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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

Spiritualità e materialismo (storico)

Dicembre 2022


Un amico marxista, al quale ho inflitto la lettura preliminare di questo articolo, mi ha mosso varie obiezioni.
Una è stata: bisognerebbe togliere il pensiero di Marx dall’ambito filosofico - idea alla quale ho consentito immediatamente, perché secondo me andrebbe collocato nell’ambito esoterico; sapevo però che l’amico non voleva dire questo, lui voleva dire per immergerlo nella realtà.
È in crescita, in effetti - di pari passo con la rivalutazione del marxismo negli ambienti più improbabili (come quello dell’alta finanza), e con la tanto irritante quanto assurda diffusione del populismo di destra, l’idea che il solo modo per ricollocare il pensiero di Marx nella giusta dimensione sia il far quadrato intorno allo zoccolo duro del prassi-teoria-prassi.
Non me la sento di dire che non si debba farlo; però è anche vero che, quando in passato si provò ad essere più rigorosi nel definire l’ambito al quale il materialismo storico dovesse essere applicato, i primi a farne le spese furono i ponti tra di esso e le altre sponde della cultura umana, relegandolo in un asfittico isolamento.
Non credo, quindi, che questo mio goffo e disordinato tentativo di ragionare in termini materialisti intorno alla spiritualità possa essere classificato come l’ennesimo attentato teso a spogliare la dottrina marxista della sua concretezza - non ha certo la forza di farlo, e comunque la mia intenzione non è quella, bensì di portare il mio sassolino alla riedificazione dei ponti distrutti.
Come è noto, il materialismo storico fece la sua comparsa sulla scena della storia nella seconda metà dell’ottocento, alzando il velo sulla cruda realtà dei rapporti umani, fondati sullo sfruttamento del lavoro da parte dei capitalisti.
Per questo la sua dottrina venne adottata da milioni di uomini, che la usarono come strumento nel tentativo di spezzare l’incantesimo malefico del capitalismo, che tuttora avvince il mondo.

Il solo ideale del marxismo è quindi l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, senza alcun cenno alla soppressione delle religioni, e tanto meno della vera spiritualità.
I suoi caratteri fondanti lo delineano come una griglia interpretativa fatta per essere applicata alla storia della società umane ed ai problemi concreti: per questo non pretende di fornire risposte alle questioni astratte, ma solo di suggerire quale possa essere il corretto approccio per porle in relazione con gli eventi della realtà.

Su questa base, si può affermare che la spiritualità ha avuto origine insieme alle più antiche forme di organizzazione sociale (senza, per questo, voler escludere che qualcosa di analogo ci fosse anche prima, e ci sia ancora oggi, nelle forme di consapevolezza a noi ignote che vengono attribuite agli animali e alle piante; però, se un essere provvisto di una dimensione spirituale non è in grado di comunicarla all’uomo, non è il caso di tenerne conto, perché non c’è modo di sapere se o in che modo possa essere equiparata alla nostra).
Volendo arrischiare un’ipotesi sulle origini della spiritualità, si deve partire dall’idea che l’uomo primitivo sia gradualmente diventato consapevole dell’ambiente che lo circondava; e che, una volta constatata la possibilità di coltivare rapporti con gli oggetti materiali, abbia concepito anche quella di poterne intrattenere con entità immateriali.
Così, analogamente, anche il metodo per ricostruire come la spiritualità si sia trasformata nell’arco della storia deve essere riferito alle condizioni materiali della società, che Marx ha classificato in cinque possibili modelli di organizzazione: la comunità primitiva, la società schiavista, il feudalesimo, il capitalismo e la società socialista (quest’ultima dovrebbe essere in via di costruzione, ma non se ne scorgono grandi tracce).
In tempi recenti, molte critiche hanno preso forma su come questi cinque modelli fossero stati interpretati nei secoli scorsi; in particolare intorno al concetto di comunità primitiva, o comunismo primitivo, la cui elaborazione da parte di Marx e dei marxisti risulta essere fondata su dati talvolta smentiti dalle successive acquisizioni dell’archeologia e dell’etnologia - così, per esempio, l’idea che siano esistite nella preistoria forme di famiglia estesa costituite da un gran numero di partner di entrambi i sessi, o che esistesse un’ampia regolamentazione dei rapporti di parentela fondata su leggi e tabù, e così via.
Insomma, il sospetto è che a quei tempi non se ne sapesse abbastanza per provare che nel comunismo primitivo si possa ravvisare un legame tra le forme associative ed il modo di produzione; e se questo non è possibile, ne deriva che è anche impossibile individuare un modello evolutivo che consenta di collocare le società primitive su diversi gradini di una scala conducente ai modelli relazionali oggi in uso.
