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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

Le Sette Torri del Diavolo

Febbraio 2018

I temi proposti in quest'articolo sono stati ripresi da Daniele Mansuino nel libro "Le Sette Torri del Diavolo di René Guénon" - Ed. Leucotea

 

Se c’è una cosa che non avrei potuto immaginare, è che del mio articolo René Guénon e l’organizzazione ciò che avrebbe più colpito i lettori sarebbe stata la mia allusione di sfuggita alle Sette Torri del Diavolo, riguardo alle quali mi sono state poste parecchie domande.
Vorrei premettere che, a mio avviso, le cose più importanti che quell’articolo dovrebbe suggerire sono altre, tipo:

 

- che l’esoterismo tradizionale ha la stessa fonte di quella che Guénon definiva controiniziazione, e che la rigida contrapposizione di queste due categorie è un trucco letterario scaturito dalla geniale penna di colui che fu uno dei più grandi esoteristi del ventesimo secolo;
- e ancora, che il corpo letterario generato dalla gran proliferazione di “esoteristi tradizionali” succeduti a Guénon svolge la funzione di generare un eggregore funzionale alla preparazione del “quinto rituale maggiore” (vedi 666); per cui
- l’esoterismo tradizionale non dovrebbe essere perso alla lettera; ovvero, non dovrebbero prenderlo alla lettera gli esoteristi alla ricerca di un cammino il più possibile diretto verso la realizzazione iniziatica.
Possono invece rifugiarvisi le persone (con idee politiche di destra) desiderose di trovare conferme sul piano esoterico alle loro convinzioni profane, e male non gli farà; però è probabile che a un certo punto del cammino troveranno una porta chiusa, in seguito alle rigorosissime condizioni imposte da Guénon, ed ancora di più dai guenoniani, ai loro discepoli.
Esistono tipi psicologici umani ai quali un approccio alla vita di questo genere - un po’ sadomaso - sta bene, e non è a loro che mi rivolgo; ma a beneficio di chi non è così, vorrei umilmente testimoniare che le condizioni poste dai guenoniani non sono necessarie ai fini della realizzazione iniziatica.
Premesso questo, dopo il terzo email che ho ricevuto in proposito mi sono chiesto come mai le Torri del Diavolo abbiano tanto successo, e ho fatto una ricerca in rete.
Ho scoperto allora che, nel 1990, un esoterista tradizionale francese ha pubblicato un libro intitolato René Guénon et les sept tours du diable; me lo sono procurato, e ho constatato che parla di tutto tranne che delle Sette Torri del Diavolo, delle quali evidentemente il signore in questione non sapeva un kaiser - piuttosto ha avuto la felice idea di apporre al suo libro un titolo ad effetto, per infliggere ai lettori una sua lunga e pallosissima ricostruzione della storia del mondo dal punto di vista tradizionale (ovvero che seleziona, tra i milioni di notizie di cui possiamo disporre sul passato dell’umanità, quel centinaio suscettibile di far credere - ad una persona non molto colta e piuttosto ingenua - che la prospettiva tradizionale sia la chiave della storia - un giorno o l’altro dovrò scrivere anch’io un trattato metafisico, per dimostrare che la sola vera chiave è quella che pone al centro della storia la coltivazione del carciofo).
Non solo, ma ho scoperto pure che questo libro ha avuto in Italia una certa eco, cosa che di solito non avviene con i temi scomodi del guenonismo, ovvero quelli che - se approfonditi - possono far intuire che Guénon era una persona del tutto diversa da come la dipingono i suoi seguaci; però il tema delle Torri del Diavolo ha fatto eccezione, suppongo, perché quando si parla del Diavolo sono proprio le persone che strillano ai quattro venti di combatterlo le prime a cadere vittima di una misteriosa ed irresistibile attrazione.
Di conseguenza, si possono trovare in rete alcuni commentari del libro in italiano, compilati perlopiù da esoteristi tradizionali.
