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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

L'Egitto prima delle sabbie

di D. M. e L. D. C.
- Prima parte

Settembre 2021


Racconta Gurdjieff, negli Incontri con uomini straordinari, che una mappa dell’Egitto prima delle sabbie veniva custodita, in un baule, da un prete armeno.
Di nascosto, egli riuscì a prelevarla e a farne una copia; perché, racconta, sentivo crescere in me il desiderio di recarmi al più presto nei luoghi dove questo tesoro mi avrebbe permesso di placare quel bisogno di sapere che, da due o tre anni, mi rodeva interiormente senza darmi tregua.
Così ben presto si recò in Egitto, dove per guadagnarsi da vivere si impegnò nel mestiere di guida turistica; e nelle ore libere, percorrevo tutti quei posti come un ossesso, con la mia mappa dell’antico Egitto in mano, sperando, grazie ad essa, di trovare una spiegazione della Sfinge e di alcuni altri monumenti antichi.
Una mattina, mentre era seduto a consultare la mappa, attirò l’attenzione di un archeologo russo, il professor Skridlov, che pallido ed emozionato, mi chiese in italiano come fossi venuto in possesso di quel documento.
Ebbero origine da quell’incontro una bella conversazione e una bella amicizia; e da quest’ultima, il gruppo dei Cercatori della Verità, che impegnò Gurdjieff, Skridlov e i loro compagni in un gran numero di viaggi e ricerche.
Nel 1924 Gurdjieff, in seguito ad un grave incidente che lo immobilizza per un lungo periodo, decide di mettere per iscritto una parte dei suoi insegnamenti.
Lo fa, nella maniera che gli è consona, attraverso dei racconti mitici: ne verrà fuori una serie imponente di scritture, pubblicate postume con il titolo Di Tutto e del Tutto.
Di quel periodo, egli scrive:

Per sei anni, per poter preparare il materiale per le tre serie di libri che avevo programmato di scrivere, ho dovuto ricordarmi di me stesso in ogni momento ed in ogni luogo, in tutte le condizioni e circostanze, e ricordare il compito che avevo prefissato.
Un compito per mezzo del quale ho voluto e voglio ancora giustificare il fine e il senso della mia vita.
Ho dovuto mantenermi senza cedere attraverso i sentimenti più vari, a un livello di attività interiore di estrema intensità, per non identificarmi con nulla.
Ho dovuto oppormi, con un atteggiamento spietato verso me stesso, a qualsiasi cambiamento nello sviluppo automatico delle associazioni mentali ed emotive corrispondenti ai temi di pensiero che avevo fissato per quel periodo.
Alla fine ho dovuto fare uno sforzo per non omettere o abbandonare nulla che potesse essere correlato, corrispondere logicamente o contraddire nessuna delle innumerevoli serie di idee diverse il cui insieme costituisce la sostanza delle mie opere.

