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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 01-11-2009, 16.55.44   #1
emmeci
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Novembre: un inno alla vita

Non è il tempo dei morti ma della vita, di una vita che le statistiche dicono si sia fatta sempre più lunga e che se oggi supera gli ottant’anni, almeno nei paesi dell’occidente euroamericano, andrà oltre quel limite fino a indurre gli uomini a domandarsi se quell’ombra nera che pesa su loro e che, secondo Severino, è ciò che li ha spinti a cercare salvezza nella filosofia, non sia davvero destinata a sparire. Un’illusione dei soli filosofi? Ma anche i religiosi, che pure hanno trovato il loro conforto pensando: Dio fa e Dio toglie, non sembra che abbiano sdegnato di meritare generosi compensi, a cominciare da Adamo (930 anni), Noè (950) e Matusalemme (969). E da quando ci si è messa la scienza …. Ecco che nonostante che noi viviamo in una valle di lagrime e in una dilagante fase di secolarizzazione, è cresciuta in modo spettacolare anche l’età media degli uomini e delle donne, anche se, nonostante la nostra scienza e i nostri raffinati accorgimenti, siamo ancora lontani dall’aver vinto questa partita e dato il colpo di grazia alla morte: non sappiamo neppure se essa è qualcosa che è iscritto nelle nostre cellule e nel nostro genoma o se è un evento che noi possiamo sconfiggere, magari riducendo le calorie da cui siamo ipernutriti. E’ noto che c’è un gruppo di individui in America che ha fondato la “calorie restriction” sottoponendosi a un regime prossimo all’inedia in cambio dell’annullamento del diabete, malattie cardiache e forse del cancro, anche se al prezzo di un estremo dimagrimento, rallentamento del metabolismo, sensazione di freddo e perdita di libido e resistenza fisica. E quella della restrizione calorica è solo una fra le tecniche di allungamento, visto che vermetti mosche topi ragni e infine scimmie hanno ottenuto in laboratorio vite estese di un terzo. E se si esce dalla scienza ufficiale ci sono i movimenti che suggeriscono smercio di elisir a base di olio di serpente o minerali del vulcano di Vilcabamba in Ecuador….e poi ci sono le cellule bambine da sfruttare ossia le staminali, capaci di rigenerarsi in continuazione e rigenerare parti perdute come fa la salamandra.
Fin qui abbiamo sentito la religione e la scienza. E se chiediamo al filosofo? Beh, egli potrebbe rispondere che l’unica possibile argomentazione che dimostri la necessità della morte è legata non alla volontà divina o alla biologia, ma a ciò che dentro di noi appare essenziale, cioè a quel desiderio o anelito che abbiamo dentro e che sembra costituire l’alimento della corrente vitale in cui siamo nati e che è un flusso che sembra infinito proprio perché sempre incompiuto ed esposto alla morte. Ebbene, allora la morte diviene la condizione per portare al di là la freccia del tempo e trasformare la perdita in una superiore speranza. D’altra parte non dicono le religioni che paradiso ed inferno sono pieni di anime e non di corpi? Dopo tutto la promessa dei religiosi non sembra imporsi dei limiti, perché che cosa sono novecentosessantanove anni di fronte all’eternità?
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Vecchio 27-02-2013, 15.12.39   #2
Tempo2011
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Riferimento: Novembre: un inno alla vita

