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Vecchio 07-03-2008, 12.33.34   #1
vagabondo del dharma
a sud di nessun nord
 
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Into the wild (nelle terre selvagge)

Avete visto questo film? Ha suscitato emozioni e pareri contrastanti in tutti quelli che lo hanno visto. Voi cosa ne pensate?

Molti lo criticano perchè considerano la scelta del ragazzo estrema e "pazza".

Secondo me, sarebbe troppo banale interpretare questo film tenendo conto solo del suo lato materiale e pratico: un ragazzo che abbandona la famiglia e la società e si rifugia nelle remote e sperdute lande dell'Alaska per contestare la società e i suoi meccanismi stritolatori, per sottrarsi al bigottismo e all'ipocrisia del sentimentalismo borghese. Sarebbe troppo banale e, se questo fosse stato l'intento, Penn avrebbe fallito lo scopo.

Chris si addentra nell'Alaska per trovare quello cerca, ma soprattutto per trovarsi. La natura è metafora di una ricerca interiore che ha come obiettivo la scoperta dell'autentico e del vero. Penn utilizza il viaggio di Chris in chiave simbolica, ma più che manifestare intenti di critica politica indica una strada. Ed è la strada dell'interiorità, la strada maestra dell'umanità, quella che da tempo abbiamo abbandonato, la strada del "conosci te stesso". Chris non è un isolato, ma cerca di essere "solo". Solo per sentire la sua voce più autentica.

Disseminare la storia delle citazioni di Thoreau, Tolstoj e London è una chiara dimostrazione che l'intento del regista è quello di indicare "un nuovo modo di vedere le cose". Sarebbe stato facile cadere in suggestioni new age se avesse troppo chiaramente alluso ad un'illuminazione di tipo buddista. Ma la scena finale, con Crhis che muore sorridendo, è una vera e propria illuminazione. La grandezza di Penn, secondo me, sta proprio dalla sua capacità di raccontare una storia di "trasformazione interiore" attraverso un percorso che si dipana lungo il continente americano, la cui geografia è tradizionalmente metafora della conquista di spazi interiori. Era il vero intento di Kerouac, andando oltre la strada come retorica dell'autostop, della droga e della libertà (come libertà da divieti). Era la vera inclinazione di Thoreau, Emerson e dello stesso Henry Miller. Qualcosa di profondamente radicato nella tradizione americana e che in London ha la sua espressione più "selvaggia e naturale".

Sentendo i commenti all'uscita del cinema si capisce a chi dà fastidio questo film. Dà fastidio a chi ci vuol vedere una possibile "soluzione" per tutti. A chi legge il percorso di Chris come un gesto "politico", nel senso di indicare una nuova strada a tutti. Invece è solo la vicenda di Chris, una persona che si è interrogata sulla natura dei rapporti sociali e sull'inautenticità che può pervaderli, una persona che sceglie la strada della solitudine (e non dell'isolamento) per trasformarsi interiormente e per trovare una nuova consapevolezza. Raggiuntala, vorrebbe tornare nel mondo e condividerla. E' questo il messaggio di Penn: la condivisione.

Chris, novello Cristo, dopo il deserto vuole diffondere la lieta novella. E, anche tra gli uomini, Chris raggiunge la saggezza imparando (dall'anziano signore) che nel perdono si ama veramente. E alla fine ha perdonato tutti, anche i suoi genitori. L'illuminazione è lì, in quel perdono. Chi ci vede solo la critica alla società, secondo me, si perde gran parte del significato di questo film meraviglioso, che ti stringe le budella e ti fa riflettere. Raccontare la ricerca della verità attraverso una storia di grande appeal non è da tutti, e Penn ci riesce alla grande.

Siccome tocca molti temi affini a questo forum, mi piacerebbe sentire la vostra...
vagabondo del dharma is offline  
Vecchio 09-03-2008, 23.22.57   #2
vero
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Riferimento: Into the wild (nelle terre selvagge)

Citazione:
Originalmente inviato da vagabondo del dharma
Avete visto questo film? Ha suscitato emozioni e pareri contrastanti in tutti quelli che lo hanno visto. Voi cosa ne pensate?

Molti lo criticano perchè considerano la scelta del ragazzo estrema e "pazza".