Due o tre di questi sono di buon livello, ed azzeccano parecchie cose: per esempio, alcune - non tutte - le corrispondenze dei sette pianeti tradizionali con le Sette Torri, che secondo Guénon sarebbero situate in Niger, Sudan, Siria, Iraq, Turkestan e due in Siberia (una lungo il corso dell’Ob e l’altra sull’Isola di Belvy, oggi Belyi, anche nota come l’Isola Bianca).
È infatti corretto affermare che la Prima Torre, quella del Niger, sia collegata alla Luna, e la Settima - quella dell’Isola Bianca - a Saturno; invece un particolare che i tradizionali non hanno colto è che la corrispondenza Saturno/minerali fa della Settima Torre il caposaldo dell’intero sistema.
Infatti ad essa era collegata una fortezza, della quale ho avuto occasione di vedere quello che oggi rimane, ovvero le fondamenta; in essa potevano essere celebrati riti con il concorso di numerose persone, mentre la custodia delle altre Torri era - ed è tuttora - affidata alla custodia di un solo saher per ciascuna.
La fortezza oggi non c’è più, anche in seguito alle mutate condizioni climatiche sull’Isola Bianca dai giorni in cui fu costruita; accade ancora oggi, tuttavia, che gruppi di iniziati si radunino sull’Isola per celebrarvi gli antichi riti, ed ancora di più - come vedremo più avanti - che i riti siano celebrati altrove, ma che i partecipanti si trasferiscano sull’Isola Bianca in astrale.
Chi sono costoro? Nessun altro che gli alti gradi dell’organizzazione esoterica che domina il mondo: perché un altro punto chiave che i tradizionali, in virtù delle loro convinzioni, non possono considerare è che le Sette Torri del Diavolo non sono affatto del Diavolo bensì dell’organizzazione.
Il punto è, semplicemente, che per qualsiasi religione (sebbene sia stata proprio l’organizzazione a inventarle) sono del Diavolo tutte le forme di spiritualità alternative alla propria; dal che il fenomeno a tutti noto della sistematica diffamazione nei loro confronti, affidata a servi sciocchi che lavorano a livello mediatico per associarle a ogni perversione e immoralità.
In verità, proprio dall’impossibilità di considerare e comprendere questo dettaglio derivano le evidenti debolezze tanto del libro francese quanto dei suoi commentari italiani; i quali, per esempio, non riescono a stabilire con certezza se quello delle Sette Torri sia un mito yezida o se invece faccia parte della tradizione islamica.
Se si prende per buono il primo caso, sarebbe opportuno chiarire se sia vero che la Torre del Diavolo irachena corrisponda al Mausoleo di Adi ibn Mustafa a Lalish, ovvero al principale luogo di culto della religione yezida (il che discorderebbe dall’affermazione che la Torre sia disabitata e frequentata soltanto da stregoni di passaggio).
Se si prende per buono il secondo, andrebbe innanzitutto specificato se il mito islamico sia nato dalla conversione dei Sette Grandi Angeli dello yezidismo in sette diavoli: operazione più che probabile in base a quanto sopra affermato sulle religioni, ma in seguito alla quale tutte e sette le Torri del Diavolo si ritroverebbero collocate tra l’Iraq e la Turchia.
Ma non solo: se davvero l’origine del mito fosse quella, allora non avrebbe più senso la teoria dei tradizionali secondo cui le Torri sarebbero state concepite in contrapposizione ai Sette Aqtab (i Sette Poli che reggono i Cieli), ed a sostegno dell’idea che fossero state edificate per scopi diabolici resterebbe soltanto la loro disposizione sul modello dell’Orsa Maggiore. Questa scelta, secondo Guénon, andrebbe classificata come un gesto di sfregio a Dio; ma sul fatto che la disposizione di sette monumenti sul modello di una costellazione debba per forza essere considerata una bestemmia e non un omaggio (o un atto magico volto a raccogliere le correnti sottili che da quella costellazione provengono, come in effetti è il nostro caso), anche i più accesi tradizionali ammetteranno che sia lecito sollevare qualche dubbio (tant’è vero che Guénon non propose mai questa ipotesi in alcun suo scritto ufficiale).
