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Riflessioni in forma di conversazioni

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di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Bambole perverse

Conversazione con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri di Doriano Fasoli per Riflessioni.it

- Gennaio 2019

 

Bambole perverse. Conversazione con Mariuccia Ciotta e Roberto SilvestriMariuccia Ciotta, giornalista e critico cinematografico, autrice di programmi radiotelevisivi, ha scritto saggi e libri su autori e generi del grande schermo. Tra le sue pubblicazioni: Walt Disney. Prima stella a sinistra, Da Hollywood a Cartoonia, Un marziano in tv, Rockpolitik, Il Ciotta-Silvestri, Il film del secolo. Ha diretto il quotidiano “il manifesto”. Roberto Silvestri, giornalista e critico cinematografico, conduttore di “Hollywood Party”, ha pubblicato Da Hollywood a Cartoonia, Macchine da presa (minimum fax), Il Ciotta-Silvestri e Il film del secolo. Tra i fondatori del cineclub Il Politecnico, ha diretto i festival di Lecce, Rimini, Bellaria, Aversa, Ca’ Foscari, Sulmona e la collana “Illegal and wanted” per Raro Video. Ha ideato e diretto “Alias” settimanale culturale di “il manifesto”.

 

Ciotta e Silvestri, nella prefazione al vostro libro Luca Gaudagnino scrive: “Sono sicuro che per Ciotta e Silvestri il cinema è una pistola. Per loro, come per il personaggio di Joan Crawford in Johnny Guitar, il cinema è un atto di violenza etica”. Vi corrisponde quest’affermazione?

R.S. In senso metaforico sì. To Shoot, girare, significa anche sparare, in inglese… Étienne-Jules Marey, tra i pionieri del cinema, sfruttò il meccanismo utilizzato a quel tempo dalle armi da fuoco più moderne per realizzare una rudimentale cinepresa a forma di fucile. Infatti, non dimentichiamo mai, “quando un uomo con la pistola incontra l’uomo con il fucile”… Armare il pubblico con ogni mezzo di difesa e di attacco necessario, dalla pistola di un tempo fino allo scudo spaziale di questi tempi, è uno dei compiti della critica non schematica e non settaria e anche dei registi in questa epoca di fake news e di fake newsreel. Il cinema è “una accumulazione simultanea e progressiva di conflitti”, come ricordava Glauber Rocha pensando a Eisenstein e a Faulkner.

M.C. Sì, il cinema richiede un atto di violenza contro il “sentimento di rassegnazione” come dice Alain Badiou. Il cinema è qualcosa che riconfigura la realtà attraverso uno shock emozionale, e immagino  il critico nelle vesti, anzi nello shell, di Motoko, il cyborg di Mamoru Oshii che trasmette una inquietante estraneità agli umani, e si batte contro le ingiustizie con le sue potenti e futuribili armi spaziali.

 

Come è nata l’idea di questo libro?

M.C. Il libro non nasce da un'idea, è il distillato di trent'anni di esercizio critico, e dello stupore nel vedere cancellate dai “titoli di testa” nomi, opere, invenzioni, professioni, presenze. E non si tratta di rivendicare il ruolo delle donne, ma di svelare il falso sguardo degli storici sul cinema. L'omissione dei personaggi femminili o la loro catalogazione in simulacri/fantasmi alterano l'intero senso del film e travisano anche i ruoli maschili, prigionieri del genere. Le dive non corrispondo affatto agli stereotipi che continuano a dominare in molti testi, prima dell'arrivo delle storiche. Il libro ha l'ambizione di riscrivere la storia del cinema attraverso le sue protagoniste dentro e fuori il grande schermo.

