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di Guido Brunetti   indice articoli

 

Verso un'età postcristiana?

Il contributo delle neuroscienze

Luglio 2017

 

All’inizio del terzo millennio e nel convulso divenire del mondo, l’uomo di oggi  si trova di fronte a una molteplicità di grandi domande e di dubbi avvolti ancora nel mistero e perciò velati di un senso di angoscia.

Sono le domande che riguardano i misteri del nostro mondo, il lato oscuro della natura umana. Perché c’è vita nell’universo? Se Dio ha creato l’universo, chi ha creato Dio? In che modo è nata la prima volta la vita? Come e su che cosa costruire il senso della vita ed affrontare il mistero dell’esistenza? Siamo condannati alla solitudine interiore, al male fisico e al male metafisico?

La società postmoderna vive una forte e crescente crisi, che si esprime attraverso un degrado sociale e morale, un Io frammentato, tra incertezze e sfiducia, sofferenza e un profondo disagio. Una società, per Jacques Maritain, percorsa da babelisme, dalla mancanza di un paradigma unitario e condiviso e da un sistema di principi consolidati. Tutto appare incerto.

Ma se tutto è “precario” su cosa costruire - si domanda il teologo Angelo Scola nel suo recente libro Postcristianesimo? (Marsilio Editori) - la propria speranza? “Se Dio esiste - aggiunge il cardinale milanese - perché tace”?

Affiora un “furore iconoclasta” che vede nella cultura e nella scienza, come concordano altri autori, un potente alleato in una “moderna crociata” contro Dio, la fede, la religione, le credenze. La crisi dell’uomo moderno divorato da un diffuso nichilismo e da un Io ipertrofico trascina anche la Chiesa. La causa principale della crisi che ha “sconvolto” questa istituzione risiede, ha dichiarato Joseph Ratzinger, “nell’oscuramento di Dio”. Nella coscienza degli uomini di oggi, “Dio ha perso il primato”. Nell’accantonare Dio, l’uomo “si rende schiavo” di forze materiali.

Siamo in presenza di un’età postsecolare non più legata all’idea di Dio e alla pratica religiosa che si sta progressivamente “allontanando” dal cristianesimo. Ci avviamo verso un’età postcristiana in questa “verminaia terra” di poteri senza legge che - rileva Guido Ceronetti -  “ci intortiglia”. L’uomo postsecolare è quindi un uomo postreligioso.

Parliamo, come concordano autorevoli studiosi - di “postcristianesimo”, una condizione destinata a creare negli esseri umani una desertificazione morale e spirituale nelle coscienze, un vuoto esistenziale, poiché all’orizzonte non sembra apparire alcuna prospettiva certa. La società postmoderna è una società “certamente postcristiana” (Scola), poiché vive, come dice il teologo Datolo, una condizione di “marginalità” e di “ irrilevanza”. In queste condizioni, la fede e la teologia hanno ancora un futuro?

Invero, il termine “postcristianesimo” è stato usato dallo storico Poulat per indicare uno stato di “marginalità” nell’ambito di paradigmi socio-emotivi e cognitivi, e un cambiamento di una cultura e di un linguaggio cristiani per secoli punto di riferimento di valori, esperienze e prospettive.

In precedenza, a porre in discussione la cristianità sono stati, tra l’altro, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese e il processo di secolarizzazione. La più grave crisi del millennio subita dalla Chiesa, tuttavia, avvenne - come scrive lo storico tedesco Reinhardt in un libro che esce in questi giorni - tra il 1524 e il 1534 al tempo della riforma luterana.

L’onda d’urto della secolarizzazione degli anni Sessanta porta a un processo di “decristianizzazione” e “anticlericalismo” descritto da Jean Delumeau nel suo libro Il cristianesimo sta per morire? Lo storico francese propone il passaggio da un cristianesimo “umanimista” e “dolorista” a un “cristianesimo libero”, tuttora ancora “solido”. In questa direzione si pone anche un altro studioso, René Rémond, il quale presenta l’immagine di un cristianesimo visto come fermento e capace di introdurre  “valori forti”.

In questa nuova crociata contro la religione e Dio si pongono alcuni neurobiologi, filosofi e scrittori, come Dawkins, Krauss, S.Harris, Dennet, Hichens. Questi autori sono uniti da un grande obiettivo comune, quello di criticare aspramente l’esistenza di Dio e la religione intesa come “disfunzione evolutiva”. I neurobiologi fisicalisti non riconoscono una metafisica che trascenda la materia e ritengono pertanto “incompatibile” l’idea di un ente trascendente.

L’eminente neurobiologo, R. Dawkins, sostiene al riguardo che la scienza costituisce “la nuova e principale fonte di prova che qualsiasi congettura a proposito di un creatore non sia affatto necessaria”. Nel suo libro “L’illusione di Dio”, egli asserisce che la religione è “falsa” e che Dio “non esiste”. Sulla scia di questa asserzione, L. Krauss muove un’altra critica contro l’idea della creazione, affermando come l’universo sia  emerso “dal puro e semplice nulla”, senza niente di preesistente e senza un “creatore divino”. Anche da S. Harris provengono attacchi alla religione e alla fede, le quali “apportano soltanto sofferenza”. La moralità “non proviene dalla religione”, ma è una caratteristica dell’evoluzione. Questa concezione si riscontra anche nel filosofo D. Dennett, il quale rimarca che la teoria evoluzionistica spiega lo sviluppo della coscienza e della moralità, e che non occorre un “testo sacro” per dirci come dobbiamo comportarci.

