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Vecchio 11-11-2012, 14.47.20   #1
Daddy
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Il superuomo cattocomunista di Vattimo

Vattimo rappresenta un buon esempio di come il pensiero di Nietzsche sia stato spesso conformato intenzionalmente ai propri valori, al proprio credo politico, al proprio credo religioso.
Consideriamo i testi “Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione” e “Dialogo con Nietzsche. Saggi 1961-2000”, in particolare l’interpretazione, che in essi si da, del superuomo.
Nelle sue riflessioni Vattimo riconosce che la costruzione del superuomo comporta la riabilitazione di tutte le principali cose malvagie che la società e la morale del gregge hanno sempre messo al bando come le più pericolose. Esse “si riassumono per Zarathustra in voluttà, sete di dominio, egoismo”.
Cito il passo “Delle tre cose malvagie” cui Vattimo fa riferimento, affinché il lettore possa farsi un’idea. Egli riporta questo passo, nel suo testo, epurato sistematicamente di tutti i passaggi “più forti”, con dei puntini di sospensione; qui, per compensazione, riporto esclusivamente le parti omesse.

"Voluttà: per la plebaglia, il fuoco lento su cui essa viene arsa; per tutto il legno tarlato, per tutti gli stracci puzzolenti, la fornace pronta per cuocerli e bollirli. […] Voluttà: solo per l’avvizzito un veleno dolciastro, per gli uomini invece dalla volontà leonina il grande corroborante del cuore, e il vino dei vini gelosamente conservato. […] Voluttà: e però io voglio avere steccati intorno ai miei pensieri e anche intorno alle mie parole: affinché porci ed esaltati non irrompano nei miei giardini! […] Sete di dominio: il flagello rovente dei più duri tra i duri di cuore; l’orrendo martirio che si riserva anche al più crudele; la fosca fiamma dei roghi viventi. […] Sete di dominio: alla sua vista l’uomo striscia e si curva e si asservisce e diventa più basso del serpente e del maiale, finché da ultimo il grande disprezzo urla dalla sua gola. […] Brama di dominio: però, chi vuol chiamarla brama, se ciò che è alto agogna la potenza in basso? In verità, niente di malato o men che sano è in tale agognare e scendere giù!"

Si è detto, quindi, che Vattimo riconosce voluttà, sete di dominio ed egoismo come caratteri del superuomo. Per l’interprete, però, intendere questi termini nel senso corrente “significa non aver capito che cosa implichi il comandamento di essere felice”. Già questa considerazione, a mio avviso, non ha alcun valore in una prospettiva interpretativa. E’ evidente infatti che Nietzsche potrà avere un’idea di felicità ben diversa da quella di Vattimo e, se quest’ultimo fosse davvero interessato alla via del dialogo, dovrebbe innanzitutto esser pronto a riconoscere, nella loro eventuale diversità, le idee del proprio interlocutore.
Vattimo attua invece alcuni passaggi interpretativi piuttosto discutibili.
In primo luogo quello di sintetizzare e rinominare i caratteri individuati, ricavandone l’”esuberanza della libertà”.

“La sua sete di dominio e il suo egoismo sono soltanto l’esuberanza della libertà, che respinge da sé ogni sottomissione e servilismo”

Quindi l’interprete si propone di determinare il fine di questa esuberanza. Il fine è quello di contrastare la divisione del lavoro sociale, la funzionalizzazione dell’organizzazione totale.

“nella società di oggi si impone dovunque la ratio dell’organizzazione produttiva e della divisione del lavoro sociale. E’ contro questo.. che l’oltreuomo nietzscheano prende posizione, sviluppando le proprie malvagità, che sono in realtà le nuove virtù dell’uomo sottratto all’universale funzionalizzazione dell’organizzazione totale.”

Il recupero dell’uomo totale mostra, per Vattimo,

“la vicinanza del superuomo nietzscheano con il progetto rivoluzionario marxista.”

“Lo sviluppo di tale indicazione è possibile forse oggi, in cui sembrano maturate le condizioni per un riconoscimento dei legami profondi che uniscono l’avanguardia artistica e filosofica borghese al movimento rivoluzionario del proletariato.”

L’interprete avanza anche l’idea, qui con un po’ più di circospezione, di un superuomo caritatevole, “centro di ospitalità e di ascolto”. L’idea di una volontà di potenza che è “dedizione obbediente al volere di Dio”.

“l’Abramo biblico.. è a un certo punto messo di fronte alla chiamata, personalissima e misteriosa, con cui Dio gli chiede di sacrificare Isacco, e contravvenendo a tutte le leggi dell’etica decide di seguirla, costituendosi come eccezione che lascia da parte i valori universali delle norme per rispondere a una vocazione non giustificabile davanti agli altri con motivazioni razionali. Non è legittimo scorgere anche in Abramo i tratti oltreumani dello Ubermensch nietzscheano? Si dirà che qui non è in gioco solo la volontà di potenza di Abramo, c’è soprattutto la sua dedizione obbediente al volere di Dio. Già, ma anche l’oltreuomo di Nietzsche alla fine non pensa alla propria volontà come a qualcosa di ultimo..”

“quell’io è un centro di ospitalità e di ascolto di voci molteplici, un mutevole arcobaleno di simboli e richiami che è tanto più vicino all’ideale quanto meno si lascia chiudere in una forma data una volta per tutte. Che sia anche questa una delle tante allegorie nietzscheane, da leggere come un riferimento alla carità?”

Appaiono però ingiustificati sia l’introduzione del nuovo concetto di “esuberanza della libertà” in sostituzione di quelli nietzscheani di voluttà, sete di dominio ed egoismo, sia la possibilità di determinare in modo così particolareggiato un concetto tanto generico.
E’ lo stesso Vattimo a considerare la forzatura della sua lettura ammettendo che è “facile ironizzare” sul fatto che le argomentazioni di Nietzsche hanno spesso nella sua opera una funzione antisocialista.
E fa riferimento all’aforisma di Aurora “La classe impossibile”, dove si legge:

“Non risuona sempre invece, ai vostri orecchi, il piffero dei socialisti accalappiatopi, che vi vogliono illibidinire con strampalate speranze? Che vi ordinano di essere pronti e null’altro che questo, pronti dall’oggi al domani, sicché non fate che aspettare qualcosa dall’esterno e in tutto il resto vivete come sempre avete vissuto, finchè questa attesa non diventi fame e sete e febbre e follia, e sorga infine il giorno della bestia triumphans in tutta la sua magnificenza?”

