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Vecchio 06-06-2009, 14.24.48   #1
arsenio
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l'ego patriarcale

L'ego patriarcale

E' il tema discusso nelle librerie Feltrinelli in giugno, in varie città a partire da Trieste, ieri 5 giugno.
Si presenta “L'ego patriarcale”, ultimo saggio di Claudio Naranjo, sulla società patriarcale fondata sul dominio, sfruttamento e restringersi delle coscienze sotto l'aspetto psichico, politico spirituale. Tale società è in agonia, ma i suoi colpi di coda possono essere micidiali. Si è retta sulla freddezza razionale prevalsa sull'istinto e sull'emozione. Si distingue per i consumi, l'ipertecnologia, la guerra, i disastri ecologici, la gerarchia dei rapporti, la competizione, la distruzione delle risorse. C'è gran sconforto anche da altri insigni filosofi come Edgar Morin. Perchè ogni risorsa prospettabile si trova sempre all'interno di tale sistema a cui noi tutti apparteniamo.
La scuola priva di una coscienza ed ineducativa non può soccorrere per intraprendere un processo evolutivo. Si basa solo su nozioni e spirito utilitaristico.
Il postpatriarcato dovrà dare più valore alle madri e ai figli ,per riarmonizzare il cervello del sentire, dell'istinto, del pensare. Contro la ragione autoritaria e normativa che non ascolta la parte filiale e materna necessaria ai bisogni primari e per un piacere comune che fa parte di un benessere totale.
Oggi ogni discorso morale è inutile, a fronte di nascite continue di bambini destinati a morire di fame, e di catastrofi ecologiche in nome sempre di un'autorità cieca ad altro che non sia il proprio vantaggio. Oggi tali dominatori non sono riconoscibili come dittatori sanguinosi ,schiavisti spietati, aristocratici privilegiati, ecc. E' una minoranza, forse 200 persone che gestiscono il 40% della ricchezza mondiale, con guadagni incredibili, omettendo i bisogni della maggioranza. Patriarchi che sono caratterizzati da orgoglio e vanità. Si tratta di emozioni fabbricate e ben lontane da benevoli empatie. A scopi mercantili, per piacere e manipolare gli altri ,per vendere la propria immagine, per acquisire spazi sul libero mercato. E le strategie dell'industria produttivo-consumistica sono quelle già indicate negli anni '40 a modello dell'America..

Aspirare al successo, ai soldi, al potere è la normalità, accessibili a “tutti”. Chi non ci riesce è un incapace che in alternativa può drogarsi.
I leader seducono con un falso eros per essere adorati e ottenere consenso: è mercato,non solidarietà. Sanno cosa dire per essere amati in cambio della catastrofe sociale.
Che fare? Ora che il sistema è destinato a perire? Solo l'educazione scolastica potrebbe soccorrere per arrestare l'autodistruzione delle giovani vittime replicanti;
cambiare l'educazione per cambiare il mondo. Ma nessun mecenate finanzia la sua fine. Solo l'educazione che riequilibri i tre cervelli salva. Dove entri anche la meditazione, la musica, la psicoterapia che non è destinata solo ai matti. Ma che tale progetto abbia una ricaduta comunitaria è improbabile. Chi entra come educatore nelle aziende deve piegarsi alla logica produttiva, anche se il gigante economico prepara il suo crollo.
Gli studenti non devono essere assorbiti dallo studio, chiusi sui libri. Si limitino a quanto serve, dedicandosi ad altro. Sport, attività alternative, hobby, conoscenze, amici, stare e agire nel mondo. Infatti da ricerche questi sono quelli che riescono meglio nella vita. Come s'impara a vivere? Con competenze esistenziali ,col saper modulare ciò che succede. “Conoscere le emozioni” sia materia d' insegnamento. Saper comprenderle e viverle fino in fondo, esercitando il sistema limbico affettivo. Non si vincono le paure leggendo libri. Ma trasmettendole a chi è in grado di capirle. L'insegnante educatore può avere questa portata trasformativa.
Agli alunni si deve insegnare altro che le informazioni a cui accedono benissimo da soli tramite le wikipedie ed i motori di ricerca. Come funzionano, come ci si può bloccare nell' autorealizzazione,come tralasciare di stare sulla linea patriarcale, con maggior attenzione a un percorso di evoluzione autoconoscitiva.
Sono disponibile, per chi interessato, ad ogni percorso argomentativo per ampliare questo importante tema sul futuro formativo delle prossime generazioni e sul posto privilegiato che potrebbe avere la filosofia
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Vecchio 15-06-2009, 13.41.13   #2
Anti-climacus
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Riferimento: l'ego patriarcale

Ciao. Per un verso credo anche io che la scuola pubblica italiana (ma non solo) abbia fallito - e ne è forse sufficiente dimostrazione il livello culturale infimo dei laureati in scienze umanistiche degli ultimi anni (filosofia compresa) che si sono laureati solo grazie al disinteresse per ciò che studiavano -, ma non credo nel senso che tu dici cioè "dell'inutilità finale di ogni discorso morale di fronte al male del mondo", che sulla scorta dell'idea tutta speculativa della «morte di Dio» ritiene che la morale occulti in sé l'essenza stessa dell'utilitarismo e predichi inevitabilmente i diritti dell'utilizzabilità dell'ente (alla maniera di Heidegger, per intenderci). Come se concentrando invece l'interesse di studio su di una qualche "teoria del disinteresse" servisse piuttosto a risolvere il problema che a peggiorarlo (come avviene nelle accademie che formano gli insegnanti delle scuole italiane).

