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Vecchio 27-10-2004, 03.18.56   #1
neman1
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Houhouron. Le implicazioni sociologiche dell'economia giapponese

di Cristiano Martorella

Lo scopo di questa relazione è riportare nell'alveo della sociologia una serie di studi che hanno impegnato i nipponisti. Per motivi storici, l'economia giapponese ha attirato l'attenzione di molti studiosi che hanno prodotto lavori con impostazioni diversissime e conclusioni opposte.
Così il criterio di scienza viene gravemente minato nel momento stesso in cui la ricerca porta a risultati opposti e contraddittori.
Ancora non si è concordi sulla definizione di economia giapponese, essendo addirittura contestata una specificità del sistema nipponico. A favore dell'esistenza di un modello giapponese, ad esempio, sono Ezra Vogel, Ronald Dore, Morita Akio, Nakane Chie, Claudio Zanier; contrari invece Paul Krugman e Karel van Wolferen.
Quindi bisogna impostare una questione metodologica (houhouron) che permetta di discernere e comprendere tali difficoltà, nella speranza di risolverle.

La società giapponese

Alcuni studiosi giapponesi hanno sollevato obiezioni sui modelli sociali utilizzati per spiegare la realtà giapponese. Il caso più noto è quello rappresentato da Nakane Chie che già nel 1970 contestava alla sociologia occidentale di non considerare seriamente la specificità giapponese.
Nel far ciò Nakane recupera alcune tematiche già affrontate in passato da importanti studiosi evidenziando che non è possibile prescindere dall'analisi metodologica (houhouron).
L'idea che gli occidentali avrebbero dello sviluppo influenza il loro modo di vedere. Essi credono che il Giappone conservi delle sopravvivenze della tradizione feudale e che esse spariranno soltanto quando il Giappone sarà identico ai paesi occidentali.
Nakane respinge questo quadro teorico distinguendo struttura sociale e organizzazione sociale. Utilizzando un modello tripartito (cultura, struttura sociale, economia) possiamo accorgerci che esistono interazioni che permettono il rapporto ma non la dipendenza fra le tre istanze (già individuate in modi differenti nelle opere di Marx, Weber e Durkheim).
Come insegna Anthony Giddens, si può avere un'identica economia con strutture sociali diverse. Questo mette in crisi il modello di sviluppo unidirezionale sostenuto da molti studiosi occidentali. La formazione dei modelli è molto più libera ed è determinata da un complesso di variabili amplissimo.

Il metodo di Weber

Se la sociologia rivela una incapacità nel descrivere compiutamente l'economia giapponese, bisogna mettere sotto indagine la scienza stessa che la presiede.
L'autore fondamentale che già aveva incominciato questo lavoro fu Max Weber. Nessuno più di lui si spinse tanto in là nell'analisi dei principi su cui si basano le scienze sociali. Ritornare a Max Weber e rifondare le scienze sociali permette finalmente un approccio diverso all'economia e alla società giapponese.
Innanzitutto Weber ha risolto brillantemente il problema dell'oggettività degli studi sociali. La questione risiede in una corretta definizione e comprensione dell'oggettività.
Per Max Weber l'oggettività è una relazione fra soggetto e oggetto e come tale va trattata. La falsa e fuorviante concezione dell'oggettività è quella ipostatizzazione e neutralizzazione del rapporto soggetto/oggetto.
Costruita artificialmente, la falsa oggettività nasconde il soggetto conoscente. Una corretta oggettività scientifica è quella che esplicita il soggetto, in termini pratici rende evidente lo studioso e il suo metodo (houhouron).
Nishida Kitarou, il principale filosofo giapponese, considera nello stesso modo il rapporto soggetto/oggetto. Questa relazione è paritetica: il soggetto conosce se stesso tramite l'oggetto e apprende dell'oggetto tramite il sé.

Agire razionale

L'ulteriore passo che ci consente Max Weber è fondamentale per spiegare i comportamenti economici giapponesi. Weber distingue diverse tipologie dell'agire sociale:


Agire conforme allo scopo

Agire conforme al valore

Atteggiamento affettivo

Atteggiamento tradizionale


Per avere una comprensione dei comportamenti economici giapponesi è necessario avere una conoscenza delle variabili che determinano l'agire razionale (conforme allo scopo oppure al valore).
Infatti è l'esistenza di valori diversi nella civiltà giapponese che conduce alle particolari azioni.
L'errore metodologico di molti studiosi risiede nell'ignorare i valori giapponesi per riportare l'agire razionale giapponese ad un atteggiamento irrazionale (tradizionale o affettivo).

Cultura, società, economia

La filosofia giapponese ci ha insegnato che la logica orientale differisce da quella occidentale.
Nishida Kitarou, Tanabe Hajime, Mutai Risaku e Takahashi Satomi elaborarono logiche alternative alla logica formale occidentale.
Watsuji Tetsurou e Miki Kiyoshi misero in luce come le leggi del pensiero, ovvero la logica (ronri) fossero prodotti ambientali, storici e sociali.
Studiare l'economia giapponese significa riconoscere questa specificità. L'agire economico, così come lo definiva Adam Smith, dipende anche dalla logica applicata, dalla scelta razionale. Una ignoranza della logica giapponese comporta come errore l'incapacità di riconoscere l'agire razionale confuso come irrazionale (tradizione ed emozione).
Quali sono le conclusioni concrete circa l'economia giapponese? Se per Weber lo spirito del capitalismo era nato dall'etica protestante, per noi il buddhismo zen ha forgiato il sistema economico giapponese.
Concetti come la qualità totale (kaizen) devono la loro origine all'insegnamento zen del miglioramento del sé. L'economia giapponese ha come finalità la produttività e i servizi piuttosto che una accumulazione di capitali.


Ciao
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Vecchio 31-10-2004, 01.12.51   #2
Giuliano
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"Concetti come la qualità totale (kaizen) devono la loro origine all'insegnamento zen del miglioramento del sé. L'economia giapponese ha come finalità la produttività e i servizi piuttosto che una accumulazione di capitali."

mah , a me pare che piu' che dal buddismo Zen la storia del Giappone sia stata segnata da un notevole volonta' di potenza , diversa secondo l'opinione di Hobsbawn ,da quella dei fascismi europei , perche' di tipo feudal-conservatore :



Durante il conflitto il Giappone espande il suo dominio in tutto il Pacifico. I militari si macchiano di crimini di guerra atroci. Sui prigionieri vengono condotti esperimenti di tutti i tipi. Le popolazioni dei Paesi occupati vengono sottoposte a trattamenti crudeli e ingiustificati. Dopo la controffensiva scatenata dal 1943 nel Pacifico, nell'agosto del 1945 gli Stati Uniti sganciano due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. In settembre il Giappone firma la resa incondizionata; il paese resta occupato dalle truppe degli Alleati fino al 1952. Gli americani decidono di lasciare sul trono l'imperatore Hirohito, per assicurare una continuità istituzionale e non umiliare ulteriormente i giapponesi. Una nuova Costituzione entra in vigore nel maggio del 1947.
Antonello Sacchetti

e questa e' storia nota,piu' inedita e' la lettura che da il garnde giornalista Tiziano Terzani degli anni successivi

"Nel 1945 il Giappone, sconfitto sui campi di battaglia dell'Asia e dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, ha scelto di continuare a battersi contro il resto del mondo. Questa volta sul piano economico, senza alcun riguardo per le conseguenze che la nuova guerra aveva sulla sua gente. Buttati a capofitto nell'impresa di ricostruire il Paese, messi a correre dietro a sogni di banali acquisizioni materialistiche, i giapponesi hanno ancora una volta dovuto reprimere ogni loro individualità, rinunciare ad ogni riflessione e si sono presto ritrovati a vivere a ritmi sempre più pressanti, in spazi sempre più angusti, in una società sempre più disumanizzata in cui nessuno è quel che è, ma è il ruolo che svolge. Nelle scuole gli studenti non considerano i compagni come possibili amici, ma come dei concorrenti. Persino all'interno delle famiglie le comunicazioni sono dettate da stereotipi e per lo più fatte di grandi silenzi"

poi arrivera' anche la crisi economica a peggiorare i disagi e la frustrazione
in un paese in cui il capo dello stato e' un imperatore(!), Akihito , figlio di Hiro Hito

non voglio certo demonizzare questo grande paese,ma la storia secondo me ci insegna che nella loro cultura c'e'certamente stato e in qualche forma c'e' ancora un elemento di sciovinismo e anche una certa tendenza ,ora in chiave moderna, al sogno del "Grande Giappone".