Secondo me, sarebbe troppo banale interpretare questo film tenendo conto solo del suo lato materiale e pratico: un ragazzo che abbandona la famiglia e la società e si rifugia nelle remote e sperdute lande dell'Alaska per contestare la società e i suoi meccanismi stritolatori, per sottrarsi al bigottismo e all'ipocrisia del sentimentalismo borghese. Sarebbe troppo banale e, se questo fosse stato l'intento, Penn avrebbe fallito lo scopo.

Chris si addentra nell'Alaska per trovare quello cerca, ma soprattutto per trovarsi. La natura è metafora di una ricerca interiore che ha come obiettivo la scoperta dell'autentico e del vero. Penn utilizza il viaggio di Chris in chiave simbolica, ma più che manifestare intenti di critica politica indica una strada. Ed è la strada dell'interiorità, la strada maestra dell'umanità, quella che da tempo abbiamo abbandonato, la strada del "conosci te stesso". Chris non è un isolato, ma cerca di essere "solo". Solo per sentire la sua voce più autentica.

Disseminare la storia delle citazioni di Thoreau, Tolstoj e London è una chiara dimostrazione che l'intento del regista è quello di indicare "un nuovo modo di vedere le cose". Sarebbe stato facile cadere in suggestioni new age se avesse troppo chiaramente alluso ad un'illuminazione di tipo buddista. Ma la scena finale, con Crhis che muore sorridendo, è una vera e propria illuminazione. La grandezza di Penn, secondo me, sta proprio dalla sua capacità di raccontare una storia di "trasformazione interiore" attraverso un percorso che si dipana lungo il continente americano, la cui geografia è tradizionalmente metafora della conquista di spazi interiori. Era il vero intento di Kerouac, andando oltre la strada come retorica dell'autostop, della droga e della libertà (come libertà da divieti). Era la vera inclinazione di Thoreau, Emerson e dello stesso Henry Miller. Qualcosa di profondamente radicato nella tradizione americana e che in London ha la sua espressione più "selvaggia e naturale".

Sentendo i commenti all'uscita del cinema si capisce a chi dà fastidio questo film. Dà fastidio a chi ci vuol vedere una possibile "soluzione" per tutti. A chi legge il percorso di Chris come un gesto "politico", nel senso di indicare una nuova strada a tutti. Invece è solo la vicenda di Chris, una persona che si è interrogata sulla natura dei rapporti sociali e sull'inautenticità che può pervaderli, una persona che sceglie la strada della solitudine (e non dell'isolamento) per trasformarsi interiormente e per trovare una nuova consapevolezza. Raggiuntala, vorrebbe tornare nel mondo e condividerla. E' questo il messaggio di Penn: la condivisione.

Chris, novello Cristo, dopo il deserto vuole diffondere la lieta novella. E, anche tra gli uomini, Chris raggiunge la saggezza imparando (dall'anziano signore) che nel perdono si ama veramente. E alla fine ha perdonato tutti, anche i suoi genitori. L'illuminazione è lì, in quel perdono. Chi ci vede solo la critica alla società, secondo me, si perde gran parte del significato di questo film meraviglioso, che ti stringe le budella e ti fa riflettere. Raccontare la ricerca della verità attraverso una storia di grande appeal non è da tutti, e Penn ci riesce alla grande.

Siccome tocca molti temi affini a questo forum, mi piacerebbe sentire la vostra...

Grazie del bellissimo spunto di riflessione..a dire il vero,ci starebbe bene anche nella rubrica psicologia,in spiritualità,in filosofia..in ogni dove..perché questo film era davvero straordinario..e senza confini è l'apertura che suscita in ognuno di noi..

Secondo me,lui non aveva scelta..il richiamo era un bisogno di tale potenza che non avrebbe potuto "non andarci",era la condizione indispensabile per trovare se stesso,per capire cio' che lo animava,e per poter finalmente amare..semplicemente;
quanti di noi potrebbero fare tale cammino,anche senza fare tale viaggio,per cogliere l'essenza della vita..vedi,a ognuno di noi ha fatto "qualcosa" vedere quel film,secondo le nostre sfumature,secondo il punto del cammino in cui ci troviamo..ma ognuno è a sé,e l'ora giunge quando uno è pronto,senza forzatura alcuna..
solo perché sente un richiamo interiore,che certe volte non è neanche condivisibile,perché pochissime persone lo capiscono,purtroppo..
ciao,e grazie
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Vecchio 10-03-2008, 11.21.03   #3
Mirror
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La fuga dal mondo è la risposta?

