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Riflessioni Filosofiche

Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Note sul diario di viaggio sulle Alpi Bernesi di Hegel

di Roberto Taioli - Giugno 2020

 

Lo scritto appartiene al periodo giovanile del pensatore e fu composto in itinere tra il 25 e il luglio 1796 in occasione di un breve viaggio sulle Alpi Bernesi. Un diario quindi scandito giorno per giorno, in situazioni peraltro precarie, data la natura dell’ambiente in cui queste note erano scritte. Il testo non fu mai rielaborato e quindi appare al lettore nel suo apparente anonimo sommarsi di notazioni, osservazioni, riflessioni. L’interesse di questo scritto, piuttosto sottovalutato dalla critica, presenta altresì più piani di lettura che si intrecciano, comparendo e scomparendo nella narrazione, per poi riemergere a tratti l’uno o l’altro più impetuosi. Da un lato lo scritto ci fornisce un ampio e dettagliato spaccato antropologico e geografico delle popolazioni incontra sul suo cammino, alcune di esse ancora viventi allo stato brado, in una natura ostile e selvaggia, dall’altro sul piano filosofico evidenzia l’apprezzamento, lo stupore, talora lo sgomento per le forze che la natura scatena e che il pensatore vede all’opera durante il suo cammino.
Il testo rientra in un certo senso, dal lato estetico, in quel gusto romantico per la natura prevalente, dal quale anche il primo Hegel non fu esente e che tuttavia è contenuto e moderato dalla ricerca hegeliana della presenza del lavoro umano in quelle valli inospitali e aspre. Come ha ben colto Remo Bodei nella introduzione al testo, “Hegel cerca le tracce delle attività e del lavoro dell’uomo nel lori inserirsi - senza scalfirla più di tanto - in una natura indomita, entro cui sono, così da rallegrare e insieme spaesare il viaggiatore”1. Un interesse umano molto netto che già Hegel chiarirà ulteriormente in una lettera a Schelling, del 2 novembre 1800, considerato una sorta di manifesto del giovane pensatore verso l’elemento antropico nel suo dinamismo e scambio con la natura. In questa lettera Hegel scrive al filosofo: “Nella mia formazione scientifica, che ha preso le mosse dai bisogni più subordinati degli uomini. Io dovevo essere spinto necessariamente verso la scienza, e l’ideale della mia giovinezza doveva necessariamente mutarsi nelle forme della riflessione, in un sistema. Mi chiedo adesso, mentre sono ancora occupato con tale sistema, quale via cercare per ritornare a far presa sulla vita degli uomini2. Siamo ancora lontani ovviamente dalla antropologia di Feuerbach e dalla centralità sensibile che elaborò il filosofo della sinistra hegeliana nella sua critica alla religione.
Per meglio comprendere il formarsi delle riflessioni di Hegel sul paesaggio della montagna, seguiamo passo passo giorno per giorno il dipanarsi del suo viaggio. Lunedì 25 luglio 1796 è il giorno della partenza da Berna insieme ad altri tre precettori sassoni. La comitiva si dirige a Thun per imbarcarsi. Il paesaggio appare quindi ad Hegel durante la navigazione del lago e si manifesta subito variegato, dalle prime colline coltivate a frutteti, pascoli ed alberi, come una sorta di locus amoenus, allo scorgere di montagne e catene più inquietanti all’aspetto, come il monte Stochorn, che a seconda della visuale mostra una configurazione alquanto diversa. E poi, come l’aprirsi di un libro, altre vallate e altre montagne, sostanzialmente in un ambiente arido e selvaggio, inospitale e via via sempre più minaccioso. Il tono della narrazione di Hegel non nasconde un senso di squallore di vuoto difronte ai pochi agglomerati umani che incontro; cosi parla di Hinterlakken, che “consiste unicamente di case appartenenti a un ex-convento e che sta ai piedi di un monte, sul cui alto versante si apre la Val Habecheren” 3 Procedendo il loocus amoenus diventa inquietante, le valli si serrano strette l’una all’altra, lo spazio si riduce, prevale un senso di angustia che dal paesaggio si tramette al visitatore che si sente come soffocato. Hegel rende bene nel lessico questo stato, scrivendo del desiderio che lo spazio si allarghi, perché “lo sguardo continua ad urtare contro le rocce”4. Altrove parla di noioso alludendo al poderoso rumore di due torrenti che spumeggiano come un rombo di tuono. L’infaticabile processo della natura è osservato come qualcosa di stupefacente, ma anche di terribile, spaventoso. Non una necessità cieca della natura, ma piuttosto un libero gioco di forze grandiose che si incontrano e si combinano in un eterno variare. Hegel ciò lo spiega in un passaggio concettuale del diario nel primo giorno di viaggio:


