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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 20-03-2013, 23.14.05   #1
naruto
Ospite
 
Data registrazione: 11-10-2012
Messaggi: 6
Esiste una verità etica?

Il mio problema è principalmente etico.In particolare,essendo molto confuso,vorrei leggere delle vostre opinioni in merito a ciò che sto per proporvi.E' una questione la cui risposta non mira diretta a uno scopo pratico,piuttosto si propone di definire,o quantomeno chiarire,quelli che dovrebbero essere i fondamenti di un etica giusta e stabilire se questi esistano aprioristicamente o siano esclusivamente il frutto del nostro intelletto.Sono convinto che alla base dell'etica e del comportamento nell'accezione più generale,ci sia un nichilismo di fondo incrollabile,secondo cui nessuna azione in sè può avvicinarsi o allontanarsi da un codice etico universale e precostituito, che stabilisce se taluna azione sia eticamente corretta o meno.Indi per cui,un assassinio è da considerarsi un azione come lo è bere del latte,poichè nessuna delle due in realtà è suscettibile di giudizio,non essendoci appunto niente di assoluto che permetta di capire e valutare la bontà di un gesto.D'altra parte,a mio avviso,ciò non giustificherebbe un totale abbandono a se stessi,poichè ritengo che proprio ciò funga da trampolino di lancio verso una nuova forma di pensiero sui cui Nietzsche si soffermò appassionatamente:L'"adozione" di un nichilismo attivo.Egli riprende la massima "conosci te stesso e diventa ciò che sei" e la reinterpreta in un modo ancor più liberale,anteponendo non il valore intrinseco di un comportamento rispetto a un altro,ma quello che si nasconde dietro a esso,se cioè sia frutto di un attenta meditazione e consapevolezza di sè.Cito un passo de La gaia scienza precisamente l'aforisma 335:"Limitiamoci,dunque,a epurare le nostri opinioni e valutazioni,e alla creazione di nuove tavole di valori che siano nostre:ma non stiamoci più a lambiccare sul valore morale delle nostre azioni!".Per come l'ho inteso io,l'unico motivo per emettere una sentenza circa il valore di un gesto,è se dietro esso ci sia stata un'attività di ricerca e introspezione che sarebbe in grado di far dire all'esecutore "sì,ho compiuto questo gesto perchè dopo un attenta analisi l'ho ritenuto giusto".Io credo che un pensiero simile sia molto importante soprattutto perchè modifica radicalmente il nostro modo di giudicare e intendere le azioni(di qualunque tipo).La domanda che sorge a questo punto è la seguente:anche nel caso in cui l'esecutore abbia delle motivazioni valide,abbiamo il diritto di giudicarlo? Credo di si,ma nel farlo dobbiamo essere consapevoli che in realtà il gesto e le opinioni dell'esecutore non sono più sbagliate delle nostre.Si può giudicare un azione in base a tantissimi fattori.Un gesto è sbagliato perchè viola un diritto universale,o perchè è necessario che non avvenga per la preservazione della specie,o perchè è un dio ad imporlo,o perchè concordiamo con un filosofo(in questo caso Nietzsche), e così via.Ma alla base dobbiamo essere consapevoli che in realtà non esiste un termine di paragone assoluto e che a livello logico e razionale tutto si riduce all'opposizione di un opinione con un altra e permane dietro tutto ciò un incontrastabile impossibilità di stabilire quale di esse sia giusta.Credo sia un passo importante verso la verità.
naruto is offline  
Vecchio 21-03-2013, 20.14.12   #2
Snikio
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Question Riferimento: Esiste una verità etica?

Concordo con gran parte di ciò che hai scritto.
Alla luce di tutto questo, è, dunque, nato un problema, qualche tempo fa:
se non esistono valori tali come idee platoniche,
come faccio ad avere degli ideali di comportamento a cui riferirmi?
Citazione:
un gesto è sbagliato perché viola un diritto universale
Il diritto, se è universale, non si può attenere ai semplici contesti sociali umani che giudicano cosa è sbagliato e cosa non:
dev'essere universale, intrinseco nella natura.
Questo, è, la matematica, il rapporto di causa effetto,
il fatto che niente è importante, come lo è tutto.
La perfezione riassume tutte queste qualità necessarie all'esistenza -potremo discuterne-. Tuttavia non è facile estrapolare i valori da leggi universali non propriamente umane.
Si può però identificare lo scostamento, da parte dell'uomo, dalla perfezione in molti modi: questo ideale di riferimento, la continua ricerca della perfezione, deve, dunque, essere un valore.
Si possono poi limitare le emozioni che attribuiscono un'importanza di qualcosa e di qualcuno superiore ad altri e a qualcos'altro, ed estenderli a tutti in una forma di comunismo universale...
Snikio is offline  
Vecchio 22-03-2013, 19.36.13   #3
maral
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Riferimento: Esiste una verità etica?