Per concludere il resoconto della mia breve ricerca sul web, mi sembra davvero incredibile l’ultima cosa che ho scoperto: ovvero che, il 6 aprile 2014, gli argomenti dei tradizionali sulle Torri sono stati ripresi dal quotidiano Repubblica, ad opera di un bravo giornalista (purtroppo recentemente scomparso) il cui articolo suonava come un vero e proprio spot in favore del pensiero di Guénon.
Ora, guardando il bicchiere mezzo pieno, è una bella cosa che - almeno per una volta - un giornale abbia ripreso un tema esoterico non per metterlo alla berlina ma per trattarlo con serietà; anche se in questo ha pesato soprattutto il fatto che, delle locazioni indicate da Guénon per le Torri, almeno quattro rappresentano oggi punti nevralgici dello scacchiere geopolitico internazionale. Ma se si cede alla tentazione di attribuire a questa coincidenza un rapporto causale, allora è anche facile sottintendere discorsi del tipo dietro il velo delle notizie che ci arrivano si nasconde una guerra sconosciuta scatenata dalle forze occulte: ovvero proprio quello che ci vuole per consentire ai lettori più complottisti di raggiungere l’orgasmo.
Ma guardando il bicchiere mezzo vuoto, è deprimente che per raggiungere questo effetto uno dei più autorevoli giornali italiani - del quale si presume debba dar voce alla sinistra di indirizzo laico - abbia dato eco all’opera di uno degli autori più di destra dell’universo esoterico, senza sognarsi di fornire al pubblico gli elementi che avrebbero consentito di valutarne correttamente il messaggio.
Forse Repubblica dovrebbe pensare che può esserci una via di mezzo tra il ridicolizzare la presunta irrazionalità dell’esoterismo e lo spacciare per oro colato i suoi messaggi più deliranti; e questa via consiste nello studiare l’esoterismo con serietà, e presentarne al pubblico una visione obbiettiva.
Riguardo poi alla presunta influenza delle Torri sugli eventi geopolitici (un’idea che presso i lettori di Repubblica ha avuto un successone: addirittura uno dei commentatori dell’articolo, mosso dal lodevole fine di aumentare il numero dei morti causati dalle Torri, ne ha spostato una in Ucraina), dovrebbe essere chiaro che un’azione magica di tale portata, praticata su tempi plurisecolari, non può essere certo rivolta al fine di suscitare una guerra, della durata di pochi anni o pochi decenni, nelle loro vicinanze.
In verità rituali minori di questo genere - soltanto un piccolo gradino al di sotto dei rituali maggiori - sono consacrati, come ho più volte fatto presente, all’azione indiretta: il che non significa che non abbiano effetti sulla realtà, anzi ne hanno molti più di quanti i lettori di Repubblica possano immaginare, solo che le correnti sottili da essi liberate devono transitare, prima di incarnarsi nei fatti, attraverso molte mediazioni (non provo neanche ad enumerare il gran numero di articoli e libri nei quali mi sono dedicato a trattare in dettaglio queste cose).
Realtà di questo genere Guénon le conosceva bene, ma sembra che non siano altrettanto note ai suoi seguaci di oggi; i quali, per esempio, dimostrano una certa confusione nel classificare l’influenza delle Torri in rapporto ad altri sottocentri dell’organizzazione (per loro, della controiniziazione), due dei quali collocano correttamente in California e (quello sì) in Ucraina - li rimando alla lettura di Banshei per chiarirsi le idee a tale riguardo.
A proposito di Banshei, è forse sfuggito loro che i rituali celebrati all’Isola Bianca sono ampiamente descritti in due dei suoi quattro volumi; e non credo di far torto all’autore (che, come molti dei miei lettori più attenti sanno, ebbi l’onore di conoscere di persona) chiudendo questo articolo con alcune sue citazioni, volte a chiarire la natura dei rituali che nelle Torri vengono celebrati.
In Banshei la fortezza dell’Isola viene qualificata come il Tempio centrale della nuova religione (ancora il simbolismo di Saturno), ed uno dei principali rituali che in esso si praticano servirebbe a diffonderla nel mondo:

 

Al Tempio centrale corrisponde, a livello sottile, l’Isola Bianca; Bianca perché essa sola è bianca, e si staglia contro il cielo nero. La sua forma (nota: suppongo in astrale - non credo che la vera Belyi sia rotonda) è circolare: gli individui particolarmente dotati possono cercarla in sogno, e da essa risalire alla localizzazione del Tempio sulla Terra (in verità, parecchi riescono a vederla, ma risalire alla localizzazione del Tempio è più difficile)

È questo, di gran lunga, il rito magico più potente che sulla Terra possa essere celebrato. La ragione che spinge un gran numero di “alti gradi” (e anche alcuni membri dei “gruppi” - come ho accennato nel primo volume, soprattutto del “quinto gruppo”) ad affrontare un viaggio difficile e pieno di disagi per recarsi a meditare nel Tempio centrale è che sperano di essere ammessi, in virtù della forza della loro menti, ad assistere in stato di trance al Rituale dell’Isola Bianca.

Se questi pellegrini sono particolarmente fortunati, potrà loro accadere di giungere al Tempio proprio nel momento in cui uno dei rari incontri tra i Sette Lui e i Signori di Volontà e Potere si sta verificando. Se ne accorgeranno dal colore nero inchiostro del cielo sopra la valle che ospita il Tempio; dal vento, dalle intemperie, da un gran numero di bagliori misteriosi e strani fenomeni, e soprattutto dal fatto che gli inservienti profani dediti alla manutenzione del Tempio li aspetteranno - in armi e con atteggiamento minaccioso - ai margini della valle, vietando loro di passare.

Si fermeranno allora a campeggiare sulle colline, e con spirito assai gioioso - nella penombra delle loro tende - entreranno in una profonda meditazione che sanno già essere destinata al successo: in verità, il campo energetico che in tali momenti circonda il tempio come un’aura per parecchi chilometri è tanto forte da risucchiare sull’Isola Bianca senza difficoltà anche il meditatore più inesperto (e certe volte, addirittura, anche piccoli animali e piccoli oggetti)

 

La descrizione del Rituale non è completa, ma sufficiente a far capire parecchie cose sulla funzione delle Sette Torri, sintetizzata in questo passo:

In pratica, quando il Signore di Volontà e Potere che amministra il Rituale leva le mani al cielo per chiamare la “corrente indaco”, dopo averla percepita sui palmi delle mani (prima ancora che si visualizzi) conta fino a tre, poi compie un rapido gesto di taglio come dire: basta così, è tutto - si visualizza allora la corrente indaco, ovvero tutte e sette le energie in una.

Un secondo tipo di rituale è quello detto del riallineamento, così chiamato nel senso che l’angolo di incidenza con cui le energie (nota: si riferisce alle correnti sottili prodotte dall’organizzazione) attraversano gli esseri umani cambia, in questo modo, progressivamente (ovvero secondo le necessità del momento storico).
La sua descrizione è assai ampia; ne inserisco soltanto alcuni frammenti, dall’esordio dei quali risulta chiaro come esso possa essere eseguito in altri luoghi geografici (probabilmente in altre Torri) da cui i partecipanti si trasferiscono sull’Isola Bianca in astrale.

 

Questo Rituale viene celebrato da sette “Signori dell’Intelligenza” e “Signori dell’Amore e della Saggezza”, che incarnano i sette tipi di Amante. Si dispongono nel cerchio secondo lo schema del quadrato che ho descritto nel quinto capitolo. Se sono presenti più di sette 7:: e 8:: (nota: riferimento a due alti gradi), gli altri si dispongono lungo la circonferenza in prossimità dell’angolo sud-est del quadrato - ovvero alle spalle del Ritualista, l’Amante che rappresenta la settima energia, e che celebra il rito.