Dal momento che quella che si osserva non è una grande forza, una potenza, il pensiero della coazione, della necessità della natura può restare lontano e la vitalità nel suo continuo risolversi e rifluire, nel suo movimento e nella sua attività perenne, senza essere riunita in un’unica massa, produce piuttosto lo spettacolo di un libero gioco.5


Un ritmo libero sistolico e diastolico governa questo processo che mai si raggruma e condensa in una unica massa, ma sempre si rilancia e si rinnova in una alternanza, in figure radicalmente nuove e che solo apparentemente paiono reiterarsi uguali. Stupirà ritrovare in altre pagine e giornate di viaggio, l’attenuarsi in Hegel di questo movimento che richiama alcune pagine del Trattato sulla pittura di Leonardo che dedica ai monti un’intera sezione della sua opera coglieva nella natura un organismo vivente, ove la tendenza inerziale e passivizzante della materia è sempre di nuovo risvegliata dal flusso irrompente del moto che la ridefinisce ad un più alto equilibrio.
Nella seconda giornata del viaggio alpino di Hegel (martedì 26 luglio) si scorge l’attenzione del filosofo per l’interazione tra natura ed azione umana. Il paesaggio, pressoché sempre disabitato, si anima in brevi scorci quando l’azione dell’uomo, dettata dalla legge della sopravvivenza, si piega e si arrovella per trovare spazi e terreni, ove lasciare la sua impronta:


Ancora dopo un’ora di cammino troviamo una striscia di campagna seminata a orzo. Non incontrammo mucche al pascolo. Tutti erano impegnati a falciare l’erba che viene messa da parte per l’inverno, mentre le mandrie con l’avanzare dell’estate salgono a pascolare più in alto. Anche il più piccolo scampolo verde di questa montagna viene utilizzato con la maggior sollecitudine e, anche a rischio di mettere a repentaglio la vita, si raggiungono veri e propri fazzoletti di terreno per cogliervi l’erba. Nei posti più spogli e pericolosi vengono sempre portate al pascolo delle capre che si rivelano utilissime per questi montanari.6


Del “montanaro” viene apprezzata l’arte secolare del discernimento nell’abitare luoghi ostili ed aspri, ove la vita va strappata quotidianamente alla durezza della natura. Non sarà questo l’unico luogo del diario ove Hegel sottolineerà questo elemento antropizzante che pare particolarmente interessarlo. L’uomo smuove la natura e ne prende le misure per trasformarla da potenziale nemica in benevola presenza che consente all’azione umana di fruttificare, seppur in una reiterata agone. Hegel non usa ancora il termine dialettica che comparirà in altra stagione del suo pensiero, ma è attento alle trasformazioni, al flusso perenne sotto il quale pare di individuare una identità, un’unica scaturigine che assume nel darsi forme diverse. La morfologia delle montagne non può prescindere per il giovane Hegel da questo connubio natura/uomo nel quale quest’ultimo nell’ambiente alpino pare soccombere, sparire, dileguarsi come l’infinitamente piccole davanti a forze grandiose e possenti che lo sovrastano. Eppure Hegel talora davanti a tali spettacoli pare inerte, come deluso di una attesa che pensava diversa:


Per quanto ci trovassimo vicini a questi monti e benché potessimo vederli interamente, dalla base alle vette, non ci hanno assolutamente fatto impressione, non ci hanno ispirato quel sentimento di grandezza e sublimità che c’eravamo aspettati7


Hegel sembrerebbe in queste pagine spiegare che l’atteggiamento di mancata pienezza nel gusto del paesaggio alpino sia dovuto ad una posizione ottica e che il senso di vertigine e di smarrimento quando si sia a distanza, si determina solo nel trovarsi ai piedi di una parete verticale, come alla base di un campanile di cui si è sovrastati dall’altezza. È allora forse la distanza, la non totale prossimità all’elemento che impoverisce e depotenzia l’ammirazione? Poco più avanti Hegel sembra voler confermare con maggiore condizione questa condizione:


Oggi abbiamo visto questi ghiacciai da una distanza di non più di mezz’ora di cammino, ma la loro veduta non offre nulla di particolarmente interessante. Si può solo dire che è un nuovo tipo di veduta, che però non offre assolutamente nessun’altra occupazione allo spirito se non la considerazione di trovarsi nel pieno della calura estiva a così breve distanza dalle masse di ghiaccio che un caldo simile non riesca a fondere se non in misura trascurabile8


Fino ad ammettere sorprendentemente che “una vista del genere non ha nulla né di grandioso, né di piacevole”9. È una dissonante posizione questa di un neoromantico che in un carteggio con Holderlin10, ove il poeta tedesco non nasconde la sua nuova sensibilità verso il sublime, parrebbe incline a sorvolare su questa Stimmung, seppur stimolato dall’amico che in una lettera del 10 luglio 1794 così scrive:


I tuoi laghi, le tue Alpi vorrei talora vederli attorno a me. La grande Natura ci fa nobili e ci rende irresistibilmente forti. Invece io vivo nella cerchia di uno spirito raro, insolito di ampiezza, di profondità, di lucidità, di destrezza.11


Troveremo anche in altre pagine del viaggio affermazioni di Hegel non prive di interesse per un filosofo che diventerà dialettico.
La giornata del 27 luglio procede regolarmente senza particolari sussulti, tranne che in un punto quando Hegel e i suoi compagni, attratti da un fragore incessante, si imbatterono nella cascata di Reichenbach. Lo streben, la tensione diventano più acuti e guidati da quella voce giunsero ai piedi della cascata. Senz’altro, pur nella sua impetuosità, un locus amoenus che tuttavia non esclude il senso dell’inquietudine; qui Hegel cambia registro stilistico ed anche stato d’animo, assistiamo ad una conversione delle emozioni che diventano non meramente descrittive né tantomeno inerti, ma partecipi dello spettacolo grandioso che viene rappresentato dalla natura:


Improvvisamente, mentre ci avvicinavamo ad alcune case, lateralmente ci si offrì la vista della parte superiore della cascata e noi le andammo incontro, contenti, attraverso prati resi fradici dalla pioggia. Sul verde pianoro che le sta di fronte, il polverio d’acqua, che il vento causato dalla cascata sospingeva verso di noi, ci ha completamente inzuppati. Ma per poter vedere meglio la cascata, bisogna scendere su di un’erba scivolosa più in basso, sino all’orlo dell’abisso in cui essa si sprofonda. Da qui si gode la vista della cascata, per la parte che se ne può scorgere, e la maestosità dello spettacolo ci ha in ogni caso compensato della fatica di una giornata spiacevole. Attraverso una stretta fenditura nella roccia l’acqua in alto irrompe compatta, poi cade perpendicolarmente in basso in onde più ampie; in onde che attraggono costantemente in sé in basso lo sguardo dello spettatore, senza  che egli possa mai  fissarle, mai seguirle, perché la loro immagine si dissolve attimo per attimo e, ad ogni momento,, è scalzata  da un’immagine nuova e in questo caso egli vede contemporaneamente la stessa immagine e al contempo che non è la  stessa12


È forse azzardato in questo passaggio vedere l’affacciarsi ancora non teorizzato dell’Aufhebung (togliere/conservando) che sarà il motore della dialettica hegeliana. Nell’Hegel giovanile non opera ancora la fatica del concetto che scandirà l’evolversi maturo del suo pensiero. C’è nello spettacolo della cascata qualcosa che sorprende ed è la trasformazione dell’elemento liquido che pare aver sempre la stessa immagine, ma al contempo non è mai la stessa. Ciò non avviene allo sguardo dello spettatore, ma nella profondità del processo dinamico, ove il succedersi, il cambiare, il trasformarsi è incessante, rimanendo sempre interno allo stresso elemento. E quindi il mutamento avviene, anche se lo spettatore non ne coglie il farsi, attraversato dallo Streben, la tensione verso l’evento, il protendersi verso quel paesaggio. Questo stato di fusione e di compenetrazione tra sé e la natura, lo vedremo operare nel poemetto Eleusis che Hegel indirizzerà a Holderlin nell’agosto del 1796 13 e del quale riparleremo nel prosieguo di questo lavoro e scritto in concomitanza con il viaggio sulle Alpi bernesi. Ciò che sorprende nelle pagine del diario di Hegel è lo scarto già sottolineato tra la possibile rappresentazione dello spettacolo in un quadro, dove il processo dinamico è ristretto ed arrestato e l’inarrestabile procedere della vita sensibile:


Un quadro può offrire soltanto una parte dell’impressione totale, ovvero la medesimezza ch’esso deve fornire con parti e contorni determinati: di contro, l’altra parte dell’impressione, l’eterno, inarrestabile mutamento di ogni parte, l’eterno dissolversi di ogni onda, di ogni schiuma che trascina continuamente l’occhio con sé e non permette allo sguardo di conservare, se non per attimi, la medesima direzione, tutta questa potenza, tutta questa vita, va interamente perduta.14