Prendendo spunto dal bel film "Into the wild", sono emerse in me alcune considerazioni che vorrei condividere, approfittando del post offerto da Vagabondo del Dharma.
Il tema principale del film è la libertà più grande che può conseguire un uomo nella sua vita.
La tesi è che essa non la si può trovare nel mondo civilizzato, ma solo isolandosi nella natura selvaggia.
C’è un inno alla ribellione che descrive il desiderio dell'uomo cresciuto nella società consumista e decadente, la quale è in contrapposizione alla ricerca della felicità e della verità, di uscire da tutti i condizionamenti esteriori che essa impone. E’ la metafora della ricerca di un luogo idealizzato, la meta ultima di un viaggio iniziato come una fuga e diventato invece di una verità soggettiva, la scoperta della saggezza, la scoperta della propria essenza. Ciò che conterebbe sarebbe l’allontanarsi dal materialismo, dall’ambizione e dalla rabbia della famiglia, dai valori nei quali non ci si riconosce più. Come drastica conseguenza scaturisce il rifiuto dei simboli che sono lo specchio della società moderna-occidentale: che sono il denaro come fine, l’ambizione carrieristica, la competizione spietata, la famiglia borghese…
Fuggire da questo mondo perché non più ritenuto vivibile da tutti i punti di vista allora diventa un imperativo morale, una vocazione che attraversa la vita di certe anime pure: quelle che dinanzi alla prospettiva di una vita conformistica e banale, rinunciano alle lusinghe del mondo materiale e scelgono la sfida di una vita regolata soltanto dalla forza dei propri ideali, dalla soddisfazione dei bisogni primari, rinunciando ai desideri effimeri impostici.
E’ un viaggio, un’avventura alla scoperta di se stessi, illuminato solo dalla luce della spiritualità. Spogliato da ogni sicurezza e vissuto nella massima intensità esistenziale, nella totale incertezza sul futuro, momento per momento. Un faccia a faccia con la natura più estrema, in solitudine.
In questo viaggio poi però arriva anche il giorno in cui il ricercatore ciò si rende conto che, alla fine, la chiave non sta nel raggiungere la meta, ma nel viaggio affrontato per arrivare a toccarla, negli incontri fatti e nelle emozioni ricevute e donate…
II punto significativo della storia, tra l’altro vera, è quando il neo selvaggio, con la morte incombente, nella situazione di massima paura, ma nella pura contemplazione della bellezza della natura, con lo sguardo rivolto verso il cielo luminoso, si rende consapevole che ”la felicità è vera solo quando è condivisa”.

Ma come condividere, descrivere la magia dei sentimenti provati con il contatto umano o legati ad una natura… sempre più selvaggia? Come si può solo sfiorare tutto questo, senza sperimentarlo direttamente?
Viviamo una vita piena di tutto e spesso, nonostante questo, ci sentiamo insoddisfatti. A questo punto la vera sfida è: privarsi di tutto, isolarsi dal mondo, rinunciare alle comodità e mettersi in viaggio o vivere giorno dopo giorno la giungla e la fatica quotidiana? Rischiare tutto in nome della libertà?
C'è chi crede nella fuga e chi crede nel coraggio di restare, c'è chi crede nel viaggio andata e ritorno e chi non partirebbe mai. Ognuno qui ha una sua risposta, in base al suo spirito, alle sue caratteristiche psicologiche, caratteriali. E’ un sogno o necessità di sfida che appartiene solo ad alcuni individui, solo a dei giovani romantici?
"La felicità è in tutto ciò che ti circonda, e per raggiungerla devo isolarmi in essa" dice nel film il ribelle, deciso a spingere la propria ricerca oltre il limite consentito dalla natura più selvaggia.
E’ nella fuga dalla civiltà la risposta, la ricerca della libertà, della verità? O altrove?

