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Vecchio 21-08-2013, 19.00.00   #11
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Data registrazione: 31-07-2013
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Riferimento: Etica senza frontiere

Come è già stato detto, è difficile immaginare un'etica universale quando ogni uomo è frutto del proprio ambiente e dei propri geni, frutto anch'essi, seppur in modo indiretto, dell'ambiente passato.
Ogni cultura ha i propri valori di riferimento, motivo per cui non si può convincere il cannibale a mangiarci, a meno che non si faccia leva su altri valori della sua cultura oppure su quei meccanismi evolutivi che ci accomunano come specie e di cui si è parlato. Io comunque non considererei, ad esempio, l'istinto di sopravvivenza come un valore, una morale universale.
Anche l'empatia (come mostra l'esperimento del bambino) è fondamentale dal punto di vista evoluzionistico, perché l'unico modo di sopravvivere a stretto contatto con gli altri e con l'aumento della densità demografica, è la collaborazione.
E' un qualcosa che serve a preservare la specie, motivo per cui, ad esempio, è assurdo parlare di diritti se c'è di mezzo la vita stessa, come se ogni fenomeno/meccanismo dovesse essere scritto su carta per concretizzarsi ai nostri occhi di uomini civilizzati.
Riguardo per l'appunto ai diritti, l'ho sempre visti come una formalità che non trova spazio alla realtà dei fatti, esattamente come l'uguaglianza fra gli uomini e le pari opportunità. Purtroppo quello che descrivono le costituzioni sono un'utopia e non la realtà dei fatti. Tutto quel che si può fare è prendere quest'utopia come punto di riferimento e tendere verso di essa.

Chiusa questa parentesi, credo che tutto sommato esista un linguaggio che possa essere definito "universale" e che possa mettere d'accordo addirittura due contesti culturali completamente opposti, con tutto quel che ne consegue.
Facendo un ragionamento al ritroso, infatti, per quale motivo abbiamo bisogno di un'etica? Per distinguere il bene dal male? Cerchiamo però di ragionare nel modo più oggettivo possibile, distaccandoci un po' da quella fastidiosa dualità occidentale di bianco/nero che non ha nulla a che fare con le infinite tonalità di grigio che tappezzano il mondo. Non c'è un bene e non c'è un male, ci sono soltanto uomini, ognuno con le proprie esigenze, i propri obiettivi ed il loro personale modo di conseguirli. Non credo che questa mia osservazione possa essere riportata ad una morale o una particolare cultura, perché mi sono semplicemente limitato a descrivere l'ambiente che mi circonda. Sono imparziale quando dico che non esistono uomini buoni e uomini malvagi, ma soltanto uomini.
Alla luce di questo, cosa vuol dire distinguere il giusto dal sbagliato, che è il fine di ogni principio morale?
Se mi è permesso fare un esempio religioso, la religione musulmana vieta l'assunzione di carne suina, ma come detto in precedenza l'etica deriva dal contesto culturale e quest'ultimo deriva a sua volta da quello ambientale. Nella particolare zona geografica in cui ha avuto origine l'Islam si raggiungevano/raggiungono temperature molto alte e non serve essere un medico per capire che mangiare carne di maiale a quaranta gradi sotto il sole non è la cosa più intelligente da fare, e bisogna considerare che stiamo parlando di epoche in cui la medicina non poteva fare molto al riguardo.
Oggi sicuramente non è letale mangiare della carne di maiale in Medio Oriente, ma il principio morale è rimasto.
Se il cannibale si ciba di carne umana è perché molto probabilmente è in quel modo che la sua gente riesce a sopravvivere o che i suoi antenati sono sopravvissuti, trasmettendogli quel valore. Oppure può essere l'unico disperato sistema di difesa che conosce per placare l'ira degli dei ed impedire al vulcano della sua isola di sommergere il suo villaggio con le ceneri vulcaniche.
Quel che voglio far notare è che al di la della cultura e di ogni sfaccettatura sociale che si può trovare in giro per il mondo, ogni cosa ha fortissime radici nell'ambiente, che seppur mutabile e vario (motivo stesso della variabilità culturale) è comunque oggettivo e misurabile in modo oggettivo.
Ed è proprio con la scienza e le misurazioni scientifiche che secondo me è possibile unire ogni cultura, ogni persona sotto lo stesso linguaggio.
Il cannibale non capirà mai che non deve mangiarti se proverai a confonderlo con discorsi del tipo "E' sbagliato mangiare le altre persone, è un peccato, è immorale". Retorica. Nient'altro che retorica.
Ma se sarai in grado di far capire al cannibale che mangiandoti rischia di danneggiare seriamente il suo organismo (ovviamente sto correndo con la fantasia), tutto cambia. Come fai a dimostrarglielo? In modo scientifico.
Il linguaggio scientifico non ha peli sulla lingua, non è soggetto ad interpretazione ed è davvero universale. Se dico che ho bisogno di un asse di legno di quattro metri, non c'è cultura che tenga: quattro metri sono quattro metri. Magari bisognerà fare qualche conversione del sistema di misura, ma alla fine saranno esattamente quattro metri, senza che nessuno possa dire "Secondo me intendeva questa lunghezza piuttosto che questa".