Tralasciamo il discorso sulle argomentazioni in funzione anticristiana.
Vattimo rivela, in un suo scritto, che il superuomo risulta una "figura problematica", "decisamente irritante", che, anche attendendosi ai testi nietzscheani e non solo alle immagini popolari, è difficilmente accostabile agli ideali di saggezza e di vita buona ereditati dalla tradizione (una tradizione cattolica e comunista).
Il superuomo è ben distante dall’immagine del saggio, figurato come un vecchio con volto scavato, rughe, sguardo distaccato, eloquio lento e solenne, che mostra i segni di molte esperienze che gli hanno insegnato la fatica delle realizzazioni e il vero senso della vita.
Io credo che il tutto avrebbe dovuto suggerire all’interprete, a questo punto, di abbandonare la figura del superuomo o, banalmente, limitarsi a riflessioni di critica.
Non pare giustificato, invece, il fare del superuomo un comunista cristiano, né sembra giustificato un rigore interpretativo che traspare in espressioni come “apertura di reali visioni alternative”, “vere aperture verso il nuovo”, “interpretazione positiva”, etc.
Per dirla con l’ermeneutica, l’interpretare è piuttosto qualcosa che accade, presupponendo verità, e non il beneplacito a conformare intenzionalmente il testo ai propri intenti. Si tratterebbe, in quest’ultimo caso, più propriamente, di una strumentalizzazione.
Certo l’intento di Vattimo è anche quello di liberare il filosofo tedesco dall’accostamento, cui è stato oggetto, all’esperienza scomoda del Nazismo. Ma, anche in questo caso, non sembra corretto risolvere la questione parlando, come fa l’interprete, di fraintendimenti “resi possibili da equivoci presenti nel suo stesso testo, e forse anche nella sua auto interpretazione”.
Se accettiamo il principio che si possa conoscere meglio dell’autore stesso quanto questi ha inteso dire, o se ammettiamo come legittimi i passaggi interpretativi più arbitrari e bruschi, allora finisce che un testo può dire davvero ogni cosa.
Occorrerebbe, invece, secondo me, riconoscere e affermare con chiarezza che interpretazione e strumentalizzazione sono cose ben diverse, muovono da intenti differenti. La discriminante è la buona-fede.
Quindi la scelta. Io scelgo l’interpretazione; in questo, in effetti, ancora legato all’idea un po’ romantica di onestà intellettuale.

Ultima modifica di Daddy : 12-11-2012 alle ore 07.36.42.
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Vecchio 12-11-2012, 07.16.56   #2
CVC
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Riferimento: Il superuomo cattocomunista di Vattimo

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Originalmente inviato da Daddy
Vattimo rappresenta un buon esempio di come il pensiero di Nietzsche sia stato spesso conformato intenzionalmente ai propri valori, al proprio credo politico, al proprio credo religioso.
Consideriamo i testi “Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione” e “Dialoghi con Nietzsche. Saggi 1961-2000”, in particolare l’interpretazione, che in essi si da, del superuomo.
Nelle sue riflessioni Vattimo riconosce che la costruzione del superuomo comporta la riabilitazione di tutte le principali cose malvagie che la società e la morale del gregge hanno sempre messo al bando come le più pericolose. Esse “si riassumono per Zarathustra in voluttà, sete di dominio, egoismo”.
Cito il passo “Delle tre cose malvagie” cui Vattimo fa riferimento, affinché il lettore possa farsi un’idea. Egli riporta questo passo, nel suo testo, epurato sistematicamente di tutti i passaggi “più forti”, con dei puntini di sospensione; qui, per compensazione, riporto esclusivamente le parti omesse.

‘Voluttà: per la plebaglia, il fuoco lento su cui essa viene arsa; per tutto il legno tarlato, per tutti gli stracci puzzolenti, la fornace pronta per cuocerli e bollirli. […] Voluttà: solo per l’avvizzito un veleno dolciastro, per gli uomini invece dalla volontà leonina il grande corroborante del cuore, e il vino dei vini gelosamente conservato. […] Voluttà: e però io voglio avere steccati intorno ai miei pensieri e anche intorno alle mie parole: affinché porci ed esaltati non irrompano nei miei giardini! […] Sete di dominio: il flagello rovente dei più duri tra i duri di cuore; l’orrendo martirio che si riserva anche al più crudele; la fosca fiamma dei roghi viventi. […] Sete di dominio: alla sua vista l’uomo striscia e si curva e si asservisce e diventa più basso del serpente e del maiale, finché da ultimo il grande disprezzo urla dalla sua gola. […] Brama di dominio: però, chi vuol chiamarla brama, se ciò che è alto agogna la potenza in basso? In verità, niente di malato o men che sano è in tale agognare e scendere giù!

Si è detto, quindi, che Vattimo riconosce voluttà, sede di dominio ed egoismo come caratteri del superuomo. Per l’interprete, però, intendere questi termini nel senso corrente “significa non aver capito che cosa implichi il comandamento di essere felice”. Già questa considerazione, a mio avviso, non ha alcun valore in una prospettiva interpretativa. E’ evidente infatti che Nietzsche potrà avere un’idea di felicità ben diversa da quella di Vattimo e, se quest’ultimo fosse davvero interessato alla via del dialogo, dovrebbe innanzitutto esser pronto a riconoscere, nella loro eventuale diversità, le idee del proprio interlocutore.
Vattimo attua invece alcuni passaggi interpretativi piuttosto discutibili.
In primo luogo quello di sintetizzare e rinominare i caratteri individuati, ricavandone l’”esuberanza della libertà”.

“La sua sete di dominio e il suo egoismo sono soltanto l’esuberanza della libertà, che respinge da sé ogni sottomissione e servilismo”

Quindi l’interprete si propone di determinare il fine di questa esuberanza. Il fine è quello di contrastare la divisione del lavoro sociale, la funzionalizzazione dell’organizzazione totale.