Citazione:
emmeci
Non è il tempo dei morti ma della vita, di una vita che le statistiche dicono si sia fatta sempre più lunga e che se oggi supera gli ottant’anni, almeno nei paesi dell’occidente euroamericano, andrà oltre quel limite fino a indurre gli uomini a domandarsi se quell’ombra nera che pesa su loro e che, secondo Severino, è ciò che li ha spinti a cercare salvezza nella filosofia, non sia davvero destinata a sparire. Un’illusione dei soli filosofi? Ma anche i religiosi, che pure hanno trovato il loro conforto pensando: Dio fa e Dio toglie, non sembra che abbiano sdegnato di meritare generosi compensi, a cominciare da Adamo (930 anni), Noè (950) e Matusalemme (969). E da quando ci si è messa la scienza …. Ecco che nonostante che noi viviamo in una valle di lacrime e in una dilagante fase di secolarizzazione, è cresciuta in modo spettacolare anche l’età media degli uomini e delle donne, anche se, nonostante la nostra scienza e i nostri raffinati accorgimenti, siamo ancora lontani dall’aver vinto questa partita e dato il colpo di grazia alla morte: non sappiamo neppure se essa è qualcosa che è iscritto nelle nostre cellule e nel nostro genoma o se è un evento che noi possiamo sconfiggere, magari riducendo le calorie da cui siamo ipernutriti. E’ noto che c’è un gruppo di individui in America che ha fondato la “calorie restriction” sottoponendosi a un regime prossimo all’inedia in cambio dell’annullamento del diabete, malattie cardiache e forse del cancro, anche se al prezzo di un estremo dimagrimento, rallentamento del metabolismo, sensazione di freddo e perdita di libido e resistenza fisica. E quella della restrizione calorica è solo una fra le tecniche di allungamento, visto che vermetti mosche topi ragni e infine scimmie hanno ottenuto in laboratorio vite estese di un terzo. E se si esce dalla scienza ufficiale ci sono i movimenti che suggeriscono smercio di elisir a base di olio di serpente o minerali del vulcano di Vilcabamba in Ecuador….e poi ci sono le cellule bambine da sfruttare ossia le staminali, capaci di rigenerarsi in continuazione e rigenerare parti perdute come fa la salamandra.
Fin qui abbiamo sentito la religione e la scienza. E se chiediamo al filosofo? Beh, egli potrebbe rispondere che l’unica possibile argomentazione che dimostri la necessità della morte è legata non alla volontà divina o alla biologia, ma a ciò che dentro di noi appare essenziale, cioè a quel desiderio o anelito che abbiamo dentro e che sembra costituire l’alimento della corrente vitale in cui siamo nati e che è un flusso che sembra infinito proprio perché sempre incompiuto ed esposto alla morte. Ebbene, allora la morte diviene la condizione per portare al di là la freccia del tempo e trasformare la perdita in una superiore speranza. D’altra parte non dicono le religioni che paradiso ed inferno sono pieni di anime e non di corpi? Dopo tutto la promessa dei religiosi non sembra imporsi dei limiti, perché che cosa sono novecentosessantanove anni di fronte all’eternità?
Sembra che i 950 anni di Noè equivalessero ai nostri novantacinque anni e così via; anche se vi è da dire che questa ipotesi, letta non ricordo dove, è stata sconfessata dalla Bibbia stessa (Genesi e la costruzione dell'arca di Noè. Cito a memoria), la dove dio stabilisce che: essendo l'uomo anche carne, da oggi in poi il suo tempo non potrà durare più di 120 anni. Quest’affermazione dovrebbe convalidare che, effettivamente, prima si viveva molto di più se vi è stato questo intervento per diminuire il tempo di vita. Fin qui niente di speciale, poiché la Bibbia è considerata storia mitologica di un popolo che si è inventata una religione per suo uso e consumo. Allora, dove starebbe la meraviglia che convaliderebbe un intervento a giustificare i 950 anni di Mosè contro i 120 dichiarati in seguito? Per saperlo dobbiamo arrivare ai nostri tempi, dove la ricerca scientifica ha stabilito che il nostro sangue si rinnova completamente ogni due anni, con un limite massimo di sessanta volte; allora, se non moltiplichiamo 2x60 = 120, si arriverebbe a un’età massima di 120 anni come dichiarato dal dio biblico. Se qualcuno afferma di aver visto vivere degli uomini o donne molto di più, si è costatato che, le cose sono due: 1°) Perché in altri tempi, non esistendo gli atti di nascita, l'età era data in base ai ricordi e quindi non attendibile. 2°) Se uno dovesse raggiungere i 120 anni, al più potrà campare altri due anni fino a quando il sangue del malcapitato, non riproducendosi più, morirebbe per intossicazione. Per finire, in questo stesso forum ho postato un thread dal titolo: "Quando deciderò di Morire", mettendo in risalto proprio la stanchezza per il ripetersi delle azioni e la monotonia della vita. In definitiva, la lunga vita potrebbe essere di un qualche interesse se vissuta in piena forma, medio giovanile, perché viverla da vecchi bacucchi, pieni di acciacchi e malattie: non mi sembra proprio una bella prospettiva.

