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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

L'EtÓ dei Messia

Di Daniele Mansuino e Paolo Del Casale

Agosto 2019

 

Nel concludere (almeno per ora) la riflessione sulle attività dell’organizzazione esoterica che domina il mondo da noi intrapresa negli scorsi due articoli, vogliamo questo mese accennare a come, più o meno in tutte le religioni, i sistemi teologici includenti a vario titolo il concetto degli attributi divini (ovvero la tendenza ad attirare l’attenzione dei credenti sui sottosistemi presenti nell’Unità divina) siano in esse funzionali ad innescare una mentalità di tipo messianico; potremmo anzi quasi dire funzionali per definizione, in quanto un Messia è il sottosistema divino per eccellenza.
Nel Kashf al-Mahjub (La rivelazione del Velato) è scritto:Spiegami il vero significato del percorso del Sufismo e la natura delle stazioni (maqamat)”. Tale nome, letteralmente significa assemblea, consesso, riunione. (Questo libro) è una raccolta di brevi racconti allegorici utilizzati per discutere svariati concetti, relazionandoli l’uno all’altro su base circolare (da Wikipedia, voce: Abu l-Hasan Ali al Hujviri).
La conoscenza delle stazioni sembra fare eco ad un’antica suddivisione astronomica e astrologica: quella dei Decani, proveniente dell’antico Egitto e forse anteriore. Proprio come per le stazioni dei Sufi, ognuno dei 36 Decani rappresenta uno stato dell’essere (sebbene di natura molto diversa dalle maqamat), ed è presieduto da un’intelligenza specifica che si relaziona con tutte le altre.
Meno di un secolo dopo il più grande maestro del Sufismo, Ibn Arabi, parlò dei Nomi Divini. Egli separò l’esperienza mistica che vi è legata dalla pura sfera del divino, ricorrendo alla metafora dello specchio: secondo la sua visione, condizionata dall’estremo monoteismo islamico, Dio si riflette nei propri attributi ma non è composto di essi. Ogni Nome Divino, quindi, è solo un’immagine schiacciata di una dimensione - proprio come in un riflesso - dell’Unicità essenziale dell'Assoluto.
Facendo astrazione dai suoi aspetti angelologici (sui quali ci sarebbe molto da discutere, partendo dalla domanda se i Nomi, a differenza dell’Oggetto a cui si riferiscono, debbano o meno essere considerati come parti della manifestazione: un tema sul quale gli stessi commentatori Sufi sembrano non essere concordi), potremmo definire la separazione dell’Unità dai suoi attributi operata da Ibn Arabi come un espediente filosofico destinato a produrre un doppio effetto.
Prima di tutto, facilitò la penetrazione di una conoscenza mistica di stampo qabbalista all’interno di un sistema di credenze estremamente contrario alla pluralità del divino, come è sempre stato il mondo islamico; in secondo luogo, l’implicita differenziazione tra essenza e manifestazione da esso proclamata contribuiva a sottolineare la differenza tra autorità e potere, molto utile sul piano sociale al fine di una prevenzione delle tendenze assolutiste.
Più o meno negli stessi anni del tardo Medioevo, qualcosa di analogo veniva portato avanti anche nel mondo cristiano. Scriveva Dante Alighieri nel Canto XXI del Paradiso:

In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa.