Saluti
Giuliano is offline  
Vecchio 31-10-2004, 04.47.56   #3
neman1
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Ciao Giuliano

Sono contento che qualcuno abbia risposto al tema proposto da me come arricchimento culturale.
Bhe, sul sciovinismo ne ho sentito diverse di opinioni. Gli stessi amici giapponesi addirittura, si dichiaravano un popolo razzista. E' vero, esiste una discriminazione estetica di popoli di categoria A, B, C, etc, ma più a livello burocratico che politico. Così è altrettanto vera la sopravivvenza del maschilismo e orgogolgio nazionalista in Giappone e resto dell'Asia.
Inquanto al sogno del "Grande Giappone" ti posso rassicurare che è il residuo di pochi nostalgici, però. La gioventù giapponese mi sembra alquanto indifferente o demotivata di fronte all'idea di conquista.

Sulla discriminazione:

http://www.gesuiti.it/popoli/anno1997/10/ar971004.htm tanto da far notare la realtà di tutti i paesi industrializzati.

Ripoto, sempre dal WEB anche il seguente:

Koujou, la chimerica fabbrica del samurai
di Cristiano Martorella

Fra i diversi tentativi di descrivere l'apparato industriale giapponese e il suo modello economico, va ricordato il suggerimento proposto da alcuni studiosi di accostare la figura del manager nipponico all'antico samurai.
Questa fascinazione si è rapidamente diffusa, senza nessun preventivo controllo, tanto da coinvolgere sia studiosi sia giornalisti e opinionisti, arrivando ad essere un'idea molto comune.
L'accostamento della figura del samurai e dell'imprenditore è avvenuto in modo astratto e dilettantesco, tanto da provocare confusioni ed equivoci su due piani diversi e importanti. Il primo piano riguarda lo studio dell'economia, sfalsato da questo modello, il secondo quello della sociologia che rischia di rifiutare quei tratti culturali realmente esistenti a causa del rigetto di questo modello.
Prima di approfondire questo tema, vale la pena segnalare alcune opere che hanno risentito del modello riduzionista del samurai.

Francesco Gatti, profondo conoscitore della storia giapponese, ha scritto un discreto saggio intitolato La fabbrica dei samurai. Non soltanto il titolo suggeriva la possibilità di identificare il samurai e l'industrializzazione, ma gran parte del saggio suggeriva che le gerarchie del Giappone moderno fossero un'eredità dell'epoca feudale.
Ciò è soltanto in parte vero. Il rischio di un riduzionismo di questo modello avviene nella mancanza di una comprensione complessiva dei fenomeni di interiorizzazione dei valori e della dinamica sociale. In parole semplici, l'idea che i samurai si fossero riciclati come imprenditori era affascinante, ma non spiegava come ciò fosse accaduto. Appellarsi alla "cultura" non era sufficiente, anzi indicava la necessità di spiegare come fosse stata prodotta la cultura (sia quella della classe dominante, sia quella popolare).
Insomma, il samurai non era più una figura storica (con la Pax Tokugawa aveva perso il suo ruolo di combattente fin dal XVII secolo), ma era divenuto il soggetto di un'idealizzazione. Questo non significa che si sia ridotta la sua importanza, anzi si può dire proprio il contrario.
L'idealizzazione del samurai fu usata un po' da tutti in Giappone (classe dirigente, ceti popolari, scrittori, etc.) divenendo un elemento dell'immaginario molto potente. Un personaggio che affollava non soltanto le tradizionali opere del teatro kabuki, ma anche i modernissimi cinema, le serie televisive, perfino anime e manga.

Gli studi sociologici sul Giappone, profondamente viziati da impostazioni ideologiche, hanno risentito di questo potere immaginifico, ciascuno a suo modo.
Per Karel van Wolferen, autore di Nelle mani del Giappone, la mentalità del samurai si manifesta nel Giappone moderno mai adeguatamente sviluppato democraticamente e tenacemente ancorato all'ideologia feudale. I pregiudizi di Wolferen partono dallo stereotipo del samurai che definisce l'economia giapponese come economia di guerra e di conquista (da cui l'eloquente titolo del libro).
Opinionisti e giornalisti sentivano avallato questo mito del samurai tecnologico al vertice del potere di una casta di burocrati e industriali. E ciò giustificava qualsiasi rappresentazione dell'uomo giapponese, a volte schiavo-robot, altre volte guerriero spietato della finanza.
La stampa di tutto il mondo si è alimentata di questo mito. Emblematico l'articolo di Shere Hite intitolato Siamo ancora samurai:

"Orrendi omuncoli con i vestiti da duro: ecco come appaiono in televisione gli uomini d'affari giapponesi. Per non parlare degli scandali legati a famosi personaggi invischiati in casi di corruzione, manager troppo vicini al governo per operare in modo leale, uomini, uomini e ancora uomini.

Lasciando da parte queste note pittoresche, come si può verificare la correttezza della teoria del samurai-manager? Cerchiamo innanzitutto di esplicitarla. Quel che si crede è l'esistenza di un codice etico del samurai adottato nella società industriale: rigida gerarchia, inflessibile ubbidienza al dovere e spirito di sacrificio.
Questi elementi non sono però sufficienti a descrivere l'economia giapponese. Najita Tetsuo osserva l'impaccio e il carattere maldestro di questa formulazione, arrivando a ridicolizzarla:

[...] tanto che anche gli occidentali sono stati indotti a credere che il bushidou sia la base delle pratiche tecnologiche e imprenditoriali giapponesi.

Come si è mostrato in precedenza, il samurai era una figura piuttosto idealizzata già nel Giappone del XVII secolo. Purtroppo la reale natura del samurai è coperta da queste incrostazioni ideologiche.
Rappresentato da molti come uomo pronto a morire in ogni momento, il samurai perdeva ogni connotazione umana. E nella società industriale, i cui processi portavano a una forte alienazione, cosa c'era di più aderente al modello tecnologico di un uomo snaturato?
Queste interpretazioni si poggiavano su una falsa rappresentazione del samurai. In particolare era stato frainteso il senso del bushidou, il codice morale del guerriero. Yamamoto Tsunetomo, autore dello Hagakure, non era stato letto con attenzione, e nemmeno Nitobe Inazou.
Il samurai non era un rozzo guerriero privo di sensibilità pronto a sacrificare la vita in nome del dovere, e nient'altro. Questa era una semplificazione estrema. Lo Hagakure aveva costituito una riformulazione del buddhismo e del confucianesimo funzionale alla società feudale giapponese. Ma per giungere a tanto bisognava che questa formulazione fosse condivisibile, insomma, che giungesse nell'animo delle persone (usando un termine sociologico, che fosse un valore interiorizzato).
Perciò il bushidou non è soltanto quel codice fondato sulla gerarchia e il dovere come si crede. L'insegnamento zen era stato applicato come trascendimento dell'individualità (l'io è un'illusione), ma l'eliminazione dell'io non significava "disumanità", piuttosto il riconoscimento dell'uomo come progetto di vita, l'innalzamento degli ideali al di sopra di ogni meschinità mondana.
Tutto è illusione tranne la consapevolezza di questa natura illusoria, tutto è effimero tranne l'ideale del Buddha, e il satori può essere conosciuto soltanto provandolo. La dimensione estetica costituiva la base dell'etica del samurai, tanto che sarebbe più sensato parlare di estetica invece di etica.
Qui intendiamo per estetica non soltanto una rappresentazione artistica, ma la dimensione della psiche che si fonda sul sentimento (in giapponese il kimochi). Si può quindi definire il samurai come un'opera d'arte vivente (così come la geisha per altri versi).