Ps. Questo thread di emmeci è di qualche anno or sono, e non ha ricevuto nessuna risposta, mentre lo trovo interessante, sia per quello accaduto nel passato e raccontato dalla Bibbia, sia per le nuove scoperte della scienza, sia per la stanchezza che a una certa età si prova per la vita.

Ultima modifica di Tempo2011 : 27-02-2013 alle ore 21.21.28.
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Vecchio 06-03-2013, 23.28.39   #3
maral
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Riferimento: Novembre: un inno alla vita

"Novembre un inno alla vita" mi ricorda un bel film che vidi diversi anni fa: Harold e Maude" in cui la vecchia Maude, entusiasta per la vita riesce a trasmettere la sua gioia di vivere al giovane Harold che fino a quel momento non ha fatto altro che tentare di porre fine alla sua infelice esistenza. Ma proprio quando Harold viene preso dal senso di vitalità della sua anziana amica, questa gli comunica che il giorno del suo settantesimo compleanno, di lì a poco, lei ha programmato e realizzerà il suo suicidio.
Perché? chiede disperato Harold, perché la vita per Maude è giunta al vertice della perfezione, oltre la quale non potrà che esservi un impoverimento, perché la compiutezza è stata raggiunta e dunque la morte diventa la più gioiosa e vitale celebrazione della vita. Così Maude non muore per stanchezza della vita, ma per celebrare la completa gioia di vivere, del giusto apparire in scena. Così la morire è come nascere e in tal modo Novembre diventa un vero inno alla vita.
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Vecchio 07-03-2013, 06.45.23   #4
gyta
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Riferimento: Novembre: un inno alla vita

Citazione:
"Novembre un inno alla vita" mi ricorda un bel film che vidi diversi anni fa: Harold e Maude" in cui la vecchia Maude, entusiasta per la vita riesce a trasmettere la sua gioia di vivere al giovane Harold che fino a quel momento non ha fatto altro che tentare di porre fine alla sua infelice esistenza.

Harold non cerca affatto di porre fine alla propria “infelice” vita.
Di “infelice” c’è l’ipocrisia che lo attornia tentando di soffocarlo,
la sua famiglia “bene” e il contorno sociale dei “normali”.
Maude è l’unica persona che se ne frega delle apparenze “bene”
ed è giunta a capire che per non fottersi la vita bisogna saper scegliere
di lasciare che i morti seppelliscano i morti. Il fatto che lei decida di porre fine
alla sua di vita penso che sia scelta dell’autore ad evidenziare la necessità
di portare in emersione un altro tabù del’ipocrisia sociale, quello della morte,
precorrendo in un certo senso il Kurosawa di “Sogni”. Nella realtà Maude se coerente
alla libertà avrebbe dovuto rivedere il rapporto con Harold e scoprire che ciò
che tentava di bersi non era sino in fondo reale. Il suicidio di Maude aveva senso
come denuncia di autodeterminazione in una realtà dove tutto è programmato
e istituzionalizzato (ed erano ancora gli anni ’70) e non esattamente una chiave di lettura
idealista sull’autoimmolazione nel pieno della felicita ma come lotta politica abbastanza rumorosa,
e per far rumore doveva morire col sorriso fra le labbra senza lo sviluppo nel decollo di quel rapporto
che era stato un semplice interludio, una ouverture, seppure nell’amore in una realtà aliena.
Se Harold rappresenta l’adolescenza psicologica che prova che tasta il come funzionano le cose per simulazione,
Maude è la maturità realista non può più simulare la propria morte di fronte alle intolleranze, può solo tentare
di strappare via quel velo al simulacro evidenziando nell’unico modo possibile come stanno le cose.
Maude è Harold e per quella realtà, per quel sistema sociale è già morta.
Va da sé che la scelta possibile in quella realtà resti quella di Harold,
un altro tipo di conformismo individualista anticonformista dentro il conformismo.
Ed anche questa mi sembra una fedele fotografia della nostra realtà sociale.
Questa la mia lettura.

