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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 26-06-2009, 11.00.10   #1
emmeci
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E' davvero un miracolo?

Oggi è di moda parlar male della metafisica, e un filosofo preferisce fermarsi a quel punto dell’ontologia aristotelica che segna i confini del percepibile, senza accompagnarla al di là dei cieli stellati e approssimarsi in qualche modo al pensiero divino. E certamente, se la metafisica sta in questo oltrepassamento, sembra onesto ricorrervi il meno possibile, lasciando semmai il campo alle religioni che fin dall’inizio vi hanno posto un’ipoteca a loro favore, appellandosi a ciò che chiamano fede.
Però c’è un altro modo di intendere metafisica, ossia di capire il segreto di quella parola (che oltre tutto è nata in maniera decisamente profana, a indicare quei libri che gli editori delle opere aristoteliche avevano posto dopo - “meta” - i libri di fisica). Quest’altro modo sta nel non lasciare il filo del pensiero fisico con una spudorata occhiata aldilà, ma nel prendere la parola nel senso più semplice e quasi banale, cioè come ciò che la fisica può diventare senza lasciarsi estromettere.
Per comprendere questo andare al di là pur restando qua, non c’è che da stare attenti a ciò che noi siamo tutti i giorni e forse tutte le notti: cioè fermarci per un momento in quel punto in cui il neurone diviene pensiero e lascia il passo a ciò che ad alcuni può sembrare un miracolo, ma è solo l’esprimersi fisico di una coscienza e, in ogni caso, è metafisica in atto.
Ci sono scienziati – pochi per verità – impegnati nello studio di questo guizzo dell’essere che non snobba la fisiologia del cervello, ma anzi la sfrutta, dimostrando che non c’è bisogno di inventare una forza superiore alla nostra per farci grazia del dono; e per convincersene basta affidarsi a quel luogo comune che dice che tutto diviene: l’oceano si ripiega e si gonfia, la vita è sempre in fermento, e a nulla e a nessuno è dato di restare fermo - non l’uomo, l’acqua, il tempo e neppure Dio. E questo basta a spiegare quell’ evento, apparentemente miracoloso, che è il passaggio dalla fisica alla metafisica.
(Forse questo post potrebbe rispondere anche all'argomento "essere o divenire?" presente nel Forum).
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Vecchio 26-06-2009, 15.02.52   #2
Noor
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Riferimento: E' davvero un miracolo?

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Originalmente inviato da emmeci
Ci sono scienziati – pochi per verità – impegnati nello studio di questo guizzo dell’essere che non snobba la fisiologia del cervello, ma anzi la sfrutta, dimostrando che non c’è bisogno di inventare una forza superiore alla nostra per farci grazia del dono; e per convincersene basta affidarsi a quel luogo comune che dice che tutto diviene: l’oceano si ripiega e si gonfia, la vita è sempre in fermento, e a nulla e a nessuno è dato di restare fermo - non l’uomo, l’acqua, il tempo e neppure Dio. E questo basta a spiegare quell’ evento, apparentemente miracoloso, che è il passaggio dalla fisica alla metafisica.
Questi scienziati non dimostrano un bel nulla in verità,oziosamente teorizzano,che è ben diverso..
E’ davvero un luogo comune, come marchi, l’affermare che tutto diviene ,essere compreso.
Da una parte vi sono i fenomeni che si osservano,compreso il corpo che diviene,dall'altra v'è colui che osserva ciò,che ,per osservare non può divenire egli stesso,ma fissamente osservare:sarebbe altrimenti come osservare un film con un proiettore sempre in movimento..oppure lo stesso spettatore che si muove di qua e di là della tribuna..non si osserverebbe un bel nulla.
Dunque chi è che osserva fisso da sempre lì e non toccato dagli eventi contingenti ,li sovrasta?
E’ tutto qui il miracolo,senza spostarsi di molto e cercare altrove..


Ultima modifica di Noor : 26-06-2009 alle ore 20.24.07.
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Vecchio 26-06-2009, 15.49.49   #3
Gaffiere
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Riferimento: E' davvero un miracolo?