In questa linea si muovono anche C. Hitchens, per il quale la religione “avvelena ogni cosa”, e S. Hawking, la cui idea base è che la scienza da sola è sufficiente a spiegare le origini dell’universo e non c’è bisogno di invocare Dio per “accendere la miccia” che fa partire l’universo.

La concezione secondo cui l’unica realtà è la materia e lo spirito non è altro che l’attivazione di sistemi neurali e di meccanismi cerebrali non soltanto è “indimostrabile”, ma è “priva di senso”. Nei libri di questi autori, come concordano anche A. Aczel e A. Mcgrath, non riscontriamo elementi di “scienza pura”, cioè di conoscenze oggettive. Si tratta di scienza con “uno scopo”, quello di confutare l’esistenza di Dio. Sono pertanto argomenti “tendenziosi”, che “piegano e distorcono la scienza secondo i propri fini”. Sono critiche antireligiose, piuttosto che un “serio tentativo” di argomentare e riflettere sulle implicazioni della scienza. La visione della vita offerta dai Nuovi Atei risulta - precisa C.S. Lewis - piuttosto “tetra e insignificante”.

Questi scienziati si ritengono paladini di Darwin, ma fingono di non sapere che lo stesso Darwin non voleva essere considerato un ateo, ma affermava la “concordanza” tra la religione e la teoria dell’evoluzione. Un concetto condiviso anche dal  grande scienziato evoluzionistico, S. Gould, il quale ammette il “valore” della religione. Evoluzione e fede in Dio - egli dice - non sono necessariamente “in contraddizione” e l’evoluzione “non sostituisce Dio”. Negli scritti di Einstein ci sono ripetuti riferimenti a Dio. La scienza senza religione è “zoppa”, la religione senza scienza è “cieca”. Chiunque si occupi di scienza - osserva – “si convince che una sorta di spirito, di gran lunga superiore a quello umano, si manifesta nelle leggi dell’universo”. In questo senso, la scienza conduce a un sentimento religioso.

 

Dalle considerazioni finora espresse, possiamo dire che la scienza non è ostile alla religione.

Ricerche cliniche e sperimentali di neurofisiologia condotti attraverso metodiche di neuroimaging hanno permesso di studiare le aree cerebrali attivate o disattivate durante i vari tipi di meditazione o preghiera (Newberg). Altri studi hanno rilevato “intense emozioni” e lo sviluppo di “calma emotiva” (Ficher), riducendo stati di ansia, paura, dolore e producendo sensazioni di euforia e gioia.

Le ricerche nel campo delle neuroscienze mostrano l’esistenza negli esseri umani di sistemi neurali e circuiti cerebrali coinvolti nella dimensione del sacro e del trascendente, nell’esperienza religiosa, nelle credenze e nell’idea di Dio. In base all’insieme di queste ricerche, autorevoli neuro scienziati hanno indicato nel cervello umano la presenza di “un’area divina”, di un “centro di Dio” nel cervello (Shacter).  Dio, fede, religione, spiritualità hanno dunque una base genetica, un istinto religioso che ha avuto origine da reazioni biologiche comuni a tutti gli esseri umani e perdura da quando l’uomo abita la terra (Hauser). E’ una caratteristica universale, una “scintilla morale e religiosa” impiantata” nella mente. E’ stato scoperto poi un gene che D. Hamer ha chiamato il “gene di Dio”. L’individuo è perciò un Homo religiosus. Gli uomini - ha scritto lo scienziato G. K. Chesterton - possono scoprire la struttura ordinata del mondo grazie al fatto di recare in sé “l’immagine di Dio”.

E’ emerso un fecondo campo di ricerche, che ha dato origine alla neuroteologia, una nuova disciplina che studia la correlazione tra la dimensione spirituale e del sacro e la funzionalità neurobiologica del cervello umano.

 

La scienza non ha fornito alcuna prova che l’idea dell’esistenza di Dio debba essere “necessariamente errata”. Questa né dimostra l’esistenza di Dio né la confuta. Nessuno può “garantire” che Dio non esiste. L’esistenza di Dio - ha dichiarato il grande scienziato Gould -  si colloca al di fuori della scienza.

Nel  tempo del “dubbio” e del “nichilismo”, in cui si proclama l’esistenza di un “mondo disperato”, di una “cultura di morte”, di “un’assenza del senso”, la caduta delle ideologie deve condurre - dichiara Paul Valadier - a una “fede di ragione” in grado di “non far disperdere la ragione e a ridare alla ragione fede in se stessa”. Anche il grande filosofo Habermas e Joseph Ratzinger proclamano un nuovo rapporto tra fede e ragione, le quali, in una società postsecolare sono chiamate alla “reciproca purificazione e al mutuo risanamento”, poiché hanno “bisogno l’una dell’altra”. Non è possibile dunque eliminare il trascendente. Non c’è allora alcun motivo, come chiarisce H. Joas, per guardare con scetticismo alla possibilità di sopravvivenza del cristianesimo”.

“Postcristianesimo? Una delle grandi contraddizioni di questo nuovo Medioevo della civiltà postmoderna, assalito sempre più da troppi feudatari, l’emergere di società tecnologicamente progredite, ma umanamente barbare. Infatti, da una parte è in atto una rivoluzione scientifica destinata a sconvolgere non soltanto i metodi di diagnosi e cura in medicina e psichiatria, ma la nostra stessa visione del mondo e le nostre millenarie concezioni; dall’altra, assistiamo all’erosione e al declino di quei principi che hanno favorito la nostra formazione e l’avvento dell”Homo sapiens. Il limite dell’Homo sapiens, cioè del neocervello,è quello di non essere riuscito a debellare l’Homo malephicus, il cervello rettiliano.I quali, purtroppo, sono destinati a coesistere.

 

   Guido Brunetti

 

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