L’immobilità e fissità del quadro sempre uguale a sé stesso, urta contro il “fluire possente”15 della vita che sempre sorpassa il profilo determinato della rappresentazione andando così perduta la potenza della natura. Si chiede quindi all’occhio umano di lasciarsi sorprendere dall’ondata di senso che lo raggiunge, solo attraverso il quale, come nell’Infinito leopardiano, l’immaginazione può operare (io nel pensier mi fingo). Ecco allora l’angoscia, il senso di estrema finitezza e precarietà che il diseguale confronto con l’infinitudine genera nell’umano sentire. Un senso di naufragio.
La giornata del 28 luglio nel diario hegeliano registra come il solito note di transito, ma anche almeno due riflessioni antropologiche e filosofiche degne di nota. La prima riguarda gli abitanti della Val d’Hasli in quanto godono di maggiori diritti politici rispetto ad altre popolazioni. Inoltre lo studio dei diversi dialetti svizzeri dovrebbe condurre ad una miglior comprensione di molte espressioni ricorrenti negli scritti tedesco-antichi. In tale valle, osserva Hegel, si incontra un tedesco che in altre regioni della Svizzera trova gande fatica per capire la lingua della gente locale, mentre in questo territorio la cosa gli risulta più agevole. Si odono più distintamente pronunciare i suffissi verbali che terminano in ‘ensimili a quelle della lingua tedesca antica. L’isolatezza di questa popolazione si riverbera anche nella costituzione politica. Pur avendo dei rappresentati nel governo di Berna, essi per incuria degli stessi hanno perduto importanza nelle decisioni del governo sulle questioni locali e del territorio. Sono quindi molto forti e persistenti le istanze locali, le consuetudini del vivere associato, l’organizzazione della vita quotidiana, a partire dalla alimentazione. Si parla infatti di piccole comunità disperse in un ampio e spesso ostile territorio che non facilita l’integrazione. La seconda riflessione di ordine prevalentemente teorico e filosofico concerne ancora la relazione tra l’uomo e la natura (in tal caso la montagna), cui Hegel aveva già fatto cenno in altri tratti del viaggio. Il giovane Hegel parla di una necessità della natura ad essa intrinseca, materializzatasi, senza l’operare dell’uomo, “se non osservando l’eterno infuriare, privo di effetti eppur sempre ripetuto, di un’onda lanciata contro simili rocce”16. Improvvisamente il paesaggio cambia aspetto, la vegetazione si fa più rada, gli angoli delle rocce si fanno arrotondati per l’azione dell’acqua ed emergono radici di piante raccolte da una famiglia per distillarne liquore. Scrive Hegel a proposito:


Dubito che anche il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo della utilità per l’uomo che deve invece rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre e valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non aver distrutta in una notte, la sua povera casa e la stalla delle mucche.17


L’azione dell’uomo sembra soccombente di fronte alle grandi forze del creato, quasi rassegnato a subirne gli esiti sconvolgenti, imparando semmai a convivere con  gli stessi senza la pretesa di piegarli e dominarli: “anche se spesso su un sentiero degli uomini sono stati colpiti  da una caduta di massi, continuano tranquillamente a percorrerlo”18, diversamente dagli abitanti della città che cercano nelle chiacchiere una sorta di risarcimento alla sventura, in quanto non  sono soliti a coabitare con essa. Nel territorio alpino il rischio, il pericolo, la paura sono consustanziali alla natura e gli abitanti se ne sono abituati, accettandola come cifra del loro vivere. E poi nel procedere del viaggio, il diario riporta un passo decisivo per spiegare lo stato d’animo di Hegel di fronte allo spettacolo alpino, che sembrerebbe cancellare ogni contorno romantico ed emotivo, riportando la contemplazione alla sua spietata constatazione di ciò che è, come davanti ad una morte, ad una inerzia passivizzante e funerea.


Né l’occhio, né l’immaginazione su questi massi informi trovano un punto su cui quello possa sostare con piacere o quella possa trovare un’occupazione o uno spunto per il suo libero gioco. Solo il mineralogista trova materia per arrischiare avventate congetture circa le rivoluzioni di queste montagne. La ragione del pensiero della durata di queste montagne, o nel tipo di sublimità che si ascrive loro, non trova nulla che le si imponga e le strappi stupore e meraviglia. La vista di questi massi eternamente morti a me non ha offerto altro che la monotona rappresentazione, alla lunga noioso del: è cosi.19


Hegel nota una sorta di indifferenza rispetto a ciò che sembra immobile, inerte, come la natura osservata con l’occhio classificatore di un mineralogista che esamina un reperto senza vita, giacente in una definitiva passività.
Siamo in questo passo distanti dalla fusione tra immaginazione e natura (cara ai romantici) la cui eco risuona in Holderlin, nell’esordio dell’Elegia Heimkunft20:


Là in grembo delle Alpi è ancor notte chiara e la nuvola
Addensando gioia, ammanta lì dentro lo squarcio della vallata.
Piomba qui e là fragoroso l’allegro vento montano,
A picco traverso gli abeti un raggio balena e dilegua.
Lento s’affretta e combatte, con gioia di brividi il Caos
In giovanile tempra, eppur forte, celebra amorosa gara,
Fra le rupi, fermenta e vacilla entro l’eterne barriere,
Poiché più bacchico sorge là in fondo il mattino nell’alto.
Più infinito, là cresce l’anno e le sacre
Ore, i giorni, son con più audacia ordinate, commiste.
Eppure osserva il tempo l’uccello della tempesta,
Alto fra i monti si ferma nell’aria e chiama il giorno
Ora si sveglia nel fondo anche il piccolo borgo
E familiare con le altitudini intrepido guarda alle vette.
Presago della crescita, ché già come fulmini piombano
Le antiche sorgenti, il suolo sotto lo scroscio vapora.
Eco ritorna all’intorno e la smisurata officina
Sempre è in lavoro, di giorno e di notte a dispensare i suoi doni.
Queste risplendono intanto le argentee cime nell’alto
E già colma di rose è lassù la neve raggiante


Il passo hegeliano sopra ricordato è stato a lungo considerato come testimonianza dello scarso interesse di Hegel verso la natura montana, per la quale non avvertirebbe alcuna pulsione fusionale e slancio dinamico. Questa posizione non va tuttavia assolutizzata ed eretta a paradigma in quanto nel giovane Hegel si possono trovare tracce consistenti della Stimmung romantica, come nei versi della poesia Eleusis dell’agosto 1796 (un anno dopo il viaggio sulle Alpi Bernesi) indirizzata a Holderlin, ove emergono sfumature e tonalità di un approccio mistico e spirituale alla natura:


Attorno a me, in me abita la pace. Degli uomini indaffarati
Dormon le cure incessanti, lasciandomi libertà
Ed ozio. Io ti ringrazio
O notte, o mia liberatrice! Con un velo di bianchi vapori
La Luna avvolge gli incerti contorni
Delle lontane colline e amichevolmente viene verso di me scintillante
La striscia luminosa del lago. […]
Il mio sguardo si innalza verso la volta dell’immenso cielo,
verso di te, brillante astro della notte,
e di tutti i desideri, di tutte le speranze,
cala l’oblio su di noi della tua eternità.
Lo spirito si perde in questa contemplazione,
quel che chiamiamo “mio” si dissolve,
io mi abbandono all’incommensurabile,
io sono in lui¸ sono tutto, non sono che lui.
21


Il dissolvimento dell’io nell’immensità del tutto, l’offrirsi ad uno sguardo cosmico entro cui annullarsi e perdersi come parte di una totalità, l’emergere della contemplazione e del sentimento del sublime, sono tratti della sensibilità hegeliana di tal periodo, documentata nel carteggio con Holderlin. Il sentimento del sublime di cui aveva parlato Kant nella Critica del giudizio riaffiora come problema estetico in Hegel sotto forma di una adesione interiore e non concettuale, in cui fenomenico e morale si armonizzano in una finalità soprasensibile, in un telos che è la bellezza sempre riaffiorante e mai fissata in una categoria.
Nella giornata del 29 luglio il transito procede con regolarità; Hegel è molto attento a segnalare l’opera dell’uomo che convivendo con la natura impara in qualche modo a difendersi servendosi di pali che durante i periodi di neve alta, indicano al viaggiatore il cammino, evitandogli la caduta in profondi crepacci. Così come nomina con precisione geografica i nomi delle vette e dei luoghi che incontra. Le località ove la comitiva sosta rifocillarsi, sono per lo più aridi agglomerati di ghiaccio e roccia suscitanti “desolazione e tristezza”22, spazi strappati e scavati in grosse fenditure della montagna. Hegel, come sappiamo, non fa il mineralogista rispetto all’origine di questi materiali, ma pare invece attratto antropologicamente dai modi di vivere semplici ed essenziali dei gruppi umani incontrati nei villaggi:


In una baita vallese in cui lungo il cammino abbiamo bevuto del latte, incontrammo alcuni ragazzi che in un angolo della baita, che non aveva altra luce all’infuori di quella proveniente dalla porta, si erano costruito un giaciglio in pietra su cui vi erano alcune lenzuola e costituiva il loro letto. Accanto pendeva un paiolo in cui essi facevano il loro formaggio. La parte restante della baita era proprietà dei maiali. Oltre che questi ragazzi bene educati ci eravamo imbattuti prima in alcuni contadini vallesi, tutti vestiti del colore dei cappuccini, mentre gli abitanti della Val d’Hasli, che avevamo visto sino ad ora, erano tutti vestiti di blu.23