R.S. Dalle lotte delle donne degli anni 70, quando alcune storiche e teoriche nordamericane del cinema, come Majorie Rosen e Molly Haskell, e riviste militanti come Camera Obscura e Women & Film, rovesciarono le storie del cinema fino a quel momento raccontate prevalentemente dagli uomini per altri uomini (cancellando o sottovalutandone interi capitoli) e iniziarono ad allargare la visione di un film e della Storia che lo produce, rianalizzando l’immagine della donna occidentale nel cinema e il suo ruolo attivo. Il campo percettivo, ricettivo e ludico dell’esperienza cinematografica, così, si allargava, a beneficio di tutti. Anche perché contemporaneamente le Giornate del cinema muto di Pordenone scoprivano di anno in anno capolavori sepolti del muto che rompevano luoghi comuni, come l’assenza di donne nella regia, nella produzione e nella sceneggiatura durante la fase “primitiva”. Se il buon cinema è ‘estasi’, uscita dal proprio corpo, non c’è niente di meglio dell’esperienza psicovisiva cubista, del raddoppiare e triplicare i propri punti di vista.  Insomma un libro sedimentato in vari decenni, ma poi scritto rapidamente in cinque mesi. Non si trattava di rifare Il divismo di Giulio Cesare Castello cancellando la presenza delle star maschili. Volevamo soltanto tracciare un filo rosso e combattente, da Mary Pickford a Kristen Stewart, da Dorothy Arzner a Ida Lupino e Kate Bigelow, da Bette Davis a Ema Watson, e indicare il contributo dato da queste cineaste al conflitto tra forze contrapposte, tra solidarietà e conservatorismo, cambiamento e reazione.

 

“Bambole perverse”: perché la scelta di questo titolo?

R.S. Il processo di imbalsamazione e decomposizione dei corpi che lo schermo realizza, la ‘morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo”, trasforma l’attore in spettro, in ombra. Il divismo come tecnica di vendita ottimale di un prodotto reifica la persona in feticcio. L’attrice diventa res e signum, cosa e simbolo, avrebbe detto Sant’Agostino, pronta a significazioni avulse, come nel caso della femme fatale, della dark lady del “mostruoso orrorifico”, schemi di controllo e sottomissione dell’immagine b-gender… La perversione delle nostre “donne cattive” consiste nel dominare questo doppio processo di alienazione e mercificazione fino a ribaltarlo in agender.

M.C. Così si intitola il capitolo di un libro di Alessandro Cappabianca, che con il suo lavoro sulla metamorfosi è stato di grande ispirazione. Le “bambole perverse” violano i codici sessuali, l'ordine simbolico. Sono donne “snaturate”, fanno paura come la Dark Lady del film noir. Ma tra le donne “cattive” ci mettiamo anche Mary Pickford e Marilyn Monroe. Cattive perché indocili, ribelli, inesplicabili.

 

“Protagoniste della storia del cinema, le grandi attrici, sceneggiatrici, scenografe, costumiste, registe (più di quanto non crediate) sbriciolano gli stereotipi coniati su modelli europei e creano una Hollywood esplosiva, diversa da quella raccontata. L’“oggetto del desiderio” nasconde una soggettività desiderante, da Marilyn Monroe a Nicole Kidman, da Katharine Hepburn a Scarlett Johansson. Una galleria di corpi “senza anima”, bambole perverse e letali, attraversa lo schermo nelle cronache divistiche; e invece bambole vive e indicibili si nascondono tra i fotogrammi e trasformano l’immagine di sé e dell’altro”. Potete dare una breve spiegazione circa questo passo della vostra introduzione?

M.C. È il senso del libro, che mette in primo piano la Diva rispetto alle registe, sceneggiatrici, produttrici perché è il corpo dell'attrice che agisce in contrasto con il ruolo che le è assegnato. Penso a Marlene Dietrich, plasmata, si dice da Josef von Sternberg, e invece letale, libera, en travesti, femme così poco fatale da preferire il bacio sulla bocca di una brunetta a quello di Gary Cooper in Marocco.