Detto ciò si può tornare al tema dell'economia. La fabbrica giapponese (koujou) non rispecchia affatto la rappresentazione stereotipata del samurai. Il samurai non è il modello a cui si ispirano i manager, piuttosto sono stati i samurai e i manager ad aver avuto entrambi come punto di riferimento la cultura giapponese. Ma l'applicazione di questi tratti culturali all'economia ha modalità differenti secondo il contesto e l'interazione di altre variabili.
La concezione del processo di miglioramento (kaizen) delle fabbriche giapponesi è sicuramente un frutto della mentalità giapponese. Nel capitalismo occidentale la finalità della produzione è il profitto, e l'innovazione tecnologica è concepita come abbassamento dei costi (grazie a una razionalizzazione del processo di produzione). Il capitalismo giapponese pone la produzione come obiettivo e considera la qualità una variabile interna al processo di fabbricazione (e non un effetto).
Le differenze concrete fra le strutture e le operazioni della fabbrica giapponese (koujou) e della fabbrica occidentale (factory) sono state ben descritte da Richard Schonberger, Oono Taiichi, Fujimoto Takahirou, Ishikawa Kaoru, Taguchi Gen'ichi, Tanaka Minoru e altri.
Differenze riscontrabili nello scorrimento nella linea di montaggio, nelle cabine di saldatura, nell'uso di kanban (cartellini), del just-in-time, etc. Queste differenze materiali spostano il discorso della diversità culturale al livello fisico, così che risulta molto difficile negare ciò che invece, a livello astratto, era facile dubitare.
Fra gli anni '80 e '90, il modello giapponese di fabbrica fu imitato anche in Occidente, con risultati considerevoli. Ma l'adozione della chimerica fabbrica dei samurai non ha significato la trasformazione degli occidentali in feroci guerrieri armati di katana.
Così come i giapponesi non sono divenuti occidentali adottando la tecnologia occidentale, nella stessa maniera gli occidentali non sono diventati giapponesi imitando le tecniche produttive giapponesi.
Questo dovrebbe far riflettere sui modelli sociologici ed economici e prestare più attenzione al loro uso.


Ciao Giuliano
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Vecchio 31-10-2004, 05.08.34   #4
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Un dualismo controverso: kaizen contro kakushin

di Cristiano Martorella

La nozione di kaizen (miglioramento), introdotta dai giapponesi nel sistema di produzione, comporta una revisione dei concetti occidentali alla base dell'idea di sviluppo industriale.
Con l'adozione della logica del kaizen, si introduce un rapporto con il kakushin (innovazione) che può essere anche conflittuale.
Kakushin equivale al concetto espresso in inglese con il termine breakthrough, ed è la realizzazione di un progetto di trasformazione in una prospettiva futura. Esso comporta la rimozione di fattori d'ostacolo e il rinnovamento delle strutture di produzione.

I giapponesi non negano l'importanza dell'innovazione all'interno della fabbrica, ma la avvertono come una minaccia se essa non è interna a un processo di miglioramento continuo (kaizen).
Secondo Tanaka Minoru, l'autentica innovazione è il risultato della sommatoria del prodotto di kaizen e kakushin. Per i giapponesi, l'innovazione deve essere integrata al miglioramento, se non addirittura subordinata. Non si possono introdurre cambiamenti se la qualità del processo di produzione non è buona.
Innovare significa anche rompere la continuità del processo, obbligare a un salto, e sovente con gravi spese e perdite. Sarà sicuramente vero che le perdite presenti dovute all'innovazione vengono compensate e superate dai profitti che essa fornisce nel futuro. Ma questa logica non può essere sempre adottata, e dipende anche dal tipo di economia che la sostiene. Ammortizzare delle spese è possibile in un sistema che possiede ampie riserve. Non è sempre così.
E questo spiega il mancato decollo delle economie dei paesi sottosviluppati che non hanno la possibilità di sostenere un sistema industriale.
L'idea dello storico ed economista Rostow, teneva presente appunto questa situazione. Il decollo dello sviluppo industriale (take off) deve avere alle spalle un'accumulazione di capitale e di risorse. L'economia giapponese del dopoguerra non godeva di tale condizione, e ha dovuto ricorrere a un sistema di produzione mirato ai propri mezzi ed esigenze.

Mentre Rostow, criticato aspramente da Gerschenkron, credeva che esistessero delle condizioni pregiudiziali per la crescita economica e un'unica tipologia di sviluppo, il Giappone dimostrava nei fatti che era possibile anche un modello diverso di organizzazione industriale.
Oono Taiichi ci ricorda come nel dopoguerra i giapponesi fossero consapevoli delle diverse condizioni in cui si trovassero, e che le loro scelte di economia aziendale non si potevano rifare a un'imitazione pedissequa del modello statunitense per loro improponibile.

Un'altra critica al kakushin (innovazione) è di tipo caratteriale ed emotivo. Gli occidentali hanno la tendenza a cambiare totalmente qualcosa che non funziona, buttando magari via un lavoro che necessitava di ritocchi, oppure che aveva in sé delle caratteristiche positive.
Ricordiamo che il Walkman che oggi tutti noi conosciamo e usiamo, non è altro che la versione modificata e migliorata di un magnetofono portatile che era fallito miseramente, ma che fu ripreso da Morita Akio e lanciato sul mercato con successo inaspettato.
Alla riluttanza nei confronti del kakushin (innovazione) corrisponde quindi un atteggiamento caratteriale. Ai giapponesi non piacciono le riforme che comportano cambiamenti drastici. E qui passiamo dal livello della produzione industriale a quello più articolato dell'economia finanziaria.

Le pressioni degli occidentali sul sistema giapponese per l'introduzione di riforme strutturali non ha mai portato a buoni risultati. Le lamentele degli analisti si sono fatte sentire con più forza a partire dagli anni '90.
Un articolo di Robert Neff intitolato "Fixing Japan", apparso su Business Week, sintetizzava bene le ragioni che spingevano a tali critiche.
Tuttavia il Giappone cambia, e spesso radicalmente, ma mai secondo le aspettative degli occidentali. In realtà le lamentele degli analisti occidentali sono giustificate. I giapponesi non applicano riforme, piuttosto si limitano a "miglioramenti".
Sarà pure significativo il fatto che nella storia del Giappone non è stata mai messa in discussione l'autorità dell'Imperatore, nemmeno nel periodo dello shogunato che vedeva il potere effettivo nelle mani del Generalissimo, riducendo la figura dell'Imperatore a una formalità.
Tuttavia fu proprio un Imperatore del periodo Meiji (1868-1912), Mutsuhito, a spingere il Giappone al rinnovamento e all'adozione di quel sistema industriale che ha posto le basi della piena parità con le potenze occidentali.
Tutte queste stranezze non possono essere sempre additate all'arcaismo della struttura sociale giapponese.

