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Le finestre dell'anima di Guido Brunetti

Le Finestre dell'Anima

di Guido Brunetti   indice articoli

 

L'evoluzione del cervello e della mente

Novembre 2020

 

Tra i grandi interrogativi di questo secolo - l’origine dell’universo, il mistero della vita, il destino del mondo o la struttura della materia - il problema dell’origine e del funzionamento del cervello e della mente rappresenta per i neuro scienziati la sfida più affascinante e decisiva di questo secolo. Il cervello che studia il cervello: è la più grande avventura mai tentata dalla specie umana.

Un sicuro, eccellente contributo alla comprensione di questo delicato, difficile e complesso campo di ricerca ci è fornito da Giulio Maira, un neurochirurgo di fama che unisce alla sapienza medico-scientifica una forte sensibilità umana e intellettuale. Nel suo nuovo, stimolante e gradevole libro che s’intitola “Le età della mente” (Edizioni Solferino), Maira, con Vira Carbone, compie un avvincente viaggio nella conoscenza e nell’evoluzione di quell’organo ancora misterioso e pieno di fascino che è il cervello, una meravigliosa architettura costituita da circa cento miliardi di neuroni e ritenuta dagli scienziati la struttura più straordinaria e intricata dell’universo conosciuto.

Lungo tutto il corso della vita, lo sviluppo del cervello va incontro - precisa Maira - a un succedersi complesso di fasi di costruzione ed eliminazione. Punto di partenza è l’organizzazione del cervello che è “programmata” in massima parte dai geni e si realizza nel corso dei nove mesi di vita intrauterina.
L’essere umano viene al mondo con un cervello unico, un proprio carattere e inclinazioni, qualità che sono sempre in costante interazione con le esperienze e l’ambiente socio-culturale e familiare nel quale il soggetto vive. Darwin ha mostrato al riguardo che lepri e conigli cresciuti in cattività in una gabbia avevano un cervello del 15-30 per cento più piccolo rispetto ai loro simili cresciuti in libertà. Al contrario, se gli animali vivono in un ambiente “arricchito”, il loro cervello acquista dimensioni maggiori, in ragione dell’aumento delle connessioni neurali.

Ogni età della vita è un processo di maturazione in diretta integrazione con gli altri, al precedente da cui è influenzato e al successivo in quanto lo influenza. È lontano il tempo in cui si pensava che l’età evolutiva cominciasse con la nascita. La vita comincia prima della nascita e durante questo periodo si compie uno sviluppo prodigioso. Il cervello si sviluppa durante la gravidanza e nei primi anni successivi a un ritmo molto rapido. Il cervello, lo ribadiamo, è unico, non esistono due cervelli uguali. Questo sviluppo viene determinato dall’attività dei neuroni e dal patrimonio genetico.
Tra madre e figlio si stabilisce una simbiosi intrauterina. La madre rappresenta un “organizzatore psichico”, la “matrice psichica” nello sviluppo dell’essere.
Ogni soggetto poi è un individuo con caratteri originali e irripetibili, un essere in divenire, sottoposto in tutto l’arco della vita a un sistema di variazione.
Alcune ricerche hanno dimostrato che bambini “trascurati” durante la prima infanzia presentavano “un cervello più piccolo” (Swaab) e manifestavano disturbi psichiatrici e altre anomalie sul piano cognitivo, linguistico, motorio e intellettivo. Ulteriori ricerche hanno poi evidenziato che già nell’utero, il bambino “reagisce” agli stimoli esterni, con la possibilità di contrarre patologie, come la schizofrenia e la depressione.
Udire inoltre il suono della voce della madre da parte del feto è una esperienza che rinsalda la costruzione del “legame” madre-figlio. Il feto può ricordare anche gli stimoli a livello del gusto e del tatto ricevuti nell’utero. Dopo la nascita, il neonato riesce a riconoscere l’odore della madre. È di tutta evidenza perciò come nel bambino gravi danni bio-psichici e mentali possano manifestarsi dall’assunzione da parte della madre di alcol, fumo, droghe e medicinali.