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Oggi è di moda parlar male della metafisica, e un filosofo preferisce fermarsi a quel punto dell’ontologia aristotelica che segna i confini del percepibile, senza accompagnarla al di là dei cieli stellati e approssimarsi in qualche modo al pensiero divino. E certamente, se la metafisica sta in questo oltrepassamento, sembra onesto ricorrervi il meno possibile, lasciando semmai il campo alle religioni che fin dall’inizio vi hanno posto un’ipoteca a loro favore, appellandosi a ciò che chiamano fede.
Però c’è un altro modo di intendere metafisica, ossia di capire il segreto di quella parola (che oltre tutto è nata in maniera decisamente profana, a indicare quei libri che gli editori delle opere aristoteliche avevano posto dopo - “meta” - i libri di fisica). Quest’altro modo sta nel non lasciare il filo del pensiero fisico con una spudorata occhiata aldilà, ma nel prendere la parola nel senso più semplice e quasi banale, cioè come ciò che la fisica può diventare senza lasciarsi estromettere.
Per comprendere questo andare al di là pur restando qua, non c’è che da stare attenti a ciò che noi siamo tutti i giorni e forse tutte le notti: cioè fermarci per un momento in quel punto in cui il neurone diviene pensiero e lascia il passo a ciò che ad alcuni può sembrare un miracolo, ma è solo l’esprimersi fisico di una coscienza e, in ogni caso, è metafisica in atto.
Ci sono scienziati – pochi per verità – impegnati nello studio di questo guizzo dell’essere che non snobba la fisiologia del cervello, ma anzi la sfrutta, dimostrando che non c’è bisogno di inventare una forza superiore alla nostra per farci grazia del dono; e per convincersene basta affidarsi a quel luogo comune che dice che tutto diviene: l’oceano si ripiega e si gonfia, la vita è sempre in fermento, e a nulla e a nessuno è dato di restare fermo - non l’uomo, l’acqua, il tempo e neppure Dio. E questo basta a spiegare quell’ evento, apparentemente miracoloso, che è il passaggio dalla fisica alla metafisica.
(Forse questo post potrebbe rispondere anche all'argomento "essere o divenire?" presente nel Forum).

Caro emmeci, riparto dal tuo esempio e lo inserisco in un'orizzonte più ampio: tu scrivi che "il neurone diviene pensiero" dando il via all' "esprimersi fisico della coscienza". Le scienze neurofisiologiche e neuropsicologiche fanno passi da giganti nell'analisi del rapporto tra cervello e mente, considerando il cervello come l'origine, la causa e in quanto tale il condizionante. La costituzione biologica, la configurazione specifica del sistema nervoso condizionerebbero l'apparato cognitivo, percettivo, rivelativo del mondo. Ma anche Marx sosteneva, in un contesto certo differente, che i fattori di produzione economica stanno alla base della coscienza. Nietzsche e Freud insistono sull'origine inconscia della superficie palpabile della nostra vita, riducendola a istinti conflittuali, impulsi primordiali, pulsioni: la manifestazione cosciente sarebbe il prodotto di un condizionamente latente perenne, sia esso la volontà o l'inconscio. La logicità e la stabilità apparente sarebbero cioè il frutto di una lotta per la sopravvivenza di fondo che si appoggia a schemi immutabili, a principi, convinzioni, persuasioni consolidate per canonizzare il caos, il fluire di senso e significato incessante.
In tutti questi casi la mente è un contenuto, un oggetto particolare dell'esperienza tra molti altri, dunque passibile di corruzione, influenza, suggestione, condizionamento: fin tanto che il rapporto tra il mondo e l'apparire del mondo è così posto è palese che non si possa sfuggire da questo esito. Ma, chiedo, che fondamento ha questo presupposto? perchè di presupposto parliamo, fintanto che non viene giustificato adeguatamente.
L'idealismo, in particolare la sua purificazione nell'attualismo di Gentile, critica potentemente quest'idea naturalistica che farebbe del pensare un'attività tra le altre, riducendola al contenuto stesso di ciò che manifesta. Fin tanto che il pensiero è così posto allora è certamente uno strumento di cui qualcuno ad esso esterno (l'individuo come prodotto storico) si serve per adeguarsi alla realtà, ritrovandosi impossibilitato a farlo dal momento che ogni strumento deforma ciò a cui viene applicato. In Cartesio e Kant permane questa concezione della mente come "cosa" (tra le cose). Nonostante già Kant porti alla luce il concetto di Io Trascendentale. Ma è pur sempre sul fondamento della mente che si afferma la sua "cosalità", cioè è a partire dal suo carattere trascendentale che si può negare questa trascendentalità, riducendo l'esperienza (l'atto d'esperire) a una delle cose di cui esso stesso è esperienza. Cosa significa dire che la mente è un "prodotto"? che è "preceduta", "anticipata" da qualcosa che le sfugge (e che devia, deforma quella che sarà la rivelazione dei suoi contenuti, il disvelamento), rispetto al quale viene dopo, eppure la validità della critica che Fichte ha mosso a Kant (la contraddittorietà della cosa in sè) non è certo venuta meno.
Non viene meno, direi, quell'ammonimento di Parmenide al quale lo Hegel, ritorna al compimento del circolo dello Spirito, nella realizzazione dell'Assoluto come sintesi di soggetto e oggetto, autocoscienza riflessiva: lo stesso è pensare ed essere, i due orizzonti non sono disequati
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Vecchio 26-06-2009, 20.27.31   #4
Il_Dubbio
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Riferimento: E' davvero un miracolo?