Ragionare in termini di miglioramento comporta uno scontro con l'idea stessa di sviluppo industriale. Schumpeter aveva individuato nelle innovazioni tecnologiche il meccanismo che consentiva lo sviluppo economico superando le crisi cicliche che porterebbero alla stasi di qualunque sistema economico.
Le innovazioni costituivano una sorta di volano per l'economia introducendo un elemento inaspettato e non presente nelle variabili delle funzioni matematiche: l'intelligenza umana.

Ma l'introduzione del sistema giapponese di produzione ha comportato un modo diverso di vedere la realtà. Ed è difficile negare che non sia cambiato profondamente anche lo sviluppo storico ed economico.
Probabilmente dovremo aspettare la conclusione di questi processi per capire seriamente il fenomeno. Sono trascorsi pochi decenni dai cambiamenti di cui abbiamo parlato, ed è eccessivo pretendere di descrivere tali processi come se fossero già conclusi.
Finora molte previsioni degli economisti non si sono realizzate, e il Giappone resta ancora una incognita indisponente per chi vorrebbe vedere il mondo governato dall'omogeneità dello sviluppo economico

Kaizen

Termine tecnico della produzione industriale e del marketing. La parola giapponese kaizen significa letteralmente "miglioramento".
Però il suo senso è così ampio e complesso che è difficile darne una definizione precisa. Nella strategia industriale del kaizen, rientrano le attività di Total Quality Control (Controllo della Qualità Totale).
Comunque kaizen non si limita agli aspetti della produzione, ma riguarda anche la preparazione e l'aggiornamento professionale dei lavoratori.

Definizione

Kaizen indica il miglioramento continuo nella vita personale, privata, sociale, professionale.
Quando è applicato al posto di lavoro, kaizen significa miglioramento continuo che coinvolge dirigenti, quadri, operai allo stesso modo.

Caratteristiche

All'interno dell'industria, il kaizen si applica in pratica come risoluzione immediata dei problemi che si presentano.
Con questa strategia, si segue anche il principio dei "3 gen":
genba (luogo di lavoro)
genjitsu (realtà concreta)
genbutsu (oggetto concreto)
Si deve accertare con sicurezza il luogo, gli oggetti, i contenuti che hanno a che fare con un problema. Si ritiene inopportuno, infatti, fare analisi a tavolino senza osservare come si svolgano i fatti nella realtà.
Infine, la continuità è la principale caratteristica del kaizen che si oppone, in questo modo, al kakushin (innovazione).

Kakushin

Letteralmente "riforma", "rinnovamento" o "innovazione". Nella terminologia industriale si indica con kakushin l'innovazione tecnologica che comporta la trasformazione della struttura dell'azienda.
In tal caso, secondo Tanaka Minoru, si può associare kakushin al termine inglese "breakthrough".
Le caratteristiche del kakushin sono: 1) il cambiamento profondo della struttura di produzione; 2) l'eliminazione degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento degli obiettivi.
Kakushin è quindi realizzato nella prospettiva futura di un progetto e tende a sconvolgere l'assetto presente dell'azienda eliminando anche ciò che non rientra nel rinnovamento.
Inoltre, come ricorda Tanaka, il kakushin procede a balzi, essendo peculiare del rinnovamento il "procedere a strappi".
Tutto ciò è considerato per molti versi dannoso in una fabbrica giapponese. Oono Taiichi preferisce ragionare nei termini della logica dello "spirito Toyota", e suggerisce di adattarsi ai cambiamenti piuttosto che di sconvolgere l'intero sistema di produzione.
Egli insiste sulla tempestività delle correzioni, della necessità di apportare rapide e piccole modifiche senza tergiversare. L'accumulo di difetti produce un sistema incontrollabile, e perciò si ricorre in Occidente al "breakthrough" in maniera spesso eccessiva.
Invece, nella fabbrica giapponese il kakushin deve essere sempre integrato al kaizen, un miglioramento continuo e costante.

Ciao Giuliano
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Vecchio 31-10-2004, 11.02.35   #5
Giuliano
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Re: Ciao Giuliano

Citazione:
Messaggio originale inviato da neman1
Sono contento che qualcuno abbia risposto al tema proposto da me come arricchimento culturale.
Bhe, sul sciovinismo ne ho sentito diverse di opinioni. Gli stessi amici giapponesi addirittura, si dichiaravano un popolo razzista. E' vero, esiste una discriminazione estetica di popoli di categoria A, B, C, etc, ma più a livello burocratico che politico. Così è altrettanto vera la sopravivvenza del maschilismo e orgogolgio nazionalista in Giappone e resto dell'Asia.
Inquanto al sogno del "Grande Giappone" ti posso rassicurare che è il residuo di pochi nostalgici, però. La gioventù giapponese mi sembra alquanto indifferente o demotivata di fronte all'idea di conquista.

Sulla discriminazione:

http://www.gesuiti.it/popoli/anno1997/10/ar971004.htm tanto da far notare la realtà di tutti i paesi industrializzati.

Ripoto, sempre dal WEB anche il seguente:

Koujou, la chimerica fabbrica del samurai


Fra i diversi tentativi di descrivere l'apparato industriale giapponese e il suo modello economico, va ricordato il suggerimento proposto da alcuni studiosi di accostare la figura del manager nipponico all'antico samurai.
Questa fascinazione si è rapidamente diffusa, senza nessun preventivo controllo, tanto da coinvolgere sia studiosi sia giornalisti e opinionisti, arrivando ad essere un'idea molto comune.
L'accostamento della figura del samurai e dell'imprenditore è avvenuto in modo astratto e dilettantesco, tanto da provocare confusioni ed equivoci su due piani diversi e importanti. Il primo piano riguarda lo studio dell'economia, sfalsato da questo modello, il secondo quello della sociologia che rischia di rifiutare quei tratti culturali realmente esistenti a causa del rigetto di questo modello.
Prima di approfondire questo tema, vale la pena segnalare alcune opere che hanno risentito del modello riduzionista del samurai.

Francesco Gatti, profondo conoscitore della storia giapponese, ha scritto un discreto saggio intitolato La fabbrica dei samurai. Non soltanto il titolo suggeriva la possibilità di identificare il samurai e l'industrializzazione, ma gran parte del saggio suggeriva che le gerarchie del Giappone moderno fossero un'eredità dell'epoca feudale.
Ciò è soltanto in parte vero. Il rischio di un riduzionismo di questo modello avviene nella mancanza di una comprensione complessiva dei fenomeni di interiorizzazione dei valori e della dinamica sociale. In parole semplici, l'idea che i samurai si fossero riciclati come imprenditori era affascinante, ma non spiegava come ciò fosse accaduto. Appellarsi alla "cultura" non era sufficiente, anzi indicava la necessità di spiegare come fosse stata prodotta la cultura (sia quella della classe dominante, sia quella popolare).
Insomma, il samurai non era più una figura storica (con la Pax Tokugawa aveva perso il suo ruolo di combattente fin dal XVII secolo), ma era divenuto il soggetto di un'idealizzazione. Questo non significa che si sia ridotta la sua importanza, anzi si può dire proprio il contrario.
L'idealizzazione del samurai fu usata un po' da tutti in Giappone (classe dirigente, ceti popolari, scrittori, etc.) divenendo un elemento dell'immaginario molto potente. Un personaggio che affollava non soltanto le tradizionali opere del teatro kabuki, ma anche i modernissimi cinema, le serie televisive, perfino anime e manga.