I Racconti di Belzebù a suo nipote costituiscono la prima parte di quell’opera, che purtroppo restò incompiuta; e nella tradizione dei Mazdaznan, che si considerano i continuatori in linea diretta dei Cercatori della Verità, è presente la nozione che il Belzebù di quei libri vada inteso come Zoroastro.
Nei Racconti, Belzebù-Zoroastro narra di un’antica civiltà di saggi chiamata Akhaldan, anteriore alla civiltà egizia, che in seguito ad una catastrofe dovette migrare dalla sua terra per insediarsi in tre luoghi principali: il Nord Africa (che all’epoca era un frutteto), l’India e l’Estremo Oriente.
Tra questi luoghi, Gurdjieff si concentra sul Nord Africa. La sua idea era che la patria originaria degli Akhaldan fosse da collocare tra la costa occidentale dell’Africa ed il retrostante Sahara, e che il luogo dove si trasferirono fosse il delta del Nilo: gli Akhaldan incarnerebbero, quindi, il mito degli dei fondatori dell’Egitto.
Il loro insegnamento era una scienza che riflette le leggi del cosmo, che essi trasmisero nella forma di un corpo di correnti energetiche studiato in modo da adattarsi alle diversità delle varie culture.
Da questo processo sarebbero derivati i quattro principali rami del sapere tradizionale secondo Gurdjieff: indù, persiano, egizio ed ebraico.
Egli affermò pure che l’insegnamento venne meglio custodito in Egitto che altrove, perché gli Egizi seppero conservare i principi che operano contemporaneamente in tutti e tre i centri energetici dell’uomo: intelletto, corpo ed emozioni.
Gurdjieff denominò quel cammino alla conoscenza la Quarta Via, affermando che era la fonte del cristianesimo primitivo. A sentire lui, l’Egitto preistorico sarebbe stato cristiano migliaia di anni prima di Cristo, in quanto la sua religione era basata sugli stessi principi e le stesse idee del cristianesimo.
Secondo gli antichi Greci, i fondatori della civiltà egizia furono Iside e Osiride. Diodoro Siculo attribuisce ad Iside la scoperta della coltivazione del frumento e dell’orzo, ad Osiride degli alberi da frutta; quest’ultimo poi sarebbe divenuto re, strappando gli Egizi alla loro esistenza di privazioni e da bestie selvagge, ed avrebbe percorso tutta la Terra, per civilizzarla.
Balza agli occhi quanto strettamente il mito costitutivo della civiltà egizia sia collegabile a quella mitica generazione di antenati - presenti nelle leggende di tutti i popoli, ma non sempre in ruoli così importanti - ai quali oggi va di moda l’attribuire origini extraterrestri; il che può essere vero (non vanno dimenticate le eccelse cognizioni astronomiche di cui godevano gli antichi, né - specificamente - i legami tra i monumenti egizi e le costellazioni), come può essere nient’altro che un simbolo, nel più classico stile ermetico, dell’influenza delle stelle fisse sul piano della realtà formale.
Suppongono gli egittologi che la figura di Osiride possa essere identificata con quella di Narmer, dal quale - più o meno tremila anni prima di Cristo - avrebbe avuto origine la prima delle diciannove dinastie documentate nel papiro di Torino (il numero complessivo delle dinastie, fino al suicidio di Cleopatra avvenuto nel 30 a. C., è di trentatré).
Un’altra ipotesi è che fosse lui il Mizraim all’origine del nome con cui gli Ebrei definivano gli Egizi (nell’attuale Rito massonico di Misraim, la forma di maestranza che viene trasmessa è detta osiridea, ed al mito di Osiride è legata anche la ben più diffusa maestranza hiramita, oggi condivisa da milioni di Massoni in tutto il mondo); dal che, diverse teorie riguardo all’apparentamento tra i progenitori degli Egizi e i personaggi della Genesi.
Nei giorni in cui Osiride, affiancato da Iside sua moglie e sorella, era un Faraone saggio e amato da tutti, la sua popolarità destò l’invidia del fratello Seth (il famoso Re Scorpione), che lo invitò a un banchetto e mostrò agli invitati una bellissima cassa, decorata con oro e ogni sorta di pietre preziose.
Seth annunciò che l’avrebbe donata a chi fosse in grado di entrarci, e tutti ci provarono ma nessuno ci riuscì: egli infatti l’aveva costruita sulle misure del corpo di Osiride, e quando questi vi fu entrato richiuse la cassa ermeticamente, e la gettò nel Nilo.
Privata di Osiride in questo modo, Iside non si dette pace, e percorse il Nilo in direzione del mare per ritrovarlo. Giunta alla città di Biblo, seppe che la cassa aveva interrotto proprio lì il suo viaggio verso il mare, impigliandosi nelle radici di un albero; al che, la pianta era diventata talmente splendida che il re della città l’aveva fatta tagliare, e ne aveva fatto una colonna del suo palazzo.
Allora Iside si presentò al palazzo sotto false spoglie: disse di essere in cerca di lavoro, e la regina la accolse, affidandole il compito di badare a suo figlio.
Il progetto di Iside era di studiare, con comodo, un piano per trafugare la cassa; ma, trascorrendo il suo tempo con il bimbo, vi si affezionò, e decise di compiere un rito per donargli l’immortalità.
Allora accese un fuoco magico, e pose nel suo centro il bambino che dormiva; ma in quel momento entrò la regina e gridò di spavento, temendo che volesse bruciarlo vivo.
Ma bastò un gesto di Iside perché le fiamme si spegnessero come per incanto, ed ella dunque si trovò costretta a svelare la sua vera identità; al che, la regina la autorizzò a tagliare a pezzi la colonna per recuperare la cassa, e finalmente poté riportare a casa il corpo del suo amato.
Ma ahimè, le malvagità di Seth non erano finite: impadronitosi nuovamente della cassa, fece a pezzi il corpo di Osiride e li sparse per l’Egitto.
Così, per la seconda volta, Iside dovette porsi alla sua ricerca; e quando infine ebbe recuperato e messi insieme tutti i pezzi, con un incantesimo potentissimo cercò di rendergli la vita.
Purtroppo Osiride riuscì a sopravvivere solo una notte, il tempo necessario per congiungersi a Iside e concepire il loro figlio Horus; dopodiché morì nuovamente, e Ra - il Dio Sole - gli concesse di diventare il re del mondo dei defunti.
È nato da questa leggenda, o da altre sue versioni poco discoste, il mito della morte e della rinascita che sta alla radice di tutte le forme di iniziazione imparentate con l’Ermetismo: per mezzo di procedure che si rifanno al mito di Osiride in modo più o meno esplicito, il candidato ai sacri misteri viene portato ad identificarsi con lui ed a rivivere la sua esperienza.
Il risultato di questa pratica sarà il costituirsi in lui di un Corpo di Gloria (o di Luce), al quale - a seconda delle scuole in seno alle quali il mito è stato tramandato - potranno essere attribuite prerogative diverse; per esempio, laddove l’Ermetismo si è ibridato con altre tradizioni, la sua immortalità potrà essere considerata simbolica (vedi il caso della Massoneria, che non ne parla molto), mentre, nelle scuole ermetiche rimaste più vicine alla fonte, lo si riterrà apportatore di uno stato di immortalità reale.