“nella società di oggi si impone dovunque la ratio dell’organizzazione produttiva e della divisione del lavoro sociale. E’ contro questo.. che l’oltreuomo nietzscheano prende posizione, sviluppando le proprie malvagità, che sono in realtà le nuove virtù dell’uomo sottratto all’universale funzionalizzazione dell’organizzazione totale.”

Il recupero dell’uomo totale mostra, per Vattimo,

“la vicinanza del superuomo nietzscheano con il progetto rivoluzionario marxista.”

“Lo sviluppo di tale indicazione è possibile forse oggi, in cui sembrano maturate le condizioni per un riconoscimento dei legami profondi che uniscono l’avanguardia artistica e filosofica borghese al movimento rivoluzionario del proletariato.”

L’interprete avanza anche l’idea, qui con un po’ più di circospezione, di un superuomo caritatevole, “centro di ospitalità e di ascolto”. L’idea di una volontà di potenza che è “dedizione obbediente al volere di Dio”.

“l’Abramo biblico.. è a un certo punto messo di fronte alla chiamata, personalissima e misteriosa, con cui Dio gli chiede di sacrificare Isacco, e contravvenendo a tutte le leggi dell’etica decide di seguirla, costituendosi come eccezione che lascia da parte i valori universali delle norme per rispondere a una vocazione non giustificabile davanti agli altri con motivazioni razionali. Non è legittimo scorgere anche in Abramo i tratti oltreumani dello Ubermensch nietzscheano? Si dirà che qui non è in gioco solo la volontà di potenza di Abramo, c’è soprattutto la sua dedizione obbediente al volere di Dio. Già, ma anche l’oltreuomo di Nietzsche alla fine non pensa alla propria volontà come a qualcosa di ultimo..”

“quell’io è un centro di ospitalità e di ascolto di voci molteplici, un mutevole arcobaleno di simboli e richiami che è tanto più vicino all’ideale quanto meno si lascia chiudere in una forma data una volta per tutte. Che sia anche questa una delle tante allegorie nietzscheane, da leggere come un riferimento alla carità?”

Appaiono però ingiustificati sia l’introduzione del nuovo concetto di “esuberanza della libertà” in sostituzione di quelli nietzscheani di voluttà, sete di dominio ed egoismo, sia la possibilità di determinare in modo così particolareggiato un concetto tanto generico.
E’ lo stesso Vattimo a considerare la forzatura della sua lettura ammettendo che è “facile ironizzare” sul fatto che le argomentazioni di Nietzsche hanno spesso nella sua opera una funzione antisocialista.
E fa riferimento all’aforisma di Aurora “La classe impossibile”, dove si legge:

“Non risuona sempre invece, ai vostri orecchi, il piffero dei socialisti accalappiatopi, che vi vogliono illibidinire con strampalate speranze? Che vi ordinano di essere pronti e null’altro che questo, pronti dall’oggi al domani, sicché non fate che aspettare qualcosa dall’esterno e in tutto il resto vivete come sempre avete vissuto, finchè questa attesa non diventi fame e sete e febbre e follia, e sorga infine il giorno della bestia triumphans in tutta la sua magnificenza?”

Tralasciamo il discorso sulle argomentazioni in funzione anticristiana.
Vattimo rivela, in un suo scritto, che il superuomo risulta una ‘figura problematica’, ‘decisamente irritante’, che, anche attendendosi ai testi nietzscheani e non solo alle immagini popolari, è difficilmente accostabile agli ideali di saggezza e di vita buona ereditati dalla tradizione (una tradizione cattolica e comunista).
Il superuomo è ben distante dall’immagine del saggio, figurato come un vecchio con volto scavato, rughe, sguardo distaccato, eloquio lento e solenne, che mostra i segni di molte esperienze che gli hanno insegnato la fatica delle realizzazioni e il vero senso della vita.
Io credo che il tutto avrebbe dovuto suggerire all’interprete, a questo punto, di abbandonare la figura del superuomo o, banalmente, limitarsi a riflessioni di critica.
Non pare giustificato, invece, il fare del superuomo un comunista cristiano, né sembra giustificato un rigore interpretativo che traspare in espressioni come “apertura di reali visioni alternative”, “vere aperture verso il nuovo”, “interpretazione positiva”, etc.
Per dirla con l’ermeneutica, l’interpretare è piuttosto qualcosa che accade, presupponendo verità, e non il beneplacito a conformare intenzionalmente il testo ai propri intenti. Si tratterebbe, in quest’ultimo caso, più propriamente, di una strumentalizzazione.
Certo l’intento di Vattimo è anche quello di liberare il filosofo tedesco dall’accostamento, cui è stato oggetto, all’esperienza scomoda del Nazismo. Ma, anche in questo caso, non sembra corretto risolvere la questione parlando, come fa l’interprete, di fraintendimenti “resi possibili da equivoci presenti nel suo stesso testo, e forse anche nella sua auto interpretazione”.


Quindi la scelta. Io scelgo l’interpretazione; in questo, in effetti, ancora legato all’idea un po’ romantica di onestà intellettuale.

Ti rispondo piatto piatto: il mio parere è che Nietzsche fosse un paranoico che ha cercato di compensare la mediocrità della propria vita con l'esaltazione letteraria del superuomo. Io credo che l'opera di un filosofo debba essere rapportata alla sua vita perchè la vita è la prova del nove della filosofia. Nietzsche era un incostante, prima ama Wagner, poi lo odia, parla come uno che la sa lunga in fatto di donne e poi le uniche donne della sua vita furono sua madre e sua sorella nei confronti delle quali era succube e remissivo.
Io vedo in Nietzsche un perdente che sognava di essere un vincente e che dava sfogo alla sua frustrazione con l'esaltazione della sua filosofia.
La sua non è una filosofia della felicità, è una filosofia dell'odio, la sua visione del mondo è aristocratica ed intollerante.
Per me Nietzsche rappresenta il prototipo del bieco eroe moderno, il cieco ribelle che è contro tutti e tutto per il solo gusto di esserlo o, ancor peggio, per il disprezzo verso i suoi simili cui in fondo nel suo intimo vorrebbe somigliare.
Io sinceramente non capisco il successo che Nietzsche ha avuto come filosofo, ma drammaticamente il suo successo coincide con il declino della filosofia.
Penso che sia altra la grande filosofia e mi sembra strano che filosofi come Vattimo e Cacciari abbiano una tale ammirazione per questo strano fondatore del nulla.
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Vecchio 31-07-2013, 08.08.36   #3
Daddy
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Riferimento: Il superuomo cattocomunista di Vattimo

Riporto lo scambio di vedute con Gianni Vattimo.