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Vecchio 10-03-2008, 13.03.14   #4
Yam
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Riferimento: Into the wild (nelle terre selvagge)

Uno dei film piu' tristi che io abbia mai visto.
La storia e' vera ed e' una delle due disgrazie che hanno fatto arricchire John Krakauer (l'altra e' stata quella dell'Everest 1996, vedi Aria sottile in cui lui accuso' ingiustamente Anatoly Bukreev di omissione di soccorso...meglio leggersi anche cosa aveva da dire Bukreev..prima di morire a sua volta). Sean Penn inoltre ha dovuto attendere 10 anni che Krakauer gli concedesse i diritti per il film (doveva guadagnare al massimo con il libro).

Storia triste perche' rivela in tutta la sua crudezza la sofferenza adolescenziale che puo' portare all'isolamento e al rifiuto della societa' e al rinchiudersi in una ossessiva ricerca di significati nell'evasione dalla realta stessa. Che poi questo sia fatto con le droghe o con una romantica fuga nella natura, poco cambia.....
Le citazioni non sono del regista ma erano presenti nel diario del protagonista seguito da Krakauer per ricostruire la storia.
Non ho preso neanche in considerazione il falso mito della natura selvaggia come luogo di elezione per ritrovare se stessi, il dolore per quel ragazzo ha prevalso su qualsiasi considerazione di altro genere....(e' una storia vera...e di giovani morire cosi per le proprie paturnie adolescenziali ne ho visti fin troppi).
Conoscendo Sean Penn credo che il messaggio fosse proprio quello del dolore adolescenziale che puo' portare a scelte estreme....che non sempre hanno un lieto fine. C'e' da domandarsi il perche' debba accadere questo.
Oltretutto il ritardo con cui e' stata raccontata la storia (accaduta nel 1992) fa si che chi allora era giovane e magari e' stato in giro con lo zaino, oggi sia padre e magari stia facendo gli stessi errori....grande quindi il messaggio si Sean Penn...che giunge alle orecchie di chi allora era figlio e oggi padre...o madre.
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Vecchio 11-03-2008, 17.16.10   #5
vagabondo del dharma
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Riferimento: Into the wild (nelle terre selvagge)

Citazione:
Originalmente inviato da Yam
Uno dei film piu' tristi che io abbia mai visto.
La storia e' vera ed e' una delle due disgrazie che hanno fatto arricchire John Krakauer (l'altra e' stata quella dell'Everest 1996, vedi Aria sottile in cui lui accuso' ingiustamente Anatoly Bukreev di omissione di soccorso...meglio leggersi anche cosa aveva da dire Bukreev..prima di morire a sua volta). Sean Penn inoltre ha dovuto attendere 10 anni che Krakauer gli concedesse i diritti per il film (doveva guadagnare al massimo con il libro).

Storia triste perche' rivela in tutta la sua crudezza la sofferenza adolescenziale che puo' portare all'isolamento e al rifiuto della societa' e al rinchiudersi in una ossessiva ricerca di significati nell'evasione dalla realta stessa. Che poi questo sia fatto con le droghe o con una romantica fuga nella natura, poco cambia.....
Le citazioni non sono del regista ma erano presenti nel diario del protagonista seguito da Krakauer per ricostruire la storia.
Non ho preso neanche in considerazione il falso mito della natura selvaggia come luogo di elezione per ritrovare se stessi, il dolore per quel ragazzo ha prevalso su qualsiasi considerazione di altro genere....(e' una storia vera...e di giovani morire cosi per le proprie paturnie adolescenziali ne ho visti fin troppi).
Conoscendo Sean Penn credo che il messaggio fosse proprio quello del dolore adolescenziale che puo' portare a scelte estreme....che non sempre hanno un lieto fine. C'e' da domandarsi il perche' debba accadere questo.
Oltretutto il ritardo con cui e' stata raccontata la storia (accaduta nel 1992) fa si che chi allora era giovane e magari e' stato in giro con lo zaino, oggi sia padre e magari stia facendo gli stessi errori....grande quindi il messaggio si Sean Penn...che giunge alle orecchie di chi allora era figlio e oggi padre...o madre.



