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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

La tecnosophia in rapporto con gli animali

ottobre 2010

 

Perché la tecnosofia (la conoscenza della “techné” cioè dell’arte della tecnica e della scienza) non dovrebbe poter occuparsi del rapporto con gli animali? La “questione animale” rientra invece a pieno titolo nell’ambito della tecnosofia ponendo peraltro non pochi problemi: che dire della individualità degli animali? Ce l’hanno o no? E se sì, perché viene loro negata? E’ forse un modo per cancellare il loro diritto alla vita e oggettivarli come cosa? Gli animali sono “altro” rispetto a noi? E’ facile non pensarci, abituati come siamo da un lato a vedere gli animali di allevamento (che sono cioè allevati per andare al mattatoio) e dall’altro essere testimone di qualche animale domestico che viene invece super coccolato.

Ma dobbiamo fare attenzione, tali atteggiamenti non fanno altro che confermare la loro oggettivazione poiché dietro il cane o il gatto vezzeggiato si occulta una incapacità di presa di coscienza della nostra brutale natura sfruttatrice nei loro confronti e del nostro orizzonte esistenziale egoista e antropocentrico che ci fa sentire dispoticamente padroni di tutte le forme viventi. E’ fuori luogo usare degli aggettivi indicanti delle caratteristiche etiche (buono, cattivo, malvagio, ecc) per qualunque cosa ad eccezione degli esseri umani. Il farlo ci tiene ancorati all’animismo primordiale, che presuppone che le cose non umane (animali, oggetti, la natura) siano invece “animate” e quindi possano avere delle qualità etiche. Forse è un retaggio culturale che ci portiamo dietro dalle favole di Fedro o dai film di Walt Disney, ma non sono loro, gli animali, ad avere qualità etiche, siamo noi umani che sul piano etico dovremmo ritenere che tale diritto non spetti solo all’uomo ma anche agli animali.  Il legame con l’animale, l’altro di noi, che il delirio antropocentrico ha voluto in tutti i modi occultare, riemerge ogniqualvolta siamo chiamati a rispecchiarci nella loro sofferenza.

Per non parlare poi della vivisezione e della nuova direttiva europea (86/609) sulla sperimentazione animale che prevede la possibilità di ricorrere a gatti e cani randagi e di utilizzare specie in via d’estinzione e/o catturate in natura (compresi i Primati e le grandi scimmie) e di effettuare esperimenti molto dolorosi senza anestesia. Si tratta di un non senso scientifico, di un inganno crudele, di cattiva scienza come l’ha definita la prestigiosa rivista scientifica “Nature”, giacché le differenze biologiche tra le specie non rendono mai i risultati sicuri al cento per cento. Lo dimostra il caso tragico e funesto della talidomide che provocò la nascita di migliaia di bambini focomelici, senza gambe o senza braccia, nonostante che i test in vivo fossero stati brillantemente superati su topi, conigli, cani, gatti, maiali e primati. Ma anche di medicinali come l’Amrinone, il Clioquinol, l’Eraldin, il Fialuridine, il Flosint, l’Isoprotenerol, il Nomifensine, l’Opren, il Suprofen, lo Zelmid, lo Zomax, ecc.

Diceva I.B. Singer che nei confronti degli animali siamo tutti nazisti, per loro Treblinka dura in eterno (si veda Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto, Editori Riuniti, Roma 2003). Solo i bambini manifestano a volte delle perplessità quando presentiamo loro la carne e cominciano a intuire che si tratta di pezzi di cadaveri, cioè di animali che sono stati ammazzati. Noi, gli adulti, abituati come siamo al condizionamento martellante della pubblicità, non ci facciamo più caso e trangugiamo tranquillamente ogni tipo di corpo morto, sotto forma di hamburger, prosciutti, salsicce, scatole di tonno, ecc. ignorando con ipocrita amnesia, l’esistenza di quei luoghi di tortura chiamati mattatoi. Secondo la FAO nel prossimo mezzo secolo i consumi di carne raddoppieranno. Se teniamo conto del fatto che il numero di animali allevati in tutto il pianeta supera di dieci volte la popolazione umana, un raddoppio significherebbe portare il pianeta al collasso. Da questo punto di vista viene da sorridere di fronte a quegli ambientalisti del pensiero unico che si preoccupano solo di manifestare contro i rigassificatori o contro la TAV oppure cavalcano una campagna mediatica di dimensioni planetaria affinché venga bandito il DDT anche quando gli si dice che tale battaglia ha comportato e comporta tuttora la morte di decine di milioni di bambini a causa della malaria che si è diffusa in maniera esponenziale attraverso le zanzare.