La replica di Vattimo:

Si aspetta forse che io sia d'accordo? La Sua interpretazione è
anch'essa un segno dei tempi. Non crederà mica che invece sia
la lettura "VERA" di Nietzsche? Non c'è interpretazione senza
applicazione", e cioè "strumentalizzazione" storica.
Auguri GV

Replica:

Gentile Professore,
in effetti non mi aspettavo fosse d'accordo.
Anche se sintetica, la ringrazio comunque per la replica.
Continuo tuttavia a vedere una distinzione tra interpretazione,
dove l'intento è il tentativo di comprendere l'opinione altrui, se
pur attraverso un processo di trasposizione e rielaborazione
dell’esperienza all'interno del complesso evento della propria
vicenda umana (non quindi VERITA' assoluta), e
strumentalizzazione, dove invece l'intento è adattare -
consapevolmente- l'opinione altrui ai propri scopi. La
discriminante è la buona-fede.
cordiali saluti
A.M.
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Vecchio 04-08-2013, 20.25.35   #4
donquixote
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Ti rispondo piatto piatto: il mio parere è che Nietzsche fosse un paranoico che ha cercato di compensare la mediocrità della propria vita con l'esaltazione letteraria del superuomo. Io credo che l'opera di un filosofo debba essere rapportata alla sua vita perchè la vita è la prova del nove della filosofia. Nietzsche era un incostante, prima ama Wagner, poi lo odia, parla come uno che la sa lunga in fatto di donne e poi le uniche donne della sua vita furono sua madre e sua sorella nei confronti delle quali era succube e remissivo.
Io vedo in Nietzsche un perdente che sognava di essere un vincente e che dava sfogo alla sua frustrazione con l'esaltazione della sua filosofia.
La sua non è una filosofia della felicità, è una filosofia dell'odio, la sua visione del mondo è aristocratica ed intollerante.
Per me Nietzsche rappresenta il prototipo del bieco eroe moderno, il cieco ribelle che è contro tutti e tutto per il solo gusto di esserlo o, ancor peggio, per il disprezzo verso i suoi simili cui in fondo nel suo intimo vorrebbe somigliare.
Io sinceramente non capisco il successo che Nietzsche ha avuto come filosofo, ma drammaticamente il suo successo coincide con il declino della filosofia.
Penso che sia altra la grande filosofia e mi sembra strano che filosofi come Vattimo e Cacciari abbiano una tale ammirazione per questo strano fondatore del nulla.