Allo stesso modo, la contrapposizione tra la proprietà privata (che si sarebbe sviluppata successivamente) e la proprietà collettiva, trova uno scoglio nei miglioramenti verificatisi nell’interpretazione delle lingue antiche - dalle quali, trasparirebbe che non era un problema di pubblico o privato, era proprio… il concetto generalizzato di proprietà ad essere mancante; perché ogni singola forma di attaccamento di un individuo (o di un gruppo di individui) agli oggetti di suo uso, fruiva di una giustificazione sui generis, non comparabile qualitativamente alle altre.
Parentesi: non ho voluto toccarlo in questo articolo perché è un tema troppo vasto, ma quanto ci sarebbe da scrivere sugli equivoci semantici generati dai termini materialismo e spiritualità! E quanto l’approccio più disincantato, nei confronti dei codici espressivi adottati dall’umanità, che è una delle (poche) buone cose portate dal web, potrebbe aiutarci a dissiparli!
Tornando alle … improprietà nella valutazione del rapporto proprietà privata-proprietà collettiva, va detto che l’origine culturale di questa contrapposizione può essere ritrovata nei resoconti dei grandi esploratori del cinquecento, i quali riportarono come, in seno alle società nativo-americane, non fossero presenti grandi disparità sociali.
Fu allora che si manifestò la tendenza a fornire interpretazioni di questo fenomeno fondate sulla base del concetto di proprietà presso di noi in uso (come nel Discorso sulla disuguaglianza di Rousseau), giungendo all’errata conclusione che la radice dell’ingiustizia sociale andasse cercata nei primi passi di un percorso di metamorfosi dal collettivo al privato.
Va precisato, tuttavia, che la crisi di questi criteri di valutazione non è di per sé sufficiente a sostenere (come qualcuno si è subito affrettato a fare) che il comunismo primitivo non sia mai esistito. Non può di certo essere negato l’approccio collettivo dei nostri antenati alle risorse del territorio, né il fatto che il moderno concetto di proprietà abbia preso forma di pari passo all’aggregazione delle tribù in entità statali (con la conseguente costituzione dei primi organismi sacerdotali e/o burocratici); ovvero proprio come Marx, malgrado l’insufficienza dei dati a sua disposizione, aveva delineato.
Risulta corretta, inoltre, l’ipotesi marxista che la principale distinzione tra la fase del comunismo primitivo e quanto ne seguì possa essere identificata nell’attribuire ai beni materiali la funzione di mezzi di pagamento; il che significò, né più né meno, il progressivo spostamento del concetto di valore d’uso dal regno della concretezza a quello dell’astrazione, con la comparsa sulla scena della storia del più poderoso fautore di diseguaglianze che l’umanità abbia mai conosciuto - il denaro.
Più in generale, la comparsa dei concetti astratti nelle culture umane può essere legata proprio al fatto che - sebbene anche le società primitive fossero strutturate in modo gerarchico - la loro organizzazione sociale non era fondata sulle differenze di classe: di norma, queste ultime fanno la loro apparizione quando il progresso delle tecnologie legate al lavoro determina un accrescimento del volume delle attività economiche.
Allora il modello sociale comincia ad articolarsi in una struttura sempre più complessa, che necessiterà - per gestirla - di sovrastrutture adeguate; e queste ultime, a loro volta, esigeranno l’elaborazione di codici comunicativi caratterizzati da un crescente sviluppo del pensiero astratto, ivi inclusi quelli che oggi usiamo associare all’esoterismo e alle religioni.
Per quanto, dunque, gli studi più recenti abbiano reso inaccettabile il concetto di un percorso lineare dal comunismo primitivo alla società odierna, hanno lasciato integra - ed anzi hanno rinforzato - l’idea che le forme di aggregazione umana possano essere individuate tramite l’osservazione dei rapporti produttivi e dei rapporti sociali; e che da questi debba partire anche lo studio delle forme culturali legate alla spiritualità, che vanno studiate con l’attenzione pretesa dalla loro importanza nell’influenzare le forme di esistenza degli esseri umani.
Il regno dei concetti astratti è, come è noto, un territorio insidioso, ma chi sarà in grado di percorrerlo imparerà i segreti del controllo dei propri simili; soprattutto se non avrà scrupoli nell’impiegare la più perfida delle arti che vi vengono insegnate, ovvero la capacità di creare ad hoc concetti astratti ingannevoli.