Io non credo si possa fare un qualsiasi discorso morale prescindendo dal discorso sulla verità e quindi sul problema di conoscenza della verità, altrimenti avremo insieme a una verità immorale, una moralità falsa, ossia in se stessa contraddittoria, dunque nulla e quella ricerca tutta interiore di nuove tavole di valori che siano autenticamente nostri è il senso che Nietzsche dà all'aderenza della moralità alla realtà di noi stessi, quindi alla verità che è data da ciò che realmente siamo (e mi viene da aggiungere a ciò che siamo in quella costante relazione con il mondo che a ogni istante costruisce ciò che siamo, ossia non possiamo lasciare il mondo fuori dalla porta in una sorta di eroico isolamento, non possiamo realizzarci progettando l'annientamento di ciò che è fuori e a dispetto di ciò che è fuori).
Certamente chi più ha colto il valore della verità fondante della morale (attraverso la morale fondante della verità) è Kant, per il quale l'imperativo categorico non può che essere principio di verità in se stesso a priori e non a caso esso resta indissolubilmente legato a quel cielo stellato che sta fuori di noi, ma che ne riflette l'immagine speculare.
In altre parole per essere morali non abbiamo alternativa a cogliere la verità, riconoscendola nel modo in cui in noi si esprime ove il noi non può significare un ego isolato, ma un essente in continua relazione con quel Tutto fatto di innumerevoli essenti che lo determina e lo genera proprio come quell'essente nel suo reale esserci, solo allora la scelta morale può essere vera e dunque la verità può apparire a se stessa come veramente morale.
Un saluto
maral is offline  
Vecchio 23-03-2013, 03.16.33   #4
Soren
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Riferimento: Esiste una verità etica?

Citazione:
Certamente chi più ha colto il valore della verità fondante della morale (attraverso la morale fondante della verità) è Kant, per il quale l'imperativo categorico non può che essere principio di verità in se stesso a priori e non a caso esso resta indissolubilmente legato a quel cielo stellato che sta fuori di noi, ma che ne riflette l'immagine speculare.
In altre parole per essere morali non abbiamo alternativa a cogliere la verità, riconoscendola nel modo in cui in noi si esprime ove il noi non può significare un ego isolato, ma un essente in continua relazione con quel Tutto fatto di innumerevoli essenti che lo determina e lo genera proprio come quell'essente nel suo reale esserci, solo allora la scelta morale può essere vera e dunque la verità può apparire a se stessa come veramente morale.
Un saluto

