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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 18-10-2007, 08.55.37   #1
emmeci
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L'orizzonte degli eventi

La mente umana sembra non aver avuto timori nell’immaginare l’origine e la fine dell’universo – tante e così variegate sono le descrizioni che rimandano a dei e demiurghi, a un uovo magico o a un uomo primordiale e, dall’altra parte, a terribili apocalissi e fiammeggianti riti di purificazione. Ma si tratta sempre di un ciclo chiuso, quasi che la mente umana non fosse in grado di spingersi oltre un determinato orizzonte, simile a quell’ “orizzonte degli eventi” postulato dagli astrofisici in ragione della velocità della luce.
Perfino la Grecia, che noi poniamo all’inizio della nostra storia, è stata a lungo incantata dall’idea del ciclo quale si è riflesso nei miti e nelle spire dell’epos, come pure in quelle prime filosofie dove impera una sostanza che, come l’oceano primordiale, tutto abbraccia e racchiude in sé. D’altra parte qual è in un cerchio la fine e quale il principio? E’ come se agisse il potere di un insorpassabile archetipo, o il segreto dell’arco di Ulisse che, lasciato immobile ad Itaca perché nessuno sapeva curvarlo, attende il ritorno dell’eroe per ritrovare la mano di chi gli sa imporre la suprema punitrice figura. E perfino nell’ultima filosofia della Grecia, cioè nella filosofia neoplatonica, tutto sembra ancora raccogliersi in un immenso ciclo di ascesa e discesa.
Forse però non solo la Grecia, nella sua ansia di stringere la verità, è dominata dalla figura del ciclo perché, al di là di della linea di confine fra barbari e greci, è l’estasi religiosa, all’origine di tutti i popoli, che, scossa dalle grida di un profeta o di uno sciamano, sembra porre al centro il fuoco rivelatore e intorno l’onda di spiriti e corpi. India, Egitto, Mesopotamia: ma se la religione è la prima gemma dell’umana cultura, essa si manifesta non solo come un’elevazione estatica ma come un allargarsi ad un orizzonte che abbraccia tutto, ripetendo quel ritmo ossessivo di danze o – per dirla con Mircea Eliade – obbedendo a quel “ritorno indietro” che è tipico del primitivo e che è un retrocedere per andare avanti, come il germe o il congegno di uno sviluppo che sembra allontanare dal dominio del ciclo verso la fluidità della storia. Ed è qui, nel punto in cui il ciclo si arresta e dall’arco sembra scoccare la freccia che può nascere il problema del misterioso inizio e della misteriosa fine - contrassegnati dal tempo e non dissolti nel vortice di una natura che imprigiona lo spirito.
Ora il tempo non è più in possesso della religione, ancora oggi appesa a una visione globalizzante, che avvince in un ciclo la vita e la morte degli esseri: la storia si svolge e il ciclo si allarga fino a divenire un’orbita senza confini, che trascende popoli e civiltà. Così, dopo le religioni la filosofia, dal rinascimento all’idealismo e allo storicismo, in un espandersi nell’infinito che sembra privilegio o proprietà dello spirito rispetto a ciò che è natura, rimasta vincolata – così almeno pare - alle sue cicliche leggi. Ma è davvero così? E se ora la fiaccola sembra passata alla scienza, che nelle sue cosmologiche prospettive è impegnata a risolvere o almeno comprendere questi problemi ultimi dell’universo (i moderni “novissimi”) ci dovrebbe sembrare strano che essa si fermi davanti a quella che può sembrare una spada di fuoco o un superiore divieto: più che un fallimento della ragione, un’impossibilità di condurre oltre i suoi limiti la logica della fisica. Allora, dobbiamo arrenderci? O tornare a chiedere alla religione di provarsi a varcare quelle frontiere?