Piuttosto la cultura odierna paga con la superficialità esistenziale il prezzo di una generale apostasia teologica: vale a dire il rifiuto della cogenza dell'esercizio della responsabilità personale e delle condizioni che, permettendo di realizzarla, dall'altra la vincolano in certo modo. Ciò a causa, da un lato, del terrore della nemesi ch'è correlata all'esercizio di una libertà decisiva riguardo alla «salvezza» personale, e dall'altro delle implicazioni di una professione di essenziale finitezza umana, vista nel quadro di una più vasta e impegnativa deontologia. Tale apostasia interiore (vera e propria ideosincrasia) è ciò che causa - a mio modo di vedere - la superficialità della cultura moderna, in uno con la sua legittimazione teoretica di carattere dichiaratamente prometeico (per così dire), cioè che legittima in una teoria dal carattere incontrovertibile il rifiuto ad una opzione esistenziale di maggior impegno scelta in prima persona. Ciò che manca è in definitiva la passione per la verità, opposta ad un dotto edonismo e ad un (fin troppo dubbio) dilagante e scaltro eudemonismo. A-C.
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Vecchio 16-06-2009, 11.25.44   #3
arsenio
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Riferimento: l'ego patriarcale

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Originalmente inviato da Anti-climacus
Ciao. Per un verso credo anche io che la scuola pubblica italiana (ma non solo) abbia fallito - e ne è forse sufficiente dimostrazione il livello culturale infimo dei laureati in scienze umanistiche degli ultimi anni (filosofia compresa) che si sono laureati solo grazie al disinteresse per ciò che studiavano -, ma non credo nel senso che tu dici cioè "dell'inutilità finale di ogni discorso morale di fronte al male del mondo", che sulla scorta dell'idea tutta speculativa della «morte di Dio» ritiene che la morale occulti in sé l'essenza stessa dell'utilitarismo e predichi inevitabilmente i diritti dell'utilizzabilità dell'ente (alla maniera di Heidegger, per intenderci). Come se concentrando invece l'interesse di studio su di una qualche "teoria del disinteresse" servisse piuttosto a risolvere il problema che a peggiorarlo (come avviene nelle accademie che formano gli insegnanti delle scuole italiane).

Piuttosto la cultura odierna paga con la superficialità esistenziale il prezzo di una generale apostasia teologica: vale a dire il rifiuto della cogenza dell'esercizio della responsabilità personale e delle condizioni che, permettendo di realizzarla, dall'altra la vincolano in certo modo. Ciò a causa, da un lato, del terrore della nemesi ch'è correlata all'esercizio di una libertà decisiva riguardo alla «salvezza» personale, e dall'altro delle implicazioni di una professione di essenziale finitezza umana, vista nel quadro di una più vasta e impegnativa deontologia. Tale apostasia interiore (vera e propria ideosincrasia) è ciò che causa - a mio modo di vedere - la superficialità della cultura moderna, in uno con la sua legittimazione teoretica di carattere dichiaratamente prometeico (per così dire), cioè che legittima in una teoria dal carattere incontrovertibile il rifiuto ad una opzione esistenziale di maggior impegno scelta in prima persona. Ciò che manca è in definitiva la passione per la verità, opposta ad un dotto edonismo e ad un (fin troppo dubbio) dilagante e scaltro eudemonismo. A-C.

Benvenuta new entry e buon proseguimento.
Cercherò di commentare quanto credo di aver capito dalle tue parole.

E' vero che la scuola, in reciproca dipendenza con la società e famiglia, non è l'unica responsabile per la qualità della cultura e della civiltà di un paese.
Chi insegna ed è a contatto con altri insegnanti, non quelli solo in attesa della paga, subisce molte frustrazioni. Già alle materne bambini arrivano in classe imbevuti dei più deleteri ammaestramenti TV. Simulano mossette e sfilate di veline, piccoli calciatori supertifosi, i personaggi più diseducativi della tivù adulta. Piccoli razzisti che piangono se devono dare la mano a un piccolo extracomunitario, ecc. Tutto questo con larga condiscendenza dei genitori. E questo non l'ho letto sui manuali. Non si può fare nulla se non c'è cooperazione.
Un tempo l'Italia era ultramoralistica, sessuofobica e quasi vittoriana. Si mettevano spesse calzamaglie alle ballerine, si vietavano alla tivù parole evocatrici, come “magnifica”, sostituita con “bellissima”, nelle parrocchie i film che era possibile vedere, per bambini e adulti, erano pochissimi. Ora è totalmente a - morale, senza alcun possibile discernimento. Quindi, in un campo etico, ma non solo riguardo i costumi sessuali, cosa insegnare?
Come noti la ricerca di felicità attuale non raggiunge gli obiettivi. Droga, alcool, dipendenze, ecc. sono fallimentari e autodistruttivi.

