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Arthur Rimbaud

 

Biografia

Arthur Rimbaud nasce a Charleville nel 1854.
Il padre era capitano di fanteria, la madre apparteneva ad una famiglia di proprietari terrieri. La sua infanzia dovette risentire delle lunghe assenze e poi del definitivo abbandono della faglia da parte del padre. Determinante per la formazione del carattere di Rimbaud dovette però essere il temperamento autoritario della madre, la quale fu sempre preoccupata fino all'ossessione della rispettabilità borghese: nella poesia "I poeti di sette anni" egli ha consegnato la testimonianza delle prime ribellioni, della solitudine morale, dell'inevitabile ipocrisia provocate dall'incomprensione materna.
I suoi studi primari e secondari li fece sempre a Charleville, dimostrandosi un ottimo allievo e ottenendo molte attestazioni di merito e perfino l'autorizzazione a saltare una classe. Dimostrò assai presto le sue attitudini quasi virtuosistiche alle composizioni in verso, in latino e in francese.
L'anno 1870 è per molti riguardi decisivo per Arthur Rimbaud che scopre nuovi orizzonti di poesia per i consigli del giovane professore Georges Izambard di cui diviene amico. Nel maggio manda a Banville tre poesie nella speranza (delusa) di vederle pubblicate nel secondo Parnasse contemporain. Scoppiata la guerra con la Prussia, fugge una prima volta verso Parigi, ma viene incarcerato per qualche giorno e poi costretto a tornare a casa, e una seconda volta verso il Belgio nella speranza (vana) di diventare giornalista. Costretto ancora una volta a rientrare a Charleville, vi frequenta assiduamente la biblioteca: legge romanzi del XVIII secolo, libri d'occultismo e, specialmente, le opere degli scrittori francesi "progressisti". Alla fine di febbraio dell'anno successivo tenta la terza breve fuga. Attraversa una profonda crisi antireligiosa e quando apprende che la Comune è stata instaurata a Parigi dimostra la sua gioia e i suoi sentimenti comunardi. Non si sa con certezza se poté raggiungere Parigi e arruolarsi nei corpi franche della Comune fra la fine di aprile e il principio di maggio del 1871, ma è certa la sua adesione morale alla lotta dei comunardi. Astraendo dalla produzione letteraria di quel periodo e di quello immediatamente successivo altrettanto esplicita e significativa, il documento essenziale della crisi attraversata, del rifiuto anarchico di ogni conformismo, della intuizione di un nuovo modo di essere poeta e di fare poesia è la cosiddetta "lettera del veggente", inviata il 15 maggio all'amico Demeny.
Rinnegando tutte le poesie scritte in precedenza, inizia per Arthur Rimbaud una nuova epoca con l'invio a Verlaine di alcune poesie scritte dopo la folgorante scoperta della teoria della "veggenza" e con la sua andata a Parigi, col manoscritto del "Battello ebbro", su invito dello stesso Verlaine. Ha inizio allora un periodo d'"encrapulement" che lo porterà al "drôle de menage" con Verlaine, al soggiorno a Londra, a rotture e a riconciliazioni che dovevano culminare nel colpo di pistola sparatogli a Bruxelles il 10 luglio 1873, per cui Verlaine venne arrestato e condannato a due anni di prigione. Rimbaud, ritornato in famiglia, nella fattoria di Roche, presso Vouziers, termina Una stagione all'Inferno, che fa stampare, ma, dopo aver mandato qualche esemplare agli amici, abbandona nell'impossibilità di pagare l'editore.
Nel '74 ritroviamo Rimbaud in Inghilterra dove vive dando lezioni di francese e dove la madre e la sorella Vitalie vanno a trovarlo. Da allora comincia un periodo di continui spostamenti in Europa con frequenti ritorni a Charleville; s'ingaggia nell'armata coloniale olandese e arriva fino a Batavia, ma diserta e torna a casa; alla fine del '78 lo troviamo capocantiere a Cipro, dove ritorna nel 1880 dopo aver trascorso l'inverno in famiglia. Finalmente nello stesso anno parte per l'Egitto, raggiunge Aden e poi Harar, dove si dedicherà ad ogni sorta di commerci (ma non al commercio degli schiavi, come, per molto tempo si è creduto). Esplora anche regioni sconosciute dell'Etiopia e manda la relativa relazione alla Società di Geografia di Parigi. Da molto tempo non dimostra più alcun interesse per la letteratura. Al principio del 1891 accusa i primi dolori al ginocchio, sintomi del tumore che lo obbliga a rimpatriare e a farsi ricoverare all'ospedale di Marsiglia, dove gli viene amputata la gamba destra e dove muore, dopo un breve soggiorno a Roche, il 10 novembre 1891, all'età di 37 anni.