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cioè fermarci per un momento in quel punto in cui il neurone diviene pensiero e lascia il passo a ciò che ad alcuni può sembrare un miracolo, ma è solo l’esprimersi fisico di una coscienza e, in ogni caso, è metafisica in atto.
Ci sono scienziati – pochi per verità – impegnati nello studio di questo guizzo dell’essere che non snobba la fisiologia del cervello, ma anzi la sfrutta, dimostrando che non c’è bisogno di inventare una forza superiore alla nostra per farci grazia del dono; e per convincersene basta affidarsi a quel luogo comune che dice che tutto diviene: l’oceano si ripiega e si gonfia, la vita è sempre in fermento, e a nulla e a nessuno è dato di restare fermo - non l’uomo, l’acqua, il tempo e neppure Dio. E questo basta a spiegare quell’ evento, apparentemente miracoloso, che è il passaggio dalla fisica alla metafisica.




Farò una super analogia: immaginiamoci di andare in bagno a lavarci le mani. Sappiamo che esistono dei meccanismi che ci permettono di aprire il rubinetto per far uscire l'acqua. Ve ne sono tanti, per qualcuno è necessaria una manovella, in altri basta avvitare un pomello, in altri ancora basta solo avvicinare le mani sotto il tubo per veder uscire l'acqua. I meccanismi sono assolutamente tutti fisici, spiegabili e riproducibili.
Il comportamento dell'acqua,poi, è caotico, ma il suo flusso è regolato dal tubo in cui passa. Se il tubo si rompe l'acqua schizza, come schizza nel nostro cervello la mente quando si rompe qualcosa li dentro.
Quand'è che sorgerebbe un problema non risolvibile? Quando sorgesse nell'acqua un "essere" che rivendicasse un'esistenza propria come è il caso della mente nel cervello (o chissà dove).
Questa piccola differenza è "qualitativa", e non basta una spiegazione in termini di componenti fisico chimiche-biologiche.