Citi bene Heidegger e la “morte di Dio”.Che non annuncia la sua non esistenza, ma la fine della possibilità di enunciare che Dio esiste o non esiste. Non vale la pretesa di possedere Verità stabili, assolute, indiscutibili, definitive. Esistere è storia in rapporto con il mondo,con un linguaggio storico per accedere alle cose, per un'ermeneutica fondata sul rapporto tra linguaggio ed essere. Come indicazione filosofico- pedagogica non si raccomanderà mai abbastanza la chiarezza nell'esprimersi, ed il non farsi abbindolare dai linguaggi volutamente oscuri per non far trapelare la povertà di pensiero,o ipersemplificazioni per realtà che meritano ben altre riflessioni.
Heidegger è postmoderno come Nietzsche: il pensiero non può accedere a nessun fondamento certo. Non si può dominare il non-divenire con il fissarlo in età già superate. Il senso non è letteralmente che Dio è morto. Morte sono le grandi illusioni filosofiche. Né la scienza fenomenologica e sperimentale può risolvere certi enigmi.
La verità ultraterrena esiste, ma nessuno può accedervi. Se non chi crede di possederla. Si deve accontentarsi di una ricerca di verità dialogica, l'unica a misura d'uomo.
saluti
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Vecchio 16-06-2009, 20.20.56   #4
Gaffiere
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Heidegger è postmoderno come Nietzsche: il pensiero non può accedere a nessun fondamento certo. Non si può dominare il non-divenire con il fissarlo in età già superate. Il senso non è letteralmente che Dio è morto. Morte sono le grandi illusioni filosofiche. Né la scienza fenomenologica e sperimentale può risolvere certi enigmi.
La verità ultraterrena esiste, ma nessuno può accedervi. Se non chi crede di possederla. Si deve accontentarsi di una ricerca di verità dialogica, l'unica a misura d'uomo.
saluti

Andrei cauto nel sostenere che per Nietzsche sia ormai improponibile una conoscenza stabile, veritativa. Questo può certo valere per Heidegger, ma poi sarebbe da discutere quanto effettivamente la sua pretesa possa aver senso dal momento che ogni discorso è, in un modo o nell'altro, necessariamente inserito e radicato in un'orizzonte di significato basilare, originario. Heidegger ha certo il merito di aver riattualizzato il pensiero di Nietzsche, ma lo ha sottratto all'oblio al costo di sacrificarne l'essenza, a causa dell'impostazione fenomenologica della sua ontologia. E così non si accorge (e come può farlo, dal momento che perde del tutto di vista i capisaldi logici del pensiero classico) del grande dialogo che questo straordinario pensatore intrattiene con la tradizione..attorno al principio di non contraddizione..ma la lettura heideggeriana ha influenzato fortemente il modo in cui noi percepiamo oggi il filosofo tedesco..alterandone la potenza speculativa.
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Vecchio 17-06-2009, 16.14.55   #5
arsenio
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Andrei cauto nel sostenere che per Nietzsche sia ormai improponibile una conoscenza stabile, veritativa. Questo può certo valere per Heidegger, ma poi sarebbe da discutere quanto effettivamente la sua pretesa possa aver senso dal momento che ogni discorso è, in un modo o nell'altro, necessariamente inserito e radicato in un'orizzonte di significato basilare, originario. Heidegger ha certo il merito di aver riattualizzato il pensiero di Nietzsche, ma lo ha sottratto all'oblio al costo di sacrificarne l'essenza, a causa dell'impostazione fenomenologica della sua ontologia. E così non si accorge (e come può farlo, dal momento che perde del tutto di vista i capisaldi logici del pensiero classico) del grande dialogo che questo straordinario pensatore intrattiene con la tradizione..attorno al principio di non contraddizione..ma la lettura heideggeriana ha influenzato fortemente il modo in cui noi percepiamo oggi il filosofo tedesco..alterandone la potenza speculativa.
Mi sembra che tu non centri molto il problema,circoscritto proprio quello che tu stesso quoti, che io ho proposto ,sul superamento postmoderno della metafisica, dove si può notare qualche punto di contatto tra i due filosofi,ovviamente con dovute differenze.
Nietzsche subisce tuttora varie interpretazioni. Alcune sono decadute per illuminanti precisazioni di alcuni studiosi, che l'hanno posto nella sua giusta luce quale voce tra le più significative e importanti per il '900 e oltre.
Come dissi, oggi è soprattutto uno scomodo “maestro del sospetto” osteggiato dal clero e dalle menti conservatrici, e sono poco lette le sue opere. Profeta della fine della metafisica come Heidegger che ne vide il superamento nella tecnica a misura d'uomo e nell' ”essere” del linguaggio ermeneutico. A favore di un'analisi logica del linguaggio, a cominciare dalla stessa parola “essere”.
Nietzsche è postmoderno; mette in crisi la nozione di verità e certi fondamenti filosofici. Il Dio “morto” è il simbolo delle credenze in una realtà o autorità ultima e trascendente, assoluti a cui l'obbedienza svuota la vita di senso,distogliendo dal corpo, dagl' impulsi e istinti vitali. Critico verso un'”aldilà” che nega la realtà umana. Non è tanto un discorso sull'ateismo,quanto sullo spiegare l'origine delle credenze e metafisiche, per l'avvento di un oltre-uomo libero da “Dio”.

saluti
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Vecchio 18-06-2009, 13.43.02   #6
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Mi sembra che tu non centri molto il problema,