Al di là del fatto che sia Vattimo che Cacciari hanno capito ben poco di Nietzsche, forse la loro ammirazione è giustificata proprio da questo, perchè si sa che tanto più una cosa affascina quantomeno la si capisce, e il successo europeo che ha avuto il filosofo (ma forse è meglio definirlo "mistico") di Rocken lo conferma senza dubbio. Ma sono peraltro in ottima compagnia, perchè il più assiduo studioso di Nietzsche ha mostrato anch'egli grossissimi limiti di comprensione dell'essenza del suo pensiero (se non lo si fosse capito mi sto riferendo a Martin Heidegger).
Se è vero che ogni pensatore non può prescindere dalla sua vita e dal contesto in cui la vive, che condizionano necessariamente il suo modo di percepire le suggestioni del mondo, nondimeno la grandezza di un filosofo, la caratteristica che lo trasforma in "sapiente", sta nel comprenderlo e nel riuscire a "trascendere" questi condizionamenti, per esprimere un pensiero che sia veramente "universale" e "vero", ovvero valido al di là di tutte le possibili contingenze. Se tutti i filosofi dei due secoli precedenti a Nietzsche (tranne in parte Leibniz, a mio avviso il migliore della sua epoca) si sono mossi sull'onda dell'ottimismo illuministico e poi del criticismo kantiano (con variazioni trascurabili tra loro) Nietzsche si è posto invece come punto di rottura, come "riscopritore" di un pensiero che non origina con Socrate (che infatti criticava) ma prima ancora, forse migliaia di anni prima. Il fatto che poi l'abbia espresso in forme tipiche della sua epoca e in particolare guidato da afflati romantici è tutto sommato trascurabile, perchè per chi "comprende" davvero la forma riveste un'importanza del tutto superficiale.
Nello "Zarathustra" si trova tutto ciò che Nietzsche doveva dire, e tutto il resto è praticamente contorno, lavori preparatori, appunti sparsi, pensieri magari obsoleti che non si pensano più, e forse se non fosse impazzito e avesse potuto concludere il suo lavoro avrebbe fatto un falò di molti di quei "frammenti postumi" che tanta importanza rivestono per gli interpreti moderni. Ogni pensatore ha la sua storia, che è la storia della sua comprensione del mondo, e la sua "evoluzione", che poi si manifesta in un'opera matura e "definitiva" (che non è sempre detto che sia l'ultima); quella di Nietzsche è lo Zarathustra, e ogni interpretazione del suo pensiero dovrebbe partire da qui. Ogni incoerenza, ogni contraddizione (vera o presunta) che si riscontra nelle altre opere dovrebbe essere vagliata alla luce di quella principale, che prevale sulle altre. Questo non toglie che in molte altre sue opere vi siano spunti notevoli, ma questi li si ritrovano, magari sotto altre vesti, anche nello Zarathustra.
Per quanto concerne la sua vita "mediocre" sarebbe interessante sapere quali sono i "grandi filosofi" che hanno avuto "grandi vite". Un uomo di pensiero vive del suo pensiero, e più un uomo penserà la verità e più la sua vita sarà giudicata, secondo i parametri moderni, "mediocre". Non è difficile esprimere questo giudizio dall'esterno, utilizzando appunto i parametri della "felicità" come si intende attualmente, ma io rimango convinto che per gente come Nietzsche, che ha "un mondo dentro", le manifestazioni esteriori diventano superflue e insensate. Nietzsche non ha vissuto la sua vita, ma la vita del mondo, anzi dell'universo, ha vissuto in lui, fino a farlo uscire pazzo poichè anche lui aveva dei limiti. Ma i suoi limiti non erano intellettuali, bensì culturali. La sua rigida educazione e la carriera accademica (la parte apollinea) avevano creato in lui degli schemi intellettuali talmente forti da creare un cortocircuito con il pensiero della vita che gli scorreva dentro (la parte dionisiaca), fino a portarlo alla pazzia.
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Vecchio 05-08-2013, 13.43.30   #5
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Al di là del fatto che sia Vattimo che Cacciari hanno capito ben poco di Nietzsche, forse la loro ammirazione è giustificata proprio da questo, perchè si sa che tanto più una cosa affascina quantomeno la si capisce, e il successo europeo che ha avuto il filosofo (ma forse è meglio definirlo "mistico") di Rocken lo conferma senza dubbio. Ma sono peraltro in ottima compagnia, perchè il più assiduo studioso di Nietzsche ha mostrato anch'egli grossissimi limiti di comprensione dell'essenza del suo pensiero (se non lo si fosse capito mi sto riferendo a Martin Heidegger).
Se è vero che ogni pensatore non può prescindere dalla sua vita e dal contesto in cui la vive, che condizionano necessariamente il suo modo di percepire le suggestioni del mondo, nondimeno la grandezza di un filosofo, la caratteristica che lo trasforma in "sapiente", sta nel comprenderlo e nel riuscire a "trascendere" questi condizionamenti, per esprimere un pensiero che sia veramente "universale" e "vero", ovvero valido al di là di tutte le possibili contingenze. Se tutti i filosofi dei due secoli precedenti a Nietzsche (tranne in parte Leibniz, a mio avviso il migliore della sua epoca) si sono mossi sull'onda dell'ottimismo illuministico e poi del criticismo kantiano (con variazioni trascurabili tra loro) Nietzsche si è posto invece come punto di rottura, come "riscopritore" di un pensiero che non origina con Socrate (che infatti criticava) ma prima ancora, forse migliaia di anni prima. Il fatto che poi l'abbia espresso in forme tipiche della sua epoca e in particolare guidato da afflati romantici è tutto sommato trascurabile, perchè per chi "comprende" davvero la forma riveste un'importanza del tutto superficiale.
Nello "Zarathustra" si trova tutto ciò che Nietzsche doveva dire, e tutto il resto è praticamente contorno, lavori preparatori, appunti sparsi, pensieri magari obsoleti che non si pensano più, e forse se non fosse impazzito e avesse potuto concludere il suo lavoro avrebbe fatto un falò di molti di quei "frammenti postumi" che tanta importanza rivestono per gli interpreti moderni. Ogni pensatore ha la sua storia, che è la storia della sua comprensione del mondo, e la sua "evoluzione", che poi si manifesta in un'opera matura e "definitiva" (che non è sempre detto che sia l'ultima); quella di Nietzsche è lo Zarathustra, e ogni interpretazione del suo pensiero dovrebbe partire da qui. Ogni incoerenza, ogni contraddizione (vera o presunta) che si riscontra nelle altre opere dovrebbe essere vagliata alla luce di quella principale, che prevale sulle altre. Questo non toglie che in molte altre sue opere vi siano spunti notevoli, ma questi li si ritrovano, magari sotto altre vesti, anche nello Zarathustra.
Per quanto concerne la sua vita "mediocre" sarebbe interessante sapere quali sono i "grandi filosofi" che hanno avuto "grandi vite". Un uomo di pensiero vive del suo pensiero, e più un uomo penserà la verità e più la sua vita sarà giudicata, secondo i parametri moderni, "mediocre". Non è difficile esprimere questo giudizio dall'esterno, utilizzando appunto i parametri della "felicità" come si intende attualmente, ma io rimango convinto che per gente come Nietzsche, che ha "un mondo dentro", le manifestazioni esteriori diventano superflue e insensate. Nietzsche non ha vissuto la sua vita, ma la vita del mondo, anzi dell'universo, ha vissuto in lui, fino a farlo uscire pazzo poichè anche lui aveva dei limiti. Ma i suoi limiti non erano intellettuali, bensì culturali. La sua rigida educazione e la carriera accademica (la parte apollinea) avevano creato in lui degli schemi intellettuali talmente forti da creare un cortocircuito con il pensiero della vita che gli scorreva dentro (la parte dionisiaca), fino a portarlo alla pazzia.
e Vattimo, Cacciari e persino Heidegger non hanno capito Nietzsche, mi domando chi lo abbia veramente capito e se avrei qualche speranza di capirlo io.Per come la vedo Nietzsche è da una parte il grande distruttore della morale e dall'altra l'ideatore dell'irrazionalismo.
Sul primo punto, credo che chiunque attacchi una qualunque morale lo faccia per sostituirla con un'altra. Nietzsche ha sostituito la morale esistente con la morale del super uomo. Ora, mi sembra proprio che il rimedio sia stato peggiore del male. La morale basata su Dio potrà avere senz'altro i suoi grandi difetti, ma sostituirla con una spartana di un superuomo che deve superare se stesso senza che, fra l'altro, si capisca bene il perchè...
Non si può poi affermare con certezza che l'irrazionalismo di Nietzsche sia stato il germe delle sciagure delle guerre mondiali, ma anche riuscire a non vedere un parallelo fra il suo pensiero e Hitler e Mussolini non è impresa da poco
Per quanto riguarda i grandi filosofi che sono stati grandi nella vita ti potrei citare Socrate che ha preferito morire piuttosto che scappare e sottrarsi alle leggi dello stato, ma se anche i grandi filosofi non hanno avuto grandi vite, se non altro hanno lasciato qualche insegnamento che è valido per la vita. Quale insegnamento concreto possa aver lasciato Nietzsche oltre alle sue speculazioni intellettuali sul super uomo io non lo so, sarà per mia ignoranza
Secondo me il suo successo è dovuto al fatto che con Nietzsche ognuno si sente libero da ogni vincolo morale e razionale, e si preferisce una libertà cieca ad una conforme alla morale ed alla ragione.
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e Vattimo, Cacciari e persino Heidegger non hanno capito Nietzsche, mi domando chi lo abbia veramente capito e se avrei qualche speranza di capirlo io.Per come la vedo Nietzsche è da una parte il grande distruttore della morale e dall'altra l'ideatore dell'irrazionalismo.
Sul primo punto, credo che chiunque attacchi una qualunque morale lo faccia per sostituirla con un'altra. Nietzsche ha sostituito la morale esistente con la morale del super uomo. Ora, mi sembra proprio che il rimedio sia stato peggiore del male. La morale basata su Dio potrà avere senz'altro i suoi grandi difetti, ma sostituirla con una spartana di un superuomo che deve superare se stesso senza che, fra l'altro, si capisca bene il perchè...
Non si può poi affermare con certezza che l'irrazionalismo di Nietzsche sia stato il germe delle sciagure delle guerre mondiali, ma anche riuscire a non vedere un parallelo fra il suo pensiero e Hitler e Mussolini non è impresa da poco
Per quanto riguarda i grandi filosofi che sono stati grandi nella vita ti potrei citare Socrate che ha preferito morire piuttosto che scappare e sottrarsi alle leggi dello stato, ma se anche i grandi filosofi non hanno avuto grandi vite, se non altro hanno lasciato qualche insegnamento che è valido per la vita. Quale insegnamento concreto possa aver lasciato Nietzsche oltre alle sue speculazioni intellettuali sul super uomo io non lo so, sarà per mia ignoranza
Secondo me il suo successo è dovuto al fatto che con Nietzsche ognuno si sente libero da ogni vincolo morale e razionale, e si preferisce una libertà cieca ad una conforme alla morale ed alla ragione.