Avvertii la sua presenza prima di sentirne i movimenti: la benda sugli occhi mi impediva qualunque visione. “Mitzhra…” la mia voce suonava gutturale “Mitzhra, Il tempo si è compiuto?”
“Ragazzo, qual è il tempo che stai cercando, quello di questa notte o quello del tuo viaggio?”
“Ho rinnovato le mie acque, Mitzhra” ed il mio pensiero corse ai vasi colmi dei miei liquidi, al malessere e al fuoco che aveva attraversato tutto il mio corpo, espellendo ogni fluido.
Sobbalzai quando la sua mano mi si posò sul polso.
“Purtroppo hai ancora il cuore che ascolta questo mondo, e non hai cambiato pelle. Ma ricorda che tua è la scelta”.
Allora il pensiero tornò al mio maestro, lo scriba di palazzo, ed alle sue parole quando mi parlava del tempio: “La prima stanza è la stanza del veleno. Ma tu devi avere la mente ferma, fissa su quel punto di luce che si è aperto nel tuo cuore; questo ti aiuterà più del coraggio”.
Quindi presi un lungo respiro accompagnandolo con la consapevolezza al centro del petto e portandolo a vibrare; soltanto quando iniziai a percepirlo in ogni parte del corpo lo lasciai andare.
“Sì, Mitzhra: la mia scelta è di entrare”.
Avvertii subito il sibilo del serpente; e poi il morso, e di seguito l’odore acre, prima che l’uomo mi avvicinasse la ciotola alle labbra. Concentrai poi la mente su una litania che si cominciava a udire in lontananza, ed infine sentii una forte pressione tra le scapole, accompagnata da una contrazione dolorosa del cuore. Il freddo cominciò a salire dalle gambe; e prima che la mia volontà vacillasse in preda all’angoscia, qualcosa che era me ed insieme non lo era si staccò dal mio corpo.
Il mio pensiero tornò per un istante alla vita di palazzo, una leggera nostalgia di quotidiani appuntamentipoi riconobbi la Via, che mi stava chiamando ad iniziare il viaggio.
Dovevo respirare, era necessario, tutto era così arido e secco. Avvertivo la necessità del vento, di vento dentro di me, intorno a me, come un uragano; un vento che avrebbe annunciato l’acqua, dolce o violenta, votata ad ammorbidire la terra... il fuoco era stato intenso, totale; ogni cosa era diventata dura come pietra tagliente.
Dovevo respirare...
Percepii la presenza delle bende, il mio involucro fisso, immobile, fermo come uno scrigno, un contenitore - forma coagulata, densa, accuratamente sigillata secondo proporzioni esatte, perché fossero adatte a quello spazio così ristretto, memoria stabile della non estinzione delle possibilità.
Riconobbi il gesto, preciso come una misura, delimitato come una soglia; e poi lo strappo, la benda tagliata con precisione, la pressione sulla bocca, il ferro a spingere sul palato. Ciao, fratello.
Ora il respiro, ruggente e cavernoso, turbinava lungo canali di vuota e dura pietra; un respiro che non sostava, non incontrava morbidezza alcuna, non riempiva nulla perché non riconosceva alcun volume attraversava, senza riferimenti né rivali, il vuoto del mio involucro. Senza un approdo.
Poi tintinnio di passi e campanelle, e profumo di rosa taif. Le sorelle. Mani leggere a sciogliere le bende, carezze amorevoli ad ungere il mio involucro estenuato.
Sì, ora andava meglio. Potevo avvertire i volumi. La pietra si celava dentro la muscolatura che prendeva forma, il respiro trovava dimora, i fluidi saturavano gli interstizi.
Avvertii poi tutto il corpo pulsare, vibrante e violento. Le mani seguirono la mia richiesta, e le due femminilità, posizionate ora una ai piedi e l’altra alla testa, si inchinarono; e cominciarono a sfiorare in ogni dove, con le loro labbra, il mio corpo, mormorando parole e “numeri di costruzione”. Ogni bacio era vita, e potenza, e memoria.
Il fuoco arse di nuovo, questa volta come un compagno agognato. La vita riconosceva il suo calice e lo andava a colmare ininterrottamente.
Tornai con la mente alla mia prima eiaculazione di bambino, lontana quanto? Ora potevo riconoscere nel piacere un condensato di conoscenza, e nell’appagamento una meraviglia che non consumava la voglia: la nuova realtà in cui mi ero svegliato non recava più, in sé, più nulla di nascosto. Mi parve di vedere il mio seme dare vita ad intere galassie.