Citazione:
E se chiediamo al filosofo?

Se chiediamo al filosofo ci dirà che il concetto di necessità in vita e in morte
l’abbiamo pescato dal capello matto in un momento d’incombente sconforto..
(come ogni altro bel concetto perentorio.. )
“Ti accorgerai com'è facile farsi un inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza”
Sulla morte non saprei che dire.. francamente mi spaventa di più la morte in vita..
è già difficile trovare il senso a quell’ineluttabilità della stupidità che uccide..
di questo mi pre-occupo..
Potrei citare la poesia di Neruda.. ma la ‘conosciamo’ tutti, no?
gyta is offline  
Vecchio 07-03-2013, 16.02.54   #5
Tempo2011
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Riferimento: Novembre: un inno alla vita

Citazione:
gyta

Harold non cerca affatto di porre fine alla propria “infelice” vita.
Di “infelice” c’è l’ipocrisia che lo attornia tentando di soffocarlo,
la sua famiglia “bene” e il contorno sociale dei “normali”.
Maude è l’unica persona che se ne frega delle apparenze “bene”
ed è giunta a capire che per non fottersi la vita bisogna saper scegliere
di lasciare che i morti seppelliscano i morti. Il fatto che lei decida di porre fine
alla sua di vita penso che sia scelta dell’autore ad evidenziare la necessità
di portare in emersione un altro tabù del’ipocrisia sociale, quello della morte,
precorrendo in un certo senso il Kurosawa di “Sogni”. Nella realtà Maude se coerente
alla libertà avrebbe dovuto rivedere il rapporto con Harold e scoprire che ciò
che tentava di bersi non era sino in fondo reale. Il suicidio di Maude aveva senso
come denuncia di autodeterminazione in una realtà dove tutto è programmato
e istituzionalizzato (ed erano ancora gli anni ’70) e non esattamente una chiave di lettura
idealista sull’autoimmolazione nel pieno della felicita ma come lotta politica abbastanza rumorosa,
e per far rumore doveva morire col sorriso fra le labbra senza lo sviluppo nel decollo di quel rapporto
che era stato un semplice interludio, una ouverture, seppure nell’amore in una realtà aliena.
Se Harold rappresenta l’adolescenza psicologica che prova che tasta il come funzionano le cose per simulazione,
Maude è la maturità realista non può più simulare la propria morte di fronte alle intolleranze, può solo tentare
di strappare via quel velo al simulacro evidenziando nell’unico modo possibile come stanno le cose.
Maude è Harold e per quella realtà, per quel sistema sociale è già morta.
Va da sé che la scelta possibile in quella realtà resti quella di Harold,
un altro tipo di conformismo individualista anticonformista dentro il conformismo.
Ed anche questa mi sembra una fedele fotografia della nostra realtà sociale.
Questa la mia lettura.



Se chiediamo al filosofo ci dirà che il concetto di necessità in vita e in morte
l’abbiamo pescato dal capello matto in un momento d’incombente sconforto..
(come ogni altro bel concetto perentorio.. )
“Ti accorgerai com'è facile farsi un inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è adoperare la propria esperienza”
Sulla morte non saprei che dire.. francamente mi spaventa di più la morte in vita..
è già difficile trovare il senso a quella ineluttabilità della stupidità che uccide..
di questo mi preoccupo..
Potrei citare la poesia di Neruda.. ma la ‘conosciamo’ tutti, no?
Come è vero che di tutte le cose ve ne sono tantissime versioni, come quella del thread in questo forum, segnalato qui di seguito.