Le linee guida del pensiero di Nietzsche sono costituite, come molto spesso accade, da una pars destruens e da una construens: la prima si sviluppa nella critica alla morale della sua epoca, rappresentata dai rigidi schemi in cui il Cristianesimo protestante aveva ingabbiato la Germania, e le critiche feroci alla morale cristiana sono dovute proprio al fatto che il Protestantesimo, in questo sempre più somigliante all'Ebraismo, riducesse la dottrina ad una mera enunciazione di norme e regole da seguire pedissequamente senza neanche domandarsi il perchè lo si facesse e senza più riuscire a collegarle a principi superiori ad esse. Questa "gabbia morale" appariva a Nietzsche, animato tra l'altro da spirito romantico, un delitto contro la spontaneità dionisiaca della vita, racchiusa in categorie e schemi sempre più rigidi e razionali che costringevano e opprimevano la "potenza" e la creatività di ognuno. L'altra ragione per cui si scagliò contro il Cristianesimo fu perchè la sua morale veniva vista come la morale dei deboli, dei derelitti, dei miserabili, quella che definiva "morale degli schiavi", basata solo sul risentimento e sull'invidia dei "migliori", e per questa ragione fu anche un feroce critico della Rivoluzione Francese, che con l'introduzione del principio di uguaglianza degli uomini contribuì alla diffusione di questi concetti. Nietzsche auspicava il ritorno ad una "morale aristocratica" (la chiamava semplicemente Herren moral) di cui ognuno si facesse creatore. La morale aristocratica esaltata da Nietzsche non era però la giustificazione dell'oppressione dei più forti nei confronti dei più deboli, anche se in ultima analisi anche questo aspetto si può considerare cogente nel suo pensiero in quanto del tutto conforme alle leggi di natura come in quel periodo venivano prospettate dal darwinismo, ma è la manifestazione della virtù di ciascuno, della sua potenza, della sua creatività, che deve essere incoraggiata e non repressa. L'aristocrazia di cui parlava Nietzsche non era però certo quella spazzata via dalla Rivoluzione Francese: quella era una degenerazione dell'antica aristocrazia, che come già aveva previsto Platone nella Repubblica era mutata in oligarchia e aveva perso del tutto la funzione cui era destinata, trasformandosi in una sorta di corporazione parassitaria tutta intenta a mantenere i propri privilegi senza attendere ai propri compiti; Nietzsche quindi non voleva affatto difendere la nobiltà come categoria, ma salvaguardare gli aristòs, i migliori, contro un mondo che fra uguaglianza e democrazia esaltava il potere delle masse, formate da individui deboli, gretti e meschini (la canaglia) che però per il solo fatto di coalizzarsi tra loro diventavano talmente potenti da travolgere i migliori, che sono sempre solitari. L'introduzione del principio di uguaglianza con le teorie politiche che ne seguirono portò inoltre alla idealizzazione, tutta moderna, di colui che Nietzsche riteneva l'essere più spregevole, l'ultimo uomo. Questi era l'uomo medio, anzi mediocre, il "borghese piccolo piccolo", colui che, per dirla con Dante, vive "sanza infamia e sanza lodo", quello che "una vogliuzza per il giorno e una per la notte, salva restando la salute". È l'uomo che ha ispirato la canzone, così di moda negli anni trenta, che si intitola mille lire al mese, e che ambisce alla "casettina in periferia" e alla "mogliettina semplice e carina"; gli ultimi uomini sono gli ignavi, quelli che sprecano la propria vita rendendola il più possibile anonima e insignificante, tanto da far esclamare a Virgilio, rivolto a Dante: "non ragioniam di lor, ma guarda e passa".
Nietzsche ha anche reintrodotto nel pensiero concetti antichi, epici, come il senso dell'onore, la fierezza, l'afflato eroico, e soprattutto l'amor fati, ovvero l'orgoglio di andare incontro al proprio destino, qualunque esso fosse; sono più che altro questi concetti, esaltati dallo spirito romantico, che hanno ispirato le ideologie fasciste e naziste, ma bisogna notare che Nietzsche non ha mai rivolto il suo pensiero ai popoli o alle nazioni, ma solo agli individui; non ha mai fatto un discorso politico (anzi a ben guardare ha mosso le critiche più aspre proprio al popolo tedesco) ma filosofico, rivolto ad ogni singolo uomo oppure, da un punto di vista più generale, a tutta l'umanità, e quindi l'interpretazione in senso politico del suo pensiero è una indebita forzatura.