Decisi di provare a rialzarmi. Con cauta lentezza appoggiai i piedi, uno dopo l’altro, nel cerchio di terra battuta che circondava l’“altare di rigenerazione”; e sotto i piedi la terra riconobbe la mia orma, e rispose con un tremore roco e diffuso.
“Padre...” Poi le energie telluriche contribuirono a rialzarmi lo scheletro, raddrizzandomi in qualche modo la colonna vertebrale.
La mia visione immediatamente venne proiettata in alto, sopra il tempio. I falchi stridevano, girando in cerchio. Il mio occhio guardò oltre gli orizzonti, la mia volontà spalancò le aliero pronto al volo.
Il cielo riconobbe la mia tensione, rispondendole con un rombo sommesso... “Madre!” Compresi allora che le energie cinetiche erano disposte a supportare il mio slancio.
Poi udii il canto: la folla ammassata intorno al tempio, udendo i segnali della mia venuta, aveva preso a recitare gli inni di invocazione.
Richiamai a me l’istinto, e seppi cosa dovevo fare. Con i primi tre passi regolai il battito del cuore, la pressione dei fluidi in circolazione e il ritmo del respiro; ed ecco, ora stavo avanzando lungo la navata, per andare incontro alle le voci che mi chiamavano da lontano. I Sacerdoti intorno a me salmodiavano la grandezza del mio ennesimo nuovo nome, del mio unico, lungo regno.
Procedendo, riconobbi i dormienti, disposti sulle lastre nelle sale del sogno: erano loro che tessevano costantemente la realtà che ci avvolgeva, ed erano stati loro ad indirizzarmi nel viaggio di ritorno, indicandomi i punti su cui dovevo concentrare la mia energia. A mano a mano che avanzavo lungo la navata, i Sognatori a cui passavo accanto spalancavano gli occhi, e senza interrompere il loro eterno lavoro di costruzione, benedicevano silenziosamente il mio apparire.
Uscii all’aperto. La folla mi vide, e ammutolì all’istante. Allora i sacerdoti mi si avvicinarono e mi avvolsero il corpo in un mantello, destinato a diventare la vela della mia imbarcazione; e poi mi dettero gli scettri, affinché potessi guidare e nutrire il mio popolo.
Presi posto sul trono. All’altezza del ginocchio sinistro scorsi una piccola statua, raffigurante la mia amata sorella, posta lì a simboleggiare le misure e le proporzioni con cui la crescita del mio regno si sarebbe conformata alle leggi dell’armonia.
Al mio fianco sinistro, un’altra statua di grandezza normale raffigurava l’altra sorella, una mano poggiante sul cuore e l’altra appoggiata sullo schienale del trono, tra le mie scapole, ad indicare il sostegno di cui avrei potuto godere da parte delle energie di generazione e ricezione.
I sacerdoti mi si avvicinarono ancora, questa volta per posizionarmi sulla testa il copricapo regale, che era insieme richiesta e preghiera (::Puoi/Vuoi Tu, Signore che cammini nei due mondi, proteggere e condurre questa terra e il suo popolo?::) e consacrazione (:::Sei tu l’eletto in cui Egli ha deciso di dimorare per nutrire ed elevare i suoi figli:::).
Il silenzio scese sulla folla in attesa. Mi alzai nuovamente, portandomi all’inizio della scalinata. Il mio sguardo percorse la folla, che a quel punto scandiva il mio unico, vero nome: Asir, colui che sempre torna.
Aprii le braccia incrociate sul petto ed allentai la stretta delle mani dall’impugnatura degli scettri. Tenendo le mani tese levai il viso verso il Sole, e la croce formata dal mio corpo si stagliò netta, attestando la mia accettazione della richiesta rivoltami dal popolo.
“Asir, dimora di moltitudini!” La folla esplose in grida di felicità, prostrandosi e battendo ritmicamente il suolo con le mani; e proprio in quel momento, i falchi sopra al tempio si dispersero nelle quattro direzioni - il segno che, da allora in poi, ogni figlio di Kemet poteva nuovamente alimentare la preziosa luce al centro del suo cuore.
Un lungo ed immenso respiro pervase la sua terra

Vedremo, il prossimo mese, in che modo il mito di Osiride possa essere applicato a tre livelli diversi.

 

Seconda parte


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