Il problema è quello sottostante:


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Nietzsche è postmoderno; mette in crisi la nozione di verità e certi fondamenti filosofici. Il Dio “morto” è il simbolo delle credenze in una realtà o autorità ultima e trascendente, assoluti a cui l'obbedienza svuota la vita di senso,distogliendo dal corpo, dagl' impulsi e istinti vitali. Critico verso un'”aldilà” che nega la realtà umana. Non è tanto un discorso sull'ateismo,quanto sullo spiegare l'origine delle credenze e metafisiche, per l'avvento di un oltre-uomo libero da “Dio”.

saluti

Nietzsche non mette in discussione la nozione di verità, mette in discussione una certa declinazione della nozione di verità, il suo discorso non è così banale da non elevarsi al di sopra della confutazione scettica. La critica è rivolta al discorso veritativo di carattere epistèmico, non il discorso veritativo in senso trascendentale, altrimenti anche la sua proposta perderebbe senso, una distinzione che lo Heidegger per esempio perde di vista nella sua ermeneutica dei testi di Nietzsche. Da ciò segue che la critica di Nietzsche non sia volta a smuovere alla radice le fondamenta del discorso filosofico, proprio perchè sono quelle stesse fondamenta che gli permettono di demolire l'edificio (metafisico). Non a caso la critica all'elenchos di Nietzsche è rivolta all'elenchos pragmatico, non certo a quello speculativo (anche se non tematizza analiticamente tale distinzione). Chi rimane nell'ottica del prospettivismo, in cui la "morte di Dio" o l'eterno ritorno sarebbero a loro volta fedi, decisioni, interpretazioni, volontà, non vede l'essenziale logicità del suo discorso e dunque non può vedere il carattere di-mostrativo del crepuscolo degli dei e la necessità dell'eterno ritorno.
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Vecchio 19-06-2009, 11.40.14   #7
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Il problema è quello sottostante:




Nietzsche non mette in discussione la nozione di verità, mette in discussione una certa declinazione della nozione di verità, il suo discorso non è così banale da non elevarsi al di sopra della confutazione scettica. La critica è rivolta al discorso veritativo di carattere epistèmico, non il discorso veritativo in senso trascendentale, altrimenti anche la sua proposta perderebbe senso, una distinzione che lo Heidegger per esempio perde di vista nella sua ermeneutica dei testi di Nietzsche. Da ciò segue che la critica di Nietzsche non sia volta a smuovere alla radice le fondamenta del discorso filosofico, proprio perchè sono quelle stesse fondamenta che gli permettono di demolire l'edificio (metafisico). Non a caso la critica all'elenchos di Nietzsche è rivolta all'elenchos pragmatico, non certo a quello speculativo (anche se non tematizza analiticamente tale distinzione). Chi rimane nell'ottica del prospettivismo, in cui la "morte di Dio" o l'eterno ritorno sarebbero a loro volta fedi, decisioni, interpretazioni, volontà, non vede l'essenziale logicità del suo discorso e dunque non può vedere il carattere di-mostrativo del crepuscolo degli dei e la necessità dell'eterno ritorno.

credo che i problema non mi sia chiaro, come lo esponi. Potrebbe essere che diciamo la stessa cosa ma con altre parole:


La “verità” di Nietzsche : “il mondo vero è diventato “favola” (Crepuscolo degli dei) Non c'è differenza far verità e falsità, nulla esiste di per sé, no c'è fondamento. La molteplicità delle interpretazioni mette fine alla metafisica. Vita è divenire, caos, fluire, superamento metafisico.
Non c'è una verità, non c'è nulla da verificare ma tutto è da interpretare. All'ideale della conoscenza, alla scoperta del vero, Nietzsche sostituisce l'interpretazione e la relativa valutazione. Il senso di un fenomeno è sempre parziale e frammentario, da valutare. L'oltreuomo supera se stesso e la sua stessa mediocrità, quando si rende necessario, in un perpetuo divenire senza fissarsi in modelli validi per sempre. Per questo è tuttora osteggiato dalle sfere ecclesiali. Liquidato come “cattivo maestro” assieme a chi ne annuncia l'attualità. Io penso sia importante leggere e rileggere le opere dei filosofi, con attenzione e nella loro integrità

essere e divenire
la nullificazione avviene quando essere e non essere si mescolano in una uniformità e non sono più distinguibili in una posizione pur coesistente di essere e non essere
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Vecchio 19-06-2009, 16.47.57   #8
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credo che i problema non mi sia chiaro, come lo esponi. Potrebbe essere che diciamo la stessa cosa ma con altre parole:


La “verità” di Nietzsche : “il mondo vero è diventato “favola” (Crepuscolo degli dei) Non c'è differenza far verità e falsità, nulla esiste di per sé, no c'è fondamento. La molteplicità delle interpretazioni mette fine alla metafisica. Vita è divenire, caos, fluire, superamento metafisico.
Non c'è una verità, non c'è nulla da verificare ma tutto è da interpretare. All'ideale della conoscenza, alla scoperta del vero, Nietzsche sostituisce l'interpretazione e la relativa valutazione. Il senso di un fenomeno è sempre parziale e frammentario, da valutare. L'oltreuomo supera se stesso e la sua stessa mediocrità, quando si rende necessario, in un perpetuo divenire senza fissarsi in modelli validi per sempre. Per questo è tuttora osteggiato dalle sfere ecclesiali. Liquidato come “cattivo maestro” assieme a chi ne annuncia l'attualità. Io penso sia importante leggere e rileggere le opere dei filosofi, con attenzione e nella loro integrità

essere e divenire
la nullificazione avviene quando essere e non essere si mescolano in una uniformità e non sono più distinguibili in una posizione pur coesistente di essere e non essere