Quindi, concludo la mia riflessione dicendo che unire l'umanità dal punto di vista etico è possibile se e soltanto se è possibile unirla dal punto di vista ambientale. Se infatti discendessimo dal popolo musulmano e dagli aridi deserti del Medio Oriente, nessuno mangerebbe carne di maiale.
Livellando l'ambiente è impossibile imporre una cultura predominante, bello o brutto che sia. Un esempio di questo livellamento sono le zone urbane. Abitare a Madrid non è poi così diverso dall'abitare a New York o a Los Angeles o a Parigi. In ogni caso le persone hanno disponibilità ai servizi sanitari, scolastici, hanno una connessione internet, una casa col climatizzatore, uno scaffale per i libri, un bagno provvisto di doccia, un'automobile, un lavoro e tutto quel che vi viene in mente.
E' uno stile di vita che si sta affermando in ogni parte del mondo e bisogna fare attenzione al modo in cui si presenta il fenomeno:

Non è la cultura dell'Occidente a portare le nazioni a costruire grandi metropoli di stampo consumistico e capitalistico. Sono le metropoli a portare la cultura occidentale nelle capitali. Questo perché è risaputo, facilmente intuibile e dimostrabile statisticamente e scientificamente che in un'area urbana con una determinata rete di servizi e gestione economica, aumentano la qualità della vita e la produttività.
Il che porta poi le persone ad adattare lo stile di vita americano, perché si ritrovano a vivere in un ambiente simile.
Termino con un esempio molto attuale: l'incredibile diffusione dei mezzi di comunicazione digitali sta portando alla diffusione dell'open source, il file sharing e del livellamento sociale (in senso buono).
Infatti un ragazzino che passa gran parte del tempo sui social network a contatto con centinaia di persone di tutte le etnie, difficilmente si sentirà spaventato/intimorito da un musulmano o da una persona di colore.
L'open source ed il file sharing hanno poi come principio di riferimento la proprietà comune e la libera condivisione incondizionata, senza incentivo monetario. E' una cultura emergente molto pericolosa, visto che è tutto l'opposto del capitalismo e non a caso si parla tanto di pirateria informatica e violazione dei diritti d'autore come se stessimo parlando di serial killer in libera circolazione.
Siccome sempre più servizi e prodotti si stanno digitalizzando (pensate alle stampante 3D) prevedo che prima o poi si assisterà ad un vero e proprio scontro fra questa cultura e quella capitalistica. La tecnologia favorisce decisamente la prima, quindi potremmo assistere al tanto profetizzato (e desiderato) crollo del mondo capitalistico a favore di un comunismo tecnologico. Questo per dire che oggi l'ambiente non è costituito soltanto da deserti e colline, ma dalla tecnologia stessa e la sua interazione con l'uomo.
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Vecchio 22-08-2013, 06.56.41   #12
tiziano
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dunque?