Gli studi sociologici sul Giappone, profondamente viziati da impostazioni ideologiche, hanno risentito di questo potere immaginifico, ciascuno a suo modo.
Per Karel van Wolferen, autore di Nelle mani del Giappone, la mentalità del samurai si manifesta nel Giappone moderno mai adeguatamente sviluppato democraticamente e tenacemente ancorato all'ideologia feudale. I pregiudizi di Wolferen partono dallo stereotipo del samurai che definisce l'economia giapponese come economia di guerra e di conquista (da cui l'eloquente titolo del libro).
Opinionisti e giornalisti sentivano avallato questo mito del samurai tecnologico al vertice del potere di una casta di burocrati e industriali. E ciò giustificava qualsiasi rappresentazione dell'uomo giapponese, a volte schiavo-robot, altre volte guerriero spietato della finanza.
La stampa di tutto il mondo si è alimentata di questo mito. Emblematico l'articolo di Shere Hite intitolato Siamo ancora samurai:

"Orrendi omuncoli con i vestiti da duro: ecco come appaiono in televisione gli uomini d'affari giapponesi. Per non parlare degli scandali legati a famosi personaggi invischiati in casi di corruzione, manager troppo vicini al governo per operare in modo leale, uomini, uomini e ancora uomini.

Lasciando da parte queste note pittoresche, come si può verificare la correttezza della teoria del samurai-manager? Cerchiamo innanzitutto di esplicitarla. Quel che si crede è l'esistenza di un codice etico del samurai adottato nella società industriale: rigida gerarchia, inflessibile ubbidienza al dovere e spirito di sacrificio.
Questi elementi non sono però sufficienti a descrivere l'economia giapponese. Najita Tetsuo osserva l'impaccio e il carattere maldestro di questa formulazione, arrivando a ridicolizzarla:

[...] tanto che anche gli occidentali sono stati indotti a credere che il bushidou sia la base delle pratiche tecnologiche e imprenditoriali giapponesi.

Come si è mostrato in precedenza, il samurai era una figura piuttosto idealizzata già nel Giappone del XVII secolo. Purtroppo la reale natura del samurai è coperta da queste incrostazioni ideologiche.
Rappresentato da molti come uomo pronto a morire in ogni momento, il samurai perdeva ogni connotazione umana. E nella società industriale, i cui processi portavano a una forte alienazione, cosa c'era di più aderente al modello tecnologico di un uomo snaturato?
Queste interpretazioni si poggiavano su una falsa rappresentazione del samurai. In particolare era stato frainteso il senso del bushidou, il codice morale del guerriero. Yamamoto Tsunetomo, autore dello Hagakure, non era stato letto con attenzione, e nemmeno Nitobe Inazou.
Il samurai non era un rozzo guerriero privo di sensibilità pronto a sacrificare la vita in nome del dovere, e nient'altro. Questa era una semplificazione estrema. Lo Hagakure aveva costituito una riformulazione del buddhismo e del confucianesimo funzionale alla società feudale giapponese. Ma per giungere a tanto bisognava che questa formulazione fosse condivisibile, insomma, che giungesse nell'animo delle persone (usando un termine sociologico, che fosse un valore interiorizzato).
Perciò il bushidou non è soltanto quel codice fondato sulla gerarchia e il dovere come si crede. L'insegnamento zen era stato applicato come trascendimento dell'individualità (l'io è un'illusione), ma l'eliminazione dell'io non significava "disumanità", piuttosto il riconoscimento dell'uomo come progetto di vita, l'innalzamento degli ideali al di sopra di ogni meschinità mondana.
Tutto è illusione tranne la consapevolezza di questa natura illusoria, tutto è effimero tranne l'ideale del Buddha, e il satori può essere conosciuto soltanto provandolo. La dimensione estetica costituiva la base dell'etica del samurai, tanto che sarebbe più sensato parlare di estetica invece di etica.
Qui intendiamo per estetica non soltanto una rappresentazione artistica, ma la dimensione della psiche che si fonda sul sentimento (.....) (.....) (......)


Ciao Giuliano




Salve Neman

motlo interessante , mi par di capire che l'etica-estetica del samurai e' qualcosa di ben piu' raffinato e sottile della rappresentazione depositatasi nell'immaginario collettivo occidentale e perfino giapponese talvolta
e che il rapporto di questa etica con la modernita' produttiva giapponese non e' diretta ma piuttosto sia l'una che l'altra si collegano alla totalita' della antica cultura di quel paese

d'altra parte non mi pare che Sacchetti e Terzani intendessero riferirsi a questo elemento direi quasi oramai "mitologico" mentre ne fa chiaro riferimento lo storico Hobsbawn nel suo "Il Secolo Breve",riferendosi pero' al Giappone quale era fino all'ultima guerra mondiale.

Non so , l'argomento non e' certo il piu' elementare , a me parrebbe che , e chissa' se il buon Terzani non sarebbe d'accordo , e sulla scia,direi,della tua affermazione sui giovani giapponesi,anche in giappone la tendenza alla globalizzazione culturale,tenda ad appiattire tutto su una sorta di "interruzione della memoria" in particolare per le nuove generazioni,nel bene e nel male,e che quindi l'inlfuenza di quella antica cultura originaria , intrisa di filosofia Zen ,vada sbiadendo , lasciando si' ancora una sua particolare impronta,ma tenda ad essere soverchiata dall'"impero del mercato"

infatti nell'articolo di Terzani si parla di silenzi angusti diciamo , e ci da una sensazione di alienazione piu' che magari soffocante presenza di una cultura magari autoritaria

l'argomento mi interessa , devo dire che per la mia pigrizia e per la mia non illimitata disponibilita' di tempo , mi sarebbe piu' agevole aver da leggere una tua risposta alla volta,considerato anche gli anch'essi interessanti link che proponi

leggero' poi anche l'altra

mi piacerebbe anche approfondire l'argomento religioso

Saluti
Giuliano
Giuliano is offline  
Vecchio 01-11-2004, 16.06.18   #6
Giuliano
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"La crescente influenza del Giappone nell’economiamondiale e una calibrata opera di promozione culturale ha portato all’accettazionedi vari aspetti della cultura e della società nipponica fuori daiconfini dell’arcipelago: dai manga alla qualità totale, dall’automazioneai waribiki (i bastoncini in legno da separare prima dell’uso). Strumentoprioritario di comunicazione, la difficile lingua giapponese ha visto crescerein modo esponenziale utilizzatori e appassionati."

http://www.gesuiti.it/popoli/anno1997/10/ar971004.htm



ho letto anche il resto e il link dei gesuiti , di cui sopra , e appunto questo apetto di calibrata promozione culturale mi ha fatto ricordare quel fenomeno religioso a forte espansione che direi ,con me molti altri, nella suddetta promozione si inscrive,in questo caso piu' strettamente religiosa , vale a dire la diffusione del buddismo della Soka Gakkai

non per niente l'articolo che posto qua si intitola ,certo provocatoriamente, "e se l'era delle colonie non fosse finita?"


http://web.tiscali.it/grisroma/artic...nur_parte3.htm



Saluti
Giuliano
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Vecchio 05-11-2004, 07.46.35   #7
neman1
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Ciao Giuliano

Scusami se ti rispondo solo ora e vediamo di chiarire subito alcune cose. Innanzitutto, il link sulle discriminazioni era casualmente dei gesuiti. Cercavo dati piu concreti della mia singola testimonianza di voci e lamentele raccolte in giro. Secondo, della SGI non sapevo niente prima dei miei soggiorni asiatici. Mi e' stata presentata da un certo Mr. Hayashi, cliente fisso nel posto che frequentavo anche io. Veniva ogni venerdi sera, per incontrare la sua insegnante di cinese. Un particolare che ho trovato curioso, visto l'attrito che c'e' ancora tra le due nazioni. Comunque era una persona divertentissima. Mi piaceva trattenermi nella sua compagnia, lui, tutto pelato e sempre brillo, e stare a sentirlo parlare (anche della SGI) nel suo giapponese balbuziente. Mi ha regalto anche un libro sulla SGI che ho letto in maniera sbrigativa pero', siccome ho gia preso posizione a riguardo: Come religione non mi convince, come organizazzione umanitaria lascio che sia.
Ora, grazie al tuo link l'ho riconsiderata data l'ampiezza ed implicazioni politiche SGI, andando a fare alcune ricerche per vedere dove nascono certe vedute ed azioni conseguenti.