Il Rituale si apre con una lunga meditazione dei Sette Amanti, ognuno in piedi al centro del suo sottoquadrato; stanno rivolti verso il centro del cerchio, dove c’è un piccolo Altare sul quale è posto un Calice d’Oro e di Cristallo.

Con appropriati gesti delle mani, concentrano le sette energie al di sopra dell’Altare, sul quale si visualizza ben presto un Arcobaleno. Il Calice riceve le piccole gocce stillanti dall’Arcobaleno, colmandosi poco per volta di un nettare scintillante, di colore smeraldino.

Allora il Ritualista procede al cosiddetto “sacrificio del cuore”. Si tratta del sacrificio di un Agnello su un secondo Altare posto nel suo sottoquadrato: operazione ritualmente complessa, la cui procedura è bene non sia divulgata.

Poi il Ritualista lascia il suo sottoquadrato e si porta all’Altare centrale. Sebbene si tratti soltanto di pochi metri, è una marcia faticosa, perché le energie hanno preso a ruotare vorticosamente nel cerchio, costringendo gli spettatori che erano disposti sui suoi limiti ad arretrare di un passo; il Ritualista è costretto a muoversi in modo molto particolare, facendosi strada letteralmente con mani e braccia tra correnti energetiche tanto forti da sfiorare - talvolta - lo stato solido.

Mano a mano che egli avanza, i sei colleghi che lo osservano dai loro sottoquadrati ripetono i suoi gesti; questo serve a riallineare le energie da loro rappresentate sulla settima energia.

Allora, passo dopo passo, il cammino del Ritualista si fa più spedito, e quando giunge all’Altare centrale, la tempesta si è placata del tutto; l’Arcobaleno si delinea intatto al di sopra del suo capo, e il nettare smeraldino nel Calice di Cristallo risplende

Il cerchio dei sei Amanti è ora stretto intorno all’Altare centrale e al Ritualista. Egli allora compie un gesto a semicerchio sul Calice, e subito, all’interno di questo, il nettare smeraldino che ricopre le Monete d’Oro si agita e ribolle.

Ritualista: Signori e Fratelli, spetta ora a Voi acquisire la consapevolezza, mediante la discriminazione, dell’energia e della forza della razza egemone del nuovo Universo. Alle precedenti modalità espressive delle energie da Voi rappresentate dovete imporne nuove e superiori, fino a che il ritmo inferiore non sia sostituito da quello superiore, e il vecchio metodo di esprimere l’energia scompaia completamente.

Con gesto rapido, quasi furtivo della mano sinistra afferra il Calice e versa il suo contenuto sull’Altare. Allora, dice la scrittura, il tintinnio delle Monete d’Oro si prolunga in un rombo, e un vento mugghiante si desta all’improvviso da una direzione inattesa - sempre diversa ad ogni nuova celebrazione del rito. Quel vento porta con sé sette bande di energia rettilinea e parallela, come un immenso arcobaleno di sette colori. Tutto spazza, tutto ribalta. Gli Amanti e gli spettatori lottano invano per restare nel cerchio; uno per volta, sono tutti sospinti via

I due rituali sopra citati sono descritti nel secondo volume; invece nel terzo, che descrive una lunga parte del processo di militanza dell’autore all’interno dell’organizzazione, si narra di come egli stesso abbia avuto occasione di recarsi sull’Isola in astrale: un resoconto molto articolato, dal quale ho estratto alcuni passi.

Mi ritrovai sull’Isola Bianca, ma in una situazione completamente diversa da come l’avevo visualizzata fino ad allora: ovvero col cielo nero e poca luce, come la vede chi prende parte ai rituali dell’organizzazione.

Adesso il cielo era arancione e luminosissimo, percorso a Occidente da bagliori di luce rossa come in un tramonto tropicale; il suolo dell’Isola era liscio e candido come un osso di seppia, e intorno l’Oceano era puntillistico e biancazzurro come le energie elettromagnetiche...