Tra questi, il più ingannevole è a mio avviso il concetto di verità assoluta, dal quale si postula l’idea di un dio assoluto intorno al quale ruoterebbe l’intero Universo.
Si tratta di una concezione assente dall’immaginario dei popoli primitivi, presso i quali - ad esempio - il fatto la tribù x veneri determinate divinità, non implica che consideri false quelle della tribù y; al punto che, nelle guerre intertribali, le divinità degli sconfitti sono considerate parte del bottino, e vanno ad accrescere il pantheon dei vincitori.
Senza volersi dilungare in proposito, la verità assoluta costituisce, dal punto di vista logico e filosofico, un tale abominio che i teologi sono costretti a compiere le acrobazie più sorprendenti per giustificarla; e non essendoci mai riusciti, si preferisce oggi accantonare la logica e ricorrere ad argomentazioni di tipo terroristico, come quella - spudoratamente falsa - secondo la quale il relativismo sarebbe stato introdotto dai rivoluzionari del diciottesimo secolo, allo scopo di avviare una progressiva erosione dei valori morali.
Neanche questo è un tema adatto ad essere sviluppato qui; ma è il caso, tuttavia, di affermare che la demonizzazione del relativismo è il tratto più sbalorditivo dell’illogicità imperante oggi nel mondo, l’allarmante spia di una spaventosa incapacità di pensare.
In verità, il problema del dio assoluto appare inscindibilmente legato al rapporto intrattenuto dalle religioni con le classi dominanti, le quali necessitano di argomenti forti per imporre l’accettazione della fede che ne legittima il potere: perfino l’accettazione del teoricamente mite cristianesimo fu spesso imposta con la forza, ed in quei casi il proposito di salvare gli infedeli dal loro errore adempì alla funzione di fornire alle più esecrabili violenze un alibi morale.
È proprio l’evidenza del rapporto simbiotico che si può ravvisare tra il dio assoluto e il potere politico a dare ragione ai marxisti quando essi sostengono che le concezioni religiose sono le proiezioni, nel campo dell’ideologia, dei rapporti strutturali imperanti nella società - ed a questo va aggiunto come corollario che, quando Marx affermò che la critica della religione fosse il presupposto di ogni altra critica, non era certo un invito ad ignorare i fenomeni religiosi, ma a studiarli tutti.
Purtroppo, in seguito alla necessità di farne uno strumento di uso pratico, la dottrina di Marx venne volgarizzata assai frettolosamente, e non mancarono le incomprensioni e gli errori.
Per esempio, i marxisti dei primi tempi credevano che le religioni si sarebbero progressivamente estinte, a mano a mano che i rapporti della vita pratica quotidiana presenteranno agli uomini, giorno per giorno, relazioni chiaramente razionali tra loro e la natura.
Questa opinione si è rivelata erronea; ma aveva la sua ragione di essere nei modi in cui la religione cristiana si presentava a quei tempi in occidente, quando le chiese dominanti rivestivano apertamente i panni di gendarmi del capitalismo, chiudendo gli occhi sui bambini che lavoravano quattordici ore al giorno nelle miniere (da molti anni il capitalismo ha imboccato la strada per ritornare a quei tempi, e non è escluso che possa riuscirci) e scagliando furibondi anatemi contro chi si batteva per la cancellazione delle ingiustizie.
Si può dunque capire come chi si poneva alla ricerca della spiritualità nelle religioni non la trovasse, e ne traesse la conclusione che presto sarebbero tramontate; ma invece, è fisiologico (e già nell’ottocento i marxisti più accorti avevano analizzato questo fenomeno) che le ideologie tendano a sopravvivere - anche molto a lungo - alle condizioni sociali che le hanno prodotte, e quando trattiamo di religioni è appunto di una particolare categoria di ideologie che stiamo parlando.
Nella pervicace sopravvivenza delle religioni nelle società moderne, è senz’altro possibile ritrovare il sospiro della creatura oppressa: ovvero l’affannosa ricerca interiore, da parte degli sfruttati, di immaginarie ragioni che rendano più facilmente sostenibile lo sfruttamento che li schiaccia.
Ne è testimone la presenza, nelle varie manifestazioni della spiritualità di massa, di innumerevoli raffigurazioni di mondi improntati alla giustizia (o alla felicità, o all’amore) ai quali sarebbe possibile accedere - in questa vita o in un’altra - per mezzo della fede; ed anche ne è testimone l’entusiasmo con cui i lavoratori il cui benessere economico sia appena un po' migliorato si buttano nel consumismo, sostituendo (o abbinando) alla fede religiosa l’edonismo più sfrenato.
