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Animismo e società

(seconda parte)

Tuttavia, il sostenere che questa sola modalità individuale legata all’esempio possa bastare per avviare un cambiamento qualitativo di massa potrebbe derivare, come ho già sostenuto altrove (7), da una interpretazione troppo radicale del pensiero junghiano. proprio perchè l’individuo abita il sistema e ne subisce costantemente i ritmi e le ideologie, occorre anche agire direttamente sul sistema stesso mediante l’elaborazione di regole che favoriscano il cambiamento. La seconda modalità di cambiamento deve quindi essere di natura collettiva. Particolarmente rilevanti in questo senso sono quelle leggi che permettono la creazione di gruppi autonomi di persone e accordano loro la responsabilità sul territorio. Si tratta, in altre parole, di superare l’assetto sociale tipico delle macrosocietà che concentra gli abitanti in grossi centri, tornando alla creazione di zone abitative geograficamente più o meno ampie e autonome tipiche della disposizione rurale di certi paesi europei immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Così, dopo avere considerato l’importanza del tempo nella vicenda qualitativa del cambiamento, terremo ora conto di un’altra questione di fondamentale importanza per il nostro tema: quella dello spazio. Il cosiddetto “spazio vitale”, il potere affondare il proprio sguardo nel paesaggio a perdita di vista, dovrebbe essere considerato un diritto per ogni essere vivente. Oggi, la maggior parte dei cittadini si sentono come imprigionati nei loro appartamenti. La vista della quale dispongono si è ridotta a pochi metri e in molti casi ha perso ogni riferimento alla Natura e alle sue suggestive bellezze.

 

Mi rendo conto che le soluzioni proposte sinora potrebbero forse apparire un po’ troppo teoriche o addirittura utopiche. Da tempo l’uomo ha perso quel contatto armonioso con la Natura che caratterizza invece la cultura indigena e il non potere sperimentare altre forme di convivenza e di cultura è certamente un fatto molto limitante per la nostra psicologia. Tuttavia, anche se non abbiamo potuto sperimentare autentiche esperienze tribali, a ben guardare molti di noi hanno lo stesso potuto conoscere periodi in cui la vita nelle campagne conservava una certa armonia. A cavallo tra gli anni ’60 e ’80, in parte grazie ad una economia maggiormente locale che globale e quindi molto meno vorace di adesso, molte zone rurali apparivano ancora strutturate in modo armonioso, con piccole fattorie, campi coltivati estensivamente, argini, corsi d’acqua non cementati, boschetti, stradine... In Italia, le campagne erano ancora abitate da diverse generazioni di persone impegnate in lavori soprattutto agricoli. Queste famiglie, per lo più senza averne una chiara consapevolezza, vivevano per certi versi una situazione ideale. Esse godevano di ottimo spazio vitale senza per questo essere tagliate dal mondo in quanto potevano contare su mezzi di locomozione e di informazione efficienti. Ogni zona disponeva ancora di una propria scuola, di locali per la socializzazione, dell’ufficio postale... I bambini potevano crescere con un certo contatto con la Natura e coltivare relazioni non imposte dalla vicinanza obbligata, come nelle grandi città, ma scelte liberamente, muovendosi di fattoria in fattoria a piedi o in bicicletta. Quella situazione in generale predisponeva anche l’anima ad accogliere di buon grado la visita di altri. Le relative distanze che separavano i villaggi e le fattorie, strutturate spesso in vere e proprie unità simbiotiche contadine, stimolavano le famiglie ad incontrarsi e ad organizzare delle feste approfittando di certe ricorrenze religiose come per esempio quelle legate al Santo Patrono, oppure di tipici eventi contadini come la mietitura del grano.

 

Oggi, le stesse persone che conobbero quei tempi felici hanno perso la loro ricchezza interiore barattandola con uno stile di vita più moderno. Essi sono andati a lavorare e ad abitare in città, si interessano di azioni in Borsa, costruiscono capannoni e stalle di cemento armato accanto alle vecchie fattorie in stile rurale dei genitori...

 

Certo, quel periodo non fu propriamente idilliaco, soprattutto in quanto la società dei consumi era già dappertutto in pieno svolgimento, mentre la coscienza ecologica era appena agli inizi. Tale décalage ha determinato troppo spesso l’inquinamento e la distruzione di intere zone rurali flagellate da varie forme di abusivismo di cui s’intravedono ancora oggi le tracce profonde. Tuttavia, quell’assetto, a maggiore ragione se accompagnato e sorretto da una adeguata consapevolezza e responsabilità individuali, potrebbe rappresentare ancora oggi un esempio concretamente realizzabile di insediamento umano sostenibile. Perché una possibilità del genere possa verificarsi tale consapevolezza dovrà farsi strada in ogni ceto sociale, da quelli meno abbienti a quelli più ricchi.

 

Un altra spettacolare trasformazione, sempre legata alla crescente consapevolizzazione dell’individuo, toccherebbe anche alle industrie. Queste, tolte le finalità strettamente legate alla produttività e al lucro, diverrebbero delle specie di cooperative di persone riunite attorno ad uno stesso progetto utile al tempo stesso all’individuo e alla collettività, come potrebbe essere per esempio la realizzazione di nuove tecnologie o il miglioramento qualitativo di una merce.

 

Immaginiamo ancora come potrebbe essere il piano regolatore di una città politicamente svincolata dalla logica del potere e del lucro: la priorità verrebbe accordata alla qualità della vita, quindi alla creazione di parchi e giardini per la felicità e il benessere di tutti. Potrebbe altresì privilegiare l’uso di materiali costruttivi ecologici, bandire le barriere architettoniche che squarciano il territorio, difendere e preservare la memoria dei luoghi dell’anima... Di tutto questo ci priva invece la nostra cieca fede nel Dio Economia che ci ha resi ossessionati dal danaro e che ci ha ormai assuefatti ad uno stile di vita materialistico e consumistico. Questa nostra tossicodipendenza è costantemente alimentata dal sistema, sicché una vita lucida, semplice e dignitosa finisce purtroppo per sembrarci miserabile.

 

Ma l’evoluzione che abbiamo ipotizzata è solo una meta utopica per l’inseguimento della quale rischiamo di complicarci ulteriormente la vita? Credo di no. Sicuramente essa non è per niente facile e non potrà eventualmente realizzarsi che nella prospettiva di secoli, probabilmente dopo avere subito e patito le enormi conseguenze legate al nostro stile di vita attuale. La condizione fondamentale perché essa possa avverarsi rimane a mio parere la crescente consapevolizzazione dei potenti rispetto al loro stato di possessione ad opera del Dio Economia. Soltanto quando i potenti avranno preso coscienza del loro inconsapevole rito sacrificale e quindi della medesima situazione psicologica che li mette sullo stesso piano di coloro che sfruttano, potrà verificarsi la prima grande virata in favore dell’intera umanità. Per questo motivo ho inteso concludere questo mio saggio proponendo una immagine, seppur limitata e fugace, di quel mondo non ideale né perfetto, ma semplicemente più evoluto che stiamo perdendo, sperando di evocare nel lettore l’avanti gusto di una vita migliore.

 

(7) A. Fratini, Individuo, società e politica, www.geagea.com

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Animismo e società  (prima parte)

 

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