Mah io sono dell'opinione che l'imperativo categorico di Kant abbia ben poco valore a riguardo della "verità morale"! ( ammesso che esista una cosa del genere: dubito che morale possa essere attributo della verità, nella sua forma pura ). Il problema per me è quello tipicamente linguistico della polivalenza: c'è una morale ed una giustizia con un proprio fondamento che è quello dell'equità: la morale in senso schopenhauriano che prevede il semplice "patto di non offesa" per essere rispettata, cioè non arrecare danno agli altri, e che si rifà solamente all'equità. Per me questa caratteristica del rapporto ( equo ) è l'unica morale che si possa autofondare in quanto ne rappresente il principio o seme che si voglia. C'è poi la morale dei costumi che si basa sull'utile e sull'appropriato e che a ben vedere la si potrebbe chiamare più tranquillamente buon senso. Io non credo che la morale come la intenda tu, Maral, o Snikio o Naruto, abbia o possa anche solo sperare di avere un fondamento logico che non sia fondato sull'utile e quindi dall'estetica. La verità non è morale, un azione soltanto può esserla; tant'è che Schopenhauer era arrivato ad identificare l'agire con l'unica sfera della morale ( la ratio agendi ). Cogliere la verità semmai rinnega la morale: mi pare quasi che le due partano da un bivio: da una parte si pensa, da una si agisce. La verità non ha valore morale in nessuna formulazione che non sia quello che lo denota esplicitamente: "è giusto/sbagliato che..." cioè le parole che noi usiamo per quella; ma di per sé nulla nella struttura logica del linguaggio o in quella illogica delle cose mi pare riflettere una "morale" se non che si voglia ricercare un paragone nell'ordine con cui queste cambiano: ma è un ordine che non ha un fine, quindi è caotico e ancora una volta, non offre sostegno alla morale - intesa come rispetto del valore comune, siccome questa morale comune è solo, in ottica evolutiva, una delle milioni che potevano sbucare ( e qui Luhmann docet! ) - si farebbe solo l'errore che si è fatto con l'uomo tempo addietro: "Ecco l'uomo! e dio, allora, dove si nasconde ?" ma dio non c'è: manca un fondamento -finale- alla sua esistenza dunque questa è in mano al caos delle possibilità dell'essere e alla limitata capacità autoselettiva dei sistemi organici. Pertanto aldilà dell'equità nei rapporti mi pare che la "morale" inteso come l'insieme dei valori portato ed agito dall'individuo non possa avere come fondamento niente se non il suo proprio bene ed il mantenimento della sua "essenza": Potrebbe essere più difficile per un generale disertare che morire, ad esempio, siccome ha combattuto tutta la vita: questo valore aggiunto dell'esistenza ha una connotazione "etica" che però l'individuo e la società hanno creato a partire da sé, e all'infuori di questi non significa alcunché. Per cui do ragione a Naruto quando dice che in natura uccidere e bere sono moralmente equivalenti. Una verità etica per me non esiste... La morale è soltanto un prodotto della stabilizzazione di habit che essendosi rivelati utili si sono cristallizzati e riprodotti nelle interazioni sociali creando così "uso" e "costume" e questo è quanto ancora normalmente chiamiamo morale. La verità può portarci a rinnegare l'uso e il costume perché mostra il loro fondamento amorale: del resto ci aiuta a comprenderne il senso. Ma ancora le due, per quanto possano certo avere riverberi reciproci, muovono su campi diversi... Per parlare con lo schema di Schopenhauer, la verità è soltanto la forma astratta di una rappresentazione, la morale scaturisce da una gemellanza più intima e inspiegabile ( cioè: senza ragione ). Anche se credo che ormai questa "inspiegabilità" si sia risolta nelle leggi dei geni guarda caso "egoisti".
Soren is offline  
Vecchio 23-03-2013, 12.47.17   #5
maral
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Riferimento: Esiste una verità etica?

Resta il fatto Soren che se la verità e la morale sono tenute separate (ossia sono separati i principi che guidano l'agire finalizzato al buon agire dai principi che fondano la vera conoscenza delle cose) non può esservi alcuna vera morale, ossia non può esservi alcun buon agire fondato su una vera conoscenza delle cose, nemmeno un agire egoistico che assuma per vero l'essenziale egoismo dei geni. Anche l'agire egoistico, finalizzato al proprio utile (qualunque si intenda il soggetto di questo agire: l'individuo, i geni, la specie, la forma sociale di appartenenza) è in ultima analisi una pretesa morale (nel senso che implica una regola finalizzata a un buon agire ove il buono è ridotto a utile del soggetto separato e la felicità a mia soddisfazione) che comunque presuppone un' assunzione di verità (ossia che tali riduzioni siano vere ed essendo vere, veramente proficue per ogni individuo, gene o società).
Persino il nichilismo più spinto che vorrebbe proporsi come radicalmente immorale ha bisogno della saldissima fede in un principio di verità indubitabile per quanto logicamente assurdo: l'essere niente di ogni cosa che è e su questo principio fondare la regola per il proprio comportamento affinché aderendovi esso appaia ben fondato, dunque giustamente fondato.
Certo, si può relativisticamente pensare che le regole morali siano il prodotto dei contesti psicologici, storici, culturali e sociali che da sé le producono, ove questi stessi contesti saranno a loro volta principi di verità contingenti (è dunque ugualmente contingente e relativo che si pensi che l'individuo sia il risultato dei suoi geni egoisti per necessità biologica, piuttosto che del suo libero arbitrio, o della volontà divina, o del caso), ma pure l'assunzione di questa contingenza relativistica necessita di una pre assunzione di verità universale che non sia contingente, ossia che la contingenza di ogni verità sia vera in ogni tempo e in ogni luogo e che quindi sia proprio questa contingenza indiscutibilmente vera a tracciare sempre e ovunque il confine tra ciò che è morale (il comportamento tollerante che la assume) e ciò che non lo è (il comportamento che non riconosce alternative morali).
Per questo ritengo che ogni discorso sulla morale, sia che l'affermi, la neghi o la relativizzi, è sempre un discorso di verità e non possa esservi un buon (o utile, o equo, o felice, o soddisfacente) agire che non sia sotteso nell'essere umano da un pre-giudizio assoluto di verità, conscio o inconscio che sia che è insieme pre-giudizio morale.
Forse il punto fondamentale è rendercene conto (scorgere con meraviglia l'imperativo categorico e il cielo stellato che si rispecchiano costantemente l'un l'altro, fuori e dentro lo specchio della nostra umana coscienza) e misurare cosa separa questo pre-giudizio a cui necessariamente aderiamo per quello che siamo nel mondo in cui siamo e il giudizio che viene dato di esso per come individualmente ci esprime e verificare quanto questa tensione ci forza a fingere e fingendo a vivere immoralmente e dunque infelici in un mondo che rispecchia la nostra infelicità e quindi ci appare non vero.
maral is offline  
Vecchio 05-04-2013, 21.24.08   #6
ceccodario
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Riferimento: Esiste una verità etica?