Ma è l’essenza stessa delle religioni che impedisce loro di riuscire in questo memorabile compito: perché, quando nascono, esse già conoscono tutta la verità e non c’è bisogno di ricercarla: spazio e tempo non hanno valore, e allora come possono scoprire fini e principi – visto che sanno già quali sono - ossia una genesi e un’apocalissi?
Dunque la scienza. Ma la scienza, proprio nelle sue proporzioni cosmiche, sembra arrestarsi davanti a questi confini, che quanto più si cerca di comprendere se non di risolvere, tanto più sfuggono alla sua logica e non solo all’osservazione. E così ci troviamo di fronte alla domanda cruciale, alla quale la scienza non può rispondere ma può rispondere forse solo il pensiero, cioè la filosofia. Può la filosofia scoprire il principio? E può ipotizzare la fine? E’ possibile, almeno ad essa, superare l’orizzonte magico degli eventi sconfiggendo il demone o il dio che ci arresta e chiedersi senza paura. “Che cosa c’è al di là?”.
(Quello che ho detto è forse solo uno stimolo provocatore, un invito ad esprimere una propria opinione al riguardo: osate pensare al principio e alla fine e chi può arrivare a compiere l’ulissiaca avventura: fede, scienza o filosofia?)
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Vecchio 18-10-2007, 10.57.16   #2
VanLag
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E così ci troviamo di fronte alla domanda cruciale, alla quale la scienza non può rispondere ma può rispondere forse solo il pensiero, cioè la filosofia. Può la filosofia scoprire il principio? E può ipotizzare la fine? E’ possibile, almeno ad essa, superare l’orizzonte magico degli eventi sconfiggendo il demone o il dio che ci arresta e chiedersi senza paura. “Che cosa c’è al di là?”.
Siamo così avvezzi a ritenere che noi come individui siamo iniziati in un certo punto dello spazio e del tempo, che pensiamo che anche l’universo e la vita che ci circonda debba essere iniziata in qualche punto dello spazio e del tempo.
Perché ci deve essere per forza un principio ed una fine? Il ciclo potrebbe essere semplicemente eterno o a-temporale. In natura tutto è ciclo: - Inspiro ed espiro, giorno e notte, vita e morte, in una sequenza senza fine.
Se non sbaglio esistono teorie scientifiche sull’universo che dicono che l’universo si espande fino al suo massimo punto, quindi inizia il movimento inverso di contrazione fino a diventare di una densità così assurda che esplode e torna ad espandersi in un ciclo senza fine, da sempre e per sempre.
Quindi per la vita, mai ci fù un inizio e mai ci sarà una fine perché “ciò che è”, per il fatto di essere, deve essere sempre esistito e deve esistere per sempre. Se non avesse queste peculiarità la sua stessa essenza sarebbe dubbia.

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Ma è l’essenza stessa delle religioni che impedisce loro di riuscire in questo memorabile compito: perché, quando nascono, esse già conoscono tutta la verità e non c’è bisogno di ricercarla: spazio e tempo non hanno valore, e allora come possono scoprire fini e principi – visto che sanno già quali sono - ossia una genesi e un’apocalissi?
La presunzione di conoscere la “verità rivelata” appartiene alle religioni del libro, cioè le religioni che derivano dal ceppo ebraico, che sono: - ebraismo, cristianesimo e islam - Il buddismo ed il taoismo, per esempio, non hanno questa presunzione ed in quelle religioni, gli insegnamenti non sono su quale sia la verità, ma su come fare per raggiungere la verità.

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Vecchio 18-10-2007, 11.54.29   #3
TheDruid
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Innanzitutto rispondo alla tua domanda sul trio,che noto ti perseguita, ti rispondo con me stesso.Se dovessi misurarmi potrei dire di essere formato da tutte e tre in uguali parti, e non per questo mi voglio precludere la possibiltà di compiere l'avventura.
E fiero della mia alchimia, provo ad azzardare l'opinione che probabilmente non riusciranno mai nel loro inento se non in un utopica unione d'amicizia.