Il mondo spirituale di Rimbaud è straordinariamente ricco di motivi: e la poesia sua testimonia la complessità psicologica di quello spirito spesso dilaniato da sentimenti esasperati. Rimbaud sperimento l'euforica voluttà della rivolta (tutta romantica) contro un Dio che vuole prostrarci e contro una società che tende a distruggere le virtù più genuine della personalità: E imprecò allora contro la società e bestemmiò Dio e il Cristo; ma conobbe anche lo sgomento per tanta sfida. Dalla ribellione usciva prostrato e trovava le parole della suprema rassegnazione: "Pitié! Seigneur, j'ai peur. J'ai soif, si soif !".
L'ansia di rinnovamento, in tutti i sensi gli diede l'ebbrezza delle audacie inaudite, delle ambizioni supreme, per uscire schiantato dalle sue stesse prometeiche aspirazioni. Ebbe fortissimo il sentimento che forze oscure reggono e dominano la nostra vita spirituale; fu convinto, cioè, che una profonda realtà è in noi, di là da ciò di cui siamo coscienti, e che attende di venir liberata, svelata: "Je est un autre"; "La vraie vie est absente". Si capisce, allora, la volontà disperata e lucida di farsi veggente in tutti i modi (lettera del Veggente): "Le Poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens".
Ma il poeta precocemente maturo ebbe una struggente nostalgia dell'infanzia perduta, dell'età della purezza e delle impressioni vergini. Il Rimbaud che volle conquistarsi l'allucinazione "ragionata", che volle scoprire i "paradisi artificiali", fu un incantato osservatore degli spettacoli più familiari della natura: sapeva insomma "vedere" con occhi puri e commossi; e le cose più umili parlavano a lui un linguaggio fraterno. Dopo le più audaci esperienze dovette rinunciare al fortissimo bisogno di farsi comprendere. Non per aridità di cuore, ma per suo destino egli ebbe a soffrire più di tutto forse a causa dell'angoscioso senso di solitudine, prima, durante e dopo l'esaltante sogno per cui fu poeta: si pensi all'ironica affermazione messa in bocca alla Vergine folle e ripetuta per due volte: "Je te comprends".
Ma quel turbato mondo psicologico (in cui ebbero posto le esperienze più pericolose per l'equilibrio interiore: la voluttà della "discesa agli inferi", della scoperta, cioè, dell'animalità e dell'inconscio che sono in noi; le audacie del pensiero che auspicava radicali rivoluzioni sociali, morali, religiose, scientifiche) trovò spesso bella compiuta espressione il modo di rasserenarsi.
Nessuno può attribuire la potenza, la forza della sua voce ad una scomposta e quasi "automatica" traduzione dei sentimenti che prepotentemente urgevano in lui. Le ardite immagini, le metafore inattese, la frase articolata secondo un ritmo originalissimo (tuttavia nemmeno Rimbaud aveva dimenticato la lezione dei classici) e tutto aderente all'interiore ritmo dello spirito, tutte le componenti, insomma, del suo stile danno alla sua opera un posto eminente nella poesia moderna. Certo, anche a Rimbaud come a tutti i poeti, anche ai sommi, accade talvolta d'essere velleitario, nel senso che, consapevolmente o meno, forza la sincerità del proprio sentire e vuole dar voce poetica a ciò che in lui è ancora allo stato grezzo. D'altra parte neppure Rimbaud è sfuggito alla regola per cui nessuno, neanche il genio più alto, può esimersi dall' "apprentissage". Nei suoi versi si riscontrano echi o veri e propri prestiti di immagini, di metafore, di forme sintattiche di poeti come Hugo e Baudelaire, Vigny e Musset, Leconte de Lisle e Banville, e altri ancora. Ma va pure detto che, indipendentemente dal Bateau ivre che ha una sua originalità reale per cui non può ridursi ad un centone del Parnasse come qualcuno ha preteso, Rimbaud è stato poeta autentico oltre che nei due capolavori, la Saison en enfer e le