LA GUERRA SANTA DELLO ZEN
Post di ROB

Il buddismo e'l'unica religione che mai ha fatto parte ad una guerra santa. Questa era l'idea che cambio' Brian Victoria dal suo credo cristiano e diventare un monaco buddhista. Questa e' comunque anche l'idea che da trent'anni cerca di smentire.
Nel suo discusso libro del 1997 "Zen at war"(Weatherhill) (versione italiana "Lo zen alla guerra. Una documentata indagine sul ruolo svolto dal buddhismo zen a sostegno del militarismo giapponese"- Edizioni Sensibili Alle Foglie Cooperativa), e, in maggior dettaglio nella sua ultima pubblicazione "Zen War Stories"(RoutledgeCurzon), Victoria dimostra che strette relazioni esistevano tra buddismo Zen ed esercito giapponese gia' dalla guerra Russo-giapponese e, in maggior rilievo, durante la seconda guerra mondiale.
Tutto parti da alcune declamazioni di Harada Daiun, monaco buddhista responsabile per 40 anni del Hosshin-ji, del 1939: "Se ordinato di marciare "Tramp tramp- se ordinato di sparare "Bang bang-. Questa e'la massima espressione di saggezza [...]".
Come ambedue le pubblicazioni rende chiaro, la visione di Harada non era certo unica tra i leaders buddhisti giapponesi. Anni dopo, nel 1942, nessuna contrizione sulle supposizioni di Harada sul fatto che si tratta semplicemente di "punire coloro che disturbano l'ordine pubblico".
Victoria, attualmente docente all'Universita'di Adelaide, spiega che nonostante una delle regole fondamentali del buddismo vieta il togliere la vita, la dottrina Zen fu rimodellata per servire ideali meno nobili. Vede che lo sviluppo storico dello Zen giapponese permetteva di collaborare con i guerrieri che ci tenevano a mantenere i propri privilegi all'interno della societa' giapponese per sempre. In questo modo lo Zen divenne compare della classe guerriera, che era di fatto lo Stato.
Victoria arrivo' in Giappone nel 1961 come missionario Metodista. Nel cercare di capire il credo della gente si converti, come consigliato dalla chiesa, al buddismo che per lui aveva maggior senso. Dopo alcune vacanze estive e invernali nel tempio di Eihei-ji (prefettura di Fukui), nel 1964 venne ordinato come monaco del Soto Zen. Era il periodo dove la guerra statunitense del Vietnam cominciava e quando Victoria intraprese azioni di protesta contro la guerra a Tokyo, spesso nelle sue vesti religiose. Nonostante raccomandazioni dai suoi superiori, Victoria riusci in qualche modo a non essere esplulso ma non ebbe simile fortuna con il governo giapponese. Nel 1975 venne deportato per attivita' anti-governative. Questo era il primo di sei incidenti capitati a Victoria in 5 Paesi asiatici causandogli di lasciare il Paese per coinvolgimento in cause politiche.
Al giorno d'oggi l'attivita'di Victoria e'principalmente meditazione e ricerca ma tra le sue meta sta nel dimostrare: "Voglio arrivare al punto da poter dimostrare che buddhismo giapponese non e' buddhismo! Cio' che e' passato per Zen e' stato a lungo una distorsione degli insegnamenti buddhisti. Quando il Buddhismo fu introdotto in Giappone dal principe Shotoku nel VI secolo, fu introdotto come 'Buddhismo per la protezione della nazione'. Negli insegnamenti di Shakyamuni Buddha non c'e' traccia alcuna che vi sia una protezione della Nazione. Questo e'il fondale errore, nella mia personale opinione, nel buddhismo giapponese e quindi cinese, coreano e vietnamita. Hanno perso la possibilita' di essere indipendenti e divennero servi dello Stato. In Giappone fu un metodo per i guerrieri per non essere sopraffatti dalla paura della morte sul campo di battaglia e un metodo per aumentare, tramite meditazione, concentrazione mentale che aumento' le abilita' militari"
Un fatto incoraggiante arrivoEnel 2001, dopo la pubblicazione di "Zen at war" in giapponese. Il tempio di Rinzai-Zen Myoshin-ji divenne il primo tempio a pubblicare scuse ufficiali per le loro azioni durante la seconda guerra mondiale: "Mentre riflettiamo sugli ultimi eventi dell' 11 settembre negli Stati Uniti, riconosciamo che il nostro Paese in passato, nel nome di "guerra santa", ha inflitto grandi pene e danni a vari altri Paesi. Nonostante fosse politica di Stato a quel tempo, e' veramente da rammaricarsi che la nostra setta non sia stata capace di opporsi e che fini nel cooperare con la guerra. A questo punto desideriamo confessare le nostre trasgressioni e riflettere criticamente la nostra condotta".
Un piccolo gesto, forse, come dice Victoria ma il tempio con sede a Kyoto, e' a capo della maggior setta con oltre 3000 templi affiliati e 1.600.000 affiliati. In una seguente deposizione, il tempio Myoshin-ji ammise che fu il libro di Victoria ad iniziare una critica del proprio passato.
Credo che le riflessioni di Victoria siano di grande interesse e la risposta del Myoshin-ji nel mostare di aver colto, di aver capito le proprie responsabilita' un punto di partenza per rivalutare gli ideali dell' esercito nipponico durante la loro guerra.
Nel 1937 due studiosi affiliati alla scuola Soto Zen ebbero il compito di proporre un'interpretazione dottrinale del rapporto fra buddismo e guerra (e che fosse compatibile con la politica nazionale del Giappone). Il libro pubblicato da Hayashiya Tomojiro e Shimakage Chikai si chiamava "In che modo il buddismo vede la guerra"(Bukkyo no Senso Kan).
Nell'introduzione Hayashiya ametteva che all'interno del buddismo di guerra non se ne e' parlato molto e che si trova poco materiale a riguardo. Gli autori dicono che la guerra a tutto campo con la Cina li avevano costretti a prendere in esame il problema. In riferimento si prendeva la dichiarazione di sostegno delle azioni di guerra del Giappone del 12 luglio 1937 dai capi di ciascuna delle principali scuole del buddismo istituzionale: In questa dichiarazione si legge: Onorando la politica imperiale volta a proteggere l'Oriente, i sudditi del Giappone imperiale sono responsabili del destino di un miliardo di persone di colore [...] Su tali basi tutte le scuole del buddismo riunite nell'organizzazione Myowa Kai, collaboreranno per la risoluzione di questa emergenza nazionale che si fa sempre piu' urgente. Siamo pronti a svolgere attivita' di conforto per le truppe dell' esercito imperiale che si trovano in prima linea. Allo stesso modo, siamo pronti a collaborare ad attivita' quale la protezione dei nostri connazionali giapponesi (in Cina). Inoltre, in patria, siamo pronti, come sacrificio che siamo tenuti a dare per il dovere pubblico, a lavorare per la mobilitazione spirituale generale del popolo. Cogliamo questa occasione per esprimere la ferma determinazione dei buddhisti giapponesi.
Nonostante lettere di protesta da parte di buddhisti cinesi, il Myowa Kai non riconobbe alcun valore in queste proteste e il 28 luglio rilascio' una dichiarazione in cui riafferma la propria posizione. Tra l'altro si legge: "Oggi non abbiamo altra scelta se non esercitare il compassionevole pugno di ferro di uccidere uno affinche' molti possano vivere" (Issatsu tasho).
Come vedeva la guerra il buddismo giapponese? Le ultime pagine del libro cercavano di spiegare proprio questo: "il buddismo non considera la guerra in se'ne' buona ne' cattiva. E questo perche' secondo la visione buddhista del mondo, niente, neanche la guerra, ha una natura propria (jissho). Cio' conduce alla seguente conclusione -La ragione per qui il buddismo non ha stabilito che la guerra sia cosa buona o cattiva e' che non considera tanto il problema della guerra in se' quanto quello dello scopo che la guerra si prefigge. Cosi, se lo scopo della guerra e' buono, la guerra e' buona, e se lo scopo e' cattivo, la guerra e'cattiva. Il buddismo non approva semplicemente le guerre i cui scopi coincidono con i valori di cui e' portatore; le sostiene energicamente al punto da essere entusiasta della guerra. [...] Una delle caratteristiche di un Fulgido e Sacro Sovrano che mette in moto la Ruota (konrin joo) e'che, poiche'i suoi sudditi mancano di saggezza, egli non puo' governare soltanto attraverso la sua virtu'ma deve ricorrere a mezzi quali le leggi, le tasse e,in particolare, alle armi. Lo stesso vale per i rapporti con gli altri Paesi. Ove li regnino "ingiustizia" e "anarchia" l'imperatore deve "impugnare l'arma della forza". Quando pero'il fulgido e Sacro Sovrano usa la forza, non si tratta della forza dell'odio e dell'ira. Al contrario, e'la forza della compassione, la stessa forza che usano i genitori quando, per amore, picchiano i figli. Vale a dire che si tratta di un gesto compassionale destinato a "migliorare il carattere dei figli e a dar loro la felicita'".


