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Rigor cordis. Per una filosofia del cuore

Di Giuseppe Pulina - Giugno 2013

Da: Rigor cordis. Per una filosofia del cuore di Giuseppe Pulina, Zona, Arezzo, 2013.

 

 

Rigor cordis. Per una filosofia del cuore di Giuseppe PulinaRigor cordis. Per una filosofia del cuore è l’ultimo saggio di Giuseppe Pulina. Edito da Zona di Arezzo, il libro presenta una particolare prospettiva filosofica su quelli che si potrebbero chiamare gli stati del cuore. Rigor cordis mette a fuoco una non comune idea del cuore, sottraendolo all’angusta funzione di semplice esecutore meccanico di processi puramente ed esclusivamente fisiologici. Tra le righe e, di pagina in pagina, in modo sempre più esplicito, il libro contempla anche un’ipotesi di carattere etico per una lettura alternativa del presente e del mondo.

L’autore si propone di battere in breccia i tanti luoghi comuni che accompagnano e fondano una certa idea del cuore nell’immaginario collettivo, dove non sempre la filosofia si è dimostrata in grado di agire come un filtro adeguato.

«Infilzato in una freccia (ignobile morte per impalamento!), marchiato come un voto d’amore su muri e cortecce d’albero, icona per loghi, t-shirt e sexy-shop, questo cuore fiacco e impotente non è più nemmeno l’ombra del cuore che fu. Potrebbe essere azzardato dire che sia stato vinto una volta per tutte dalla ragione e che la millenaria contesa tra questa e il cuore abbia sortito un verdetto favorevole alla prima, ma questo, ci piaccia o no, è più di un dato di fatto. Facendo il verso a Pascal, dovremmo dire che il cuore ha ragioni che la ragione ignora e che, tuttavia, ben si guarda dal volere indagare e conoscere. Forse non ci siamo mai veramente resi conto di avere un cuore, e così, ora che, cercandolo, non lo troviamo, non ci capacitiamo della gravità della perdita. Un po’ come piangere, senza riuscirci, la scomparsa di un parente che non abbiamo mai conosciuto e al quale potremmo dovere la vita. Il rimpianto non sarebbe, in questo caso, vero dolore e tante lacrime di coccodrillo si verserebbero invano. Potremmo rimediare con una foto incorniciata da mettere in bella vista, ma lo zio Pancrazio (proviamo a dare un nome al parente scomparso della cui esistenza, prima della notizia del decesso, non c’eravamo mai occupati) ritornerebbe ad essere in poco tempo quel benemerito sconosciuto di cui non c’è traccia nemmeno nell’album di famiglia. Anche dell’antico cuore sopravvivono oggi vuoti simulacri, simili a repertori di foto sbiadite, e le insegne luminose che lo riproducono sono il corrispettivo di foto tanto anonime da averne perso il conto.

«Per capire meglio ciò di cui parliamo c’è un esercizio di facile esecuzione che un terapeuta del cuore (da non confondere con cardiologi e operatori dello spirito) potrebbe raccomandare: posare una mano sul petto, posizionarla sul cuore, cercarne il battito, individuarne la fonte, tenere stretto il cuore e ascoltare. Prima ascoltare, e poi auscultare. Potremmo scoprire che il cuore ha una primogenitura sul mondo che avevamo dimenticato. Potremmo ricordare l’incanto che ogni essere al mondo deve almeno una volta avere provato” (pp. 12-13).

 

Ascoltare non è, dunque, auscultare. Ma l’uomo – sarà opportuno chiedersi – sa di avere un cuore? E che cosa significherà mai per l’uomo avere un cuore? sapere di avere un cuore?