Illuminations, in molti versi, che consentono appunto di seguire la sua formazione letteraria. Le Illuminations, pubblicate ne La Vague nel 1886 ad insaputa dell'autore (ma quasi tutte le sue poesie furono stampate senza il suo consenso) sono ormai concordemente considerate il capolavoro assoluto di Rimbaud, mentre manca un accordo sull'interpretazione da dare alle singole "illuminazione" e alla raccolta nel suo complesso. Il problema non ancora risolto in maniera definitiva della datazione delle Illuminations (si tratta di un vero e proprio "enigma") è importante perché una risposta sicura consentirebbe questa o quella interpretazione particolare e consentirebbe anche di conoscere meglio l'itinerario umano e poetico della "meteora" Rimbaud. resta il fatto che la raccolta, così com'è, pur dando l'impressione di un'opera stilisticamente abbastanza omogenea, appare il risultato di ispirazioni diverse: alcune "illuminazioni" traducono momenti di gioia intensa e di speranza, altre rivelano momenti di disperato pessimismo e altre ancora appaiono eminentemente descrittive. Resta pure il fatto che qualsivoglia interpretazione esse suscitino e quale che sia la data della loro composizione, tutti subiscono il fascino di una poesia altissima, di una voce non prima udita.
D'altra parte Une Saison en Enfer, datata da Rimbaud: aprile-agosto 1873, anche se, forse, il poeta continuò a scrivere altre composizioni o almeno a nutrire per qualche tempo dei reali interessi per la sua opera, ha un senso generale che colpisce con la forza dell'evidenza. Né le oscurità, che non sono poche, né le contraddizioni, né gli improvvisi, frequenti cambiamenti di prospettiva riescono a distogliere il lettore dal tema centrale, pur costringendolo ad uno sforzo continuo di attenzione per non essere fuorviato. Rimbaud dice il suo "male" o meglio lo "scacco" il "fallimento" delle troppo ardite, più che umane speranze e aspirazioni. Egli "narra" l'inferno per cui è passato durante una turbinosa epoca della sua esistenza, non discorsivamente e logicamente, bensì allusivamente; per scorci e suggestioni. Appena uscito dal magma incandescente di un irripetibile esperienza umana e poetica, vissuta con totale abnegazione di spirito e di corpo, Rimbaud rievoca gli eccessi, i deliri, le speranze pazze, e da essi si congeda. Molte frasi, le più chiare e le più patetiche, rivelano chi è costretto ad ammettere che l'evasione in un "altro mondo" non gli è più consentita, chi ha presunto troppo di sé e dei propri poteri: "Moi! moi qui me suis dit mage ou ange, dispensé de toute morale, je suis rendu au sol, avec un devoir à chercher, et la réalité rugueuse à étreindre! Paysan!".
Molte, e lacune celebri, sono le definizioni che la personalità di Rimbaud ha suggerito: poeta maledetto, mistico allo stato selvaggio, angelo decaduto, ecc. Egli è stato, insomma, mitizzato. Ma i miti di Rimbaud comunardo, cattolico, mago, mistico cristiano oppure indù, borghese o antiborghese, e così via, vanno trascurati per fare attenzione soltanto all'opera che ha lasciato e al significato ch'essa ha avuto nella storia della poesia moderna e contemporanea. Infatti l'attualità e validità della sua poesia sono sufficientemente provate dalla sua perdurante influenza sui poeti venuti dopo di lui. Il particolare suo linguaggio lo colloca accanto ai poeti creatori o suscitatori di nuove poetiche, accanto a Baudelaire e a Mallarmé, per esempio. Il linguaggio di Rimbaud, specie quello delle Illuminations, ha offerto alla sensibilità moderna i moduli ad essa più consoni per esprimersi liricamente fuori delle forme tradizionali o convenzionali.

Fonte: Le Muse - Enciclopedia delle Arti - Istituto Geografico de Agostini - 1968

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