Proseguo quando ho tempo
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Vecchio 07-08-2013, 14.46.10   #7
donquixote
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L'altro aspetto importante è la proclamazione della morte di Dio e l'avvento del nichilismo. Cosa si intende per "morte" di Dio? Si intende quel che si è accennato prima, ovvero la incapacità del Cristianesimo di ricondurre la morale a principi più alti delle mere enunciazioni normative, che quindi perdono forza e giustificazione e diventano mere superstizioni, feticci senza senso, consuetudini ormai ridotte al livello di folklore. La "morte di Dio" è quindi, nei fatti, la modalità espressiva che Nietzsche ha utilizzato per rendere ragione della semplice constatazione che la Chiesa, perlomeno quella che aveva conosciuto attraverso l'educazione del padre, pastore protestante, non predicava più la dottrina dei Padri ma si limitava a raccomandare un comportamento il più possibile simile a quello di Gesù Cristo (il Figlio, il dio-uomo), e quindi aveva fatto morire Dio (Padre) trattandolo come una entità superflua. Dalla constatazione della morale ridotta ad idolo Nietzsche proclama quindi il nichilismo come passaggio necessario alla successiva rifondazione dei valori. La "trasvalutazione di tutti i valori" è appunto un altro nodo importante del pensiero niciano, e qui bisogna fare attenzione al termine "trasvalutazione", che lungi dall'indicare uno stravolgimento o un capovolgimento dei valori ne auspica invece una "rettificazione", un ritorno al senso originale; un esempio tratto dallo Zarathustra: «Voi costringete tutte le cose a venire a voi e dentro di voi, perché riscaturiscano dalla vostra sorgente come doni del vostro amore. In verità, un predone di tutti i valori deve diventare questo amore che dona; ma io dico sacrosanto questo egoismo. Vi è anche un altro egoismo, troppo povero, affamato, che vuol sempre rubare, l'egoismo dei malati, l'egoismo malato. Con occhio di ladro esso guarda a tutto quanto luccica; con l'avidità della fame conta i bocconi a chi ha da mangiare in abbondanza; e sempre si insinua alla tavola di coloro che donano». L'egoismo viene comunemente ritenuta dalla morale la malattia moderna più diffusa, che va combattuta attraverso il suo opposto, l'altruismo. Ma Nietzsche chiama "sacrosanto" l'egoismo, a patto che sia inteso nel modo corretto e non nel senso dell'accaparramento per sé dei beni materiali e dello sfruttamento degli altri ai propri fini. Dice infatti ancora: «In alto va il nostro cammino, dalla specie si avvia verso la sovra-specie. Ma un orrore è per noi la mente degenerata che dice: "Tutto per me"», e anche «Meglio perire che temere e odiare. Molto meglio perire che essere temuti e odiati» che mostra come la "volontà di potenza" che tanto esaltava non vada intesa nel senso della sopraffazione. Così come l'altruismo non deve essere scambiato con l'elemosina: «Prendiate a tedio dire: "un'azione è buona se è altruistica". Ah, fratelli! Sia il vostro Sé nell'azione, come la madre è nel figlio: questo sia per me la vostra parola sulla virtù»; e anche: «Il vostro amore sia più forte della vostra pietà». Come intendeva, Nietzsche, l'egoismo? Sentiamo: «Medico aiuta te stesso, così aiuterai anche i tuoi malati. Questo sia il tuo aiuto migliore: che egli guarisca guardando con gli occhi colui che risana se stesso». Tutto lo Zarathustra è infarcito di perle di questo genere, e anche la sua struttura che ricorda il Vangelo o la predicazione del Buddha dovrebbe indurre a vedere al di là della lettera, senza utilizzare i concetti filosofici occidentali e la mentalità analitica tipicamente moderna, e io sono convinto che le pagine di fuoco che Nietzsche ha dedicato al Cristianesimo si possono ragionevolmente leggere non come gli strali di un nemico giurato, ma più correttamente come il grido di disperazione di un figlio tradito.
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Vecchio 09-08-2013, 02.21.35   #8
leibnicht
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Riferimento: Il superuomo cattocomunista di Vattimo

Non esiste alcuna interpretazione "autentica" di nietzsche, come non può essere di alcun filosofo che sia degno di questo nome. E la Storia della Filosofia è scritta ogni volta da nuovi "demiurghi". Per questo i più antichi non sono identità, ma pure coerenze di pensiero.
Nietzsche è un moderno "antico", che ha disseminato il pensiero tedesco di "grovigli critici" rispetto all'evidenza di un positivismo che si è, comunque, imposto.
Riguardo a Vattimo, io credo che lui l'avrebbe aggredito fisicamente per le amenità che ha tratto da una improbabile comprensione (in ogni tempo) del suo pensiero. In Torino si svelò la sua, parallela, follia. In Torino essa ancora dice e si esprime.
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Vecchio 18-08-2013, 23.53.43   #9
Soren
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Riferimento: Il superuomo cattocomunista di Vattimo

@Daddy

Credo che l'intenzione di Vattimo non fosse quella di sovraporre oltreuomo nietzschano e rivoluzionario marxista ma piuttosto di evidenziare quelli che potevano essere i caratteri comuni che potessero avanzare i tratti culturali del secondo nel tempo del nichilismo. Si tratta ovviamente e comunque di una strumentalizzazione azzardata, ma, mi pare, più onesta di come tu l'abbia avvertita, almeno su questo frangente. Per il resto sono sempre stato contrario a certi sfoggi di linguaggio colto o poetico nella filosofia a meno che non si abbia poi il merito della propria arroganza... che pochissimi anche tra i maggiori filosofi hanno avuto a mio parere.

per quanto riguarda il resto della discussione...

