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Filosofia della Medicina

Filosofia della Medicina

di Federico E. Perozziello
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Medicina e Caos: un filo d'Arianna per non perdersi

Luglio 2011
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Medicina e CaosGli esordi della medicina sono stati segnati da una riflessione sulla natura e sui processi biologici e culturali che portavano a confrontarsi con la realtà dolorosa costituita dalla malattia e dal fatto che questa potesse causare invalidità e morte. La Filosofia naturale dell’Antica Grecia, nata nel VI secolo a.C. dall’osservazione dei fenomeni metereologici e della forza degli elementi che li provocavano, era stata animata dal dibattito dei Filosofi Presocratici, che vennero definiti come  gli studiosi dell’Arché, i pensatori che osservavano il mondo e ricercavano un principio unificante per ogni evento.

In questo panorama biologico ed esistenziale, la malattia e la morte segnavano l’irruzione della casualità come forza incontrollabile nell’esistenza dell’individuo. Il Caso o Kaos, per gli Antichi Greci, costituiva il fattore di massimo potere sulla realtà. Un elemento di angoscia e di terrore profondi, come lo è ancora per l’uomo contemporaneo, che ha imparato ad esorcizzarlo ignorandolo oppure bandendone anche il nome. Se pensiamo alle innovazioni del welfare della nostra civiltà, di cui siamo tanto orgogliosi, non possiamo fare a meno di riflettere come le istituzioni previdenziali e gli ospedali moderni rechino in sé questo desiderio di delimitare e di circoscrivere il più possibile l’azione del Caso nella vita umana.

La ricerca dell’uomo intorno al miglioramento delle proprie condizioni di vita tende da sempre a sterilizzare gli effetti della casualità, rendendoli il più possibile ininfluenti. Le morti accidentali vengono definite dagli organi di informazione come morti assurde, perché non sono interpretabili attraverso una sequenza razionale di eventi. Si cerca sempre di rintracciare qualche comportamento doloso, o di semplice e colpevole incuria, che possa giustificare il perché una disgrazia abbia avuto luogo. Un’indagine spesso inutile, che serve tuttavia a delimitare l’angoscia e a far si che si possa continuare il cammino convinti che le deroghe ad una saggia e rassicurante prevedibilità dei comportamenti umani e di quelli delle forze naturali siano un evento raro e fortuito, un rischio che si possa correre senza eccessivi timori di essere sorpresi da un destino avverso. Una disgrazia che capiterà magari ad un altro, ad uno più sfortunato, uno più casualmente predestinato.

Questa delimitazione razionale di un evento negativo riveste una funzione liberatoria, perché sposta l’attenzione delle persone dal pozzo oscuro del terrore in cui potrebbero precipitare, se accettassero senza riserve una spiegazione non completamente ragionevole del verificarsi delle disgrazie. Gli Antichi Greci crearono in proposito una divinità che facesse da contraltare al Caso e servisse a esorcizzarlo, a controllare parzialmente i suoi effetti destabilizzanti. Si trattava della   Necessità o Anánche. Una dea poco conosciuta, a cui non venivano innalzati templi. Anánche era la madre di Adrastea o Nemesi, la divinità del Destino e genitrice delle tre Moire o Parche, figure femminili indifferenti alla sorte degli uomini e dispensatrici del fato. Le Moire sovrintendevano al filo della vita umana, con un compito differenziato tra di loro. Cloto lo filava, Lachesi lo avvolgeva intorno al suo fuso e ne determinava la lunghezza, differente per ogni persona. Atropo infine lo tagliava al momento della morte.  La Necessitàaveva un potere superiore a quello degli stessi Dei, serviva a contrastare il Caso, a delimitare il suo effetto di disordine, ansia e incertezza sulla vita degli uomini.