https://www.riflessioni.it/forum/filo...di-morire.html
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Vecchio 07-03-2013, 19.08.42   #6
maral
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Gyta, quella della scelta della morte come ribellione al conformismo sociale è certo una tua chiave di lettura che non esclude la mia che può benissimo costituirne lo sfondo. Difatti la scelta di Maude è contro il conformismo del rapporto tra vita e morte e lo è proprio in quanto è celebrazione dell'autenticità del senso compiuto di una vita. A settant'anni Maude vede la sua vita pienamente e gioiosamente compiuta (ciò che segue non sarà che un penoso trascinarla) e questo è certamente anticonformista rispetto al modo comune di pensare che vuole che la vita sia indefinitamente prolungabile per una volontà (scientifica, sociale, religiosa) che trascende l'individuo che quella vita esprime e ne fa mezzo di potenza.
Leggo lo stesso atteggiamento in Socrate nell'Apologia di Platone, là dove i discepoli chiedono a Socrate di porsi in salvo dalla condanna a morte contro di lui pronunciata, egli rifiuta e rifiuta perché, come dice, alla sua età vede la sua vita compiuta sotto ogni aspetto.
Non c'è nulla di romanticamente idealista in un simile atteggiamento, ma solo un'intima classica e serena compostezza (ben diversa da quella cristiana della Passione, che esprime solo annientamento, dolore e disperazione per l'abbandono divino) di fronte alla morte intesa come giusto compimento di una perfezione realizzata, giusto limite oltre il quale c'è solo un'illusione di potenza che non potrà che minare questa perfezione compiuta, questo senso pienamente raggiunto del proprio vivere.
Ciao
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Vecchio 08-03-2013, 21.21.34   #7
gyta
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Citazione:
ben diversa da quella cristiana della Passione, che esprime solo annientamento, dolore e disperazione per l'abbandono divino
(Maral)

Stai scherzando?!? La passione di Cristo perseguitato ed ammazzato come un animale al macello
non esprime il suo annientamento tanto meno è realtà in Cristo della disperazione,
neppure rappresenta l’abbandono divino ma purtroppo la realtà del livello di cecità dell’uomo servile
verso le istituzioni, incapace di ribellarsi se non entro quella medesima cecità.
L’uomo cieco crede nella violenza e nella morte e usa entrambe per cercare di cancellare ogni traccia
di ciò che non riesce a comprendere; non ravvisa un Dio se non coincide con un potere esterno
al quale sottomettersi non diversamente dal potere politico di turno.

Gesù non porta avanti la risposta cieca. Gesù capovolge la legge nell’unico modo possibile,
non la “abolisce” la mostra in tutta la sua vera luce, non abbraccia la tradizione la evolve
attraverso l’intelligenza del cuore:
"Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!
(commento)

Ho come l’intuizione che “l’abbandono divino” di cui parli parta da una possibile errata interpretazione
di alcune parole attribuite a Gesù nel momento della sua agonia.
Chi conosce bene l’antico testamento spiega senza ombre che il significato di quel
“dio mio dio perché mi hai abbandonato?” sia l’inizio di una preghiera
(come era usanza citarne l'inizio), un Salmo (22 di Davide):

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!

Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c'è tregua per me.

Eppure tu sei il Santo,
tu siedi in trono fra le lodi d'Israele.

In te confidarono i nostri padri,
confidarono e tu li liberasti;

a te gridarono e furono salvati,
in te confidarono e non rimasero delusi.

Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:

“Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!”.

Sei proprio tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai affidato al seno di mia madre.

Al mio nascere, a te fui consegnato;
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

Non stare lontano da me,
perché l'angoscia è vicina e non c'è chi mi aiuti.

Mi circondano tori numerosi,
mi accerchiano grossi tori di Basan.

Spalancano contro di me le loro fauci:
un leone che sbrana e ruggisce.

Io sono come acqua versata,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si scioglie in mezzo alle mie viscere.

Arido come un coccio è il mio vigore,
la mia lingua si è incollata al palato,
mi deponi su polvere di morte.

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.

Posso contare tutte le mie ossa.
Essi stanno a guardare .e mi osservano:

si dividono le mie vesti
sulla mia tunica gettano la sorte.

Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Libera dalla spada la mia vita,
dalle zampe del cane l'unico mio bene.

Salvami dalle fauci del leone
e dalle corna dei bufali.

Tu mi hai risposto!
Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.

Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d'Israele;

perché egli non ha disprezzato
né disdegnato l'afflizione del povero,
il proprio volto non gli ha nascosto
ma ha ascoltato il suo grido di aiuto.

Da te la mia lode nella grande assemblea;
scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.

I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano;
il vostro cuore viva per sempre!

Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra;
davanti a te si prostreranno
tutte le famiglie dei popoli.

Perché del Signore è il regno:
è lui che domina sui popoli!

A lui solo si prostreranno
quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere;

ma io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;

annunceranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
“Ecco l'opera del Signore!”.



(commento)
http://riforma.net/salmi/turoldo/tur022/index.htm

Citazione:
Non c'è nulla di romanticamente idealista in un simile atteggiamento, ma solo un'intima classica e serena compostezza (ben diversa da quella cristiana della Passione, che esprime solo annientamento, dolore e disperazione per l'abbandono divino) di fronte alla morte intesa come giusto compimento di una perfezione realizzata, giusto limite oltre il quale c'è solo un'illusione di potenza che non potrà che minare questa perfezione compiuta, questo senso pienamente raggiunto del proprio vivere.

Non ho parlato di " romanticismo idealista" ma di "autoimmolazione idealista in un momento di (presunta) felicità".
Se per te o per chi il porre fine alla propria esistenza è atto di felice affermazione di un momento simbolo di compiutezza
ed apice di realizzazione, e sia! Per me cela una scelta che è rinuncia seppure lecita.
Rinuncia magari a ciò che preventivamente intendiamo come semplice declino.
Chi lo fa avrà le sue ragioni.

La scelta di Socrate si basa a mio avviso su ben altro:
è scelta di non rinnegare la verità del suo insegnamento, evidentemente per lui compiuto.
Ma non ha il medesimo valore della dipartita in nome e virtù di una compiutezza del senso della vita,
ma di una scelta obbligata; idem era toccato in sorte a Galileo (e secondo me anche a Cristo) che decise differentemente
di delegare la verità all'intelligenza ed a chi ne avrebbe liberamente fatto uso.
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Vecchio 09-03-2013, 01.37.31   #8
Tempo2011
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Riferimento: Novembre: un inno alla vita

Citazione:
gyta

Non ho parlato di " romanticismo idealista" ma di "autoimmolazione idealista in un momento di (presunta) felicità".
Se per te o per chi il porre fine alla propria esistenza è atto di felice affermazione di un momento simbolo di compiutezza
ed apice di realizzazione, e sia! Per me cela una scelta che è rinuncia seppure lecita.
Rinuncia magari a ciò che preventivamente intendiamo come semplice declino.
Chi lo fa avrà le sue ragioni.

La scelta di Socrate si basa a mio avviso su ben altro:
è scelta di non rinnegare la verità del suo insegnamento, evidentemente per lui compiuto.
Ma non ha il medesimo valore della dipartita in nome e virtù di una compiutezza del senso della vita,
ma di una scelta obbligata.
Condivido il fatto che, principalmente, la scelta di Socrate si basasse sul non rinnegare il proprio insegnamento, e la sua ammirabile e lucida apologia ne è la testimonianza; ma, a mio modo di vedere, quella non fu la sola causa della sua scelta, ma vi era anche il senso della realtà pratica, la dove afferma: dove volete che vada all'età dei miei settanta anni? (cito a memoria). In effetti, in questo argomento non si può stabilire una linea paritaria per tutti e per tutte le situazioni e, naturalmente, quando avviene è sempre una rinuncia della vita; ma, secondo me, per fare ciò, prima è necessario che si sia spento l'interruttore del flusso di energia, per portare alla condivisione e, a quanto sembra, non è stato né il caso di Socrate né di Gesù, morti per volontà di altri.
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Vecchio 09-03-2013, 13.53.54   #9
ulysse
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Citazione:
Originalmente inviato da Tempo2011
Condivido il fatto che, principalmente, la scelta di Socrate si basasse sul non rinnegare il proprio insegnamento, e la sua ammirabile e lucida apologia ne è la testimonianza; ma, a mio modo di vedere, quella non fu la sola causa della sua scelta, ma vi era anche il senso della realtà pratica, la dove afferma: dove volete che vada all'età dei miei settanta anni? (cito a memoria).
In verità vi dico...non ho mai capito per quale orrenda colpa Socrate fosse incorso nella condanna: dicono che corrompesse i giovani (!?)...ma forse vi erano anche ragioni politiche e di invidia e malanimo dei contemporanei ...ecc...