Usanze, pratiche di vita e perfino gli indumenti segnano la variegata appartenenza etnica dei gruppi umani incontrati sul cammino e di cui si individuano i tratti. Come ben ha sottolineato Remo Bodei nella sua Introduzione, il viaggio Hegel sulle Alpi bernesi non ha nulla di un “viaggio sentimentale”. Lo stupore verso la grandiosità della natura è stemperato in un più marcato interesse verso l’umano e le modalità del suo inserimento nel territorio che gli è dato.  Citiamo in tal senso un passo di una lettera a Schelling del 2 novembre 1800, ove il filosofo esplicita la sua posizione:


Nella mia formazione scientifica che ha preso le mosse dai bisogni più subordinati degli uomini, io dovevo essere spinto necessariamente verso la scienza, e l’ideale della mia giovinezza doveva necessariamente mutarsi nella forma della riflessione, in un sistema. Mi chiedo adesso, mentre sono ancora occupato con tale sistema, quale via cercare per ritornare a far presa sulla vita degli uomini.24


Diversa è la posizione di Kant che adombra la presenza del sublime, pur nella paurosa presenza di fenomeni naturali (Kant cita espressamente le montagne) che si scatenano:


Le rocce che sporgono in alto audaci e quasi minacciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni, i vulcani che scatenano tutta la loro potenza distruttrice, e gli uragani che si lasciano dietro la devastazione, l’immenso oceano sconvolto dalla potenza, la cataratta d’un grande fiume, etc., riducono a una piccolezza insignificante il nostro potere di resistenza, paragonato con la loro potenza. Ma il loro aspetto diventa tanto più attraente per quanto è spaventevole, se ci troviamo al sicuro; e queste cose le chiamiamo volentieri sublimi, perché esse elevano le forse dell’anima al di sopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una facoltà di resistere interamente diversa, la quale ci dà il coraggio di misurarci con l’apparente onnipotenza della natura.25


Nel testo hegeliano del viaggio sulle Alpi Bernesi la posizione del pensatore è oscillante; accanto ad un senso di noioso fastidio per il continuo ripetersi dell’eguale, (le masse pietrose inerti e mute ecc.) emerge talora, senza tuttavia pervenire alla pienezza del sublime kantiano, una percezione della bellezza e mutevolezza del paesaggio, quasi fosse un incantesimo dialettico che mitiga e corregge l’immobilità. Ciò che colpisce il pensatore, ma qui prevalentemente viaggiatore pensante, è il fluire possente e la vita perenne dell’acqua che nessun elemento può contenere, tantomeno la rappresentazione in un quadro. In Kant il sublime (dal latino sublimis, oppure nella variante sublimus, composto da sub – sotto e limen - soglia, propriamente ciò che giunge alla soglia più alta) si poneva come  stato di elevazione dell’uomo che in quanto schiacciato dalla preponderanza delle forze naturali, rivendica per sé la cifra di ente dotato di ragione, guidato da leggi  morali ed elevandosi gode dell’idea della propria libertà nel momento in cui essa pare essere annientata.
Proprio facendo leva sull’elemento liquido Hegel individua, per contrasto alla massa inerte della roccia, il movimento del fluire dell’acqua anche attraverso la più piccola fenditura nella roccia, e che nel suo farsi strada verso il basso, acquista rumore, visibilità, consistenza, in onde che attraggano sempre più in basso lo sguardo stupito dello spettatore. Per alcuni aspetti questo sentire hegeliano, s’avvicina al sublime di Goethe che ne coglieva la presenza nel senso di pace, di severo silenzio e di serenità ispirato dai luoghi alpestri, nella descrizione dei suoi viaggi in Svizzera, o nella descrizione del 1797 della cascata del Reno a Sciaffusa, simile a certi tratti hegeliani del Diario:


Distruzione, restare, durare, movimento, immediata immobilità (o pace: Rube) dopo la caduta.26


Nella giornata del 30 luglio, il convoglio procede regolarmente senza particolari annotazioni significative, mentre nella giornata del 31 luglio, conclusiva del viaggio, ormai sul punto di imbarcarsi per il ritorno attraverso il lago di Gersau, Hegel assiste ad un evento sconvolgente scaturito dalla ferinità della natura. Il paesaggio che fino ad allora esta stato accogliente e benevolo verso l’uomo, d’un tratto gli rivolta contro.