Ho sottolineato ciò che ritengo più rilevante, e domando: che tutto sia da interpretare è a sua volta un'interpretazione per Nietzsche? No, che vi sia un'attività che interpreta non lo è (non è interpretabile l'attività interpretante), lo dice chiaramente, cioè è incontrovertibile che vi sia una realtà che vuole e decide. Nietzsche può dire che tutto è vano nella misura in cui questa stessa affermazione non lo sia, può dire che alla coscienza appare la creatività del mondo solo in quanto tale evidenza è innegabile per la coscienza. Questo significa, precisamente, che anche la proposta di questo grande pensatore è inscritta in un'orizzonte di senso, in una struttura originaria di significato, se vuol dire qualcosa, se vuole cioè che ciò che afferma riesca a star fermo presso di sé. La critica di Nietzsche al principio di non contraddizione è una critica che non può porsi in senso assoluto, ma relativo, relativo cioè al suo significato "intellettualistico" (anche Hegel non lo nega in quanto tale, lo nega in quanto astrattamente inteso, in quanto prodotto dell'analisi isolante).
Ciò che appare è un dato? qualcosa di indubitabile? risposta di Nietzsche: no, è deformato dall'interpretazione storica, dalle condizioni gnoseologiche, cognitive dell'individuo come prodotto storico, dal sottofondo psicologico, culturale, emotivo, sociale..dunque il fenomeno è un'interpretazione, ma appunto che sia interpretato è indubitabile! Non è che Nietzsche dica è interpretato e non interpretato, e non dicendolo fa uso di quegli stessi principi logici contro cui vorrebbe scagliarsi, ben sapendo però che la sua critica ad essi non è banale relativimo scettico.
Ad ogni modo, se Nietzsche fosse solo il poeta-filosofo che si crede, sarebbe ben poca cosa. Certo ha il merito di aver aperto il filone dell'ermeneutica e del prospettivismo contemporaneo, su cui tanta filosofia continentale fa affidamento, ma tale filone rimane al di sotto della consapevolezza teoretica di Nietzsche, nel cui discorso (ripeto) non c'è solo scetticismo ingenuo, c'è (ed è l'essenza più importante e su cui si spende meno attenzione generalmente) il carattere dell'incontrovertibilità della morte di Dio, dove per incontrovertibilità intendo necessità, necessità assoluta.
C'è un passo dello Zarathustra in cui il profeta dice: come potrebbero esistere gli dei creatori? se esistessero l'uomo non potrebbe essere creatore, eppure è edificante e annichilente, dunque è impossibile che gli dei esistano. Dietro queste semplici parole sta tutta la grandezza del suo dialogo con la tradizione classica e la logica aristotelica: per Nietzsche il divenire è evidente, e il divenire è oscillazione tra il non-niente e il niente. La metafisica classica, per rimediare alla contraddizione che vorrebbe il positivo significare del niente, evoca il divino, cioè il luogo in cui l'essere delle cose che nel divenire apparentemente è annullato, è conservato, impedendo il venir meno della legge oppositiva parmenidea, cioè la sua violazione e dunque l'entificazione del nihil absolutum. Nietzsche si rende conto che se tale eterno divino (pieno, satollo e immoto, lo chiama) esistesse, il divenire risulterebbe bloccato, non ci sarebbe alcun vuoto da riempire, nessun individuo potrebbe creare, cioè la presenza di Dio taglia alla radice la volontà di potenza. La negazione di Dio salva cioè la differenza tra essere e niente necessaria ffinchè vi sia oscillazione tra i due nel divenire, evita cioè di porre l'identità degli opposti. La negazione di Dio in Nietzsche ha una profondità speculativa essenzialmente superiore cioè a quel che si pensa, ed è radicata in utlima analisi alla preservazione del principium firmissimum di non contraddizione, perchè è grazie ad esso che si può preservare la nientità degli eventi, una volta distruti e la loro essentità, una voltaintegri, cioè è grazie ad esso (alla formulazione aristotelica) che è possibile la volontà di potenza. E il passato è appunto quel Dio immutabile che è necessario vada distrutto, appunto per questo il circolo eterno del ritorno infinito, l'eterno ritorno.
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Vecchio 21-06-2009, 22.10.57   #9
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Ho sottolineato ciò che ritengo più rilevante, e domando: che tutto sia da interpretare è a sua volta un'interpretazione per Nietzsche? No, che vi sia un'attività che interpreta non lo è (non è interpretabile l'attività interpretante), lo dice chiaramente, cioè è incontrovertibile che vi sia una realtà che vuole e decide. Nietzsche può dire che tutto è vano nella misura in cui questa stessa affermazione non lo sia, può dire che alla coscienza appare la creatività del mondo solo in quanto tale evidenza è innegabile per la coscienza. Questo significa, precisamente, che anche la proposta di questo grande pensatore è inscritta in un'orizzonte di senso, in una struttura originaria di significato, se vuol dire qualcosa, se vuole cioè che ciò che afferma riesca a star fermo presso di sé. La critica di Nietzsche al principio di non contraddizione è una critica che non può porsi in senso assoluto, ma relativo, relativo cioè al suo significato "intellettualistico" (anche Hegel non lo nega in quanto tale, lo nega in quanto astrattamente inteso, in quanto prodotto dell'analisi isolante).
Ciò che appare è un dato? qualcosa di indubitabile? risposta di Nietzsche: no, è deformato dall'interpretazione storica, dalle condizioni gnoseologiche, cognitive dell'individuo come prodotto storico, dal sottofondo psicologico, culturale, emotivo, sociale..dunque il fenomeno è un'interpretazione, ma appunto che sia interpretato è indubitabile! Non è che Nietzsche dica è interpretato e non interpretato, e non dicendolo fa uso di quegli stessi principi logici contro cui vorrebbe scagliarsi, ben sapendo però che la sua critica ad essi non è banale relativimo scettico.