Segue l’incontro con un gruppo di alti gradi dell’organizzazione ed una lunga conversazione con loro; poi lo scenario cominciò a cambiare. Il cielo si fece cupo, da rosso-arancio diventò bluastro. Rapidamente le persone che mi circondarono cominciarono ad arretrare, e le loro sagome si persero nella penombra.

Ma non era, credo, solo colpa della penombra se nell’arco di pochi secondi, in luogo dei vecchi barbuti con la tunica arancio, vedevo soltanto indistinte sagome marroni: qualcosa nel loro aspetto stava cambiando.
L’oscurità crebbe ancora, e invece di confondere ulteriormente le loro immagini le rese più nitide: erano insetti ora - enormi coleotteri simili in tutto ai nuovi corpi sottili che avevo osservato nei miei compagni del Beina Atterash (nota: un corpo interno dell’organizzazione), identici probabilmente anche al mio.
Era ormai buio completamente, e il suolo dell’Isola Bianca aveva cominciato ad emettere il suo lieve chiarore. Però continuavo a vederli, perché ora i loro corpi risplendevano di una tenue luminescenza bluastra. Muovevano lentamente avanti e indietro le lunghe antenne, su ciascuna delle quali - alla sommità, a metà e alla base - si potevano distinguere le piccole chiazze arancio dei sei centri superiori; il settimo centro, un po’ più grosso, rispendeva sulla fronte (se gli insetti hanno fronte), e ai suoi lati gli enormi occhi sfaccettati mi guardavano senza espressione.
Nella parte inferiore del capo c’erano le mandibole, e al di sotto di questo gli ovali dei corpi, quasi neri e indistinguibili, salvo per una linea blu-azzurrognola e luminosa che ne segnava i contorni e per i luminosi punti arancio dei sei centri inferiori. Stavano ritti sulle zampe inferiori, e le altre due paia di zampe annaspavano mollemente ai lati del corpo.
Mi aspettavo che di lì a poco i loro centri si sarebbero accesi a tre per volta, formando triangoli, e che il mio lavoro sarebbe consistito nell’interpretarli; invece furono loro stessi a disporsi in una formazione a triangolo, con una fila più numerosa che mi fronteggiava, una seconda fila meno folta dietro, e nell’ultima fila solo tre insetti.
Poi levitarono: la terza fila si alzò per prima. Vidi i tre insetti salire lentamente nell’atmosfera, fino a un’altezza che potrei stimare di circa sei metri; si disposero in modo di formare il vertice del triangolo. La seconda fila levitò dopo di loro, disponendosi in modo da tratteggiare i due cateti; la terza rimase a terra, delineando la base.
Appena la formazione fu completata, saette arancio cominciarono a partire dai centri di ciascuno di loro; ciascuna andandosi a collegare con un centro di qualcun altro e formando in questo modo triangoli. Si accendevano e si spegnevano, e - come nel caso della mia sperimentazione col Beina Atterash - la loro composizione pareva del tutto casuale
Al termine dell’intercorso con gli insetti, dinnanzi a me si ergeva la forma del Cavaliere (dal Cavallo Bianco - vedi secondo volume di Banshei) … un corpo enorme di guerriero con l’armatura…
Era perfetto in ogni dettaglio, ma i suoi contorni non erano completamente delineati: una sorta di flusso di microscopiche scorie blu lo circondava, venendo a lui da ogni parte, e formando intorno ai dettagli dei lineamenti una sorta di nebbia. Compresi che si trattava di un conglomerato ancora in costruzione, con una miriade di frammenti di pensieri umani che venivano a comporlo.
Mi sembrava di essere del tutto lucido: eppure non doveva essere così, perché quando gli avevo buttato il primo sguardo il Cavaliere, Portatore di Libertà, mi era apparso ritto in piedi come il gigante biblico sognato da Re Ciro; invece, poco dopo - mentre lo osservavo nei dettagli - mi accorsi che era a Cavallo.
Allora aguzzai lo sguardo - ma non c’era bisogno di aguzzarlo tanto, perché l’oscurità era stata ricacciata ai confini del mio campo visivo, e la visione era contenuta in una sorta di icona ovale, risplendente di luce bianca.
In piedi, ai lati del Cavallo, due da una parte uno dall’altra (uno reggeva la briglia, come se fosse un palafreniere) c’erano i Tre Maestri - coloro che esprimono il ternario Pensiero, Desiderio e Attività, coloro che governano la diade Desiderio-Volontà, coloro senza i quali questi libri non sarebbero stati mai scritti - at ni pinui belcan stahafari o.
Segue la conversazione con due dei Tre Maestri, al termine della quale:
Adesso guarda - (il Maestro) fece un ampio gesto con la mano destra, e apparve dinnanzi a me un immenso Cerchio di Stelle.
Che spettacolo! L’Isola e tutto quanto su di essa stava accadendo non esistevano più. Non avrei saputo dire dov’ero, non avrei neanche saputo dire se ero. Su un fondo blu cupo, paragonabile (non vorrei sembrare improvvisamente prosaico, ma il colore era proprio quello) alla bandiera delle Nazioni Unite, milioni di stelle si erano raggruppate in una fittissima trama, a mezza via tra un immane intrico di costellazioni e una grande galassia.
Questa formava un largo cerchio perfetto, come un’eclittica; a bene osservare, si potevano effettivamente distinguere in essa dodici enormi rettangoli che si susseguivano, proprio come nell’eclittica sono disposti i Dodici Segni.
Cos’è? Domandai.
È il Grande Giro dello Zodiaco