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Io non credo si possa fare un qualsiasi discorso morale prescindendo dal discorso sulla verità e quindi sul problema di conoscenza della verità, altrimenti avremo insieme a una verità immorale, una moralità falsa, ossia in se stessa contraddittoria, dunque nulla e quella ricerca tutta interiore di nuove tavole di valori che siano autenticamente nostri è il senso che Nietzsche dà all'aderenza della moralità alla realtà di noi stessi, quindi alla verità che è data da ciò che realmente siamo (e mi viene da aggiungere a ciò che siamo in quella costante relazione con il mondo che a ogni istante costruisce ciò che siamo, ossia non possiamo lasciare il mondo fuori dalla porta in una sorta di eroico isolamento, non possiamo realizzarci progettando l'annientamento di ciò che è fuori e a dispetto di ciò che è fuori).
Certamente chi più ha colto il valore della verità fondante della morale (attraverso la morale fondante della verità) è Kant, per il quale l'imperativo categorico non può che essere principio di verità in se stesso a priori e non a caso esso resta indissolubilmente legato a quel cielo stellato che sta fuori di noi, ma che ne riflette l'immagine speculare.
In altre parole per essere morali non abbiamo alternativa a cogliere la verità, riconoscendola nel modo in cui in noi si esprime ove il noi non può significare un ego isolato, ma un essente in continua relazione con quel Tutto fatto di innumerevoli essenti che lo determina e lo genera proprio come quell'essente nel suo reale esserci, solo allora la scelta morale può essere vera e dunque la verità può apparire a se stessa come veramente morale.
Un saluto
Sono d'accordo, io non solo sostengo che sia importante ricercare delle verità etiche, ma anche credo che sia impossibile sbarazzarsi della verità in etica (e in tutti gli altri ambiti). Se tu affermi "Non esistono valori universali" stai dicendo implicitamente che è vero che non esistono valori universali e quindi l'unico valore universalmente vero diventa quello che propone il modello universale di una condotta non condizionata da valori. Ci sono certi concetti (verità, bene, essere, realtà...), che i medievali chiamavano "trascendentali", che sono sempre implicitamente presenti nei nostri enunciati e che vanno per questo considerati diversamente rispetto agli altri predicati normali. Per quanto tu possa negare la loro esistenza, questi, indifferenti, continuano comunque ad esistere.

Io credo che parlare di verità in etica sia fondamentale per capire quali sono le norme, i valori falsi che spesso purtroppo sono mascherati per veri. Solo facendo riferimento alla verità possiamo affermare che "Gli esseri umani bianchi sono moralmente superiori agli esseri umani neri" è palesemente falso.
In questa società così globalizzata assistiamo ad una pluralità immensa di valori, che variano di cultura in cultura, di persona in persona. Questo non vuol dire però che non esistano valori universalmente validi. Non possiamo affermare che "uccidere bambini" non sia giudicabile moralmente oppure che se la morale di una certa cultura lo ammette non è una cosa condannabile. Secondo me la strada migliore è classificare un numero ristretto di diritti, valori umani inalienabili, condivisi universalmente, e per il resto essere aperti ad un pluralismo morale.
ceccodario is offline  
Vecchio 06-04-2013, 02.43.04   #7
Giorgiosan
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Riferimento: Esiste una verità etica?

