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Fenomenologia di un allenatore: Marcello Lippi

Gennaio 2019

 

Dall'analisi di brani estratti da una serie di interventi di Marcello Lippi, noto commissario tecnico della nazionale campione del mondo del 2006, emergono importanti elementi che ci possono condurre a individuare la sua concezione non solo di come allenare una squadra di calcio, ma di come avviare un processo di formazione della personalità di esseri umani. Passando in rassegna fasi basilari della sua vita, aneddoti, episodi ed esperienze varie abbiamo la possibilità di capire sia i tratti personali e caratteriali che le condizioni che lo hanno reso un celebre “capo”. Un capo carismatico e vincente.

La riflessione riguarda fondamentali fattori, come il capo, il leader, il carisma, il gruppo e le sue dinamiche, le motivazioni, la tecnologia. Ci troviamo di fronte a questioni cruciali che formano oggetto della psicologia, della psicoanalisi e dell’antropologia.

Uno degli elementi della sua personalità è la comunicazione. Il suo sistema di comunicazione rappresenta una fase centrale della relazione allenatore-giocatore-squadra. L’allenatore deve comprendere, ma deve anche saper comunicare. È un comportamento che non si limita all’ambito professionale. Egli non si chiude in una corazza psicologica per proteggersi dalle ansie e dalle difficoltà. Saper comunicare significa creare un processo di conoscenza di sé, dell’altro, delle proprie capacità, delle proprie paure, ansie, angosce, insicurezze e solitudine interiore. Il dialogo - la parola - ha una enorme importanza. Certamente, ci sono atteggiamenti e parole che un allenatore, così come un buon padre di famiglia e un bravo medico - non dovrebbe mai manifestare.

Egli si presenta con tutto il suo essere, aiutando i giovani atleti a percorrere gli orizzonti delle loro vite sempre più divise tra corpo, tecnologia e mente.

Il corpo è importante. Come mostra la ricerca delle neuroscienze, tutti gli apprendimenti, a partire dai primi anni di vita, iniziano con il corpo. La prima formazione dell’Io è l’Io corporeo. Tutto parte - secondo i neuroscienziati - dal cervello, la struttura più complessa e ancora misteriosa dell’universo conosciuto.

Il calcio parte dal cervello, incrocia i sentimenti e il cuore e si conclude nei piedi. In che modo? Attraverso gli schemi, le tattiche, i principi di gioco, la disposizione di gioco. Tutto ciò serve a migliorare l’abilità tecnica, il livello fisico, motorio e qualitativo della prestazione atletica. Ma non basta. Occorre conoscere e approfondire le attitudini particolari, diverse e variegate dei soggetti, allo scopo di potenziare il loro livello psichico, le loro qualità intellettive, suscitando motivazioni, emozioni ed atteggiamenti positivi.

Ci sembra di poter sostenere che quello di Lippi sia un approccio olistico, che tiene presente l’unità e la totalità bio-psichica dei giocatori.

 

Il nucleo centrale della sua teoria consiste nell’aver condotto con forza un’azione professionale secondo cui ‘nel calcio, come nella via e in ogni tipo di lavoro, per affermarsi bisogna creare un’alchimia fra le persone’, ovvero un gruppo strutturato e fortemente motivato. Bisogna - è il suo credo - “fare sentire importanti gli uomini, far capire loro che fanno parte di una squadra, e che ogni soggetto ha un ruolo necessario e determinante”.

Si tratta - ecco i segreti per conseguire traguardi prestigiosi - di riuscire a suscitare nel singolo e nella squadra la formazione di uno spirito di gruppo e la capacità di porsi come leader carismatico.

Quando Lippi parla di motivazioni, di formazione e di coesione di gruppo, il pensiero corre subito ad alcuni importanti contributi forniti, in particolare, da Le Bon, Freud e Max Weber, ai quali si devono puntuali analisi sul capo carismatico. Sia Lippi che questi autorevoli studiosi mostrano l’esistenza di un rapporto capo-gruppo, dominato da una personalità forte e a volte eccezionale. Una personalità verso cui il gruppo sviluppa ‘un legame di dipendenza dalle marcate valenze emotive’.