Non sapevo di quell'episodio che citi relativo all'Himalaya. Quello che posso dire (l'ha detto Penn in un'intervista a Rolling Stone) è che Krakauer era disposto a concedere i diritti per il film quasi subito, ma è stata la famiglia del ragazzo ad opporsi, salvo ricredersi dopo. Poi trovo originale la considerazione che lo scrittore non acconsentisse a fare il film per ragioni pubblicitarie, visto che il film rappresenta il veicolo pubblicitario migliore per promuovere verso un pubblico ben più vasto il libro. Infatti, visto il film, chi scrive è andato a comprarsi anche il libro, guarnito della sua bella fettuccia pubblicitaria relativa al film.

Il libro, a dire il vero, ha una struttura simile al film: l'intento simbolico di Penn emerge chiaramente dai titoli dati ai vari capitoli inseriti all'interno della sceneggiatura cinematografica (nel libro non rappresentano affatto "pietre miliari"), dove ogni incontro, metaforicamente, rappresenta "l'infanzia", l'"adolescenza" e l'"età adulta", ovvero la "conquista della saggezza" avvenuta con l'incontro con l'anziano signore che avrebbe voluto adottarlo.

Quindi l'intenzione di Penn, partendo da una storia estremamente toccante, è stata quella di leggere nel percorso di Chris un viaggio, che è un viaggio interiore alla scoperta di se stessi. Non bisogna dare troppa importanza alla fine in Alaska di Chris, che a ben vedere rappresenta solo un incidente: il ragazzo sarebbe tornato indietro, quel periodo di isolamento doveva rappresentare solo una prova, temporanea, non causata nè da sofferenza nè da nichilismo orientato latentemente al suicidio. Il viaggio di Chris è letto in positivo dal regista, rappresenta uno spunto per estendere il discorso. Poi Chris ha 24 anni, ha superato di gran lunga il periodo adolescenziale.

Chris non ha paturnie adolescenziali e Penn lo mette chiaramente in evidenza. Il regista dà sostanza a quella scelta dell'Alaska raccontando un percorso in cui quello che emerge è la grandissima capacità del ragazzo di saper vivere in relazione con gli altri, arricchendo e arricchendosi continuamente nel corso dei suoi incontri.

E' chiaro ha problemi familiari alle spalle, ma la sua chiusura, si capisce, è momentanea: vuole fare quell'esperienza, come ne ha fatte negli anni precedenti, per capire certe cose riguardo a se stesso. Non può essere mostrato come un esempio, Chris, la sua è una scelta estrema anche se momentanea, ma la sua vicenda rappresenta un motivo valido per approfondire tematiche fondamentali. E Penn non fa altro che coglierle. Se il libro è più spostato sull'Alaska, il film è tutto nel periodo precedente. Penn quindi tira fuori da una storia privata un grande spunto narrativo per arrivare ad una visione trascendente della realtà.

In una società in cui anche le parti più critiche nei riguardi della sua organizzazione e delle sue logiche sono fagocitate e diventano parte integrante del sistema, la scelta di Chris è una scelta "fuori dal mondo", un tirarsi fuori dalla "catena di montaggio" che può essere raccontato come un aneddoto, ma si porta dietro una straordinaria forza simbolica che invita ognuno ad interrogarsi su quale sia il confine tra libertà reale e libertà condizionata.

Chris era troppo saggio per uccidersi così o per protestare in quel modo. Pensiamo che magari sarebbe tornato a casa, avrebbe perdonato i genitori, sarebbe andato a trovare la ragazza hippie, avrebbe continuato a correre alla scoperta del mondo e di se stesso con un'ansia e una voglia figlie di quello che Vero ha chiamato "richiamo interiore". Obiettivo finale: conoscere il vero volto di Dio, quello che vede in punto di morte (secondo Penn): il Nirvana, un'illuminazione, Sè stesso.

Quel percorso lettarario che aveva intrapreso e che tanto lo guidava nelle sue scelte lo avrebbe potuto portare a conoscere altri autori che gli avrebbero fatto cogliere tutta l'ingenuità racchiusa nella "via del monaco" (la via dell'Alaska) e l'importanza della via della consapevolezza nel mondo e con gli altri, la via della condivisione appunto, cui peraltro era già arrivato.
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Vecchio 11-03-2008, 22.18.06   #6
Yam
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Riferimento: Into the wild (nelle terre selvagge)

Bellissime parole, le condivido....condivido anche il bell'intervento di Mirror.