Ultima modifica di neman1 : 05-11-2004 alle ore 08.00.03.
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Vecchio 05-11-2004, 07.57.42   #8
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Ma facciamo un passo indietro per vedere fatti storici che hanno implicato legami tra buddismo e governo. Nel febbraio del 1924, su richiesta da parte di Hirohito di far qualcosa in merito ai "pericolosi pensieri" fu formata dal Primo Ministro Kiyoura un'associazione culturale. Alle sedute vennero invitati rappresentanti delle religioni scintoista, cristiana e buddhista (inclusi alcuni leaders della setta Nichiren).
La setta, fondata nel 13esimo secolo, stava godendo del suo periodo d'oro e due dei suoi leaders, Honda Nissho e Tanaka Chigaku, interessati a questa campagna di "spirito nazionale"chiesero alla corte di pubblicare un decreto conferendo a Nichiren, il fondatore della loro setta, il titolo di "Gran Maestro che ha stablito la Verita". Dopo che la corte ha conferito il titolo, il ministro all'agenzia imperiale Makino sembra abbia dichiarato:"questa decisione e' stata presa tramite la benevolente consapevolezza dell'imperatore che la situazione ideologica attuale ha bisogno una guida migliore e specialmente un credo religioso". Quando Honda ando'a ritirare il titolo si vanto' davanti a Makino della natura antidemocratica e anticomunista della setta Nichiren. Che il Buddismo (o la fede dei credenti Nichiren, molti dei quali erano ufficiali militari di alto rango e civili di ideologia di destra) sia stato chiamato in supplemento all'ideologia imperiale significa che il credo religioso ufficiale non era mai riuscito ad esercitare e influenzare tutti i gruppi della societa' giapponese.
Tanaka Chigaru, il leader spirituale di uno di questi gruppi del Buddismo Nichiren, era profondamente ostile alla "Democrazia Taisho". Tanaka collegava Nichiren all'espansione dell'impero giapponese e tra le sue priorita' stava nella chiarificazione del kokutai. Sicuramente xenofobo ma non radicale, Tanaka lavoro'per integrarsi con la corte per fare della fede Nichiren la religione di Stato. Nel 1914 diede il nome di "Kokuchukai" (colonna dello Stato) alla sua organizzazione. Dai ranghi di questa organizzazione emersero ufficiali militari che vennero promossi da Hirohito per coprire posizioni di tutto rilievo come, per esempio Ishiwara Kanji che entro'nell'organizzazione nel 1920. Fu tra gli artefici per la messa appunto nel 1931 dell'incidente di Manchuria. Cio' che faceva muovere Ishiwara non erano solo le paure per gli interessi nipponici in Manchuria messi a rischio dai cinesi e dai russi ma bensi il militarismo del Kokuchukai di Tanaka. Ishiwara inoltre accettava la credenza della setta su un conflitto mondiale senza precedenti che spianera'la via per un regno di pace universale ed eterna. Ishiwara interpretava le scritture a modo suo e vide che tali avvenimenti si susseguiranno durante la sua stessa vita. La situazione degli anni '20 gli fece concludere che due potenze opposte sia nella religione che nella tradizione emergeranno e solo una delle due rimarra'. Da una parte gli Stati Uniti e dall'altra un Giappone che si dimostra la vera e unica potenza della civilta'asiatica. A questo punto e'necessario assicurarsi gli interessi nipponici in Manchuria e dominare l'Asia per i preparativi per una base industriale utile a provvedere alle necessit' per una battaglia finale per annientare Stati Uniti (Uno dei primi in assoluto a chiedere al governo maggiore forza nell'assicurare gli interessi in Manchuria fu Yoshida Shigeru che nel dopoguerra divenne Primo Ministro). Honjo Shigeru, collega di Ishiwara e comandante dell'armata Kwantung nella Manchuria a quel tempo, era un credente della dottrina Nichiren.
Il movimento nazionalistico Nichiren fu da catalizzatore nel generare il fenomeno di ultranazionalismo giapponese. La setta influenzava molti signori della guerra che partecipavano nelle politiche del periodo fra le due guerre mondiali e divenne parte di un contesto dove l'idea della missione giapponese di unificare il mondo fu rivissuta durante l'inconorazione ufficiale di Hirohito.
Lo scrittore Iichiro Tokutomi descriveva nel 1944 il conflitto: "per i giapponesi, la guerra e' un esorcismo purificatorio, un abluzione di pulizia". Questi atti di pulizia spirituale erano importanti per i giapponesi. Mentre la guerra veniva descritta come una missione divina per diffondere la "Via" imperiale per il mondo, per la classe dirigente la guerra era percepita come un ingaggio di "vita o morte" dove i giapponesi stessi possono ricuperare lo "stato di eccellente morale".
La dichiarazione piu' estrema in questo senso e'un libretto pubblicato nel febbraio del 1942 dalla "Imperial Rule Assistance Association" (IRAA) che comprendeva membri di tutti i partiti "legali" del Giappone. Scritto dal professore Fujisawa Chikao dell'universita' imperiale di Kyoto, il libretto fu messo a disposizione anche in una versione in inglese chiamata "The Great Shinto Purification Ritual and the Divine Mission of Japan" Nel suo libro comincia a parlare dell'imperatore, chiamandolo Sumera Mikoto (august sovereign - Fulgido Sovrano), che e'il nome originale per chiamare l'imperatore, e di un Giappone come la vera culla della civilta'in tempi antichi. Parla di un "sistema mondiale di famiglia" preistorico dove il Giappone veniva riverito come il Paese padre, mentre altri Paesi (come Babilonia, Egitto e Cina) erano i Paesi figli. Fujisawa ando' oltre affermando che la civilta' sumeriana dell'antica Mesopotamia ha preso il nome proprio da Sumera Mikoto.
I lettori vennero a conoscenza che la chiave dello spirito giapponese (e cosmico) era il "O-harai", Grande Rituale Purificatorio effettuato due volte all'anno dall'mperatore e che l'ttuale guerra era una lotta per togliere dal mondo impuritaEmorali come l'individualismo, capitalismo e Marxismo. Conclude affermando che le sue ipotesi sono logiche in quanto riti di purificazione osservati dai cinesi, hindu ed ebrei derivano molto probabilmente dal O-harai di Sumera Mikuni, la sacra madre-patria di tutte le razze. Mentre il Ministro all'Educazione cercava di raffigurare la guerra come un ristabilire delle virtu'antiche, colleghi di Fujisawa all'Universita'imperiale di Kyoto, associati alla scuola di Kyoto, prendevano il tutto in un modo diverso ma fecero chiaramente intendere che l'attuale conflitto rappresentava per il Giappone l'ascesa come superiore "razza storica". Per loro e per tutti i patriottici giapponesi, la guerra del Pacifico era una "guerra santa" e una lotta per il raggiungimento di una "Grande Armonia"(Taiwa). Questa "Grande Armonia", che era il nucleo delle teorie della scuola di Kyoto, veniva rinforzata dagli scritti di Suzuki Daisetsu che era gia' emerso come uno dei piu' conosciuti interpreti del Buddismo Zen in Occidente. Come le sue controparti della scuola di Kyoto, non si limitava a ripudiare qualsiasi influenza dell'Occidente. Mise attenzione nell'identificare un intuitivo senso di armonia e "unicita'" che dichiarava caratteristica dei pensieri orientali. In un libro scritto nel 1942 intitolato Oriental "Oneness" (Toyoteki "Ichi"), Suzuki metteva in guardia verso chauvinismo nazionale o culturale ma apoggiava il tentativo da parte del Giappone di ristabilire la coscienza di unicita' tra la gente asiatica. Al concetto "Taiwa" veniva dato risalto nel "Cardinal Principles of the National Polity" ma anche nei testi sulle basi militari come il Senjinkun (Codice di servizio sul campo) pubblicato per tutti i soldati a cominciare dal gennaio del 1941. Il soldato giapponese arrivava cosi sul campo di battaglia gia' rassegnato alla morte.
A causa dei limiti linguistici nel giapponese scritto e parlato, i due ideogrammi usati per scrivere Taiwa venivano usati anche per scrivere Yamato, la linea imperiale fondata dall'Imperatore Jimmu e la designazione piu' evidente per i giapponesi come una razza. Anche per l'Imperatore Jimmu gli ideogrammi hanno un punto di vista simile: "buono"e "arte marziale" o "affari militari", di fatto "militare divino" E' molto probabile che molti o adirittura la maggioranza dei giapponesi mai associarono questi ideogrammi in modo cosciente. Inconsciamente invece questi esistevano ed erano un chiaro messaggio che la razza era identica ai maggiori ideali e caricata con una missione santa.
Nonostante l'assurdita' intellettuale, trattati come "Cardinal Principles of the National Polity" vennero pubblicati in 2 milioni di copie e la loro lettura era obbligatoria nelle scuole. Anche gli altri trattati come il "Great Shinto Purification Ritual" e altri scritti della scuola di Kyoto (per esempio il Chuo Koron) ebbero un'enorme audience nel periodo di guerra. Chiedendo ad un giapponese medio il significato di "Purificazione" sicuramente la risposta sara' stata meno astratta. Purificazione era intesa come eliminare influenze straniere, vivere in modo semplice, combattere e se necessario, morire per l'imperatore.