Cos'è un miracolo? Un miracolo è ciò che la scienza non può mai spiegare perchè contrario alle leggi fisiche. In questo caso non mi sembra un miracolo perchè le leggi fisiche spiegano bene il funzionamento dell'acqua ed anche del cervello (in gran parte), ciò che non spiega è ciò che non può spiegare, non perchè va contro le leggi fisiche (come un miracolo potrebbe farci pensare) ma perchè la scienza non può entrare nell'acqua per comprendere se c'è un essere dentro e di cosa sia fatto. E' una qualità interna all'acqua.
Qualcuno potrebbe sospettare che se si riuscisse a seguire tutto il percorso dell'acqua è possibile poi comprendere il suo divenire, ed anzi il suo essere acqua è precisamente il suo spostamento attraverso la tubatura e la fuoriuscita, in seguito, dal rubinetto.
L'esserino dell'acqua quindi si muove conformandosi al tubo e al rubinetto che l'idraulico potrebbe aggiustare quando si rompe.
L'acqua poi è una sostanza chimica che conosciamo tutti e la sua formazione è possibile conoscerla. Quando è nata l'acqua, casualmente, è nato anche l'esserino all'interno, e questo altro non ha fatto che seguire i percorsi caotici che l'hanno sbattuto a destra e a manca.
E' evidente che qui si fa un'operazione di equivalenza acqua=esserino non acqua+esserino; nel secondo caso infatti l'esserino sarebbe qualcosa differente dall'acqua stessa. Quindi se io comprendo bene cos'è l'acqua, riconoscendo vero il primo, conosco perfettamente cos'è l'esserino all'interno. Una volta che comprendo lo sballottamento all'interno del tubo comprenderò anche come si evolve l'esserino. L'essere quindi non esiste, alcun "Io" personale o Totalitario esiste, esiste solo lo stato della materia di cui l'essere (che stiamo ipotizzando) è formato. La vita di quest'essere, essendo solo materia, è in divenire in quanto la materia si trasforma, trasformando anche, e di conseguenza, il nostro ipotetico essere.
L'operazione che abbiamo fatto è però una "esclusione" dell'essere.
Di conseguenza la mia stessa consapevolezza che esista un essere all'interno di me è illusione.
Ma questa è una cosa molto più profonda di quello che si può pensare; io ho per esempio consapevolezza che sto scrivendo, di avere un computer ecc. Sto usando la consapevolezza ed è questa che mi fa decidere se qualcosa esista; se nego l'essere dentro di me, di cui io sono allo stesso modo consapevole, perché dovrei invece pretendere di credere a qualcosa che esista fuori di me giacché io uso la stessa "consapevolezza" per decidere se qualcosa esiste oppure no?

E' chiaro che qui l'inghippo sorge perché abbiamo deciso a priori che la "conoscenza" deve essere epistemica, descrittiva e siccome non vi sono descrizioni di quest'essere, se no in termini materiali e razionali, vien naturale (o ideologico) eliminare ciò che non trova descrizione.
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 27-06-2009, 09.11.26   #5
emmeci
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Riferimento: E' davvero un miracolo?

Sarei completamente d’accordo con voi, assertori di un universo fisico che l’esserino che è in noi cerca di comprendere e in qualche modo utilizzare a suo pro’ , se non fosse che nessuno può spegnere il dubbio (fortunato te, il Dubbio, che non hai bisogno di elisir d’immortalità!), cioè la possibilità, che è nel pensiero, di rifiutare una verità per cercarne un’altra….E’ infatti questo fantasma o spettro della verità che ci impedisce di interrompere la ricerca e crederci soddisfatti di ciò che vediamo o sappiamo.
E se è vero che il rasoio di Occam o Newton ci impedisce di moltiplicare le ipotesi, per esempio quella dell’esistenza di un Dio, cioè di credere in un miracolo, è un fatto che non ci accontentiamo di ciò che dimostrano sensi e ragione, tanto che perfino i grandi scienziati non possono alla fine che imbattersi nei limiti della loro logica e davanti a fenomeni come il big bang o i buchi neri – cioè il principio e la fine - aggrapparsi a ciò che chiamano “specificità”. Ma mai dire mai! Così potrei concludere, almeno per ora, dicendo che non tutto è perduto perché, se possiamo dubitare di tutto, ci restano tre punti fermi - tre soli, ma indubbiamente fermi, e cioè: che una verità assoluta c’è, che noi non la conosciamo, e che ci è dato cercarla. Solo questo, che però può forse bastare a darci un po’ di fiducia nel nostro lavoro e a renderci in qualche modo – come diceva Stendhal – “passablemant heureux”.
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Vecchio 27-06-2009, 09.22.58   #6
Noor
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la mia stessa consapevolezza che esista un essere all'interno di me è illusione.
Ma questa è una cosa molto più profonda di quello che si può pensare; io ho per esempio consapevolezza che sto scrivendo, di avere un computer ecc. Sto usando la consapevolezza ed è questa che mi fa decidere se qualcosa esista; se nego l'essere dentro di me, di cui io sono allo stesso modo consapevole, perché dovrei invece pretendere di credere a qualcosa che esista fuori di me giacché io uso la stessa "consapevolezza" per decidere se qualcosa esiste oppure no?
Stai dando per scontato che la consapevolezza-essere debba essere dentro la materia..
è qui l’errore-illusione..
Se così fosse sarebbe già descrivibile..e difatti stai operando una forzatura..
Poiché la consapevolezza di essere non è qualcosa che è dentro o fuori,ma è al di là di ciò.
L’errore della fenomenologia è il voler pretendere di vedere ciò che è essa stessa la visione:
è la visione del l’occhio che intenderebbe vedere se stesso.
La consapevolezza di essere non è essere consapevoli di qualcosa,ovvero non è un’operazione di oggettivazione mentale,è lo specchio della consapevolezza che rispecchia se stesso.
Ciò è difficile da spiegare poiché,pur essendo l’origine dell’episteme non è descrivibile,ma esperibile.
Consapevolezza si è ,non si ha. Non è un attributo della mente..per questo la stessa non potrà mai spiegarlo,ma è qualcosa che esperiamo momento per momento al dilà del pensiero.
Il pensiero ipertrofizzato e non più funzionale al suo scopo pratico,è come un rumore che occulta la musica.
Questa musica.
O il silenzio se ti pare.
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Vecchio 27-06-2009, 10.32.42   #7
Il_Dubbio
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Riferimento: E' davvero un miracolo?