Sono pochi coloro che hanno qualcosa da dire nonostante ci sia un miliardo e mezzo di bovini, un miliardo di suini e altrettanto di conigli, 1,7 miliardi di ovini, 52 miliardi di avicoli, che aspettano di essere scuoiati dalla mano dell’uomo. Certo, non c’è da sorprendersi, è come per le manifestazioni contro il nucleare dove si vedono serque di animali umani scalmanarsi per poi tornare a casa e accendere la luce e magari il computer o il televisore per vedere se riescono rintracciare le loro facce nella manifestazione. Forse pensano che siamo un paese cattolico e l’energia la manderà Gesù bambino. Lo stesso sconsolante spettacolo lo danno i pacifisti che sono contro gli eserciti, contro la Nato. Certo, sono in buona fede perché sono contro la violenza, però non si rendono conto che le nostre testate puntate sono un deterrente necessario contro le armi che invece abbiamo puntate sulle nostre teste. Armi alle quali questi pacieri naif non fanno il benché minimo accenno mai. Manifestano irresponsabilmente contro i nostri eserciti inconsapevoli che possono permettersi di danzare e cantare canzoni di pace solo perché siamo armati fino ai denti. E’ questione di consapevolezza.

Dal punto di vista della consapevolezza quindi, è arrivato il tempo in cui il nostro rapporto con gli animali diventi più maturo, più “biocentrico”, che abbia un approccio più esistenziale, che si preoccupi in definitiva del benessere di tutti gli esseri: umani e animali. Dobbiamo fare un salto in avanti verso il superamento del vincolo specista, presupposto razzista che designa la specie umana dispoticamente padrona di tutte le forme viventi,  e del contrasto tra animalismo e movimento ambientalista tradizionale che considera la fauna in un’ottica antropocentrica solo per soddisfare i nostri bisogni, dobbiamo buttarci anima e corpo nello sviluppo creando le condizioni affinché l’allevamento e la vivisezione non siano più necessari.

Ecco come può aiutare la tecnosophia, la conoscenza della tecnologia. Può aiutare cercando di svegliare le coscienze affinché si faccia una scelta politica netta che superi le categorie ottocentesche di “destra” e “sinistra”, che abbia il coraggio di immettere nel sistema economico più energia, più investimenti nelle nuove tecnologie che possano fornire risposte veloci e attendibili, come le simulazioni al computer, gli studi su colture cellulari, i biosensori su chip al silicio, la genomica, la proteomica e quant’altro. L’auspicio è quello di un superamento dell'allevamento posto che in un futuro prossimo, sarà possibile che le bistecche siano create in laboratorio, senza animale, attraverso colture intensive di cellule. Cosa impedisce di avere prosciutti senza il maiale attorno? Solo una idiosincrasia verso le biotecnologie, l'idea balorda che sia meglio ciò che è “naturale” e il bombardamento anti Ogm che ci fa diventare più rimbambiti mettendoci, è il caso di dirlo, le fette di prosciutto sugli occhi che ci impediscono di vedere sia i milioni di animali che vengono sacrificati per esperimenti crudeli e antiscientifici, sia le centinaia di milioni di animali che ogni anno vengono macellati dopo aver passato la loro breve vita in cattività, per sfamare i quasi sette miliardi di esseri umani del pianeta. E’ una barbarie feroce, una violenta crudeltà che la tecnologia può e deve permettere di superare.

 

   Walter J. Mendizza

 

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