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di Patrizia Moschin Calvi  - indice articoli

 

Il karma degli animali

Di Charles Webster Leadbeater

Tratto da Rivista Italiana di Teosofia - nov. 1978.

Aprile 2016

 

Spesso ci si domanda come funziona il karma nel regno animale. Poiché non è concepibile che gli animali possano generare un qualsiasi karma, ci si domanda quale possa esser la causa dell’enorme differenza nelle loro condizioni e cioè, che mentre uno vien trattato con bontà e dolcezza, un altro è soggetto ad ogni specie di brutalità, e mentre l’uno è sempre ben curato e ben nutrito l’altro muore di fame o deve lottare per il proprio sostentamento.

Vi sono due punti di cui bisogna ben persuadersi:

1) che un animale genera spesso una somma abbastanza considerevole di karma;

2) che l’animale ben trattato non ricava quei vantaggi che si potrebbe supporre, poiché i suoi rapporti con l’uomo non sono sempre di natura tale da farlo progredire né da farlo evolvere nella buona direzione.

Il cane da caccia, per esempio, istruito dal cacciatore tende a diventare più selvaggio e più brutale di quanto non sarebbe sotto una altra forma vivente che la natura avesse potuto fornirgli, poiché l’animale selvaggio non uccide se non per soddisfare la propria fame; è l’uomo che ha fatto nascere nella vita dell’animale la perversità di uccidere solo per il piacere di distruggere. Per quanto intelligente esso possa essere, sarebbe stato meglio, per la povera bestia, che essa non fosse mai venuta in contatto con l’umanità poiché, a causa dei suoi misfatti, l’anima–gruppo di cui essa è parte ha generato un karma della peggiore specie, karma che tutti gli altri cani, che formano nel loro complesso le varie espressioni di questa anima–gruppo, saranno costretti ad espiare più tardi mediante sofferenze, per poter sradicare poco a poco il loro istinto selvaggio.

La stessa cosa può dirsi del cane di lusso, scioccamente guastato dalla sua padrona al punto di perdere insensibilmente tutte le qualità della razza cui appartiene e di non essere se non il servitore del suo egoismo e delle sue comodità.

In entrambi i casi l’uomo commette un abuso di fiducia rispetto al regno animale, in quanto egli sviluppa, negli animali affidati alle sue cure, gli istinti inferiori, anziché cercare di sviluppare i loro istinti superiori; per tal fatto egli genera un cattivo karma non solo a se stesso ma anche all’anima–gruppo cui appartiene l’animale.

Il dovere dell’uomo è dunque assai preciso: sviluppare nel cane la devozione, l’affetto, l’intelligenza e la facoltà di rendersi utile; nel tempo stesso reprimere con dolcezza, ma con fermezza, ogni manifestazione della sua natura selvaggia e crudele che un’umanità brutale ha incoraggiato per tanti secoli e con tanta perseveranza.

Alcuni ritengono che un cane ed un gatto entrano in una speciale incarnazione in ricompensa del merito di ciascuno. Queste creature, invece, non avendo ancora raggiunto per se stesse una distinta individualità, e per conseguenza non avendo generato karma individuale (nel significato ordinario di tale termine), non si trovano nella possibilità di meritare né di ricevere una ricompensa. Allorquando un determinato blocco di questa essenza monadica che, per così dire, evolve secondo la linea dell’incarnazione animale e che, raggiunto il suo punto culminante nel cane arriva, per esempio, ad un certo livello abbastanza elevato, gli animali, che quaggiù rappresentano le manifestazioni di questa essenza monadica, sono messi in contatto con l’uomo affinché la loro evoluzione possa ricevere l’impulso che solo questo contatto può loro dare.