R.S. La vita è più importante del cinema e dell’arte, no? Vertov e Grifi, Debord e Isou ce lo hanno insegnato. La prima guerra mondiale, con i 10 milioni di soldati morti, insomma la meglio gioventù europea vaporizzata, ha fortemente ridotto il potere politico delle donne europee che, nei decenni precedenti, aveva lottato duramente per la parità di diritti e le pari opportunità di lavoro, voto, ascesa sociale. Prima dei codici (Hays, Zdanov, Minculpop e Goebbels) sono le donne a realizzare esplicitamente le sovversioni di immaginario più dirompenti, dopo i codici lo faranno più sottilmente, ma solo dove era possibile. Negli Usa dove più o meno tutto l’ingegno planetario si era rifugiato. Forse è per questo che Hollywood, specchio di una società americana fortemente segnata in positivo dall’insorgenza delle donne, soprattutto negli anni 30-40 rooseveltiani, e attorno al 68, è riuscita a riprendere il filo interrotto della soggettività desiderante femminile con maggiore potenza di fuoco, perché avendo come target un pubblico di massa planetario, non poteva certamente ignorare metà del suo probabile mercato. Le tipologie di donne programmate industrialmente dalle origini del cinema ad oggi (ne abbiamo isolate otto: la piccola donna pericolosa, la funny girl anti-vittoriana, l’androgina, la femme fatale, la dark lady, la super donna-le streghe son tornate, la cyborg-mutante) sono state ben dentro e ben fuori dallo stereotipo, e i loro effetti boomerang sono quelli che abbiamo cercato di raccontare.

 

Quale periodo tocca il vostro libro?

R.S. Dall’uscita delle eleganti operaie di Lione dalla fabbrica dei Lumière fino all’uscita di Guardians of the Galaxy 2. Dalle suffragette ai cervelli agender dentro corpi di ragazze perfette di Ghost in the shell, passando per le dominatrici, le astute, le lesbiche, le donne con la pistola, le muscolose, le casalinghe avulse, le sceriffe, le campionesse di baseball professionista, le scienziate del potere, le donne verdi intergalattiche che hanno scompigliato le carte simboliche e sono state mostruosizzate perché invincibili. Dentro e fuori le sale cinematografiche.

M.C. C'è un gioco in ogni capitolo: Che Diva sei? Chi è la Clara Bow di oggi, la “maschietta” di Francis S. Fitzgerald? E quella di ieri? Chi assomiglia alla donna con la pistola Barbara Stanwyck? Chi all'androgina Greta Garbo? Il libro esegue salti temporali, dal muto a oggi.

 

In questa vostra straordinaria ricognizione, chi si mostra la più ribelle tra le ribelli?

M.C. Ognuna agisce nel suo tempo, dalla “fidanzata d'America” Mary Pickford alla “vergine di ferro Doris Day, dalla Funny Girl Marion Davies alla post-umana Scarlett Johansson.

R.S.  Ognuno dovrà rispondere alla domanda che il libro ci fa. Che Diva sei? Quale è il tuo quoziente di cattiveria sovversiva? E non è detto che le donne tradizionalmente considerate delle inguaribili “dominatrici”, come Marlene Dietrich o Bette Davis, Tallulah Bankhead o Tura Satana, isolate dal loro tempo storico risultino più violente (e dunque benemerite) di Haley Mills o Shirley Temple, Mary Pickford o Virna Lisi…

 

A quale tipo di pubblico è destinato “Bambole perverse”?

R.S. A chi ama il cinema per la sua favolosità, che poi non è altro che un sentiero più divertente di conoscenza delle cose. Alla domanda che Diva sei? possono rispondere tutti, uomini donne settantenni e quindicenni, amanti del cinema netflix e del cinema in sale, d’essai e multiplex. Nei paesi nordici sono già tre le categorie sessuali, uomini donne e agender. Vorremmo che queste categorie giocassero, in senso culturale, dentro e dietro le nostre identificazioni schermiche, liberando i personaggi dagli schemi imposti. Il grande cinema è un vortice libertario di idee e fantasmagorie.

M.C. Non solo a chi si interessa di cinema. La fantasmagoria divistica dilaga nel mondo reale, le “bambole perverse” sono di carne e ossa, modellate dall'immaginario e antagoniste delle categorie che le vogliono “piccole donne” o vamp, streghe o oche giulive. Gli uomini, poi, sanno di essere anche loro “bambolotti perversi”, vittime di ruoli preconfezionati, e quindi forse si divertiranno a togliersi la maschera corrispondente a quella dell'altro da sé.

 

Una domanda personale a Roberto Silvestri: a distanza di 50 anni, puoi dire come hai vissuto il ’68, cos’è stato per te? E oggi, ne è rimasto qualche traccia?