La milizia santa, ovvero la versione cristiana degli attributi divini (in versione manifestata), assume qui la forma immaginale della Rosa di Cristo. Si può ritrovare, presso certi testi della qabbalah eretica (soprattutto nel Va-avo ha-Yom el ha-Ayin, al quale abbiamo accennato due mesi fa) un’analoga corrispondenza tra il simbolo qabbalistico della Shekinah e il Dio Buono dei Cristiani: un dettaglio che chiarisce al meglio il contenuto teologicamente rivoluzionario che si cela in questi versi dall’apparenza così innocente.
È possibile che Dante conoscesse alcune opere sufiche, ma anche rabbiniche e gnostiche. Nella teogonia gnostica, la Creazione avviene tramite coppie di Eoni chiamate sizigie; il Cristo e la Sophia formano una di esse. Tutto il loro mito si basa sulla Caduta della Sophia in un regno lontano da Dio, che tramite il Cristo è in grado di liberare le scintille divine dall’oscurità; e quando infine ognuna di esse sarà reintegrata, la manifestazione intesa nella sua completezza si congiungerà all’Assoluto - una teoria perfettamente analoga a quella che, nel tardo seicento, sarebbe stata predicata dal Messia Sabbathai Zevi (soprattutto attraverso la penna del suo teologo di fiducia, Nathan di Gaza).
È tanto scontato quanto obbligatorio, a questo punto, il richiamo a quei Rosacroce ai quali abbiamo accennato lo scorso mese; e dei quali è stato ipotizzato che anche Dante facesse parte, anche se il loro Manifesto sarebbe comparso parecchio tempo dopo.
Il che, tuttavia, non cambia molto; perché è un fatto che il punto di massima diffusione delle prime edizioni manoscritte della Divina Commedia fu toccato nel primo decennio del quindicesimo secolo, in sincronia con la presunta data di fondazione dell’Ordine Rosacroce (collocata dalla leggenda al 1407); mentre la seconda data fondamentale della leggenda dell’Ordine - il 1459 (anno in cui è ambientato Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz - emblema perfetto, davvero disarmante nella sua chiarezza, di nuovo Messia) - precede di soli tredici anni la prima edizione a stampa del poema.

 