Citazione:
Originalmente inviato da naruto
Il mio problema è principalmente etico.In particolare,essendo molto confuso,vorrei leggere delle vostre opinioni in merito a ciò che sto per proporvi.E' una questione la cui risposta non mira diretta a uno scopo pratico,piuttosto si propone di definire,o quantomeno chiarire,quelli che dovrebbero essere i fondamenti di un etica giusta e stabilire se questi esistano aprioristicamente o siano esclusivamente il frutto del nostro intelletto.Sono convinto che alla base dell'etica e del comportamento nell'accezione più generale,ci sia un nichilismo di fondo incrollabile,secondo cui nessuna azione in sè può avvicinarsi o allontanarsi da un codice etico universale e precostituito, che stabilisce se taluna azione sia eticamente corretta o meno.Indi per cui,un assassinio è da considerarsi un azione come lo è bere del latte,poichè nessuna delle due in realtà è suscettibile di giudizio,non essendoci appunto niente di assoluto che permetta di capire e valutare la bontà di un gesto.D'altra parte,a mio avviso,ciò non giustificherebbe un totale abbandono a se stessi,poichè ritengo che proprio ciò funga da trampolino di lancio verso una nuova forma di pensiero sui cui Nietzsche si soffermò appassionatamente:L'"adozione" di un nichilismo attivo.Egli riprende la massima "conosci te stesso e diventa ciò che sei" e la reinterpreta in un modo ancor più liberale,anteponendo non il valore intrinseco di un comportamento rispetto a un altro,ma quello che si nasconde dietro a esso,se cioè sia frutto di un attenta meditazione e consapevolezza di sè.Cito un passo de La gaia scienza precisamente l'aforisma 335:"Limitiamoci,dunque,a epurare le nostri opinioni e valutazioni,e alla creazione di nuove tavole di valori che siano nostre:ma non stiamoci più a lambiccare sul valore morale delle nostre azioni!".Per come l'ho inteso io,l'unico motivo per emettere una sentenza circa il valore di un gesto,è se dietro esso ci sia stata un'attività di ricerca e introspezione che sarebbe in grado di far dire all'esecutore "sì,ho compiuto questo gesto perchè dopo un attenta analisi l'ho ritenuto giusto".Io credo che un pensiero simile sia molto importante soprattutto perchè modifica radicalmente il nostro modo di giudicare e intendere le azioni(di qualunque tipo).La domanda che sorge a questo punto è la seguente:anche nel caso in cui l'esecutore abbia delle motivazioni valide,abbiamo il diritto di giudicarlo? Credo di si,ma nel farlo dobbiamo essere consapevoli che in realtà il gesto e le opinioni dell'esecutore non sono più sbagliate delle nostre.Si può giudicare un azione in base a tantissimi fattori.Un gesto è sbagliato perchè viola un diritto universale,o perchè è necessario che non avvenga per la preservazione della specie,o perchè è un dio ad imporlo,o perchè concordiamo con un filosofo(in questo caso Nietzsche), e così via.Ma alla base dobbiamo essere consapevoli che in realtà non esiste un termine di paragone assoluto e che a livello logico e razionale tutto si riduce all'opposizione di un opinione con un altra e permane dietro tutto ciò un incontrastabile impossibilità di stabilire quale di esse sia giusta.Credo sia un passo importante verso la verità.

Faccio una premessa, che si chiama spiegazione dei termini, ovvero quale significato attribuisco ai termini che uso, essendoci a volte una distinzione fra etica e morale, mentre a volte sono considerati sinonimi. Io li uso come sinonimi se poi sarà opportuno differenziarne il significato lo farò.

Per me il problema morale o etico è il tema filosofico più importante.

Parlare di morale o parlare di scelte libere dell'essere umano è la medesima cosa. Si può dire che scegliere liberamente significa autodeterminarsi di fronte a possibilità alternative.

Chi sceglie deve in qualche modo valutare una serie di possibilità, cioè fare una scelta valutativa ma per farlo deve avere un termine di riferimento, un quadro di riferimento, quadro o sistema che esiste sempre nella mente di ogni uomo, ne sia più o meno consapevole, di ogni essere umano che sia persuaso della significatività della vita.