R.S. Abbiamo vinto in Vietnam, no? Bè, almeno li abbiamo aiutati un po’. Il Sudafrica non è più lo stesso. E per 10 anni abbiamo fatto vedere i sorci verdi anche in Europa e prodotto incubi irreversibili, le classi dominanti ancora ne sono terrorizzate. È stato il primo movimento globale della storia. Tant’è che ancora oggi Sarkozy o Bolsonaro sognano di cancellare per sempre il 68 (che sotto altre forme torna, in Francia e presto in Brasile) perché sono servi di un’altra idea di globalizzazione. Certo molti, troppi, sono stati i nostri caduti. Repressione. Droga. Aids. Cadere nella trappola della lotta armata, una istigazione al suicidio. Lo scheletro di Holger Meins sintetizza tutto. Grandezza ed errori di una generazione. Il 68 tracce ne ha lasciate eccome. Il movimento new global è stato trattato a Genova come il 68. C’è anche del buono nella possibilità di fare pesantemente politica attraverso il Web. Per ora sono stati i fascisti nazionalisti russi ad approfittarne, ma…

 

In che direzione va oggi il cinema? Da dove provengono le spinte più vitali?

M.C. La parola cineasta vale per i due sessi, ma liberarne le differenze vuol dire innanzitutto accettare l'idea che la diversità riguarda ogni individuo. Al mondo serve un nuovo racconto e non è il cinema del reale a esaurire il compito. Quale reale? La realtà è modellata dal pensiero e dall'immaginazione, non è cosa data. Sguardi puri al lavoro dovranno riscriverla.  Kelly Reichardt, Lav Diaz...

R.S. Glauber Rocha diceva già negli anni 70 che il cinema dei tre mondi, del sottosviluppo, della fame, ‘antropofago’ per necessità biologica di sopravvivenza, aveva orizzonti più chiari di combattimento. Mentre il cinema occidentale, concepito dentro democrazie solide, stati di diritto e opulenza generalizzata, era costretto a geroglifici filosofici più complessi, a trattare temi più spirituali e astratti, anche se, aggiungerei, ben nascosti dentro congegni spettacolari sontuosi, e apparentemente grossolani e basic come Guerre Stellari o Black Panther. Immagine-tempo dentro immagine–movimento, direbbe Deleuze. Da allora la situazione economica e politica è peggiorata nel mondo con la ricchezza nelle mani di sempre minori soggetti e la globalizzazione che bisognosa di fluidificare e semplificare la catena di comando sembra aumentare il numero dei paesi dittatoriali invece di diminuirlo e diffonde la povertà dentro le ex cittadelle del benessere distruggendo i ceti medi. Insomma il cinema new neorealista dei tre mondi è ben dentro l’Occidente. Pensiamo al genere “cinema del reale”, con la sua ideologia dell’oggettività. La bussola per rintracciare del buon cinema sovversivo va però al di là del carattere indipendente o dipendente del prodotto (e anche al di là del cinema come lo abbiamo conosciuto e che cambia, diventa interattivo e tende addirittura a distruggere la figura spettatoriale). Rossellini ci aveva dato la dritta. All’autore che guarda si sostituisce l’autore che si guarda. Qualunque fascista può realizzare cinema politico rivoluzionario, se è ben pagato per farlo. Ma Rossellini, irritando la cultura di sinistra degli anni 50, ci ha svelato le maniere per identificarlo, facendoci diventare tutti spie. Se un film non riflette su sé stesso, c’è qualcosa di losco dietro. E così siamo al film saggio, Godard; d’archivio, l’artista portoghese Filipa César di Spell Reel; la riflessione sul found footage, Gianikian… che diventano le tendenze di un cinema finalmente “ben documentato”.  Ma non dimentichiamo quel che avverte Paul Schrader nella introduzione alla nuova edizione di Cinema trascendentale. C’è il pericolo della istallazione d’arte, della telecamera di sorveglianza, del cinema “mantra” iperspirituale. Insomma i film noiosi. Per ritrovare autobiografie e film-diari interessanti dobbiamo avere occhi che vedono cose invisibili a molti. Ritrovare il guardare-guardarsi anche in Roma di Cuaron, Detroit di Bigelow, tutto Lav Diaz, Black Panther di  Ryan Coogler, Guardians of the Galaxy   del Troma-man James Gunn…

 

   Doriano Fasoli

 

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