a CVC vorrei fare notare che il suo concetto di mediocrità è dettato da valori comuni che Nietzsche aveva rifiutato a prescindere molto precocemente mi pare. Come dice Donquixote ad ognuno il suo metro, e tentare di misurare Nietzsche secondo gli standard della mediocrità comune ( perché di questo si tratta: proprio perché sono comuni sono solitamente mediocri ) non fa risultare una vita mediocre... semmai un'interpretazione mediocre, nel senso di fallace, della sua vita, che è stata vissuta secondo valori abissalmente diversi dalla media.
Concordo invece con Donquixote più o meno sui suoi discorsi... in particolare quello di Heidegger che seppure ho letto poco ( solo il suo essere e tempo e qualche articolo ) mi pareva di essere piuttosto decentrato dal fulcro del nichilismo, ancora incantato a seguire gli spiriti, per quanto poi gli abbia dato il giusto collocamento ( il linguaggio ).
Secondo me oltre quelli che ho già sottolineato in altri topic un aspetto fondamentale del nichilismo nietzschano è la negazione della verità di fatto, in favore di quella soggettiva. Per questo comunque ( riallacciandomi al tema ) trovo che qualsiasi interpretazione parziale del suo uomo ideale, tendente ad una qualsiasi ideologia collettiva di sorta sia destinata a fallire o comunque a deviare dalla sua idea: è implicita nell'idea di volontà di potenza quella, pur agendo, di non sottomettersi a nessuna logica particolare, a nessun fine ultimo nel raziocinio ma sempre e solo alla logica del mezzo, quella tecnica ( giacché il fine è irrazionale e soggettivo... ).
E a quando riguarda al messaggio astruso del "superare sé stessi": Anche questo è ugualmente fondamentale e ha a che fare con l'aspetto "ridente" della sua filosofia morale: non farsi abbindolare dall'illusione del passato e del futuro, cioè, per come la leggo io, vivere il mondo vero intorno a sé e non quello andato o impronunciabile che viviamo nella mente. Superare sé stessi era per lui la via della felicità perché l'unica vita autenticamente felice è in superficie e non sotto, per usare una sua metafora. Per questo però bisogna anche accettare il dominio primordiale ed incontestato della follia sulla ragione: cosa che mi pare spaventare i più, i ricercatori di un senso ultimo frutto di culture millenarie che viene inevitabilmente a mancare, togliendo di base le radici stesse di tutte quelle che ci siamo portati appresso. In particolare concordo con Donquixote quando dice che nello Zarathrustra c'è tutto quello che Nietzsche aveva di importante da dire e per il discorso del superamento non c'è forse dialogo più bello di quello delle tre metamorfosi: prima il cammello ( colui che porta la zavorra del passato ), poi il leone ( colui che rifiuta la zavorra e si trova così in conflitto con l'ordine sovrano, che non si rivela altro che nella sua stessa natura di bestia, potenza ) ed infine il fanciullo, colui che si è liberato della zavorra e dell'ordine discendente e può finalmente vivere in comunione con il suo mondo, trovandosi in condizione di completa libertà e coerenza. Anche se comunque, ovviamente Nietzsche aveva capito che la presenza di una morale sarebbe stata in qualche modo necessaria per permettere l'esistenza di tale stato ( come si evince nelle ultime pagine di umano troppo umano: la libertà è per il nobilitato: la stessa enfasi sulla "risata", pur se non ha mai forzato il discorso per non farsi sgamare, porta con sé dettami morali alquanti stretti, pur quanto egoistici ).

In particolare per questo ultimo discorso della libertà dello spirito o meglio del proprio sistema valoriale/culturale trovo impossibile declinare il suo oltreuomo, che molto deve all'egoista di Stirner, all'interno di un qualsiasi sistema ideologico di massa: Lontano da Nietzsche è sempre stata l'idea di un miglioramento proveniente dall'esterno, come una medicina miracolosa, ma sempre quella di una riformulazione critica interna all'individuo. Per cui qualsiasi tentativo di "oltreomizzare" la massa secondo i criteri Nietzschani risulterà sempre vano in quanto non farebbe altro che far scadere il concetto nella mediocrità comune e privarlo del suo significato più intimo: essendo un viaggio, un percorso della mente non esisterà mai alcun treno o carrozza per percorrerlo.
Soren is offline  
Vecchio 19-08-2013, 08.36.01   #10
CVC
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Originalmente inviato da Soren
a CVC vorrei fare notare che il suo concetto di mediocrità è dettato da valori comuni che Nietzsche aveva rifiutato a prescindere molto precocemente mi pare. Come dice Donquixote ad ognuno il suo metro, e tentare di misurare Nietzsche secondo gli standard della mediocrità comune ( perché di questo si tratta: proprio perché sono comuni sono solitamente mediocri ) non fa risultare una vita mediocre... semmai un'interpretazione mediocre, nel senso di fallace, della sua vita, che è stata vissuta secondo valori abissalmente diversi dalla media.
Se, seguendo Nietzsche, l'uomo va superato perchè mediocre, non si capisce quale sarebbe la dottrina da seguire per raggiungere lo scopo. Tanto più che i suoi più caldi sostenitori si accusano a vicenda di non averlo capito.
Ma chi sarebbe poi il superuomo, l'uomo d'azione? Ma ciò è un rinnegare l'essere filosofo, il filosofo dovrebbe cercare la verità, se identifica la verità con l'azione che ne è della riflessione?
E Nietzsche non mi pare sia stato un uomo d'azione
D'annunzio avrebbe incarnato il mito del superuomo, capace sia di produrre l'incanto dei versi poetici sia di compiere eroiche imprese di guerra.
Ma si obbietterà che nemmeno D'annunzio aveva capito il nostro.
Del resto per comprendere un filosofo bisognerebbe comprendere i suoi concetti fondamentali.
Qual'è il concetto di superuomo? I nietzschiani si accusano a vicenda di non averlo capito.
E credo che questo avvenga perchè tale superuomo non è descritto con i caratteri della ragione ma con quelli della narrazione poetica. Il super uomo è la riproposizione del culto dell'eroe, ma per i greci l'eroe era il ponte fra l'uomo e Dio, tolto Dio l'eroe nietzschiano è soltanto il ponte fra l'uomo e il nulla.
Forse sarebbe il caso di chiarire se il nichilismo sia un punto di inizio o un punto d'arrivo.
CVC is offline  

 



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