Ad ogni modo, se Nietzsche fosse solo il poeta-filosofo che si crede, sarebbe ben poca cosa. Certo ha il merito di aver aperto il filone dell'ermeneutica e del prospettivismo contemporaneo, su cui tanta filosofia continentale fa affidamento, ma tale filone rimane al di sotto della consapevolezza teoretica di Nietzsche, nel cui discorso (ripeto) non c'è solo scetticismo ingenuo, c'è (ed è l'essenza più importante e su cui si spende meno attenzione generalmente) il carattere dell'incontrovertibilità della morte di Dio, dove per incontrovertibilità intendo necessità, necessità assoluta.
C'è un passo dello Zarathustra in cui il profeta dice: come potrebbero esistere gli dei creatori? se esistessero l'uomo non potrebbe essere creatore, eppure è edificante e annichilente, dunque è impossibile che gli dei esistano. Dietro queste semplici parole sta tutta la grandezza del suo dialogo con la tradizione classica e la logica aristotelica: per Nietzsche il divenire è evidente, e il divenire è oscillazione tra il non-niente e il niente. La metafisica classica, per rimediare alla contraddizione che vorrebbe il positivo significare del niente, evoca il divino, cioè il luogo in cui l'essere delle cose che nel divenire apparentemente è annullato, è conservato, impedendo il venir meno della legge oppositiva parmenidea, cioè la sua violazione e dunque l'entificazione del nihil absolutum. Nietzsche si rende conto che se tale eterno divino (pieno, satollo e immoto, lo chiama) esistesse, il divenire risulterebbe bloccato, non ci sarebbe alcun vuoto da riempire, nessun individuo potrebbe creare, cioè la presenza di Dio taglia alla radice la volontà di potenza. La negazione di Dio salva cioè la differenza tra essere e niente necessaria ffinchè vi sia oscillazione tra i due nel divenire, evita cioè di porre l'identità degli opposti. La negazione di Dio in Nietzsche ha una profondità speculativa essenzialmente superiore cioè a quel che si pensa, ed è radicata in utlima analisi alla preservazione del principium firmissimum di non contraddizione, perchè è grazie ad esso che si può preservare la nientità degli eventi, una volta distruti e la loro essentità, una voltaintegri, cioè è grazie ad esso (alla formulazione aristotelica) che è possibile la volontà di potenza. E il passato è appunto quel Dio immutabile che è necessario vada distrutto, appunto per questo il circolo eterno del ritorno infinito, l'eterno ritorno.
Gal
Non mi sembra che il “tutto è da interpretare” di Nietzsche sia un'interpretazione, né si può parlare di “teoria”, lui che le aborriva. Una “affermazione”? Tra l'altro sarebbe da accostare all'altra sua affermazione: non esistono verità ma solo menzogne da smascherare”.
Su “ermeneutica “ dovremmo concordarci sul significato. Arte dell'interpretazione.Ad esempio , se nel campo letterario, è la comprensione di un testo e fa parte delle scienze dello spirito, non delle spiegazioni né di leggi generali, che appartengono alle scienze della natura. Si limita a cogliere eventi nella loro specificità e singolarità.
Il circolo ermeneutico presuppone un soggetto e un oggetto in reciproca coinvolgente appartenenza. L'ermeneutica s'inserisce in una totalità non riducibile a sole deduzioni o induzioni. In chi si mette in dialogo con un oggetto da interpretare coesistono emozioni, pregiudizi, aspettative.
Semplificando il discorso senza divagare in cose non utili all'economia dell'argomentazione, Nietzsche è un nichilista attratto da Eraclito, non da Parmenide. Secondo la radicalizzazione di Severino ,nichilista è l'intera storia dell'Occidente, persuasa fin dai tempi dell'antica Grecia, sull'ente che diviene passando dall'essere al niente dove si nullifica.
Eraclito dice: “il tempo è un ragazzo che gioca, muovendo i dadi: il regno di un fanciullo”, Nietzsche tentò di interpretare tali parole sibilline ( in tal caso si può dire interpreti: derivazione orfica?) Testimoniano la consapevolezza dell'incessante divenire e trascorrere del cosmo, simile “a una bevanda che si decompone ( nell'essere”) qualora non venga continuamente agitata” . E' il pantha rei ,il fluire di tutte le cose verso la loro estinzione. Per far posto, ora che la metafisica è morta, a enti voluti dall'uomo ( da “La nascita della tragedia”).Il mondo è caos e la metafisica è stato uno stratagemma per fornire una “certezza”.
La morte di Dio è solo una metafora. Nietzsche sa che Dio non muore: o non esiste o se esiste è immortale. Quindi “Dio” va inteso, coerentemente con le letture dirette della sua opera, come simbolo delle credenze. Tutto è superabile, non esistono pensieri validi per sempre. Anche il superuomo è in perpetuo divenire.
Per Nietzsche il “ciclo” è scelta sempre rinnovata che le cose accadono come sono accadute in una tensione vitale fra l'uomo e ciò che lo circonda, dicendo sì alla vita in un eterno ritorno . La ciclicità è un' acettazione superomistica del destino e ciò che sarà, ma non da rassegnati. E' ritorno non è da confondere con una nuova concezione della storia ma si lega con tutte le altre concezioni nietzscheane, da non considerare isolate e in se stesse.
I valori di Nietzsche sono il rifiuto delle credenze e un sì alla pienezza della vita, tutto ciò che esiste è corporeo,prodotto da processi sensibili, e l'anima ne è solo un segno. Mentre i valori più alti celano bassi bisogni.