Tornando sull’appartenenza delle religioni alla categoria delle ideologie, va osservato come gli esseri umani abbiano sempre cercato di venire a capo degli enigmi della vita servendosi dei soli mezzi che hanno a disposizione, ovvero quelli che ci vengono suggeriti dalle nostre condizioni materiali di esistenza: basti guardare agli dei dell’antichità, i cui caratteri riflettevano le forze dominanti nella vita sociale.
Poi, in epoche più recenti, lo sviluppo dei monoteismi rispecchiò la presa di coscienza, da parte del potere politico, della possibilità di coordinare quantità di uomini sempre maggiori; e a fu sostegno di tali progetti che ogni sforzo venne intrapreso per raggruppare le credenze spirituali delle comunità umane in corpi di credenze largamente condivisi, facendo uso dei quali fosse possibile coinvolgere un gran numero di persone.
Non c’è nulla di più funzionale al potere dell’esistenza di una spiritualità di massa, grazie alla quale poter fare uso di modelli comunicativi recanti il grande vantaggio di bypassare l’argomentazione razionale. Per questo è necessario che i pilastri teologici delle religioni permangano il più possibile inalterati (pur consentendo loro, come è facile osservare nella religione cattolica, una certa duttilità nell’adattamento alle condizioni sociali) - ovvero il proporre le religioni nella forma di sistemi di idee, cioè appunto ideologie.

Corretta è dunque l’affermazione marxista che le religioni vadano interpretate come il riflesso, nel campo dell’ideologia, delle condizioni subalterne in cui gli uomini sono sempre vissuti.
Sarebbe, peraltro, un errore uccidere il sogno dell’homo religiosus con lo sbattergli in faccia un brutale Dio non esiste; e sarebbe anche sbagliato, perché nella sua mente Dio esiste, eccome. Per questo, nell’Anti-Duhring, Engels condanna recisamente qualunque grossolana forma di ateismo.
E d’altra parte, il trucco di barare sul senso delle parole, assimilando il materialismo storico dei comunisti al materialismo tout court (che è, semmai, il marchio di fabbrica del capitalismo) ha sempre funzionato, ed è oggi in piena fioritura.
Lo si può bene equiparare ad altri trucchi analoghi messi in atto dalla propaganda anticomunista del dopoguerra, come - per esempio - l’affermare insistentemente (malgrado Yalta e Teheran, e a dispetto di ogni evidenza) che i super-riformisti comunisti italiani del PCI avessero in animo di fare la rivoluzione.
Non è, peraltro, mai sfuggita ai marxisti la possibilità che il carattere emozionale del medium religioso possa esprimersi anche in forme di denuncia del disagio sociale, talvolta più efficaci di quanto possano essere altre forme di protesta. Non va dimenticato, per esempio, che la Prima Rivoluzione Russa - quella del 1905 - prese le mosse dalla cosiddetta Domenica di Sangue: una pacifica manifestazione popolare, organizzata da preti ortodossi, sulla quale le truppe zariste avevano aperto il fuoco, causando oltre cento morti e duemila feriti.
Ma, a parte questi casi eccezionali, il limite della protesta sociale di matrice religiosa si trova nella mancanza di razionalità ad essa connaturata, che rende facile al potere l’imbrigliarla per mezzo di promesse, o di piccole e poco significative concessioni.
Non ho finora fatto menzione dell’esoterismo, perché - molto più di quanto non si creda - la sua distanza dalle religioni è grande.
Infatti, in esoterismo, non si tratta di ideologie, ma di energie, e le parole sono soltanto il velo delle correnti energetiche retrostanti (che possono anche essere evocate nella forma di disegni, suoni, riti, eccetera), nelle quali non può essere di certo ravvisato alcunché di ideologico.
Nelle scuole esoteriche, nessuno pretende che il discepolo creda a nulla: ciò che gli viene trasmesso è l’arte dell’ottimizzazione e del controllo della propria attività psichica, allo scopo di migliorarsi ed elevare tanto sé stesso quanto la società in cui vive.
Va anche aggiunto, per sfatare una delle più assurde menzogne della letteratura complottista, che la possibilità di accedere con successo ad una via iniziatica non è qualcosa di riservato alle élites, ma è aperta a tutti.
È anche possibile, certamente, che a tale scopo sia richiesto al discepolo di adottare schemi - o anche sistemi complessi - composti da entità astratte che assomigliano all’oggetto delle religioni; ma non verrà mai richiesto a nessuno di credere nella loro esistenza.
