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Riflessioni sull'Antroposofia. La Scienza dello Spirito

Riflessioni sull'Antroposofia

La Scienza dello Spirito

di Tiziano Bellucci   indice articoli

 

Il Pensare ritrovato

Novembre 2012

 

Tutte le passate, antiche forme di conoscenza si basavano sul principio dell’osservazione della natura: l’osservazione dei fatti, l’analisi dei fenomeni in sé già completi. E’ andato perduto tale antico metodo: quello che donava una conoscenza “artistica” del mondo.
Si deve essere consapevoli che procedere nell’indagine del mondo secondo il canone scientifico attuale, significa creare un collegamento fra i fatti empirici esteriori (osservazione) e qualcosa di costruito in modo completamente interiore (leggi concettuali). E’ l’uomo che “inventa”, deduce o suppone una logica che opera nei fenomeni percepiti: non sono mai le cose che parlano di sé, ma l’uomo che le precede, tentando una spiegazione di esse.

Goethe ha cercato di rivalutare e ricostruire in forma moderna un nuovo metodo scientifico, basandosi su un principio di osservazione, “artistica”.

Egli “non usava la ragione per ricercare qualcosa dietro i fenomeni, ma per osservarli in modo che si spiegassero a vicenda e si componessero in una unità”.

Goethe aveva istituito un metodo di osservazione pura, in cui usava il pensiero non per “ragionare” o dedurre significati intellettuali dalle cose: usava la ragione per leggere le cose.

Noi leggiamo uno scritto, formando un tutto con le singole lettere: ogni singola riga ci consegna un determinato senso o concetto. Analizzare le singole lettere non ci porterebbe a nulla. Nel linguaggio ordinario si deve smettere di prestare attenzione (dimenticare) della forma delle varie lettere alfabetiche che compongono una parola, se si vuole arrivare ad apprendere il senso che è espresso nella parola intera. Non porta a nulla considerare la forma della “C” o della “L” se si vuole arrivare al concetto della parola “cielo”.

Si deve operare una sintesi: dimenticarsi della totalità delle lettere, per accogliere il significato che tutte insieme contengono, esprimono nella loro totalità.

Goethe faceva lo stesso con i singoli fenomeni della natura. Non filosofeggiava sulle vibrazioni del suono, della luce, delle forze misteriose che potrebbero esistere dietro ad un processo. Non usava la ragione per speculare cosa opera dietro i fenomeni. Ma così come noi leggendo uno scritto dobbiamo collegare ogni lettera e dimenticarci delle forme della scrittura per cogliere il significato concettuale, egli riunisce tutti i singoli fenomeni in modo che sia possibile leggerli nel loro insieme. Goethe adopera il pensiero come un mezzo di “lettura cosmica”. Egli attende che la contemplazione dei singoli fenomeni lo porti a far si che essi si spieghino a vicenda componendosi in una unità. Non cerca qualcosa dietro al singolo fenomeno, ma cerca di “leggere” nei fenomeni che accadono spazialmente e nel tempo, un significato superiore. “Non si cerchi nulla dietro i fenomeni, sono essi stessi l’insegnamento.”

Accade qualcosa di analogo, quando in termini occulti, rosicruciani, si parla de “La lettura della scrittura occulta,” la modalità esoterica di definire la coscienza ispirata. La “capacità di leggere i caratteri di cui sono composti i nomi divini”. Di fatto i “caratteri” di siffatta scrittura occulta sono quelle immagini eteriche che appaiono al discepolo attorno agli oggetti che egli contempla tramite l’immaginazione, dopo aver superato la fase di concentrazione del pensiero: tali rappresentazioni immaginative devono venire composte insieme, o meglio dimenticate per poter far affiorare il significato globale di ciò che dietro ad esse vive e si può esprimere.