 

Infine, per concludere, è interessante l’affermazione dell’autore secondo cui sull’Isola Bianca (probabilmente in quanto legata a Saturno/Giustizia) verrebbero celebrati in astrale i processi interni dell’organizzazione.
Egli cita abbastanza nei dettagli il caso del processo Beckwith, il cui svolgimento sul piano fisico sarebbe avvenuto a Londra il 4 luglio 1749: questo processo è passato alla storia dell’organizzazione in seguito all’intervento diretto di un Lui, ovvero di un tipo di entità che si manifesta sul piano fisico solo in casi eccezionali.
L’intervento del Lui non fu legato alla questione dibattuta nel processo, che era piuttosto banale (James Beckwith, un Signore dell’Intelligenza, era accusato di aver sabotato per motivi personali l’elevazione di un discepolo che ne avrebbe avuto diritto), ma piuttosto al fatto che tanto l’accusa quanto la difesa si appoggiarono ad argomenti che in quel periodo si trovavano al centro del dibattito dell’organizzazione, impegnata a decidere quanto ed in qual modo avrebbe dovuto appoggiare la svolta modernista dell’umanità.
Cito soltanto qualche breve nota del racconto:

 

L’avvio dell’udienza fu regolare. Dopo il rituale di apertura tutti i presenti andarono in trance e si trasferirono sull’Isola Bianca (che in occasione delle udienze appare molto diversa da ambedue le modalità con cui l’ho descritta finora). Qui, appena giunti, restarono piuttosto sorpresi dalla presenza di una forte luce blu: questo significava che l’influsso del conglomerato di Venere era predominante rispetto a quello della settima energia, perché quest’ultima - quando governa un processo penale - colora in genere l’atmosfera della sua tipica luce verde smeraldo

Quanto allo svolgersi del dibattimento, esso rappresenta un’anticipazione delle vicende umane (tanto storiche quanto religiose quanto politiche) dal 1749 al “dissolvimento del piano astrale”, ed è in tale prospettiva che invito il lettore a cercare di interpretarlo: lo deve fare lui, perché io non posso svelargliene il senso in questo volume

Il dibattimento si avviò. Nei Tribunali dell’organizzazione, la difesa parla per prima. Il difensore di Beckwith doveva convincere la giuria che la scomunica del discepolo infedele da parte del suo assistito non era stato un arbitrio, ma un legittimo uso del “principio della forza” (nota: ho inserito i virgolettati per segnalare quando si tratta di teorie metafisiche collegate al dibattito interno dell’organizzazione) …