Puo' darsi che su Krakauer mi sia sbagliato, conoscendo il tipo avevo pensato male di lui, la storia di Bukreev a suo tempo mi tocco molto, come tocco molto tutta la community di appassionati di montagna...ma questa e' un'altra, anche se molto simile, storia....
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Vecchio 21-03-2008, 20.27.59   #7
LeoN
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Wink Non amo l'Uomo di meno, ma la Natura di più

Salve a Tutti. Premetto che ho visto il film sia al cinema che piratato a casa mia diverse volte; e non c'è bisogno di dirlo, è uno dei film più intrinsechi di significato e di "potenza spirituale" che io (nella mia ignoranza in filmografia) conosca.
Vorrei concentrarmi non sul regista o sui diritti e similari, ma sull'esperienza vera e propria di quest' uomo, uno come tanti, ma con molto più coraggio,che ad un certo punto prende una decisione...Evadere!
E' un' evasione vera e propria la sua...E una volta libero, nella landa desolata, egli "vive".
Non so voi, ma appena visto ho avuto l'istinto e voglia di recarmi in bivacco su, nei monti del mio appennino...
Non riesco neppure a concepire quanta strade, quante esperienze il vero protagonista abbia percorso, ma lo ammiro, lo invidio, lo compatisco e lo rimprovero per tutto quello che ha fatto. L'estate scorsa, preso il diploma, amante impulsivo della natura, ho preso uno zaino in spalla, qualche chilo di cibo e ho fatto due settimane facendomi il crinale Modena-San Marino.
Rivedo i momenti in cui io e la natura, soli, ci siamo incontrati; io l'amo sempre più e irresistibilmente, Lei ti stuzzica, ti fa soffrire, ti fa anche piangere e può ferire. Ma ti fa vivere, ti scava dentro l'anima, e tu con Lei, dentro di Te, cerchi quello che è a te negato o nascosto. Noi siamo poveri finchè non ci rendiamo consapevoli della nostra Ricchezza interiore.
Lo so che potrei apparire come uno scontato romantico, ma è l'Amore per sè stessi e contemporaneamente per la Natura a spingere un uomo come Chris, o come tutti, ad affrontare questo viaggio.
Un DUPLICE amore. Questo credo che sia motore e combustibile del Viaggio, che non è nelle terre selvagge, ma l'avrei intitolato "Nel Profondo di noi Stessi".

Concordo con tutti quelli che hanno scritto finora, solo non è giusto dilungarsi solo su una degli elementi con-causa, quell'uscita "il male di Società", che non si sa perchè ce ne lagnamo tutti ma nessuno azzarda a mettere un piede fuori da questa "Casa Post-Moderna" dove viviamo. Lui ha avuto coraggio, oppure è solo imprudenza? Il confine è irrazionalmente labile e razionalmente impossibile da determinare...

Ringrazio il "Vagabondo" per la bella idea di fare di questo film una discussione...

In conclusione credo che l'immagine di Lui che piange alla vista del branco di Alci sia la più toccante e potente del film, dove mi sono ritrovato per un istante, e dove Aspirerei a ritrovarmi sempre...
LeoN is offline  
Vecchio 26-03-2008, 14.41.07   #8
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Riferimento: Non amo l'Uomo di meno, ma la Natura di più