L’esperienza clinica e la ricerca teorica hanno dimostrato l’importanza fondamentale nello sviluppo dell’essere umano dei primi anni di vita del bambino. La crescita mentale appare come un processo dinamico che si svolge secondo una vasta e complessa rete di strutture e funzioni tra loro correlate, riguardanti le inclinazioni innate, gli schemi individuali e le influenze dell’ambiente socio-familiare, “responsabile” delle condizioni in cui si attua lo sviluppo.

Il verificarsi di vissuti e di esperienze che in seguito evolvono in molteplici sintomi patologici è in dipendenza della multiforme interazione tra “deficit cognitivi” e “traumi ambientali” sperimentati nelle primissime fasi della vita infantile. Il decorso di questo pluralismo evolutivo non è mai dato in anticipo, essendo ogni processo di sviluppo legato a una griglia di possibilità, a diverse strategie e alla trama di una “irriducibile molteplicità” di fattori, ai quali vanno aggiunte totalità organiche e funzionali considerate come reti complesse di un gran numero di processi evolutivi.

Il contesto originario dello sviluppo viene individuato nell’apporto di una “relazione oggettuale” identificata nell’unità biologica della “diade madre-bambino”. La centralità del codice materno si pone pertanto come condizione fondativa di una concezione dello sviluppo che interessa “globalmente la vita mentale” (Fornari).

A questo processo primario viene affidata la funzione di matrice biologico-affettiva che si articola via via in più strutture e in molteplici linee evolutive. Superando in tal modo il concetto di uno sviluppo assunto come “processo geneticamente programmato nella sua totalità fin dalla nascita” (De Ajuriaguerra).

Si tratta di un rapporto che s’instaura - come dimostrano studi di medicina prenatale - già prima della nascita e si sviluppa per tutto il periodo della gravidanza attraverso un continuo scambio di messaggi e un legame empatico (bonding) che fanno ritenere il tempo della gestazione il più importante della vita individuale, poiché vengono poste le basi dello sviluppo bio-psichico ed emozionale, essendo il feto in grado di percepire, ricordare, apprendere e manifestare un proprio comportamento, con tratti individualizzati ben definiti.
Lo sviluppo mentale del bambino è dunque strettamente legato alla regolazione qualitativa e quantitativa degli “scambi” tra madre e figlio. In particolare, una congruente “omeostasi psicosomatica” si realizza a partire dalla a) pienezza dei rapporti psico-affettivi; b) dalla flessibilità dell’adattamento ai bisogni del lattante e c) dalla stabilità della relazione.

L’importanza vitale del vissuto precoce madre-bambino (Bowlby) viene confermata da una serie di ricerche fin dagli anni quaranta del secolo scorso, rilevando gli “effetti disastrosi” della carenza di cure materne sullo sviluppo cognitivo ed affettivo (Lowrey, Hunt, Backwin). Di notevole valore poi sono le ricerche di R. Spitz sulla depressione anaclitica e sull’esistenza di un comportamento di angoscia durante il terzo mese di vita. Il lattante in braccio alla madre si ritrae intimorito all’avvicinarsi di un’altra persona. Questo comportamento è stato definito l’angoscia dell’ottavo mese, ovvero “fobia del viso estraneo” (Lebovici). Si tratterebbe della prima fobia, la quale avrebbe la funzione di elaborare l’angoscia di separazione. Per il lattante, l’allontanarsi della madre vuol dire “perdita di separazione”, mentre la presenza di un estraneo significa “scomparsa o pericolo di scomparsa della madre”.
L’angoscia di separazione provoca disturbi funzionali quali quelli del sonno e dell’appetito, ovvero sogni angosciosi, incubi e terrori notturni, nonché fobia scolare.