Temo che tu scambi Popper con un altro filosofo. E' il più noto e discusso epistemologo e filosofo della scienza , nel '900 e fino ad oggi. Ha negato la scientificità della psicoanalisi, del marxismo, ma anche ha invalidato l' induttivismo empirico.
La sua teoria è il fallibilismo, per falsificare la validità di una teoria,al di fuori della sua dotazione di senso. Segna la linea di demarcazione tra scienza e non scienza. Il sapere è congetturale e nessuna teoria scientifica può essere considerata vera. Infine concesse che possano esserci alcune migliori approssimazioni al vero.

saluti
arsenio is offline  
Vecchio 22-06-2009, 11.51.12   #10
Gaffiere
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Originalmente inviato da arsenio
Gal
Non mi sembra che il “tutto è da interpretare” di Nietzsche sia un'interpretazione, né si può parlare di “teoria”, lui che le aborriva. Una “affermazione”? Tra l'altro sarebbe da accostare all'altra sua affermazione: non esistono verità ma solo menzogne da smascherare”.
Su “ermeneutica “ dovremmo concordarci sul significato. Arte dell'interpretazione.Ad esempio , se nel campo letterario, è la comprensione di un testo e fa parte delle scienze dello spirito, non delle spiegazioni né di leggi generali, che appartengono alle scienze della natura. Si limita a cogliere eventi nella loro specificità e singolarità.
Il circolo ermeneutico presuppone un soggetto e un oggetto in reciproca coinvolgente appartenenza. L'ermeneutica s'inserisce in una totalità non riducibile a sole deduzioni o induzioni. In chi si mette in dialogo con un oggetto da interpretare coesistono emozioni, pregiudizi, aspettative.
Semplificando il discorso senza divagare in cose non utili all'economia dell'argomentazione, Nietzsche è un nichilista attratto da Eraclito, non da Parmenide. Secondo la radicalizzazione di Severino ,nichilista è l'intera storia dell'Occidente, persuasa fin dai tempi dell'antica Grecia, sull'ente che diviene passando dall'essere al niente dove si nullifica.
Eraclito dice: “il tempo è un ragazzo che gioca, muovendo i dadi: il regno di un fanciullo”, Nietzsche tentò di interpretare tali parole sibilline ( in tal caso si può dire interpreti: derivazione orfica?) Testimoniano la consapevolezza dell'incessante divenire e trascorrere del cosmo, simile “a una bevanda che si decompone ( nell'essere”) qualora non venga continuamente agitata” . E' il pantha rei ,il fluire di tutte le cose verso la loro estinzione. Per far posto, ora che la metafisica è morta, a enti voluti dall'uomo ( da “La nascita della tragedia”).Il mondo è caos e la metafisica è stato uno stratagemma per fornire una “certezza”.
La morte di Dio è solo una metafora. Nietzsche sa che Dio non muore: o non esiste o se esiste è immortale. Quindi “Dio” va inteso, coerentemente con le letture dirette della sua opera, come simbolo delle credenze. Tutto è superabile, non esistono pensieri validi per sempre. Anche il superuomo è in perpetuo divenire.
Per Nietzsche il “ciclo” è scelta sempre rinnovata che le cose accadono come sono accadute in una tensione vitale fra l'uomo e ciò che lo circonda, dicendo sì alla vita in un eterno ritorno . La ciclicità è un' acettazione superomistica del destino e ciò che sarà, ma non da rassegnati. E' ritorno non è da confondere con una nuova concezione della storia ma si lega con tutte le altre concezioni nietzscheane, da non considerare isolate e in se stesse.
I valori di Nietzsche sono il rifiuto delle credenze e un sì alla pienezza della vita, tutto ciò che esiste è corporeo,prodotto da processi sensibili, e l'anima ne è solo un segno. Mentre i valori più alti celano bassi bisogni.