Il blocco di essenza, che anima questo gruppo di cani, ha infatti accumulato la somma di karma dovuto al modo col quale esso ha diretto le sue molteplici manifestazioni, e che gli ha permesso di raggiungere il livello in cui tale associazione con l’umanità è possibile; a ciascuno dei cani che rappresenta una frazione di questa anima–gruppo, spetta una parte di questo risultato. È per questo che quando si domanda ciò che un cane abbia potuto fare per meritare individualmente una vita facile o penosa, ci si lascia ingannare dall’illusione di una semplice apparenza e si dimentica che non vi sono cani–individui prima dell’ultima parte dell’incarnazione finale, durante il corso della quale un’anima nuova si separa definitivamente dall’anima–gruppo.

Allorquando un animale viene maltrattato dall’uomo, non significa affatto il pagamento di un debito karmico da parte dell’animale, poiché un soggetto al quale si riferisce il karma non potrebbe rincarnarsi sotto la forma animale. Tuttavia l’anima–gruppo di cui esso fa parte ha dovuto generare del karma, senza di che il fatto non avrebbe potuto prodursi.

Spesso gli animali, intenzionalmente, si infliggono fra loro reciproche sofferenze. Per varie ragioni è da ritenersi che la preda sgozzata dall’animale selvaggio per essere divorata secondo ciò che si può chiamare l’ordine naturale delle cose, non soffre in modo rilevante; ma dalle inutili lotte alle quali di frequente si abbandonano gli animali come i tori, i cervi, i cani, i gatti ecc., derivano delle sofferenze volontariamente inflitte, che danno luogo, da parte di ciascuna anima–gruppo, ad un cattivo karma che dovrà in un modo o in un altro essere espiato nell’avvenire.

Questo tuttavia non diminuisce per nulla il grave errore del bruto che tratta gli animali con crudeltà o che li eccita alla lotta o a far soffrire altri animali. È fuori dubbio che da ciò risulti un karma estremamente penoso per l’uomo che ha mancato di esercitare il potere di aiutare che gli è proprio; egli per molte e molte vite a venire espierà il giusto risultato della sua abominevole brutalità.

Si trova nella letteratura teosofica un largo insegnamento sul karma e sulla rincarnazione degli animali, che si fonda su principi fondamentali chiari e perfettamente comprensibili. Io riconosco senza esitazione che tale insegnamento è elementare, che esso si limita a dei principi generali, ma mi rendo altresì conto come vi sia un gran numero di casi particolari in cui i dettagli del processo karmico oltrepassano le nostre possibilità intellettive; però ciò che si è potuto finora comprendere è sufficiente per dimostrare che la giustizia assoluta ed ineluttabile della grande Legge è una delle verità fondamentali della natura. Convinto di questa verità, ognuno attenderà fiducioso una comprensione più dettagliata ed estesa, fino al giorno in cui avrà acquisito delle potenti facoltà superiori, che sono le sole a permettere di vedere il funzionamento dell’intero sistema.

A misura che noi progrediamo, la luce divina ci illuminerà su molti punti finora rimasti nell’ombra; gradatamente, ma sicuramente, evolveremo sino alla conoscenza perfetta della Verità divina che già ci circonda, ci protegge e ci guida. Tutti coloro che hanno avuto il privilegio di studiare questi soggetti sotto la direzione e con l’aiuto dei grandi Maestri di Sapienza, sono talmente persuasi di questa verità che, malgrado la loro vista ancora imperfetta, si abbandonano con piena fiducia a questa grande Potenza di cui l’umanità non può ancora distinguere che qualche barlume.

 

Charles Webster Leadbeater

Tratto da Rivista Italiana di Teosofia - novembre 1978.

 

Charles Webster Leadbeater, vescovo e teosofo britannico, è stato anche co-fondatore della Chiesa cattolica Liberale. Notissima la sua collaborazione con Annie Besant nel sodalizio teosofico. Il suo incontro con Jiddu Krishnamurti sulla spiaggia di Adyar fu determinante nella vita di quest’ultimo, che fu incoraggiato così ad iniziare la sua preparazione spirituale.


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