La ricerca etologica rileva come il bambino e i piccoli delle scimmie si comportino in maniera molto simile quando vengono sottratti alla madre. In entrambe le situazioni il piccolo interrompe il proprio comportamento di esplorazione e tende a isolarsi. Il comportamento di attaccamento risulta quindi funzionale alla “sopravvivenza” dell’individuo e della specie al pari dell’istinto alimentare e di quello sessuale. Lo sviluppo mentale, ovvero una personalità sana, matura, risulta legato al grado di relazione affettiva che il bambino ha sviluppato con le figure parentali. Al riguardo sono stati descritti modelli relazionali patogeni della madre con il bambino, come l’iperprotettività (Lewy), la sindrome del bambino vulnerabile (Green) e il concetto di madre “schizofrenogena” (Kanner).

Un’altra fase della vita è l’adolescenza, un’età che ha avuto negli studiosi un forte interesse. Che ha molteplici origini. Da un punto di vista clinico, lo studio dell’adolescenza “richiede” l’uso di metodiche specialistiche; mentre se si considera l’adolescenza come una fase della vita, il suo studio assume notevole rilievo per una comprensione dei meccanismi dello sviluppo e delle sue forme patologiche. È un momento - spiega Maira - molto critico. La mancanza di maturità genera comportamenti “a rischio”, fatto che “dipende” dallo sviluppo del cervello umano.

Durante questa età, si attivano i circuiti del comportamento sessuale in virtù dell’aumento degli ormoni. Cresce il livello dell’aggressività e la possibilità di comportamenti impulsivi, antisociali o devianti.
La psicoanalisi ha fornito teorie nelle quali la personalità viene rappresentata come l’esito di “un conflitto di forze interne”. Sta di fatto che l’adolescenza è il periodo di formazione delle “principali strutture caratteriali” (Feinstein).

Il passaggio dall’infanzia e dall’adolescenza alla giovinezza, all’età adulta e alla senescenza è scandito da una serie di fenomeni quali i “rivoluzionari mutamenti psichici”, gli eccessi nell’azione e nel pensiero, manifestazioni turbolente o a “iconoclasti ideazionali” e forme di comportamento gruppo e atteggiamenti sociali.

Nell’età adulta e poi nella senescenza, il cervello raggiunge la sua completa maturazione. In questa fase, il nostro cervello cambia ancora. E incominciano lentamente quei processi che portano alla “perdita” di neuroni. Il rallentamento della neurogenesi provoca l’indebolimento della memoria. La grande scoperta della plasticità del cervello tuttavia dimostra che questo meraviglioso e misterioso organo ha la stupefacente capacità di modellarsi e rimodellarsi continuamente, generando nuove sinapsi e sempre nuove emozioni, idee, pensieri, strategie.
È un’età caratterizzata dalla “riduzione” del numero e dell’attività delle cellule nervose. La possibilità di attivare i neuroni esercita un “effetto protettivo” contro l’invecchiamento e L’Alzheimer.
La base per operare in questa direzione è stata posta da Dick Swaab, uno dei massimi neuro scienziati europei, attraverso questo principio: “Use it or lose it” (Usalo - il cervello - altrimenti lo perdi). Come? Attraverso un “ambiente arricchito”, come hanno dimostrato alcune ricerche effettuate con topi.
L’invecchiamento e la malattia di Alzheimer presentano elementi comuni, come ad esempio l’età, fattore che costituisce il principale elemento di rischio. Questa patologia è la forma più comune di demenza e viene intesa come un invecchiamento precoce, più rapido e più grave del cervello. Demenza che si manifesta spesso anche nel morbo di Parkinson. Esistono in verità molte forme di demenza. Un ruolo importante nel determinare questi processi è svolto da complesse interazioni tra geni e ambiente.  Concludendo, rimane la bella osservazione di Giulio Maira: la nostra mente è “il meglio che la natura e l’evoluzione siano riusciti a fare!”.

 

Guido Brunetti

 

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