Ci troviamo di fronte a una relazione in cui il capo (nella fattispecie, Lippi) ‘domina e affascina’ il rapporto interpersonale, in quanto capace di ‘controllare e condurre’ il gruppo e il singolo soggetto quando, dove e come vuole. Il capo cioè ottiene obbedienza così ‘come il domatore - semplifica Le Bon - ottiene obbedienza dalle belve’.

In questa linea, si pone anche Freud. Per il padre della psicoanalisi, il capo richiama la figura primigenia del padre, un capo supremo, una guida, sicuro di sé e autosufficiente. Agli inizi della storia umana, fu lui il superuomo”.

Il capo è il vero catalizzatore della ‘forza libidica’ del gruppo, colui che funge da ‘difesa’ da angosce fantasmatiche e da impulsi distruttivi e aggressivi, agendo da ‘contenitore’ delle ansie e delle paure del gruppo. Di qui, le funzioni simboliche connesse con il ruolo del capo. Il capo amato diventa allora il luogo di ‘proiezione’ delle attese e dei desideri dei singoli e del gruppo. In questo senso, il capo assume una funzione carismatica.

Per ‘carisma’, intendiamo una qualità considerata straordinaria che viene attribuita a una persona, dotata di ‘forze eccezionali’ (Weber). Emerge un concetto di capo considerato come colui che ‘domina’ a senso unico il gruppo”.

Per spiegare perché alcuni individui, come Lippi, raggiungono certe posizioni ed altri no, dobbiamo considerare due aspetti: le qualità individuali e le circostanze. Circa i tratti personali, riteniamo, d’accordo con altri studiosi, che il leader sia un ‘individuo speciale’ dotato di caratteri che lo predispongono alla conquista di posizioni prestigiose. Il capo sarebbe più intelligente, più sicuro di sé e delle proprie capacità e più sensibile, più socievole. L’analisi della personalità di Lippi si accosta al concetto di un capo adatto a svolgere funzioni di leadership in cui entrano in gioco ‘valenze individuali’, come sensibilità interpersonale, attitudine al comando, flessibilità, autocontrollo, capacità di persuasione, scambi, regole, ruoli, influenze.

 

Lippi appare un leader ottimale, che basa la sua azione su due ordini di qualità: quella tecnico-organizzativa diretta a portare il gruppo-squadra al raggiungimento dei suoi scopi e quella socio-emotiva diretta a salvaguardare i rapporti interpersonali, la coesione di gruppo, la motivazione, il morale dei giocatori, valorizzandone le energie e le capacità individuali.

È un metodo che serve a creare un sistema di interazione attraverso un processo di identificazione, proiezione e rinforzi. È una figura che riesce a sintonizzarsi con i giocatori, è disponibile, centrato sulle loro potenzialità umane e atletiche. Non è un allenatore rigido, direttivo, punitivo, ostile. È una persona che ascolta, comprende, accetta, sa proporre e stimolare. Una figura empatica, che sa il significato della resilienza. È un leader, il quale come un bravo docente prima di imporre metodi, regole o divieti si sforza di conoscere i suoi uomini.

Dunque, la filosofia di Marcello Lippi si fonda su un paradigma olistico, tecnica sì, ma anche intuito, una predisposizione genetica, intelligenza, sensibilità, arte nel condurre e formare i giovani. Un educatore e uno psicologo. Il tutto si conclude nella magia del gol, che riesce a creare profondi sentimenti e gratificazioni in migliaia di spettatori.

Il gol assume l’immagine di una figura, la quale similmente a un dipinto o a una poesia ci può trasportare attraverso un continuum di emozioni diverse che si estendono dal piacere erotico alla speranza, alla rinascita. Il pallone che penetra nella rete ci permette di sperimentare un piacere profondo, attivando i circuiti cerebrali e neuronali collegati con la gioia, la gratificazione e il benessere, e rilasciando neurotrasmettitori noti come endorfine. È una esperienza che coinvolge istinti primordiali e irrazionali, sentimenti ancestrali ed emozioni, idonei ad alleviare sofferenza, dolore, malessere esistenziale, consentendoci di vivere uno stato di tranquillità dell’animo, euforia e momenti di serenità interiore.

Concludendo, la visione di Marcello Lippi si caratterizza come tecnica ed arte, conoscenza ed intuizione, empatia e resilienza, volta a promuovere una crescita non solo sportiva, ma anche educativa, culturale e morale. Un modello da cui partire per tutti coloro che a diverso livello operano nella società.

 

Guido Brunetti

 

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