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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 09-11-2008, 11.17.43   #1
arsenio
Ospite abituale
 
Data registrazione: 01-04-2004
Messaggi: 1,006
il pluralismo dialogico

Il pluralismo dialogico è una necessità che fa esistere il senso stesso della filosofia. E' un confronto costruttivo dove si esce dalla staticità di un pensiero e si forgiano o revisionano credenze e si definiscono le rispettive e individuali identità. Significa intraprendere un percorso per costruire significati condivisi, per comprendere senza equivoci se si è o meno d'accordo e per reinquadrare più compiute esperienze soggettive del mondo e del proprio ambiente.
Oggi le informazioni, gli atteggiamenti, le norme, i valori promossi dai mass media vanno discussi e non accettati supinamente adeguandosi alla propria ideologia di riferimento o alla provvisorietà delle conoscenze possedute, illusoriamente trasferibili in tutti i settori del sapere. E' opportuno negoziare i significati con una mente dialogica e flessibile. Tenendo pur conto che valutazioni e significati attribuiti con una certa invarianza condizionano pure una ripetitività di comportamenti e ogni scelta di vita, anche quando sarebbe opportuno un cambiamento. Perchè l'uso dei significati infine diventa pragmatico.
Per la parola dovremmo rammentare il “triangolo” di Ogden e Richards. Il simbolo si rapporta al referente non in modo diretto ma mediato da un concetto idea. Se si pensa che esista un rapporto diretto s'incorre in una fallacia referenziale.
Il senso della globalizzazione non è un universalismo né un'omologazione della cultura, ma pluralismo di più punti di vista che mettono in crisi il proprio sistema di credenze e, se in una difesa reattiva per totale dissonanza di idee, può rafforzare i soggettivi preconcetti. L'individuo deve decentrarsi dalle sue convinzioni, non da rigettare, ma da sottoporre a verifiche e reinquadramenti: è la base di un atteggiamento riflessivo.
La riflessività presuppone un confronto di punti di vista se lo scopo è lo scambio comunicativo funzionale, sia di concetti teorici, sia di aspetti relazionali. Non è “comunicazione”se non costruisce, alimenta, mantiene modifica la rete delle relazioni indicando come intendere le cose dette e con quale valore. L'attività alla base è il ripensare, il riconoscere i limiti del proprio sapere, l'instabilità delle conoscenze e della coscienza. Maggiori informazioni comportano una maggiore instabilità, che sarà ancora rimessa in discussione e rielaborata da informazioni successive.
Un conto è ciò che è detto, un altro ciò che è significato , perciò si richiede di estrarre pure le implicazioni non dette ma inferite. Che possono rientrare nel sapere convenzionale oppure nell'ambito della comunicazione in atto; può trattarsi di un senso in generale oppure riferito a un caso particolare.
Con il dialogo comunicativo, a sequenze socratiche, si definisce sé e l'altro. Attraverso le parole si manifesta come si è, come ci si vede, come ci si vuole presentare, come si è in reciprocità, e gli scopi della conversazione. Il rischio è di entrare in spirali di ambiguità, cripticità, ragioni pretese e fraintendimenti senza fine.
La postmodernità del discorso richiede di rivedere i fondamenti di ciò che si conosce, come opera e interpreta la nostra mente.
A fronte di una “realtà” complessa, ambivalente, indeterminata , si deve decidere se fissarsi nelle proprie convinzioni o ammettere un relativismo cognitivo, linguistico, culturale, morale. Alcuni centri di diffusone informativa mantengono stereotipi e pregiudizi.
Il coinvolgimento epistemico del parlante in ciò che dice si riverbera sul suo profilo d'identità. Analizzando il suo discorso si comprende cosa dice, perchè, come appare e invece come vorrebbe apparire, quale sistema di valori o credenze si rappresenta. Va ad associazioni libere e contiguità oppure per logica? Cosa ha compreso, cosa ha travisato? ecc. La verifica se c'è o meno un effettivo confronto richiede l'analisi argomentativa delle pratiche discorsive.
Spesso nei dibattiti è implicita l'affermazione:”esiste una sola realtà: il mondo come lo vedo io”.E' sempre l'altro che è irrazionale, non ha capito, che non sa cosa sia “dialogo” ecc. Se non si metacomunica, non si esplicita a nome di chi e cosa si parla, ecc. non si esce dal circolo,ed entrambi risultano perdenti.
Il pluralismo dialogico e la logica argomentativa sono l'etica del discorso.
arsenio is offline  
Vecchio 09-11-2008, 11.40.00   #2
Noor
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Data registrazione: 29-03-2007
Messaggi: 2,064
Riferimento: il pluralismo dialogico