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Originalmente inviato da LeoN
Salve a Tutti. Premetto che ho visto il film sia al cinema che piratato a casa mia diverse volte; e non c'è bisogno di dirlo, è uno dei film più intrinsechi di significato e di "potenza spirituale" che io (nella mia ignoranza in filmografia) conosca.
Vorrei concentrarmi non sul regista o sui diritti e similari, ma sull'esperienza vera e propria di quest' uomo, uno come tanti, ma con molto più coraggio,che ad un certo punto prende una decisione...Evadere!
E' un' evasione vera e propria la sua...E una volta libero, nella landa desolata, egli "vive".
Non so voi, ma appena visto ho avuto l'istinto e voglia di recarmi in bivacco su, nei monti del mio appennino...
Non riesco neppure a concepire quanta strade, quante esperienze il vero protagonista abbia percorso, ma lo ammiro, lo invidio, lo compatisco e lo rimprovero per tutto quello che ha fatto. L'estate scorsa, preso il diploma, amante impulsivo della natura, ho preso uno zaino in spalla, qualche chilo di cibo e ho fatto due settimane facendomi il crinale Modena-San Marino.
Rivedo i momenti in cui io e la natura, soli, ci siamo incontrati; io l'amo sempre più e irresistibilmente, Lei ti stuzzica, ti fa soffrire, ti fa anche piangere e può ferire. Ma ti fa vivere, ti scava dentro l'anima, e tu con Lei, dentro di Te, cerchi quello che è a te negato o nascosto. Noi siamo poveri finchè non ci rendiamo consapevoli della nostra Ricchezza interiore.
Lo so che potrei apparire come uno scontato romantico, ma è l'Amore per sè stessi e contemporaneamente per la Natura a spingere un uomo come Chris, o come tutti, ad affrontare questo viaggio.
Un DUPLICE amore. Questo credo che sia motore e combustibile del Viaggio, che non è nelle terre selvagge, ma l'avrei intitolato "Nel Profondo di noi Stessi".

Concordo con tutti quelli che hanno scritto finora, solo non è giusto dilungarsi solo su una degli elementi con-causa, quell'uscita "il male di Società", che non si sa perchè ce ne lagnamo tutti ma nessuno azzarda a mettere un piede fuori da questa "Casa Post-Moderna" dove viviamo. Lui ha avuto coraggio, oppure è solo imprudenza? Il confine è irrazionalmente labile e razionalmente impossibile da determinare...

Ringrazio il "Vagabondo" per la bella idea di fare di questo film una discussione...

In conclusione credo che l'immagine di Lui che piange alla vista del branco di Alci sia la più toccante e potente del film, dove mi sono ritrovato per un istante, e dove Aspirerei a ritrovarmi sempre...

La tua è una testimonianza diretta di quello che si può provare (seppur in maniera meno estrema) in quelle condizioni e di cosa può spingere una persona a farlo. Il modo migliore per disinnescare una delle reazioni tipiche che avvengono di fronte alla scelta di Chris, ossia quella di definirlo pazzo e sprovedduto, rinucniando a qualsiasi tentativo di capire e cogliere quello che ci può essere dietro. Un percorso di scoperta e di entusiasmo, contraddistinto da curiosità e coraggio, fatto non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma solo per avere un contatto più diretto con la parte più autentica di sè.

C'è una viaggio altrettanto estremo a cui partecipano la stragrande maggioranza dei giovani della nostra società: il viaggio nelle terre dell'apparire.
Un viaggio all'insegna dell'anestesia procurata attraverso un'immersione continua, prolungata ed eccessiva negli oggetti di culto della nostra società, nei comportamenti "in" dettati dalla maggioranza e dal senso comune; un viaggio lontanissimo dalla parte più vera e costitutiva dell'essere umano, che avviene sotto gli occhi di tutti con il beneplacito dei potenti e dei potentati economici, che procura sofferenza e alienazione, indifferenza rispetto ad una natura martoriata e spinta sull'orlo della distruzione irreversibile.

Il viaggio nelle terre estreme dell'inautentico, compiuto da quasi tutti e visto come l'unica strada possibile da percorrere per chiunque. E quando nasce un Chris che non la vede così è solo un pazzo, uno che ha osato ribellarsi a questo stato di cose, fagocitato, etichettato e archiviato: "pazzo" e buonanotte al secchio.

Siamo capaci di dire quale sia il viaggio migliore?
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Vecchio 08-05-2008, 22.26.56   #9
Anagarika
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Riferimento: Into the wild (nelle terre selvagge)

Quello che più mi ha colpito della vicenda del film è stato constatare che ogni scelta, anche la più pura, disinteressata, onesta, coraggiosa, nobile come quella del protagonista, possa provocare sofferenza in chi gli sta intorno, in chi gli si affeziona e lo vorrebbe con sè.
Tutto qui. Mi ha fatto pensare che sia quasi impossibile non ferire qualcuno, qualsiasi cosa facciamo. Mi ha rattristata moltissimo.
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