Fonti e spunti da:
Kansai Time Out - edizione Marzo 2003
Herbert Bix "Hirohito and the making of modern Japan"
John W. Dower "War without mercy"
James L. McClain "A modern history - Japan"
Brian Victoria "Lo Zen alla Guerra" (traduzione in italiano della "Sensibili Alle Foglie".

http://www.giapponegiappone.it/default.asp

Ciao
neman1 is offline  
Vecchio 05-11-2004, 09.55.41   #9
Giuliano
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Salve Neman

molto interessante , mi piacerebbe sapere questo post corrisponde ad un articolo frutto di una ricerca giornalistica o cosa di questo Rob , e sai perche' ?,perche' ho da tempo uno scambio di idee e opinioni con alcuni appartenenti italiani della setta Nichiren di cui abbiamo parlato sopra

in questo senso direi che l'articolo e' a tratti perfino illuminante
mi piacerebbe poterlo trasmettere se e' possibile citando la fonte come e' giusto

il raggiungimento di un'epoca di armonia anche ,se necessario, raggiungibile tramite la guerra vista come atto purificatorio mi fa pensare all'uscita dall'impura epoca "mappo" di cui i buddisti Soka parlano

faccio probabilmente andare troppo svelta la mia immaginazione , ma conosciuta l'esistenza del partito giapponese del Komeito , che puo' essere considerato un'espressione politica della setta, mi trovai a discuterne con gli appartenenti italiani di cui sopra,visto che per alcune testate internazionali,come ho notato navigando in rete,questo partito sarebbe per il riarmo anche nucleare del paese , perfino per alcuni per un Giappone di nuovo militarista

certamente il Komeito appartiene all'odierno governo che ha appoggiato con navi e uomini la "scelta Bush" in Iraq , questo e' un dato di fatto
mentre i miei interlocutori mi fanno notare che il primo presidente della SG , Makiguchi mori' in carcere vittima della repressione nazionalista

ho cercato maggiori notizie su Makiguchi ma per ora ho poco

io mi sarei fatti l'idea che l'organizzazione da quando e' diretta da Daisaku Ikeda abbia di fatto accolto in pieno il principio di " obutsu miogo " , vale a dire di non separazione tra religione e societa',che pare fosse stato precedentemente abbandonato.

qualcosa su questo ho trovato qua :

http://members.tripod.com/~unavocegrida/Soka.htm


ora io non so precisamente quanto questa ideologia non ostile alla guerra di cui tutta la scuola Nichiren oltre a quella Zen sono improntate, come appare nel tuo post , inlfuisca sulle posizioni e le implicazioni economico- politiche del buddismo Nichiren al momento
io , personalmente,continuo a discutere con i miei amici buddisti che vantano a parole la loro fede nel pacifismo , trasmettendogli i miei forti dubbi,e la sgradevole sensazione che la crisi religiosa e morale occidentale lasci spazi a possibili neocolonizzazioni che nascondano interessi di natura ben piu' "materiale"

in piu' direi che il Giappone sta forse con il nuovo governo intraprendendo un "new deal" ma pero' improntato a assumere nuovamente un ruolo di potenza oltreche' economica anche militare soprattutto in estremo oriente,forse con la novita' di voler dare un'"impronta di se'" anche culturale e linguistica , nel mondo

e a questa rinascita mi pare partecipi anche la Soka Gakkai , visto che senza
la presenza del Komeito l'attuale governo pare proprio non avrebbe raggiunto
come si desume da questo articolo :


http://www.time.com/time/asia/magazi...549066,00.html


Saluti
Giuliano
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Vecchio 05-11-2004, 12.14.53   #10
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Ciao Giuliano

Il ragazzo Rob2, leggendolo ognitanto, ha fatto un collage di testi realmente esistenti. Non mi pare che in questo caso abbia espresso un suo giudizio personalissimo se non guardando il risultato del post intero.
La prima parte (tradotta pari pari) la trovi in inglese qui
http://www.japanfile.com/culture_and...nholywar.shtml
Delle altre fonti e spunti ho trovato solo recensioni o commenti.
Piu che altro, sarebbe utile leggere anche sulla biografia di Nichiren Daishonin stesso. Per vedere in quali situazioni e circostanze si creo' il suo pensiero. La storia non meno intrigante politicamente parlando e con il elemento "purezza", rimanere intatti.
http://www6.ocn.ne.jp/~nichiren/StoriaND.html

Visse per l'appunto nell'era Kamakura, cioe' quella dei Samurai (da Samureru= servire).
Sulla Komeito la prossima volta. Ciao
neman1 is offline  

 



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