«Immaginiamo la scena: il primo uomo, ma anche il primo animale non umano, che ha sentito per la prima volta bisbigliare il proprio cuore, forse dopo una corsa a perdifiato, per mettersi in salvo o per procurarsi di che sopravvivere. Questo primo esemplare di uditore del cuore deve avere provato quello che anche a noi è toccato provare la prima volta che il cuore si è annunciato. Una prima volta che non ricordiamo e che sentiamo, sappiamo, esserci, comunque, stata. Meraviglia? Terrore? Smarrimento? Eccitazione? Il cuore che batte nel petto, la prima volta, non può che mostrarsi come una presenza non prevista, un intruso o, se si vuole, un ospite non annunciato. Battito dopo battito, scopriremo che è sempre stato lì, e la conferma, rassicurante, ci verrà dalla costanza di questo suo pulsare ritmato. L’impressione che il mondo sia sempre stato così e che, in un certo senso, ci sia da sempre, ci viene proprio dalla familiarità che di esso ci siamo fatti non appena abbiamo aperto gli occhi, misurato il tempo e dato un sapore al passaggio di giorni e stagioni. Altrettanto abbiamo fatto con il cuore, abituandoci al suono che emette, sicuri di poterlo intendere se desiderosi di ascoltarlo, rendendo così intima questa familiarità che, non di rado, ci capita anche di dimenticare di averlo. Può anche accadere di cercare il cuore come facciamo con le chiavi di casa: presi dall’ansia di averle perse, frughiamo dappertutto, scartando quell’unico posto, le tasche del pantalone, dove siamo soliti riporle e custodirle. Ci sarà perciò accaduto di esserci messi sulle tracce del cuore e di non averlo cercato proprio lì dove è sempre stato. Del resto, viviamo gran parte del nostro tempo (una porzione smisurata del tempo che ci è dato) ignari del cuore. Incuranti delle conseguenze (ignorare di avere un cuore è sì o no come vivere senza cuore?), siamo diventati estremamente abili nel renderci indifferenti al suo battito. Eppure, questo battito deve avere esercitato un potente richiamo nell’uomo che per primo distintamente lo udì, sentendosene percuotere e attraversare dall’interno. Avrà tentato di ricambiare il suono, rispondere, porsi in comunicazione con questa entità interiore, rimanendo in ascolto per chissà quanto tempo prima di rinunciare ad intenderlo. Proprietari di un cuore o posseduti da un cuore? Succede anche a noi di non riconoscere il vero ufficio del cuore, volendolo vanamente signoreggiare o patendone una dipendenza troppo forte. No, il cuore ci appartiene – il nostro cuore, beninteso – ma non ne siamo padroni. Ed è materia che non può essere regolata da nessun testamento biologico, perché il cuore di cui parliamo non ci appartiene come ci appartengono gli occhi, il naso, la pelle o qualche altro organo. Noi siamo il nostro cuore; identificazione più stretta tra noi e il nostro corpo non si può dare, ammesso che il cuore sia solo una fantastica complessione di cellule elastiche capaci, attraverso vene e arterie, di far circolare la vita (pp. 17-18)».

 

Se diciamo “cuore” e scegliamo la via “cardiaca”, quanto ci teniamo distanti dalla ragione? Al di là delle teorie che le neuroscienze possono formulare a questo proposito e di quelle più o meno note di non pochi filosofi (Pascal, Descartes, Zambrano), quanto sarà credibile e accettabile oggi la contrapposizione tra cuore e ragione?

«Ciò di cui la mente vorrebbe liberarsi come ingombrante e tossica zavorra è ciò che il cuore potrebbe accettare di fare suo, ciò che nel cuore, un tempo, deve avere avuto asilo e riparo. E questo è il ricordo, il fare ritorno al cuore, essere nel cuore, venirne custoditi, presi in cura, accolti. Organo assimilatore, il cuore scopre nella ragione un agonismo che non gli è rivale e che non si traduce in formale complementarità. Una visione superficiale di questo rapporto potrebbe far credere che sia la ragione a far crollare la diga del cuore e che quest’ultimo sia, da parte sua, la causa dei turbamenti che scuotono la ragione. Parliamo di cuore e ragione e non di cani e gatti; il gioco delle parti disonorerebbe tanto la ragione quanto il cuore. Quale alleanza potrebbero allora avere stretto cuore e ragione? Lo abbiamo detto sin dal principio: il cuore ricorda, il cuore è ricordo; il cuore trattiene quanto può cadere nell’oblio, e il ricordo richiama al cuore anche ciò che è stato dimenticato, che è andato incautamente fuori orbita e che gli viene una seconda volta reso, perché la memoria, si sente dire, può essere anche redenzione. “Tutto passa per il cuore e tutto esso fa passare. Ma qualcosa ha da passare in esso che non scorra via col fiume della vita e del tempo che conosciamo”. Recita una canzone che sembra avere più anni di quanti in realtà ne abbia, “Ricordare è un po’ come morire”, ma ricordare è anche rinascere al mondo, colmare quanto più è possibile la misura, lambire l’oblio.

«E allora, verrà prima l’oblio o il ricordo? Ci sarà mai un ricordo, a noi accessibile, che non abbia in sé anche una porzione di oblio? (p. 60)».

 

Un trailer del libro può essere scaricato tramite il seguente link: www.editricezona.it/rigorcordis.htm

 

 

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