Oggi il rifiuto della salvezza da parte di Socrate stupisce in parte ed è esaltata dalla filosofia come l'affermazaione du un uomo che non voleva contraddire nei fatti quella che era la sua filosofia, il suo insegnamento: mi pare comunque sia stata questione soltanto umana...pur se ha avuto una sua rilevanza e profonda influenza nella nostra cultura.
Citazione:
In effetti, in questo argomento non si può stabilire una linea paritaria per tutti e per tutte le situazioni e, naturalmente, quando avviene è sempre una rinuncia della vita; ma, secondo me, per fare ciò, prima è necessario che si sia spento l'interruttore del flusso di energia, per portare alla condivisione e, a quanto sembra, non è stato né il caso di Socrate né di Gesù, morti per volontà di altri.
Ma mi pare, infatti, che la differenza fra i due eventi sia forte e non paragonabile, per lo meno se vogliamo dar retta alle scritture.

Per Socrate fu una sua scelta umana ...se voleva poteva sfuggire alla cicuta!
Gesù era invece lo strumento di una rappresentazione universale, di un disegno divino che doveva intervenire su tutti gli uomini.

Era scritto che Gesù dovesse morire in sofferenza per riscattare le colpe degli uomini...e questo fu il fatto fondante su cui la religione cristiana basa le sue origini e la sua predicazione.

Infatti il simbolo della religione e proprio la croce e, pur se molto altro contribuisce alla sua diffusione, se l'evento "supplizio e morte sulla croce" col sucessivo prodigio della resurrezione, fosse mancato e non avese colpito e non colpisse la pietà, la compassione e la fantasia dei credenti, oggi nulla esisterebbe di cristiano e Gesù sarebbe dimenticato.
Al massimo resterebe solo come uno dei tanti profeti della religione ebraica.

Secondo la predicazione non saremmo nemmeno purificati dal peccato originale...per lo meno questo è ciò che i credenti credono e probabilmete questo è per loro di grande conforto...anche se non sempre la credenza trova una veridica corrispondenza storica.

Gli eventi del passato, che siano veridici e solo creduti tali, assumono valore e risonanza soprattuttto per le conseguenze più o meno rilevanti, che imprimono all'evolvere della storia successiva degli uomini fino ai nostri giorni.
Mi pare, in sostanza, che l'evento "Cristo" rispetto all'evento "Socrate" sia assolutamente prevalente e, come dicevo, non confrontabile.
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Vecchio 09-03-2013, 13.58.55   #10
Giorgiosan
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Riferimento: Novembre: un inno alla vita

Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
Non è il tempo dei morti ma della vita,

Non ho notizie di Emmeci, supporre che sia morto, data la venerabile età, è verosimile. Il Decano del forum ha incontrato il suo assoluto questa convinzione mi riempie di serenità e di contentezza per il nostro Emmeci.
Non è il tempo dei morti è il tempo della vita.
Novembre è il crepuscolo della vitalità della natura ma Emmeci lo ha visto come un inno alla vita.
La natura a novembre, alle nostre latitudini, produce dei frutti, del tutto particolari, altro da quelli estivi ma non meno apprezzabili.
Ed anche l'esistenza umana né produce, dai colori meno vistosi di quelli dell'esubaranza giovanile, ma molto apprezzabili.
Per chi non ha trovato alcunché in questa esistenza, c'è solo un deserto desolato dove vivono e prosperano solo pensieri inefficaci, nostalgia, rimpianti, decadenza, filosofie del nulla.
Emmeci aveva sempre una positività, declinata a suo modo come deve essere per chi pensa con la propia testa.
Colto e umano, in ascolto degli altri e non ansioso di mostrare la sua cultura, come spesso succede a chi incamera nozioni frettolosamente googlate e che espone sperando di darla a bere ... e che cultura non è, solo giovanile bluff

Un brindisi filosofico e virtuale a Emmeci.

P.S. Sono contento che Emmeci sia ancora fra noi ed io che avevo già scritto il coccodrillo Il brindisi è ugualmente valido.

Ultima modifica di Giorgiosan : 09-03-2013 alle ore 14.38.41.
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