La questione del tempo ritengo sia il tipo di errore che si è presentato migliaia di volte nei tempi passati, ovvero l'umanizzazzione degli eventi.
L'uomo vede tre tempi, come sono tre i periodi che può concepire, il prima di lui, il presente di lui e il dopo di lui.
E due sono i suoi eventi "vitali",nascita e morte, che vede in ogni cosa
perchè non riesce a modificare il punto di vista da cui giudica.
In tutto questo centra la memoria, che personalmente non so se giudicare come base dell'evoluzione o se inizio dell'imperfezione.
Il cerchio senza fine e senza inizio, viene sicuramente concepito da molti, ma non possiamo certamente concepire la totalità, si potrebbe dire che ci muoviamo all'interno dell'area provando a camminare in cerchio..
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Vecchio 18-10-2007, 15.59.14   #4
emmeci
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Sai VanLag che titolo volevo dapprima apporre a questo argomento? “L’arco e la freccia”: opponendo all’idea di un ciclo che si ripete permanentemente (una specie di nietzschiano eterno ritorno dell’uguale che potrebbe essere identificato come una raffinata versione dell’essere parmenideo) quella di un processo che può aver avuto un principio e potrà avere una fine, ma il cui carattere fondamentale è comunque la variabilità.
Ora, che cosa mi rende diffidente davanti all’idea di un eterno ritorno? Non certo i fenomeni della natura che possono essere interpretati almeno fino a un certo limite come ciclici, il che dopo tutto ci è utile. Ma come si giustifica allora il passaggio di grado dal livello fisico a quello biologico e a quello dell’intelligenza? Forse con l’idea che il ritmo si potrà rovesciare, magari dopo una guerra stellare che batta sul tempo il collasso dell’universo, per cui dovremmo aspettare miliardi di anni? Ma non c’è bisogno di attendere questa prova: basta che passiamo dal concetto di evoluzione a quello di storia, che ci riguarda più da vicino, e credi veramente che tutto ritorni senza perlomeno trasformarsi da nazi-fascismo a democrazia liberale o meglio da tragedia in commedia? Mi pare solo di poter riconoscere che tra natura e storia ci sia da inserire l’epoca delle religioni, che per metà sono ancora affondate nell’idea del ciclo e per metà sembrano doverne uscire – se non la religione islamica, tenacemente abbarbicata al verbo coranico, e solo parzialmente la religione ebraica, spaccata nello stesso Israele fra rabbinismo e democrazia, almeno la religione cristiana, pacificamente scivolante verso il secolarismo.
Sì, è proprio come se contrapponessi l’arco alla freccia, e io avessi fiducia che la freccia colpisca i proci cattivi e faccia riuscire ad Ulisse di trovare l’isola del tesoro.
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Vecchio 18-10-2007, 18.31.44   #5
VanLag
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Sai VanLag che titolo volevo dapprima apporre a questo argomento? “L’arco e la freccia”: opponendo all’idea di un ciclo che si ripete permanentemente (una specie di nietzschiano eterno ritorno dell’uguale che potrebbe essere identificato come una raffinata versione dell’essere parmenideo) quella di un processo che può aver avuto un principio e potrà avere una fine, ma il cui carattere fondamentale è comunque la variabilità.
Ora, che cosa mi rende diffidente davanti all’idea di un eterno ritorno? Non certo i fenomeni della natura che possono essere interpretati almeno fino a un certo limite come ciclici, il che dopo tutto ci è utile. Ma come si giustifica allora il passaggio di grado dal livello fisico a quello biologico e a quello dell’intelligenza? Forse con l’idea che il ritmo si potrà rovesciare, magari dopo una guerra stellare che batta sul tempo il collasso dell’universo, per cui dovremmo aspettare miliardi di anni? Ma non c’è bisogno di attendere questa prova: basta che passiamo dal concetto di evoluzione a quello di storia, che ci riguarda più da vicino, e credi veramente che tutto ritorni senza perlomeno trasformarsi da nazi-fascismo a democrazia liberale o meglio da tragedia in commedia? Mi pare solo di poter riconoscere che tra natura e storia ci sia da inserire l’epoca delle religioni, che per metà sono ancora affondate nell’idea del ciclo e per metà sembrano doverne uscire – se non la religione islamica, tenacemente abbarbicata al verbo coranico, e solo parzialmente la religione ebraica, spaccata nello stesso Israele fra rabbinismo e democrazia, almeno la religione cristiana, pacificamente scivolante verso il secolarismo.