Si tratterà, invece, di ipotesi di lavoro la cui adozione sarà sempre del tutto provvisoria; vengono consigliate perché l’iniziato possa utilizzarle al fine di evolvere, ma sarà libero di scartarle dopo che avrà raggiunto la meta.
Questo spiega perché l’esoterismo sia sempre stato combattuto dalle religioni coi mezzi più cruenti, ed anche perché venga aspramente avversato - molto spesso, con le peggiori calunnie - dai nemici della libertà di pensiero.
Esistono ovviamente eccezioni a questa regola, perlopiù legate al fatto che le discipline esoteriche dovettero per molti secoli convivere con il potere religioso; e nel corso di questo lungo arco di tempo, il solo modo per evitare persecuzioni violente era l’elaborazione di codici espressivi che si potessero identificare, o confondere, con quelli delle religioni.
E non sarebbe neanche obiettivo negare che, in ogni epoca (e forse oggi più che mai), varie forze politiche abbiano speculato sulla sete di conoscenza delle persone, e sulla loro incapacità di discriminare in questo campo, per associare all’insegnamento esoterico contenuti ideologici anche assai nefasti; ma è appunto per questo che la distinzione tra religioni ed esoterismo va energicamente ribadita, per fare in modo che inganni di questo genere non possano verificarsi più.

Parecchie sono le ragioni per cui il marxismo non abbia, a suo tempo, identificato la forma di spiritualità che oggi viene propriamente definita esoterica, e la prima è che i marxisti delle origini non erano attrezzati culturalmente per riconoscerla. Infatti, a quei tempi, le discipline che compongono il panorama esoterico attuale erano fenomeni di nicchia, che nessun autore avente come obiettivo di trattare dell’umanità nel suo complesso avrebbe preso in considerazione.
Di fatto, la distinzione tra religione ed esoterismo semplicemente non esisteva - il primo pensatore che avrebbe avvertito l’esigenza di delinearla sarebbe stato Guénon, agli inizi del novecento.
Volendo dunque trattare del modo in cui il marxismo considera l’esoterismo, possiamo liquidare il discorso in tre parole: non lo considera. Quando Marx e i primi marxisti parlavano di spiritualità, quello che avevano in mente erano solo ed esclusivamente le religioni; o per dire ancora meglio, quel poco delle religioni che conoscevano, ovvero soprattutto le confessioni cristiane di allora.
Io spero sia chiaro che non lo sto affermando per fargli una colpa; ma per dire che, quando si considerano le loro affermazioni in tema di spiritualità, è necessario tenerne conto.
Così, per esempio, nello sviluppo del ternario hegeliano come Marx lo condusse, o nei suoi studi sull’alienazione, o negli studi di Labriola sulla concezione materialistica della storia, l’esoterista non ha difficoltà a ravvisare tematiche o procedure tipiche dell’ermetismo, che dell’esoterismo è la base; ma, fino a prova contraria, è probabile che nessuno dei due lo sapesse, né tantomeno era cosciente che in quanto andava dicendo fosse identificabile una forma di spiritualità alternativa.
È comunque una mia impressione che l’incomprensione - da parte dei marxisti di oggi - di quale potrebbe essere l’approccio più corretto e fruttuoso alla spiritualità, non sia generata soltanto dal loro ipnotico (e un po’ masochistico) conformarsi ai termini in cui la contrapposizione spiritualità-materialismo viene proposta oggi, ma anche da un approccio errato al problema dell’ideologia più in generale: ovvero la convinzione che essa vada considerata un mero riflesso passivo di quelle che sono le condizioni materiali della vita dell’uomo.
Sono molti gli autori che hanno denunciato questa posizione come un errore, senza tuttavia poter impedire che continui ad essere adottata.
Eppure, dovrebbe essere evidente che le idee, dopo che una certa disposizione della struttura le ha originate, prendono a modificarsi sotto la spinta delle relazioni che le diffondono nella società (vedi il concetto dawkinsiano di meme); ed in virtù di questo fatto, finiscono con l’occultare la propria origine, perché la coscienza dell’uomo non è più in grado di risalire ai dati storici e sociali che le hanno prodotte.
Per questo io ho sempre affermato che la corretta comprensione dell’esoterismo passa attraverso il risalire il flusso delle correnti energetiche da esso trasmesse, fino a raggiungere la più completa identificazione delle loro fonti.
È necessario, in altre parole, far transitare le proprie cognizioni esoteriche attraverso il filtro della metodologia marxista; fino a scoprire che i sistemi esoterici oggi conosciuti non sono altro che codici espressivi diversi l’uno dall’altro ma comparabili l’uno all’altro, e che solo dalla loro sintesi può sgorgare la corretta comprensione.


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