Ora, alle nostre spalle, si levò un temporale. Si susseguirono i tuoni e sul lago ancor sempre calmo caddero i primi goccioloni. Per difenderci dalla pioggia, dovemmo scendere a terra. Di fronte a noi vedemmo le macerie del villaggio di Weggis sprofondato nel lago. L’anno lo scorso, in luglio, molta gente aveva sentito che la terra e l’intero paesaggio si stavano lentamente muovendo. Essi avvertirono gli altri abitanti del paese che si allontanarono con i loro averi: lo smottamento durò due settimane durate le quali essi salvarono ogni cosa, addirittura poterono abbattere ricostruire alcune case, sino a che, infine, una dopo l’altra le case rimaste franarono nel lago.27


Nella febbrile contesa con la natura l’uomo si accorge che essa non è madre, e in ciò condivide la lettura che ne fa Spinoza. Non madre né matrigna, ma solo indifferente, come nel Leopardi delle Operette morali. L’uomo tenta di dominarla solo quando riesce a carpirne gli elementi utili alla sua sopravvivenza, ma senza intaccarne le leggi e lo status, come Hegel spiega in questo passaggio:


Nella parte alta della vallata ci fermammo da un margaro che possiede diciotto mucche, il cui latte ogni giorno gli fornisce all’incirca trenta libbre di formaggio e in primavera, quando l’erba è più abbondante e migliore, quasi quaranta libbre. Costui ci ha anche spiegato il processo di caseificazione e utilizzazione del latte. Ovvero tutte le mattine il latte munto la sera precedente, insieme con quello munto la mattina stessa, viene raccolto in un paiolo posto su un fuoco leggero e viene scomposto con un acido preparato particolarmente dallo stomaco dei vitelli, chiamato presame.  La massa   deve diventare solo tiepida. Quando la separazione, che viene favorita con un continuo rimescolamento, è avvenuta, la parte acquosa viene tolta, quella solida viene avvolta in uno straccio e poi compressa in una forma rotonda di legno. L’ulteriore parte fluida rimasta, che si chiama siero, e che non è molto diversa dal latte, ma solo ha un gusto un po’ più acido e ha già assunto un colore giallognolo viene ora posta su un fuoco vivace e di nuovo scomposta mediante cottura. La massa bianca solida viene chiamata Ziegger, (ricotta) viene salata e messa da parte specialmente per l’inverno. La parte fluida che qui si chiama Schotte (latticello) in parte viene bevuta dagli uomini, in parte è data da bere agli animali.28


Ma nella lettera di Hegel a Holderlin dell’agosto 1796, trasmettendogli il poemetto Eleusis Hegel sembra ricapitola a sé con i toni sfumati della poesia, il lascito del breve viaggio sulle Alpi svizzere: il senso acuto e irrinunciabile  della verità cui tendere incessantemente che non contrasta con le ristrettezze e le  durezze della natura, qui edulcorate in immagini di conforto e cura, quasi a voler innestare la forza della ragione e della libertà in un unico sigillo ove convivessero:


Intorno a me, dentro di me, la pace.
Mai non s’arrende al sonno il faticoso
Affanno dei mortali intenti alle opere,
ma essi mi danno pace e libertà.
Grazie a te, notte, che mi rendi libero!
Fascia la luna dei remoti colli
Gli sfumati contorni con un velo
Di bianche brume, Per di qua scintilla
Ridente il lago in strisce luminose.
La memoria dei giorni si dilegua
Coi suoi tediosi strepiti e lunghissimi
Anni pare distante. La tua immagine
Mi si presenta, caro, nella mente
E dei giorni sfuggiti il godimento.
Ma una speranza li dilegua: quella
Di un bel più dolce rivederci. Il quadro
Dell’abbraccio focoso, lungamente
Aspettato, già sorse a me davanti.
Poi le domande; poi celatamente
Il mutuo sguardo che all’amico scruta
Se abbia alterato il tempo l’espressione,
i modi, i sentimenti; poi la gioia
di trovare più salda e più matura
la fede alla promessa di altri tempi,
che non ebbe a sigillo un giuramento,
di VIVER SOLO PER LA VERTA’
LIBERA E MAI FAR PACE CON LA NORMA,
CHE SU OPINIONI E SENTIMENTI IMPERA.
Al di sopra di fiumi e di montagne
Agile a te la brama mi traeva,
poi col greve reale scende a patti.
Un sospiro il dissidio presto svela
E fugge il sogno della fantasia.
Verso l’arco dei cieli sempiterni
Alzo allora lo sguardo, a te rivolto,
astro pieno di luce della notte,
che di brame e speranze dell’eterno
piovi su noi l’oblio. Nel contemplare,
a sé stessa la mente fa naufragio:
ciò che il mio nominava si dilegua;
all’immenso mi affido; sono in esso,
io sono tutto, sono esso soltanto.
Quando così straniato a sé riapproda,
teme il pensier l’infinito e, attonito,
del contemplare non attinge
La fantasia, sposandolo alle forme,
alla mente l’eterno fa vicino.
Spiriti eccelsi, ombre nobilissime,
fronti raggianti piena perfezione,
salute, dunque, a voi! Non ha timore
ora la mente e il lume che vi avvolge
sento che è l’aura del suolo natio.
Cerere, che in Eleusi avevi trono,
se oggi da sé crollassero le porte
del tempio che ti è sacro! Con lo spirito
colmo d’ebbrezza coglierei nel fremito
ora la tua presenza. Ai tuoi misteri
sarei iniziato e al senso dei tuoi simboli,
dei conviti dei numi saprei i cantici,
del loro senso le sentenze altissime.
Si son fatte silenti le tue case,
ahimè, mia dea: disertati gli altari,
All’Olimpo è fuggita dagli dei
La bella cerchia. E il Genio d’innocenza
Che in incanto l’aveva trattenuta
Quaggiù, pure è fuggito dalla tomba
Dell’empia umanità. Tace il sapere
Dei sacerdoti tuoi. Neppure un suono
dei sacri riti s’è per noi serbato.
Chi ricerca curioso e del sapere
Vanta il possesso (mentre ti disprezza),
quando l’amore del sapere supera
invano indaga. A farsene padrone
scava, invano, alla cerca di parole
che dall’alto tuo senno abbiano l’orma.
Altro che polve e cenere non trova
Con cui giammai ti può tornare in vita.
Ma materia senz’anima, putredine,
pregia la gente eternamente morta,
del proprio quasi-nulla sempre paga.
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Indubbiamente in Eleusis risuonano temi romantici, con richiami ricorrenti al mondo spirituale dei Greci e ai loro temi fondativi; tuttavia, a giudizio di alcuni, questo altro non sarebbe che il contenitore  che rinvia “in maniera cifrata, ad eventi presenti, contemporanei, ma che tuttavia nono sono sempre in gradi di, sia pure occultamente, evocarli/coprirli, perché sono inadeguati all’inaudita diversità del Nuovo che la storia presentifica”30.
Secondo tale lettura Hegel avrebbe occultato, più di quanto fecero Holderlin e poi Novalis, il nuovo che si affacciava alla storia (la Rivoluzione francese), in un canto ove risuona prepotentemente l’anelito alla verità. Il decor stilistico di Hegel conterrebbe quindi una verità più grande di quella di cui parlano i versi e che ancora non può essere annunciata.

 

   Roberto Taioli

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE- Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano. Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico. Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900. Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

NOTE
1 Bodei, Remo, Prefazione a G. W. F. Hegel,  Diario di viaggio sulle Alpi bernesi, Ibis, Como, 1990, p. 12. D’ora in poi citato con la sigla DVA

2 Hegel an Schelling, den 2 November 1800, in Briefe von  un Hegel, a cura di J. Hoffmesister, vol I, Hamburg 1952, pp. 59-60, trad. It.  G. F. W. Hegel, Lettere, cit. p. 44.

3 DVA, p. 29.

4  p. 30.

5 p. 32.

6 p. 36.

7 p. 39.

8 p. 41

9 p. 41 

10 Hegel /Holdelin, , Eleusis, Carteggio,  a cura  di L. Parinetto, Mimesis Edizioni, Milano, 1996

11  cit., p.  43.

12 DVA, cit. pp. 47-48.

13  vedasi Carteggio, cit. pp. 61-69.

14 DVA, cit. p. 49-50.

15 p. 49.

16 p. 54.

17 p. 56.

18 p. 56

19 p. 57.

20 F. Holderlin, Heimkumft (1801), in Samtliche Werke, in Poesie, Torino, 1963, Ritorno in patria, trad. It. Di G. Vigolo, vol II, p. 107.

21 G. W. F. Hegel, Eleusis, vv 1-7, 26-33; trad. It di R. Bodei, in K. Rosenkranz, Hegels Leben, trad. it., p. 97.

22  DVA, p. 63

23 p. 65.

24 Hegel an Schelling, den 2 November 1800, in Briefe von und an Hegel, a cura di J. Hoffmeister, vol. I, Hamburg 1952, pp. 59-60. Il testo è ripreso da R. Bodei in Introduzione, VDA, cit. p. 13.

25  I. Kant, Kritich der  Urheilskraft,  paragrafo 28, p. 261,  Critica del giudizio, Bari 1970, p. 112.

26  J. W. Goethe, Reise in Die Scheweiz (1797), in Artemis- Gedenkausgabe, a cura di  E. Beutler, Zurich, 1959, vol. 12, p. 174.

27 VDA, p. 76.

28 VDA, pp. 45-46.

29  G. W. F. Hegel, Eleusis, in Hegel /Holderlin, Eleusis - Carteggio, a cura di Luciano Parinetto, Mimesis Edizioni, Milano, 2014, p. 61

30 L. Parinetto, Nota introduttiva, in Eleusis, cit., p. 35.


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