Ora la temperie culturale che stiamo vivendo è caratterizzata dal pluralismo culturale ed etico perché è venuto a mancare quel consenso culturale e unificante rappresentato appunto dall'Assoluto. Questo da qualche secolo ... ma il quadro di riferimento si è andato polverizzando con velocità crescente.

Il relativismo è di fatto l'ambiente etico in cui viviamo, però non importa che il quadro di riferimento sia il puro edonismo o le tante ideologie, o la carità, qualunque sia il sistema di riferimento esso rappresenta per ogni essere umano un termine ideale verso cui indirizzare la propria esistenza.

Il sistema etico cristiano discendendo dalla Rivelazione è ritenuto un riferimento assoluto dai credenti ma lo sono anche quelli ideologici o filosofici per chi li accoglie, per i loro credenti: il relativismo è fatto di tanti assoluti, per così dire.

Sì, sarebbe bello e rassicurante se ci riconoscessimo in un unica morale ma purtroppo così non è.

Lo sforzo filosofico dovrebbe essere quello di tendere al riconoscimento di una sola verità ma purtroppo così non è.

Ultima modifica di Giorgiosan : 06-04-2013 alle ore 10.45.41.
Giorgiosan is offline  
Vecchio 06-04-2013, 11.55.23   #8
Giorgiosan
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Riferimento: Esiste una verità etica?

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Originalmente inviato da naruto
La domanda che sorge a questo punto è la seguente:anche nel caso in cui l'esecutore abbia delle motivazioni valide,abbiamo il diritto di giudicarlo? Credo di si,ma nel farlo dobbiamo essere consapevoli che in realtà il gesto e le opinioni dell'esecutore non sono più sbagliate delle nostre.Si può giudicare un azione in base a tantissimi fattori.Un gesto è sbagliato perchè viola un diritto universale,o perchè è necessario che non avvenga per la preservazione della specie,o perchè è un dio ad imporlo,o perchè concordiamo con un filosofo(in questo caso Nietzsche), e così via.Ma alla base dobbiamo essere consapevoli che in realtà non esiste un termine di paragone assoluto e che a livello logico e razionale tutto si riduce all'opposizione di un opinione con un altra e permane dietro tutto ciò un incontrastabile impossibilità di stabilire quale di esse sia giusta.Credo sia un passo importante verso la verità.

Ognuno ha il suo sistema di riferimento morale: non posso pretendere che un edonista, per esempio, che pone come fine del suo agire il piacere possa condividere una morale che pone come fine la santità cristiana, per porre due estremi. Bisogna presuporre che ognuno sia in "buona fede", che abbia dei valori in cui veramente crede ed a cui fa riferimento, valori che ha l'ateo, come l'agnostico, come il credente, ed è veramente così; solo in questo caso si ha una vita morale e non posso pretendere alcunché perchè l'agire è morale solo quando vi sia la libertà di scegliere i valori di riferimento e la libertà di autodeterminarsi.

Il giudizio morale sull'altro presuppone che vi sia un criterio oggettivo in base al quale misurare la sua scelta, presuppone la possibilità di cogliere il suo dinamismo mentale, ogni sua valutazione per di più nella situazione particolare in cui si è trovato a compiere una scelta.
L'etica non conosce norme assolute, nemmeno la proibizione di non uccidere e nemmeno l'etica cristiana le ammette (norme assolute) e questo può meravigliare.


Libertà di coscienza.
Dal di fuori possono giungere e giungono alla persona ” istruzioni” , imperativi, sollecitazioni ambigue e ingannatrici, tentativi di intercettazione di consenso ma nessuna di queste ha la forza di obbligare moralmente , nessuna può rappresentare una obbligazione assoluta, categorica nel senso kantiano.
Ogni persona ha una sua storia interiore e una sua storia di vicende e avvenimenti , unica e irripetibile ed è il risultato di ogni sua scelta operata. Ogni scelta la modifica e la plasma nella direzione di ciò che vuole essere, più o meno consapevolmente. La norma morale specifica che detta un determinato comportamento non può che nascere dall’interno e non può che essere espressione storica di ogni identità irripetibile.

Credo che sia esperienza frequente e comune, constatare come nel momento di esprimere un giudizio morale a fronte del comportamento da tenere in una medesima situazione, diverse persone esprimano differenti giudizi.