L’Anánche personificava un fattore di controllo dell’angoscia esistenziale, un elemento che permetteva di sopportare il verificarsi della malattia e della morte o almeno  di farsene una ragione. Un tipo di giustificazione dell’esistere profondamente irrazionale, dal momento che non era possibile elaborare alcuna previsione attendibile sulla durata della vita di ognuno. Da una parte quindi vigeva il più assoluto fatalismo e dall’altra, proprio su questa ignoranza del tempo della propria fine, si costruivano percorsi di vita, magari cercando di fissarsi delle mete temporanee da raggiungere, in una logica di possesso a riguardo dei beni materiali, o di potere sugli altri esseri umani, che servisse a circoscrivere e ad allontanare la paura disperante della fine.

Tutti questi fattori di assurdità, come li avrebbe chiamati un filosofo esistenzialista del XX Secolo, rimanevano sullo sfondo, mentre concorrevano alla costruzione e alla percezione dell’entità che chiamiamo malattia come un fatto biologico calato nella cultura del tempo. Un’esperienza completa per il soggetto che l’avrebbe vissuta. Alcuni esempi contemporanei ci mostrano anche oggi l’esistenza di una simile complessità percettiva a riguardo di un fenomeno patologico, il quale  riceve una vera e propria modulazione sociale in quelli che sono i suoi caratteri di fondo. Ne costituiscono un chiaro esempio l’infezione da HIV, la lotta all’Infertilità e alla Sterilità, la Malattia di Alzheimer e via dicendo.

Dobbiamo fare a questo punto chiarezza su cosa si intenda con la parola salute. Questo vocabolo deriva dal latino salus, che può significare salvezza  oppure salute ed è dotata della stessa radice linguistica di salvus, che sempre in latino vuol dire salvo, libero da qualcosa o da qualcuno. La parola salute può acquistare diversi significati, sia come una condizione psico-fisica dell’organismo, sia in quanto salute intesa come stato di benessere. Il termine salute può infine rivestire anche un significato letterario, inteso come salvezza, benessere spirituale, salute  sotto forma di porgere un saluto o un augurio.

Il verbo salutare deriva dal nome di una casta sacerdotale di origine etrusca, poi trapiantata nel complesso panorama religioso romano, quella dei Salutari. Queste figure di ministri di culto avevano il compito di raccomandare la buona sorte a quanti si mettessero in viaggio o comunque a chi si allontanasse da un luogo di origine, da un alveo familiare di sicurezza. Salutare in latino significava anche essere sani, essere preservati dagli accidenti di un viaggio o di un cambiamento di stato. Questi termini condividevano a loro volta la medesima radice indoeuropea di sal-, utilizzata dai latini come sostantivo per indicare il sale e diffusa con lo stesso significato in gran parte delle lingue occidentali.

Gli Etruschi erano un popolo caratterizzato da una visione magica e fatalistica della realtà. Le pratiche divinatorie risultavano una componente essenziale del loro credo religioso e della loro visione della vita. Avevano istituito una casta particolare di sacerdoti, gli Auguri, che avevano elaborato un complicato sistema di studio e di interpretazione dei presagi e dei fenomeni naturali, basato su delle valutazioni magiche. Gli Auguri osservavano le viscere delle loro vittime sacrificali, conferendo alla disposizione degli organi un particolare significato, oppure erano in grado di spiegare in modo coerente, ma del tutto fantasioso, gli  eventi naturali rari e imprevisti, quali i fulmini, le nascite di animali deformi  e via elencando.

L’interpretazione superstiziosa e allo stesso tempo un po’ rassegnata del futuro degli Etruschi fu ereditata dai Romani, che la utilizzarono copiosamente in molti aspetti della loro civiltà. Le fondazioni delle città ad esempio, con la tracciatura preliminare del cardo e del decumano e la delimitazione del territorio secondo alcune caratteristiche di tipo magico, seguivano i dettami dell’Aruspicina etrusca. La visione pragmatica dell’esistenza, così tipica dell’eredità romana, risultò contaminata in modo indelebile dal fatalismo di quel popolo scomparso e dissoltosi nel fiume del cosmopolitismo latino. Una credenza nel miracoloso e nell’esoterico che rimase sempre sullo sfondo del sentire comune del cives romanus, riemergendo periodicamente nei momenti di crisi e di debolezza delle strutture statali, fino all’avvento del Cristianesimo e delle sue sicurezze.


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