Come scienziati dello spirito, si deve riuscire addirittura arrivare a superare lo stesso Goethe (che era il precursore di questo nuovo modo di indagare) per arrivare a conseguire un tal sentimento di unificazione con i processi stessi. Si deve voler vivere entro i fenomeni, desiderare di immedesimarsi in essi, vivendoli intensamente. In tal modo si realizza quell’atteggiamento di dedizione amorevole nell’atto della ricerca: l’unico che conferisce risultati alla ricerca occulta.

Secondo le indicazioni di Goethe, dobbiamo quindi rieducarci alle fenomenologia e all’osservazione. Ma la vera novità dell’indagare goethiano sta nella fase finale dell’osservazione.

Immaginiamo per esempio che l’indagine sia rivolta verso una determinata pianta o un dato minerale; anche se questo è applicabile anche a fatti o eventi umani.

Dopo essersi familiarizzati con l’intero decorso spaziale/temporale dei vari fenomeni, dopo aver analizzato, realizzato diverse e attente osservazioni delle singole fasi esprimenti il tema indagato, occorre ritrarsi in un ambiente appartato e silenzioso. Occorre cominciare a ricordare esattamente e chiaramente tutte le osservazioni compiute, tutti i singoli particolari investigati. Possibilmente senza usare le parole e la dialettica, ma solo evocando le immagini di ricordo le osservazioni compiute. Accade allora che fra i ricordi e unitamente all’attività del ricordare si affaccerà una nuova immagine ben densa e pregna, nella nostra coscienza. Si tratterà poi di cancellare tutto, di reprimere tutto per deliberazione interiore: attivando la coscienza ispirata. Si dirigerà ora l’attenzione soltanto verso la forza animica di dedicazione impiegata. La coscienza deve essere sgombra di immagini: impregnata solo dell’eco della forza di sentimento spesa sinora.

E si attenderà così pazientemente, un responso dal mondo spirituale. Che non tarderà ad arrivare al di là dell’abisso. Apparirà una conoscenza che mostrerà un altro lato dell’esistenza.

Ma ci si potrebbe chiedere: come mai è possibile ottenere una conoscenza che si basa sulla percezione (osservazione), anziché sui concetti?

In conseguenza all’applicazione di questa metodologia goethiana non solo si può ottenere una coscienza siffatta, ma si svela anche la missione della forza del pensiero e il suo ruolo nell’economia conoscitiva umana. Si comprende cosa è il Pensiero vivente. Come espressione della corrente di vita dell’universo che intesse con la sua trama, ogni cosa esistente nel mondo: un principio di “unitarietà” organica del cosmo, pervaso e legato in una comune vita.

Si viene a sapere che ogni cosa o essere è collegata, permeata dalla stessa corrente di vita unitaria. Il pensiero ordinario nell’uomo è una frammentaria e momentanea espressione di tale vita unitaria, che si mostra come facoltà di ragionare. “Scade” dalla sua natura vivente per metamorfosarsi in pensiero astratto.

Ma perché chiamarlo “pensiero vivente”, essendo come natura più affine alla natura di un qualcosa di vita vegetale, di impersonale, un qualcosa di così dissimile dal concetto di pensare umano, esprimente razionalità e intellettualità? Perché non chiamarlo in altro modo?

Invece è appropriato chiamarlo “pensiero” perché nella sua essenza reca più “intelligenza e saggezza” di quello che vi è nel pensare umano.

La natura del pensiero di fatto si palesa come un essenza titanica di vita fluente incessante, un tessuto sovrasensibile ove si intrecciano colloqui spirituali, deliberazioni di volontà promananti da entità divine: impulsi connotati secondo progetti e intenzioni di una saggezza sovrumana. In esso fluttua la “parola primordiale” cantata di coro in coro, di angelo in arcangelo.

Il pensiero usuale è quindi un “non pensiero” ossia, un cadavere. Ma deve divenire tale, per poter essere cosciente di sé. Deve diventare pensare umano, per essere ritrovato come pensare divino.

 

Tiziano Bellucci

 

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