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
Il coinvolgimento epistemico del parlante in ciò che dice si riverbera sul suo profilo d'identità. Analizzando il suo discorso si comprende cosa dice, perchè, come appare e invece come vorrebbe apparire, quale sistema di valori o credenze si rappresenta.
La pratica è il conosci te stesso,la verifica sono gli altri.
Il conosci te stesso è uscire dalle proiezioni ed identificazioni della mente,la verifica sono gli altri in quanto specchio di noi stessi.
E' tutto qui...
Noor is offline  
Vecchio 09-11-2008, 11.45.10   #3
espert37
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Messaggi: 498
Riferimento: il pluralismo dialogico

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
Il pluralismo dialogico è una necessità che fa esistere il senso stesso della filosofia. E' un confronto costruttivo dove si esce dalla staticità di un pensiero e si forgiano o revisionano credenze e si definiscono le rispettive e individuali identità. Significa intraprendere un percorso per costruire significati condivisi, per comprendere senza equivoci se si è o meno d'accordo e per reinquadrare più compiute esperienze soggettive del mondo e del proprio ambiente.
Oggi le informazioni, gli atteggiamenti, le norme, i valori promossi dai mass media vanno discussi e non accettati supinamente adeguandosi alla propria ideologia di riferimento o alla provvisorietà delle conoscenze possedute, illusoriamente trasferibili in tutti i settori del sapere. E' opportuno negoziare i significati con una mente dialogica e flessibile. Tenendo pur conto che valutazioni e significati attribuiti con una certa invarianza condizionano pure una ripetitività di comportamenti e ogni scelta di vita, anche quando sarebbe opportuno un cambiamento. Perchè l'uso dei significati infine diventa pragmatico.
Per la parola dovremmo rammentare il “triangolo” di Ogden e Richards. Il simbolo si rapporta al referente non in modo diretto ma mediato da un concetto idea. Se si pensa che esista un rapporto diretto s'incorre in una fallacia referenziale.
Il senso della globalizzazione non è un universalismo né un'omologazione della cultura, ma pluralismo di più punti di vista che mettono in crisi il proprio sistema di credenze e, se in una difesa reattiva per totale dissonanza di idee, può rafforzare i soggettivi preconcetti. L'individuo deve decentrarsi dalle sue convinzioni, non da rigettare, ma da sottoporre a verifiche e reinquadramenti: è la base di un atteggiamento riflessivo.
La riflessività presuppone un confronto di punti di vista se lo scopo è lo scambio comunicativo funzionale, sia di concetti teorici, sia di aspetti relazionali. Non è “comunicazione”se non costruisce, alimenta, mantiene modifica la rete delle relazioni indicando come intendere le cose dette e con quale valore. L'attività alla base è il ripensare, il riconoscere i limiti del proprio sapere, l'instabilità delle conoscenze e della coscienza. Maggiori informazioni comportano una maggiore instabilità, che sarà ancora rimessa in discussione e rielaborata da informazioni successive.
Un conto è ciò che è detto, un altro ciò che è significato , perciò si richiede di estrarre pure le implicazioni non dette ma inferite. Che possono rientrare nel sapere convenzionale oppure nell'ambito della comunicazione in atto; può trattarsi di un senso in generale oppure riferito a un caso particolare.
Con il dialogo comunicativo, a sequenze socratiche, si definisce sé e l'altro. Attraverso le parole si manifesta come si è, come ci si vede, come ci si vuole presentare, come si è in reciprocità, e gli scopi della conversazione. Il rischio è di entrare in spirali di ambiguità, cripticità, ragioni pretese e fraintendimenti senza fine.
La postmodernità del discorso richiede di rivedere i fondamenti di ciò che si conosce, come opera e interpreta la nostra mente.
A fronte di una “realtà” complessa, ambivalente, indeterminata , si deve decidere se fissarsi nelle proprie convinzioni o ammettere un relativismo cognitivo, linguistico, culturale, morale. Alcuni centri di diffusone informativa mantengono stereotipi e pregiudizi.
Il coinvolgimento epistemico del parlante in ciò che dice si riverbera sul suo profilo d'identità. Analizzando il suo discorso si comprende cosa dice, perchè, come appare e invece come vorrebbe apparire, quale sistema di valori o credenze si rappresenta. Va ad associazioni libere e contiguità oppure per logica? Cosa ha compreso, cosa ha travisato? ecc. La verifica se c'è o meno un effettivo confronto richiede l'analisi argomentativa delle pratiche discorsive.
Spesso nei dibattiti è implicita l'affermazione:”esiste una sola realtà: il mondo come lo vedo io”.E' sempre l'altro che è irrazionale, non ha capito, che non sa cosa sia “dialogo” ecc. Se non si metacomunica, non si esplicita a nome di chi e cosa si parla, ecc. non si esce dal circolo,ed entrambi risultano perdenti.
Il pluralismo dialogico e la logica argomentativa sono l'etica del discorso.

Carissimo Arsenio. Condivido tutto ciò che hai espresso, sono fermamente daccordo in toto. Grazie. espert37
espert37 is offline  

 



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