Ogni giudizio concreto della coscienza è un momento costitutivo della persona essendo il momento di scontro o incontro con la vita, con l’altro, teso al fine che ognuno si è dato.
Per rendersi conto di tutto questo non è indispensabile frequentare i libri, è sufficiente una attenzione alla propria coscienza e alla propria vita morale ed ai suoi effetti.
Giudicare la coscienza altrui oltre che essere una arroganza è senza senso, è irrazionale.

Non è per caso che il diritto la tutela: la Dichiarazione dei diritti dell'uomo recita all’art. 18, co. 1 recita: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione” e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, all’art. II-70 statuisce lo stesso diritto.

Solo persone superficiali non si rendono conto dell’importanza della libertà di coscienza e della sua preziosità , o persone che hanno visioni totalitaristiche a livello conscio o a livello inconscio.

Senza libertà l’essere umano non è tale ma di tutte le libertà quella che non si può sopprimere di fatto con la forza, né, teoreticamente, con inutili sofismi, è la libertà di coscienza essendo inscritta nella natura umana, nella ragione, nella mente.

Altro è invece liberarsi dalla coscienza, rinunciando ad ogni istanza critica nei confronti della società, del mondo e di se stessi, un atteggiamento destinato inevitabilmente a concludersi nello squallore.


Riservo ad un altro post la risposta su Nietzsche.

Ultima modifica di Giorgiosan : 07-04-2013 alle ore 08.10.14.
Giorgiosan is offline  
Vecchio 07-04-2013, 16.26.02   #9
Soren
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Riferimento: Esiste una verità etica?

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Resta il fatto Soren che se la verità e la morale sono tenute separate (ossia sono separati i principi che guidano l'agire finalizzato al buon agire dai principi che fondano la vera conoscenza delle cose) non può esservi alcuna vera morale, ossia non può esservi alcun buon agire fondato su una vera conoscenza delle cose, nemmeno un agire egoistico che assuma per vero l'essenziale egoismo dei geni. Anche l'agire egoistico, finalizzato al proprio utile (qualunque si intenda il soggetto di questo agire: l'individuo, i geni, la specie, la forma sociale di appartenenza) è in ultima analisi una pretesa morale (nel senso che implica una regola finalizzata a un buon agire ove il buono è ridotto a utile del soggetto separato e la felicità a mia soddisfazione) che comunque presuppone un' assunzione di verità (ossia che tali riduzioni siano vere ed essendo vere, veramente proficue per ogni individuo, gene o società).
Persino il nichilismo più spinto che vorrebbe proporsi come radicalmente immorale ha bisogno della saldissima fede in un principio di verità indubitabile per quanto logicamente assurdo: l'essere niente di ogni cosa che è e su questo principio fondare la regola per il proprio comportamento affinché aderendovi esso appaia ben fondato, dunque giustamente fondato.
Certo, si può relativisticamente pensare che le regole morali siano il prodotto dei contesti psicologici, storici, culturali e sociali che da sé le producono, ove questi stessi contesti saranno a loro volta principi di verità contingenti (è dunque ugualmente contingente e relativo che si pensi che l'individuo sia il risultato dei suoi geni egoisti per necessità biologica, piuttosto che del suo libero arbitrio, o della volontà divina, o del caso), ma pure l'assunzione di questa contingenza relativistica necessita di una pre assunzione di verità universale che non sia contingente, ossia che la contingenza di ogni verità sia vera in ogni tempo e in ogni luogo e che quindi sia proprio questa contingenza indiscutibilmente vera a tracciare sempre e ovunque il confine tra ciò che è morale (il comportamento tollerante che la assume) e ciò che non lo è (il comportamento che non riconosce alternative morali).
Per questo ritengo che ogni discorso sulla morale, sia che l'affermi, la neghi o la relativizzi, è sempre un discorso di verità e non possa esservi un buon (o utile, o equo, o felice, o soddisfacente) agire che non sia sotteso nell'essere umano da un pre-giudizio assoluto di verità, conscio o inconscio che sia che è insieme pre-giudizio morale.
Forse il punto fondamentale è rendercene conto (scorgere con meraviglia l'imperativo categorico e il cielo stellato che si rispecchiano costantemente l'un l'altro, fuori e dentro lo specchio della nostra umana coscienza) e misurare cosa separa questo pre-giudizio a cui necessariamente aderiamo per quello che siamo nel mondo in cui siamo e il giudizio che viene dato di esso per come individualmente ci esprime e verificare quanto questa tensione ci forza a fingere e fingendo a vivere immoralmente e dunque infelici in un mondo che rispecchia la nostra infelicità e quindi ci appare non vero.