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Originalmente inviato da Noor
Stai dando per scontato che la consapevolezza-essere debba essere dentro la materia..

Ho voluto prevenire quello che dici quando scrivevo: Quand'è che sorgerebbe un problema non risolvibile? Quando sorgesse nell'acqua un "essere" che rivendicasse un'esistenza propria come è il caso della mente nel cervello (o chissà dove).

quel chissà dove era riferito alla mente e alla consapevolezza. Presumo che sia lì, nel cervello, oppure chissà dove.

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Originalmente inviato da emmeci
se possiamo dubitare di tutto, ci restano tre punti fermi - tre soli, ma indubbiamente fermi, e cioè: che una verità assoluta c’è, che noi non la conosciamo, e che ci è dato cercarla.

Sono tre punti "abbastanza fermi", l'ultimo punto è però quello che mi spinge a "credere" in un "essere" (è secondo me un punto più fermo degli altri). Infatti la materia da sola (e l'acqua nella mia analogia) non cerca nulla, si muove sospinta e sballottata dalle correnti. Per puro caso si trova, questa è la "bellissima" ipotesi evoluzionista, a dare delle risposte, non potrebbe in teoria "cercarle" se invece non le possedesse. La materia non cerca, è l'essere, che stiamo supponendo, che cerca.

Qual è il punto a favore della teoria materialista, che come lo scimmione cerca le banane per appagare il proprio desiderio di fame, l'uomo cerca delle risposte sulla sua vita per appagare i suoi personalissimi desideri sul "senso della vita" come se cercare il senso alla vita sia una ricerca materiale dovuta ad una particolare esigenza della materia; ritorniamo quindi ad identificare l'essere con la materia.
Quello che non si vuol dedurre però è che la "qualità" della ricerca è cambiata dallo scimmione all'uomo. Infatti ci è dato cercarla, se uno la vuole cercare, altrimenti ognuno di noi può rimanere a fare lo scimmione. Gli evoluzionisti si sono fermati allo scimmione e lo testimoniano i tanti libri che sono stati scritti su di lui
In sostanza abbiamo una teoria che invece di farci progredire ci sballotta all'indietro nel tempo. Questo è un bene perché testimonia quanto invece la "ricerca sia libera" come l'essere in cui si crede.
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Vecchio 29-06-2009, 10.21.28   #8
emmeci
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Sì, il dubbio: ma il punto è che il divenire non si arresta allo scorrimento dell’acqua o al grugnito dello scimmione, e neppure al gesto di un uomo che adora il suo Dio o maneggia microscopi e vetrini - e neppure, per questo, si adopra a sfogliare testi di filosofia. Cioè l’essere umano non si arresta alla conoscenza di ciò che è buono da mangiare, ma cerca qualcosa d’altro o, per dirla tutta, inorridisce di ciò che è, e cerca o inventa ciò che dovrebbe essere: in sintesi, si apre a quella realtà bizzarra o stupefacente che è una morale. E’ questo che cambia le carte in tavola, cioè pone qualcosa di nuovo rispetto a ciò che è solo natura.