Sì, è proprio come se contrapponessi l’arco alla freccia, e io avessi fiducia che la freccia colpisca i proci cattivi e faccia riuscire ad Ulisse di trovare l’isola del tesoro.
Non so…. A me sembra che l’idea dei cicli eterni copra meglio l’ansia di risposta. Se ci fosse un inizio ed una fine, bisognerebbe chiedersi cosa c’era prima e cosa ci sarà dopo? Mentre coi cicli non c’è un prima ed un dopo.
La trasformazione dell’uomo, ammesso che l’uomo stia evolvendo, potrebbe essere anch’essa inclusa in un ciclo nel quale una specie si evolve e poi decade per poi tornare ad evolversi. La democrazia liberale, per certi versi molto illuminata, non credo che ci abbia liberato dalla barbarie, anzi a mio modo di vedere più l’uomo si civilizza più la sua cattiveria e la sua barbarie crescono, forse perché crescono i mezzi di distruzione, (ma cresce anche l’idea che ha di se stesso). D’altro canto genocidi e campi di sterminio sono un fenomeno relativamente nuovo nella storia dell’uomo.

Probabilmente anche nell’umanità si può ravvisare lo stesso processo che c’è nella vita di un individuo. L’umanità giovane faceva a botte la mattina con le clave per tornare a giocare assieme al pomeriggio. L’umanità matura, litiga per mezzo di avvocati, (la burocrazia internazionale), ma quando questo non funziona da luogo a guerre esecrande per il potere con le armi che ha sviluppato. C’è da sperare che nella sua senilità l’umanità si dedichi alla pesca o alla ricerca dei funghi o stia seduta su una sedia a dondolo a leggere un bel libro.

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Vecchio 19-10-2007, 06.48.30   #6
epicurus
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Oltre ad un universo finito o ad uno ciclico, ci potrebbe essere un universo infinito non ciclico (o anche finito in avanti e infinito indietro, o viceversa).
Comunque, emmeci, cos'è che non ti soddisfa delle risposte dell'astronomia di oggi?
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Vecchio 19-10-2007, 09.17.18   #7
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Certo - VanLag - se tutto fosse racchiuso in un ciclo o una serie di cicli, la verità sarebbe fissata una volta per sempre e non avremmo bisogno (noi alacri ricercatori) di affaticarci per conquistarla. Ma perché non è così? Perché per esempio lo stesso Nietzsche dopo aver visto brillare con giubilo l’idea dell’eterno ritorno non se ne è accontentato e ha continuato ad arrovellarsi fino a far esplodere, nel momento della pazzia, quel favoloso diadema e avviarsi per un nuovo inesplorato cammino?
Perché l’uomo è riuscito, consumando milioni di anni, a sottrarsi ai ritmi biologici degli animali della foresta o della savana, elaborare un linguaggio, un sistema di segni, crearsi strumenti, alzare il capo e vedere nel sole o nel fulmine il messaggio di un essere da chiamare Dio? Certo, si può dubitare che l’esistenza di religioni sia veramente e sempre un indice di progresso (pensando che dalla fede sono nate guerre spietate, le spire luciferine di dogmi e eresie, anatemi e autodafé, fino alle stragi causate dai fondamentalisti di tutte le razze), ma quello che ci spinge a criticarle non è il desiderio di tornare nella savana o nella foresta, ma di andare avanti, oltre la freccia che sembra a un certo punto fermarsi, forse sapere di più e oltrepassare il sapere senza paura di dover affrontare le Erinni della tragedia o i lezzi della commedia, cioè i drammi inesorabili della coscienza morale.