Temo che tu scambi Popper con un altro filosofo. E' il più noto e discusso epistemologo e filosofo della scienza , nel '900 e fino ad oggi. Ha negato la scientificità della psicoanalisi, del marxismo, ma anche ha invalidato l' induttivismo empirico.
La sua teoria è il fallibilismo, per falsificare la validità di una teoria,al di fuori della sua dotazione di senso. Segna la linea di demarcazione tra scienza e non scienza. Il sapere è congetturale e nessuna teoria scientifica può essere considerata vera. Infine concesse che possano esserci alcune migliori approssimazioni al vero.

saluti

Non capisco cosa centrino Severino e Popper in questo discorso, cerchiamo di non andare OT, rispondo comunque: so più che bene chi sia Popper, sarà anche il più noto filosofo della scienza ma lascia parecchioadesiderare quando deve giustificare i motivi che stanno alla base della fondazione di un discorso razionale. Come ho già detto Popper ignora totalmente il senso dell'elenchos, dunque ignora il motivo per cui il principio di non contraddizione su cui prende piede il progetto scientifico debba essere innegabile, e questa è una grossa svista. Senza contare la totale banalità con cui legge la teoria politica platonica alla luce delle categorie e della comprensione post-bellica contemporanea, come se si potesse rimproverare agli antichi la schiavitù senza capire tutti i motivi che stanno alle spalle e sopratutto senza la consapevolezza di giudicare a partire dall'influenza di un contesto completamente differente. In terzo luogo la falsificabilità di Popper non si avvale dei guadagni epistemologici ben più radicali del secondo neopositivismo, che sanciscono l'impossibilità di un sapere intsoggettivo condiviso, la problematicità della comunicazione, l'esistenza stessa del linguaggio, l'impossibilità di attribuire con verità proposizioni alla realtà empirica universalmente condivisibili: da questo punto di vista Carnap è ben più avanti di Popper, più vicino a certi suoi allievi che non a caso spingeranno più a fondo la sua riflessione.
Per quanto riguarda Severino leggiti l'Anello del Ritorno, propone un'esegesi dei testi nietszcheani in contrasto con quella heideggeriana, che mostra per altro come in Nietzsche non vi sia unicamente sterile prospettivismo ma pure teoria, come dimostrano gli scritti relativi alla fondazione dell'eterno ritorno, non a caso è Nietzsche stesso a dire che l'eterno ritorno è questione di necessità, e la necessità non è certo qualcosa che abbia a che fare con l'interpretazione, bensì con la visione (appunto, teoria) non negabile.
In secondo luogo, Nietzsche è attratto da Eraclito perchè attribuisce al discorso eracliteo caratteri che non possiede: innanzitutto perchè il discorso di Eraclito è preontologico, dunque non può avere la consapevolezza dell'essere e il nulla che si ha solo a partire da Parmenide (e che dunque Nietzshe ha): quando Eraclito dice che tutto diviene, scorre, non pensa che il mutare del mondo sia l'uscire dal nulla e il ritornarvi degli eventi mentre Nietzsche si, e lo scrive chiaramente. Oltretutto in Eraclito vi è il logos, la legge divina che regola il fluire della realtà, l'unità degli opposti, mentre per Nietsche tale legge non c'è e da questo punto di vista dovrebbe criticare Eraclito quanto gli altri pensatori metafisici, perchè parimenti egli pone l'eterno (la legge) a scandire il senso del reale, se non lo fa è appunto perchè non se ne accorge.
Non è certo questo lo spazio per discutere il senso dell'eterno ritorno, ma se tu intendi l'eterno ritorno come un'idea, un progetto, una decisione è Nietzsche stesso a smentirti chiaramente, a meno che tu non intenda identificare ciò che è necessario (e Nietzsche parla appunto di necessità) con il contingente, congetturale, ipotetico. La morte di Dio non è solo una metafora, come dici, ed anzi non si capirebbe in nessun modo il senso dell'eterno ritorno se la morte di Dio non fosse a sua volta una necessità: non a caso chi come Heidegger, Lowith, Jaspers, Salomè e tutti gli altri suoi critici non ha visto nella morte di Dio una teoria poi ha sempre avuto difficoltà a capire il senso dell'eterno ritorno, che è stato considerato mano a mano come una teoria estranea e difficilmente comprensibile. il discorso dello Zarathustr mostra come la presenza di Dio renda impossibile il divenire, cioè ciò che per Nietzsche è innegabile, dunque nemmeno quel Dio che è il passato può rimanere invariabile (perchè le cose, andando nel passato, non sono più disponibili alla modificazione) e dunque è necessario che si costituisca il circolo temporale e che il passato ritorni, disponibile alla volontà di potenza.
Al di sotto della solita "menata" sui desideri, sugli impulsi, l'interpretazione, la volontà, sta un discorso teoretico che difficilemnte emerge, la difficoltà sta innanzitutto nel linguaggio di Nietzsche che a parole sembra voler mandare tutto all'aria. Se non ci si eleva a questo livello non ha senso continuare il discorso e continuare a ribadire che il pensiero di Nietzsche risponda unicamente a un esigenza di libertà dal nozionismo veritativo, perchè significa prendere una parte del suo pensiero e assolutizzarla pretendendo di annullare quella restante (e ben più importante), il che è totalmente fuorviante.
Gaffiere is offline  

 



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