Ma anche, tanto per riprendere il filo, alla teoria dell’evoluzione. Perché è vero che qualche sentore di moralità ci sembra di riconoscere negli apiari o nei termitai, ma veniamo al punto focale (più focale di quello in cui il pensiero si stacca dal neurone), cioè al punto in cui il pensiero diviene ethos….Mi pare che Darwin si sia dimenticato di tenerne conto, pur essendo lui stesso un testimone vivente di quel super-evoluzionismo quando continuava a scrivere le sue pagine nonostante i dolori che lo tormentavano e le maledizioni che le anime pie gli avrebbero indirizzate senza naturalmente sospettare che - ironia della storia! – sarebbe venuto il tempo, all’inizio del XXI secolo, di una quasi-conciliazione fra cultura religiosa e laica, alla sola condizione – come suggerisce Severino - che Galileo avesse avuto il buon senso di presentare le sue concezioni come semplici, quindi fallibili ipotesi, e non come verità. Forse c’è qualcuno che ha tentato questo inserimento di un fattore morale nella teoria evoluzionistica o neo-evoluzionistica? Ma quello che è prevalso è sempre l’a-moralismo, se non addirittura il gene egoista.
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Vecchio 29-06-2009, 14.35.23   #9
Il_Dubbio
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Sì, il dubbio: ma il punto è che il divenire non si arresta allo scorrimento dell’acqua o al grugnito dello scimmione, e neppure al gesto di un uomo che adora il suo Dio o maneggia microscopi e vetrini - e neppure, per questo, si adopra a sfogliare testi di filosofia. Cioè l’essere umano non si arresta alla conoscenza di ciò che è buono da mangiare, ma cerca qualcosa d’altro o, per dirla tutta, inorridisce di ciò che è, e cerca o inventa ciò che dovrebbe essere: in sintesi, si apre a quella realtà bizzarra o stupefacente che è una morale. E’ questo che cambia le carte in tavola, cioè pone qualcosa di nuovo rispetto a ciò che è solo natura.
Ma anche, tanto per riprendere il filo, alla teoria dell’evoluzione. Perché è vero che qualche sentore di moralità ci sembra di riconoscere negli apiari o nei termitai, ma veniamo al punto focale (più focale di quello in cui il pensiero si stacca dal neurone), cioè al punto in cui il pensiero diviene ethos….Mi pare che Darwin si sia dimenticato di tenerne conto, pur essendo lui stesso un testimone vivente di quel super-evoluzionismo quando continuava a scrivere le sue pagine nonostante i dolori che lo tormentavano e le maledizioni che le anime pie gli avrebbero indirizzate senza naturalmente sospettare che - ironia della storia! – sarebbe venuto il tempo, all’inizio del XXI secolo, di una quasi-conciliazione fra cultura religiosa e laica, alla sola condizione – come suggerisce Severino - che Galileo avesse avuto il buon senso di presentare le sue concezioni come semplici, quindi fallibili ipotesi, e non come verità. Forse c’è qualcuno che ha tentato questo inserimento di un fattore morale nella teoria evoluzionistica o neo-evoluzionistica? Ma quello che è prevalso è sempre l’a-moralismo, se non addirittura il gene egoista.

Se leggiamo la storia (e tu la conosci sicuramente meglio di me) un'idea nuova nasce per difendere l'idea precedente o eliminarla. La storia dei popoli va scritta a mente fredda, altrimenti staremmo ripercorrendo gli stessi errori dei protagonisti della storia, coloro che cioè l'hanno fatta. Oggi noi siamo i protagonisti di una storia che altri leggeranno a mente fredda. Ma c'è da considerare anche che la storia la scrivono i vincitori. I naturalisti pensano di essere i vincitori e quindi credono che la storia debba essere scritta da loro.
Sono forti anche perché sventolano la bandiera della razionalità e dello scientismo.