Non volevo negare l'importanza della verità per la morale come per qualsiasi altra indagine epistemologica... però anche se il cammino per la "santità" ( per impostarci sul limite della morale "classica" ) incrocia certamente quello della verità, perché senza non vi potrebbe essere morale ( né nessun altro ordine di pensiero o conoscenza se è per questo ), non si può, credo, dire il contrario, cioè sul cammino della verità mi trovo più impelagato con spregiudicatezza e durezza che altro: perché così come il mondo è amorale lo è anche la sua verità e lo è anche l'inizio del nostro cammino morale, cioè le presunte verità su cui si fonda la morale sono necessariamente amorali; per questo dicevo che una "verità morale" è impossibile perché la morale è estranea alla struttura della verità. Al massimo potremmo definire tale gli assunti comportamentali del genere "se insulti una persona, poi si offende. Non insultare mai!" basati sulla conoscenza di dinamiche sociali che regolano gli scambi tra individui.
Per cui sono definitivamente contro la possibilità di ammettere una "verità morale". Però ciò non esclude d'altro canto la possibilità di una "morale vera", cioè autentica: ma questa non può che essere il rispetto della propria normatività interiore, cioè del proprio senso della giustizia ( o dell'equità ): chi agisce in conformità di questo agisce in modo morale nel senso vero. Ma anche questa che messa giù così ( per tornare al discorso di prima con un altro esempio ) non è una verità "morale", semmai sulla morale: l'eticità della questione non ha niente a che vedere con il giudizio ( vero/falso ) sulla stessa. Mi rendo conto che la verità si possa declinare anche per il giudizio morale: ma vale la pena ricordarsi che questo ne è estraneo al nocciolo, cioè di ricordarsi che verità e morale hanno due nuclei completamente diversi: per quanto possano arrivare ad interrelarsi, alla base non hanno nessuna parentela. Una verità morale nel suo essere verità è necessariamente amorale; per quanto concordo che solo partendo dalla conoscenza si può fondare una morale vera, perché senza conoscenza non c'è la possibilità di effettuare una scelta consapevole e per cui nemmeno di agire in modo tale. Però ancora una verità che sia in sé morale non ci è data se non per assurdo la verità amorale stessa, che ci permette di conoscere noi stessi e di regolarci ed agire di conseguenza, consapevolmente, in conformità al nostro concetto di equità.
Soren is offline  
Vecchio 08-04-2013, 08.17.54   #10
Giorgiosan
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Riferimento: Esiste una verità etica?

Citazione:
Originalmente inviato da naruto
Il mio problema è principalmente etico.In particolare,essendo molto confuso,vorrei leggere delle vostre opinioni in merito a ciò che sto per proporvi.E' una questione la cui risposta non mira diretta a uno scopo pratico,piuttosto si propone di definire,o quantomeno chiarire,quelli che dovrebbero essere i fondamenti di un etica giusta e stabilire se questi esistano aprioristicamente o siano esclusivamente il frutto del nostro intelletto..

Credo di leggere in questo tuo "appello" un desiderio profondo di un fondamento stabile, di verità immutabile, esigenza che giace nel profondo di ogni essere umano.
Una gran parte della cultura ha spodestato la metafisica e questo ha implicato "il trionfo della banalità", come ha detto P.L. Berger. Non so se questo sia vero e ormai non vale neppure la pena di rifletterci perchè, di fatto, il pensiero metafisico non ha più presa sull'uomo contemporaneo.

Se c'è un dramma morale dell'umanità di oggi nasce da un desiderio di comprensione più profonda rispetto a quello dei secoli passati.

La filosofia analitica inglese aveva coniato un termine per indicare la ricerca del fondamento della morale, metaetica, ma fondare una metaetica su un ragionamento universalmente convincente non è stato possibile e non sembra possibile. E come potrebbe esserlo da una filosofia del linguaggio?

La "metaetica", come dice bene Enrico Chiavacci, può essere solo sperimentata, non può essere dedotta.

Io credo che l'esperienza morale ed i suoi effetti siano l'unica dimostrazione possibile della verita, se così si può dire, di una morale.
Giorgiosan is offline  

 



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