In questo modo, con una tattica tanto raffinata quanto indiretta, l’avvocato di Beckwith aveva condotto la giuria a una risposta che poteva considerarsi obbligata: l’Universo poteva esistere soltanto in virtù del fatto che era il “principio della forza” a determinare la manifestazione, e se qualcuno avesse sostenuto la posizione contraria, la “molteplicità dei sistemi” dimostrava matematicamente che la tradizione non poteva essere considerata un criterio assoluto

Toccava ora all’accusa. L’accusatore (…) disse poche parole. Secondo lui, la scelta di far leva sulla “opposizione creazione universale/progetto” era insensata, perché non era altro che un caso particolare della “opposizione leggi della natura/leggi dell’uomo”; la difesa non poteva quindi affermare che si trattasse di un’opposizione irriducibile, caso in cui peraltro sarebbe stato corretto invocare il “principio della forza” come soluzione… a meno di sostenere - e qui vibrò il suo colpo - che non rientri nei casi previsti dalla “legge dell’omosessualità di Dio”.

A questo punto si interruppe, e non aveva bisogno di aggiungere altro, perché il difensore di Beckwith - colto di sorpresa - era sbiancato in volto; e a detta dei testimoni, anche la luce blu che fino a quel momento aveva dominato la scena si era trasformata in un azzurrognolo scialbo e biancastro, mentre il povero Beckwith portava le mani al volto con un sospiro

Il Lui tra il pubblico si alzò in piedi. Era venuto servendosi del corpo di un 4:: dell’organizzazione, ovvero con le insegne del più umile degli alti gradi inferiori; eppure, appena si alzò, la pallida e scialba luce azzurra si ravvivò immediatamente in un blu tendente all’indaco, il più splendente che si fosse mai visto in un tribunale

I resoconti divergono, ma senza dubbio nel centro dell’aula cominciarono a verificarsi, uno dopo l’altro, molti successivi big bang: le esplosioni scuotevano le finestre, e sciami di stelle come branchi di pesci fuggivano dal loro centro, attraversando i corpi dei Fratelli presenti come se non esistessero e lasciando al proprio passaggio qualcosa di simile a solchi di calore. Questo avvenne tante volte (così recita la scrittura) perché le persone (oggetto di questo fenomeno) potessero comprendere che potere e omosessualità (nota: di Dio - questo discorso non ha a che vedere con il fenomeno dell’omosessualità fisica) sono, in realtà, una cosa sola

Lui crebbe poi di statura fino a sfiorare il soffitto col capo, e da quella posizione, sempre fissando provocatoriamente il giudice negli occhi, parlò

Inutile aggiungere che le ripercussioni (del suo intervento) furono profonde. E’ a partire da allora che il concetto di “omosessualità di Dio” incomincia ad apparire nelle speculazioni metafisiche sulla corrente indaco (praticamente come sinonimo di quella che viene detta la sua unitarietà, o nella lingua sacra “tjallami”: una parola che può essere anche tradotta “volontà primordiale”, o - per maggiore precisione - “energie relative alla manifestazione universale intesa in senso dinamico”); ed il lettore mastica ormai già abbastanza della complessa metafisica dell’organizzazione per intuire il peso che ciò ebbe nella sua evoluzione in senso modernista.

Ma per quanto fondamentali possano essere le speculazioni sul tjallami, la loro importanza non eguaglia la rivelazione che avemmo nel nostro sogno, quando comprendemmo che gli avvenimenti di quel giorno del 1749 erano in realtà un messaggio dei Sette Lui diretto a noi; e che di essi avremmo potuto servirci come base per il rituale destinato allo svuotamento di energie dalla “coscienza collettiva” (vedi Signori di Volontà e Potere), od in altre parole al DISSOLVIMENTO DEL PIANO ASTRALE (maiuscolo mio).

 

  Daniele Mansuino

 

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