Tutto sommato oggi, a mente fredda, possiamo dire che non è vero...
-Il determinismo, che si pensava essere ormai raggiunto e cosa fatta, è passata a miglior vita.
-Godel ha mandato a dire che un sistema assiomatico non può essere ne dimostrato ne confutato sulla base degli assiomi di partenza.
-Turing ha costruito una macchina con tanto di algoritmi. Una mente computazionale dovrebbe riuscire a superare il suo test. Ma la mente ad oggi non è una macchina computabile, e quando penso alla mente penso alla coscienza non ad altro ( il concetto di razionalità è un concetto diverso da coscienza)... ma anche se un giorno una macchina superasse il test nessuno potrebbe essere certo che quella macchina abbia una mente umana. Infondo non so nemmeno se tu abbia una mente, ed io stesso potrei dubitare di averne una, visto che di regola non è possibile accertarsene (non so nemmeno se supererei il test).
Ciononostante io ne ho coscienza, ed è su quella che fondo la sensazione di realtà, la quale può essere talvolta illusoria; mentre la coscienza stessa non potrebbe esserlo, perché altrimenti bisognerebbe pensare che anche quella porzione di realtà che si crede veramente "reale", non potrebbe esserlo (questa contraddizione non è stata accolta e forse nemmeno compresa da Arsenio a cui va il mio più cordiale in bocca al lupo ).

Queste "incertezze" sono "storiche", ad oggi non c'è alcun motivo di credere che il naturalismo abbia vinto. Quindi perché accettare le sue debolezze?

Accettare una morale naturale, poi, vuol significare appunto prendere tutto, anche quello che proviene dal "gene egoista". Andrebbe anche bene come punto di partenza, ma chi sceglierà ciò che invece è meglio buttare e ciò che invece è meglio raccogliere?
Non c'è una regola "naturale"...non esiste una super regola che regola le regole!

un caro saluto
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Vecchio 29-06-2009, 14.49.19   #10
Gaffiere
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Sì, il dubbio: ma il punto è che il divenire non si arresta allo scorrimento dell’acqua o al grugnito dello scimmione, e neppure al gesto di un uomo che adora il suo Dio o maneggia microscopi e vetrini - e neppure, per questo, si adopra a sfogliare testi di filosofia. Cioè l’essere umano non si arresta alla conoscenza di ciò che è buono da mangiare, ma cerca qualcosa d’altro o, per dirla tutta, inorridisce di ciò che è, e cerca o inventa ciò che dovrebbe essere: in sintesi, si apre a quella realtà bizzarra o stupefacente che è una morale. E’ questo che cambia le carte in tavola, cioè pone qualcosa di nuovo rispetto a ciò che è solo natura.
Ma anche, tanto per riprendere il filo, alla teoria dell’evoluzione. Perché è vero che qualche sentore di moralità ci sembra di riconoscere negli apiari o nei termitai, ma veniamo al punto focale (più focale di quello in cui il pensiero si stacca dal neurone), cioè al punto in cui il pensiero diviene ethos….Mi pare che Darwin si sia dimenticato di tenerne conto, pur essendo lui stesso un testimone vivente di quel super-evoluzionismo quando continuava a scrivere le sue pagine nonostante i dolori che lo tormentavano e le maledizioni che le anime pie gli avrebbero indirizzate senza naturalmente sospettare che - ironia della storia! – sarebbe venuto il tempo, all’inizio del XXI secolo, di una quasi-conciliazione fra cultura religiosa e laica, alla sola condizione – come suggerisce Severino - che Galileo avesse avuto il buon senso di presentare le sue concezioni come semplici, quindi fallibili ipotesi, e non come verità. Forse c’è qualcuno che ha tentato questo inserimento di un fattore morale nella teoria evoluzionistica o neo-evoluzionistica? Ma quello che è prevalso è sempre l’a-moralismo, se non addirittura il gene egoista.

C'è da chiedersi come sia possibile la stessa salvezza, nella prospettiva dell'escatologia cristiana, ammesso che la condizione dell'uomo sia quella del dubbio perenne, come orizzonte inoltrepassabile. Se la redenzione richiede la fede nell'Unigenito Figlio di Dio, è inevitabile che la fede, per costituirsi, debba prescindere dal dubbio. Richiede cioè quella stabilità e fermezza interiore che il dubbio non può che negare. Un destino apparentemente tragico, quasi da sorridere a pensare che è proprio dalla tragedia greca che la speranza cristiana intende dipartirsi.
Quanto a Galilei: ho i miei dubbi che la vicenda Galilei-Bellarmino, se impostata diversamente, avrebbe effettivamente cambiato l'atteggiamento della chiesa nei confronti del mondo laico: la chiesa romana è vincolata al sapere della tradizione greco-medievale, che è un sapere categorico, che intende porsi innegabilmente e secondo verità incontrovertibile, mentre la cultura laica è ben lungi dal proporre verità assolute.
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