Sempre all’interno dello stesso panorama filosofico e archetipale, nel 1494 Johan Reuchlin pubblica De Verbo Mirifico, nel quale è contenuta una curiosa elaborazione - rituale, cabalistica e operativa - di quanto sia necessario fare per la generazione di un Messia.
Reuchlin fece brillantemente notare che se si aggiunge la lettera Shin - corrispondente allo spirito - al tetragramma del nome di Dio, YHWH, si ottiene una nuova formula: YHShWH, che richiama al nome di Gesù di Nazareth, ma con opportune variazioni che gli donano un carattere universale.
In questo modo, anche in ambito cristiano il Nome di Dio poteva nuovamente essere pronunciato. Il Logos stava riattivando la sua azione, trasformatrice e creatrice, sul mondo.
La formula canonizzata da Reuchlin (ancora oggi in uso nell’Ordine Martinista, che la pone al centro dei suoi lavori) può essere anche vista come un ulteriore passo in avanti nella fusion tra i metodi di interpretazione delle Sacre Scritture degli Ebrei e dei Cristiani.
A partire da lui, i quattro tradizionali approcci ebraici (misterico, simbolico, razionale e letterale) risultano indistinguibili dal modello di approccio tipicamente cristiano: quello archetipale o figurativo, che attualizza il messaggio divino.
Con l’intervento di questa nuova formula, l’arte dell’esegesi scritturale si adatta al Rinascimento, concedendosi la possibilità di rinnovare sé stessa in continuazione. La parola di Dio viene ora svelata per gradi, commisurati a seconda delle possibilità di comprensione di chi ascolta; da allora in poi, ogni volta che una nuova interpretazione viene pronunciata, il suo più probabile effetto è da ricercarsi in un rinnovamento dell’ordine sociale.
Insomma, non occorre attendere l’attuazione da parte di Sabbathai Zevi del quarto rituale maggiore per renderci conto che alle soglie del cinquecento il mondo stava già scivolando nell’Età dei Messia (parola derivante da Mashiah, che in ebraico significa unto).
Un giovane e promettente qabbalista al quale abbiamo sottoposto questo articolo per una lettura preliminare ci ha fatto riflettere su come l’idea messianica, nelle varie interpretazioni delle tante sette e scuole ebraiche, sia davvero impressionante per varietà. Una delle forme più adottate nel pensiero kabbalista prevede infatti NON un solo Messia, ma uno per ogni periodo. Ad esempio, Avraham Abulafia si dichiarava “Messia della propria era”; lo stesso affermava Isaac Luria della propria… Sabbathai Zevi va ad “incasellarsi” in una consuetudine radicata.
È il Cristianesimo a focalizzarsi sull’idea di un solo Messia buono per tutti i tempi; mentre il Messia Ebraico riveste un ruolo trasformante soprattutto in rapporto all’epoca in cui vive.
Questa figura sublime, il Messia, apparirebbe durante ogni fase di crisi sociale, prima della caduta di ogni sistema morente e il conseguente dilagare del caos.
Soltanto il Messia è in grado di riportare il popolo sulla via dell’equilibrio: all’occorrenza anche assimilando degli usi che prima di allora venivano considerati peccaminosi o eretici, ma che erano in realtà solo devianze dalla tradizione umana, e non dalle leggi di Dio.
L’atto di consacrare un Re a Dio può avere (perlomeno in teoria) l’effetto di limitarne la prepotenza e di spronarne la volontà verso un bene comune, rammentandogli che il suo compito è proteggere il popolo e guidarlo. In questo senso, Dio è lo spirito della collettività, che può manifestarsi sotto mille aspetti diversi attraverso il tempo e lo spazio; è la coscienza collettiva, ovvero la forza creativa e amalgamante della somma delle coscienze individuali.
Anche per questo, uno dei simboli della regalità divina è il Sole, che illumina propiziando il raggiungimento di uno stato di coscienza più sublime.
Non ci si può aspettare, tuttavia, che ogni Re o capo sia in grado di sintetizzare perfettamente lo zeitgeist del suo popolo. Al contrario, succede spesso che i popoli agiscano secondo il proprio capriccio, sostituendosi simbolicamente a Dio.
Studiando la storia ci si accorge rapidamente che ogni grande impero, una volta raggiunto il proprio apogeo, cade a causa di un declino della morale che conduce ad un indebolimento politico e militare. In questi casi, il modo per non cadere nell’anarchia totale può essere il colpo di stato, o comunque una profonda trasformazione istituzionale.
C. G. Jung, nel Mysterium Coniunctionis, descrive brillantemente la necessità del Sole di rinnovare sé stesso quando invecchia:

“Il re Sole, come archetipo della coscienza, viaggia attraverso il mondo dell’inconscio, una delle sue molteplici figure che potrebbero un giorno essere anche capaci di coscienza. Queste luci minori sono, secondo la vecchia visione, identiche alle corrispondenze planetarie nella psiche postulate dall’astrologia.
Quando, quindi, un alchimista evocava lo spirito di Saturno come suo familiare, questo era un tentativo di portare alla coscienza un punto di vista al di fuori dell’ego, implicando una relativizzazione dell’ego e dei suoi contenuti. L’intervento dello spirito planetario era considerato un aiuto.
Quando il re invecchia e ha bisogno di rinnovarsi, viene istituita una sorta di bagno planetario – un bagno in cui tutti i pianeti riversano le loro “influenze”. Questo esprime l’idea che il dominante, indebolendosi con l’età, abbia bisogno del sostegno e dell’influenza di quelle luci sussidiarie (gli altri pianeti) per fortificarlo e rinnovarlo.
È, per così dire, disciolto nella sostanza degli altri archetipi planetari e quindi rimesso insieme. Attraverso questo processo di fusione e rifusione si forma un nuovo amalgama di natura più completa, che ha preso in sé le influenze degli altri pianeti o metalli”.
Nota: questo processo ricorda curiosamente il ciclo vitale del nostro Sole, che nel corso di 11 anni diminuisce l’intensità delle sue radiazioni fino a giungere allo stato detto Sole quieto. Durante questo periodo, la diminuzione del bombardamento radioattivo sulla Terra permette una più rigogliosa generazione della vita. Da quel momento in poi, il Sole riprende lentamente a produrre energia e a muovere verso l’apogeo.
Non dobbiamo dimenticare che il Caos fu creato per compensare un difetto di Dio, ovvero la sua mancanza di limite… in fondo, quale genitore non desidera che la propria prole riesca ad arrivare dove egli non è stato in grado di andare?
È insomma proprio per colmare il vuoto di onnipotenza del Padre che il Figlio viene generato: egli è figura del Sole che ritorna giovane, adattandosi ai tempi.
L’idea teologica che muove questo comportamento è che il Padre (Dio) utilizzi il Figlio incarnato (Messia) per generare dal caos un ordine abitabile. Ad esempio nel caso di Adamo, Messia che dà nomi alle creature di Dio, rendendole reali ad opera del Logos; o nel caso di Cristo, che si fa Logos per rinnovare l’umanità.
Il concetto di Logos può essere rintracciato nelle più svariate culture. L’Horus egizio ed il Marduk babilonese (l’etimologia più attestata di questo nome è “giovane discendente del dio Sole”) rappresentano anch’essi la capacità del Figlio di tirare fuori una nuova realtà abitabile dal caos; ed entrambi sono collegati al simbolo dell’Occhio così come alla Parola, in quanto è solo l’immaginazione attiva fornita all’Uomo dall’attenzione al mondo circostante che gli consente la corretta formulazione del Logos creativo (qualcosa di analogo può essere detto del termine sanscrito Bodhisattva, il cui significato è più o meno il risvegliato alla consapevolezza).
Nel sedicesimo secolo vediamo svolgersi la vita e le relative opere di Isaac ben Solomon Luria, Messia della propria era, la cui reinterpretazione del metodo qabbalista lo rese esportabile fuori dai limiti del mondo ebraico.
Infine, dieci anni dopo la morte di Luria, Giordano Bruno pubblica Ars Memoriae, nel quale l’arte della memoria non è più soltanto un ausilio della retorica, ma un mezzo per ri-creare il mondo - uno strumento magico al servizio della scienza. Riecheggiando Platone, Bruno sostiene che le cose nel mondo derivano dalle idee, idee a loro volta emanate dall’intelletto universale che le contiene tutte infinitamente e totalmente.
La Sorgente sarebbe dunque univoca; perciò egli conclude che tutte le cose nel mondo debbano necessariamente conservare in qualche modo una matrice comune - uno solo l’ordine, uno solo il governo. Egli riconosce così l’esistenza di un ordine universale, una catena infinita di connessioni che unisce ogni cosa a tutte le altre, come parti di un unico organismo.
Interagendo con le cose percepiamo le ombre delle idee, e memorizzandole la nostra mente potrebbe dunque immaginare tale ordine come un effetto di quella unità originaria che tutto emana, ricostruendo per similitudine il macrocosmo…
Così come l’ombra si pone fra la natura e il divino, in modo analogo la memoria si colloca fra l’intelletto umano e quello universale, consentendo all’Uomo di arrampicarsi lungo la catena aurea fra la terra e il cielo, che lo collega a Dio.
Da questa panoramica possiamo riflettere su come la concezione della milizia o Rosa quale espressione delle qualità divine abbia le proprie radici nel regno della mistica religiosa; e quando la mistica fiorisce come Rosa, allora diventa possibile trapiantarla dal regno dell’astrazione al piano della realtà oggettiva, in modo da poterla regolamentare secondo la volontà dell’Uomo.
Solo dieci anni dopo la pubblicazione delle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz avrebbe visto la luce il Messia Sabbathai Zevi; l’uomo che più di tutti avrebbe fatto per dare al mondo quella religione universale che rappresenta un aspetto-cardine del progetto dell’organizzazione.

Daniele Mansuino e Paolo Del Casale

 

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