compito di individuare formulando ipotesi e sottoponendole al controllo empirico. La mancanza di cultura scientifica ha fatto sì che siamo ancora impelagati nei tre pilastri cui si accennava all’inizio che reggono gran parte della nostra società: il privilegio, il corporativismo e la demagogia.

Cosa mai gli potrà essere passato per la testa al burocrate del ministero quando Marconi gli mostrò il funzionamento di un telegrafo senza fili fatto con arnesi rudimentali? Niente ovviamente. Abituato ad ubbidire e ad essere comandato a bacchetta, abituato al privilegio di casta, il burocrate non vedeva oltre il suo naso e guardando le forchette che facevano da antenna avrà anche scosso un po’ la testa. Probabilmente si ritrovò a guardare il dito che puntava verso la luna invece di guardare la luna, per poi andarsene pensando magari di aver perso tempo (il suo tempo “prezioso” da burocrate) inseguendo le scriteriate idee un paranoico che cercava di comunicare chissà che segnali con apparecchiature senza fili…

Che dire? Un emerito imbecille, figlio dei monopoli e dei privilegi clientelari e corporativistici.

Proprio per la capacità di sottoporre le ipotesi al controllo empirico, la tecnosofia non potrà mai essere ostaggio di uno dei più spregevoli privilegi di casta, quello che ritiene di avere il possesso esclusivo della verità. Chi ama la scienza, ama il contraddittorio, che gli venga detto se sbaglia, dove sbaglia e perché; sa che è l’unico modo per progredire. Invece nell’Italia attuale non solo non abbiamo appreso la lezione del burocrate ministeriale che bocciò il genio di Marconi, ma i burocrati sono addirittura cresciuti e in maniera esponenziale pure. Siamo circondati da questa classe di figuri e quel che è peggio è che sono talmente tanti che influiscono anche se non hanno alcun potere.

La nuova sfida che la tecnosofia liberale oggi deve affrontare è quella di contrastare in modo rigoroso tutti coloro che si ritengono in possesso della verità e possono avere il consenso dei cittadini. Siamo alle soglie di una democrazia totalitaria che rischia di essere il volto moderno dell’assolutismo. Gli attuali cortei contro la TAV ne sono la dimostrazione: con sindaci in testa contro la Torino-Lione che urlano assieme ai manifestanti. Gli antagonisti sparpagliati nei boschi come fossero guerriglieri, entrano in contatto violento con gli agenti, provocando quasi 200 poliziotti feriti e altrettanti tra i No Tav. Abbiamo abdicato dal desiderare qualsiasi cosa e diciamo NO a tutto.

Come pensiamo di produrre ricchezza se siamo ideologicamente contro ogni investimento e ogni innovazione? Sono stati fatti cortei contro i rigassificatori, contro le centrali nucleari e addirittura contro l’eolico perché le pale sono brutte da vedere. Evidentemente le pale che girano fanno girare le palle a qualche ambientalista fondamentalista. Ma si chiedono questi signori dove pensiamo di prendere l’energia per far funzionare le nostre fabbriche e i nostri frigoriferi? C’è da chiedersi perché in Italia le norme formali sono incapaci di regolare i comportamenti. Anche le novità buone e innocue, le scoperte scientifiche senza rischio, vengono messe al bando: abbiamo dimostrato che la Fusione fredda può essere una realtà, ma ancora una volta, ci stiamo comportando come il burocrate con Marconi: abbiamo lasciato soli gli scienziati che se ne stanno occupando. Senza un finanziamento, senza il supporto dei media, senza che a nessuno gliene importi nulla.

La verità è che nel nostro Paese qualunque individuo, qualunque impresa capitalistica non riesce a sostenere il peso del merito, nuota male nei mari della concorrenza, non sopporta i controlli indipendenti. Qualsiasi categoria, qualunque organizzazione, qualsivoglia istituzione sogna con leggi speciali in contrapposizione a ciò che si ottiene attraverso normali percorsi concorsuali, sogna cioè ope legis, monopoli, numeri chiusi, carriere assicurate, condoni, trattamenti speciali, pensioni ad hoc e in generale, condizioni di favore. E tutto questo ha un effetto perverso perché pone in una condizione di eterna minoranza la dimensione tecnosofica del bene comune e dell'interesse collettivo.

 

   Walter J. Mendizza

 

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