Insomma, per concludere il ragionamento: se è vero che ciò in cui tutti – coscientemente o incoscientemente - crediamo è l’esistenza di una verità che ci domina e trattiene dietro il suo carro, è altrettanto sicuro che questa verità non la conosciamo ma ci è dato solo cercarla, anzi mi pare che l’intero universo la cerchi trasformando le sue cicliche orbite in un'espansione che alcuni credono, è vero, destinata a tramutarsi periodicamente in retrocessione come il pulsare di un cuore, e altri a proseguire indefinitamente Per intanto, lasciando il problema in sospeso, cioè affidandolo a pronipoti più sapienti di noi, continuiamo nel nostro compito o nel nostro destino di dover passo passo procedere verso una meta, cioè verso quello che Dante chiamava, nel Purgatorio, “il som de l’escalina” e che è forse per noi solo una fatica da Sisifo.
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Vecchio 19-10-2007, 13.03.44   #8
VanLag
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Certo - VanLag - se tutto fosse racchiuso in un ciclo o una serie di cicli, la verità sarebbe fissata una volta per sempre e non avremmo bisogno (noi alacri ricercatori) di affaticarci per conquistarla. Ma perché non è così? Perché per esempio lo stesso Nietzsche dopo aver visto brillare con giubilo l’idea dell’eterno ritorno non se ne è accontentato e ha continuato ad arrovellarsi fino a far esplodere, nel momento della pazzia, quel favoloso diadema e avviarsi per un nuovo inesplorato cammino
Questo universo apparentemente ordinato potrebbe essere semplicemente una delle tante configurazioni che il caos, nel suo divenire, può assumere.
Lo stadio evoluto che imputi all’uomo in base a peculiarità che gli altri agglomerati di materia non hanno, non certifica necessariamente che ci sia un piano. Le pietre e gli animali potrebbero avere addirittura un grado più elevato di coscienza e di consapevolezza dell’uomo solo che non possono comunicarlo o magari, più semplicemente, non hanno bisogno di comunicarlo.
Ritenersi al centro dell’universo è una debolezza del pensiero che si sente minacciato, nella sua effimera essenza, dalla concretezza della materia.

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Oltre ad un universo finito o ad uno ciclico, ci potrebbe essere un universo infinito non ciclico (o anche finito in avanti e infinito indietro, o viceversa).
Comunque, emmeci, cos'è che non ti soddisfa delle risposte dell'astronomia di oggi?
L’infinito non ciclico lo capisco. Capisco meno un universo finito in uno dei suoi due sensi, (in avanti o indietro) ed infinito nell’altro senso.
Ciò che ha inizio deve avere fine, il “senza inizio” è “senza fine”. Un’eternità da qui e per sempre, o da sempre fin qui, non mi stà nella testa, ma probabilmente è un limite mio.

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Vecchio 20-10-2007, 07.09.38   #9
emmeci
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Certo non è né ragionevole né morale pensare che l’uomo sia così diverso dal resto del mondo da potersene considerare padrone. Però egli ha almeno una superiorità sugli altri esseri della natura: che, come ricordava Pascal, egli sa di morire. E troverei un po’ azzardato se non libertino tentare di convincermi che anche questo gli altri esseri forse lo sanno, con la speranza, magari, che ci sia un inferno per noi e un paradiso per loro….. Insomma non vorrei che ci togliessi anche questo ultimo privilegio o segno di nobiltà, questo sprazzo di coscienza di fronte alla fine. Perché proprio questo estremo sapere è ciò che ci spinge a credere che non siamo soli nel mondo, che altri ci seguiranno, che l’orizzonte non coincida con quello che vedo, che il mio pensiero abbraccia altri pensieri così come, dopo la morte, il corpo si apre agli altri figli della natura.
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