Ho letto i vostri interventi, che mi rincuorano, poiché mi pare che le vostre idee siano confuse quanto le mie. Come si dice: mal comune è mezzo gaudio.
Comunque posso dire che Duc in altum non pare confuso, beato lui, dato che ritiene che la morale abbia origine non umana; siccome io sono umano non so che dire, mi limito ad attendere la rivelazione o la "formula che mondi possa aprirti", alla Montale.
Le altre informazioni che ho ricavato sono:
1. alla fin fine una evoluzione morale c'è, come sotiene Ulysse, e si sostanzia nella legge, in una dialettica morale-legge-morale
2. d'altronde, come sostiene Parva, non può che essere così: è nella legge che si cristallizza l'etica
3. Paul11:ma se vogliamo rintracciare le fondamenta morali dell'essere umano occorre indagare nella cellula sociale (la famiglia, il clan, l'orda?), nel piccolo gruppo (anche una gang ha una morale), dove sussiste la mutualità
4. Live invece pensa che un'etica universale possa basarsi sul linguaggio scientifico, quindi la ritiene possibile ma non sentimentale
5. Erri813 introduce il concetto di win win, che trovo molto stimolante.

Non so se ho ben estrapolato le idee giuste e vi sono stato fedele, perché dovreste ammettere - se rileggete quanto avete scritto - di essere stati un po' ondivaghi; ma mi rendo conto che è difficile non allargare la riflessione alla nostra esperienza di esseri umani nel mondo, un mondo che non ci piace molto, di cui temiamo l'ingiusto disordine ma paventiamo un ordine dispotico (il formicaio di cui parla Paul11).

Intanto però vorrei osservare che del mondo abbiamo una visione un po' troppo negativa. Io credo che sia colpa dei mass media, che ne danno una versione perversa. Se ci fidiamo di loro crediamo che l'umanità sia intenta a uccidere, rubare, imbrogliare, ecc. ecc. Ma non è così. Ad esempio: se oggi il giornale titola "Figlio uccide la madre", dovrebbe aggiungere "tutti gli altri figli invece no". Perché in realtrà non viviamo in modo più tranquillo e "buono" di quanto sembri. Se ci riflettete un momento vedrete l'evidenza della nostra vita che quotidianamente si basa sui principi etici della veracità e della confidenza; ovvero: io mi fido, fino a prova contraria, delle persone; solo che lo dò per scontato, mentre rimango colpito dagli esempi contrari. Insomma: sono d'accordo con Ulysse che la condizione morale dell'umanità sia migliorata, col tempo e con le trasformazionio storiche.
Il problema è che questa semplice positiva morale non sembra funzionare quando si esce dal gruppo, quando altri "noi" entrano in competizione.
Ecco allora ritornare lo stimolo di Erri813: perché la competizione e non la cooperazione? La competizione è un gioco a somma 0: uno vince, uno perde; nella cooperazione vincono tutti o perdono tutti. In fondo l'aveva ben detto Leopardi in "La ginestra": nella disperazione della vita l'unica cosa che possiamo dobbiamo fare è unirci in "solidal catena".

Ho un po' divagato, perdonatemi; nel prossimo intervento cercherò di essere più puntuale.
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Vecchio 23-08-2013, 03.16.49   #13
gyta
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Riferimento: Etica senza frontiere

La società umana così come la cultura umana non è che il risultato della somma dei singoli individui che aggregati la compongono. La cultura non è di stato né sociale ma la risposta individuale che ogni uomo dà agli eventi in riferimento alla sua esistenza. Le domande nascono assieme all’uomo nel suo cuore, nell’intelligenza della mente profonda. Nell’ambiente avrà possibilità di una gamma pressoché infinita di indizi differenti e contrastanti. Sarà la fame di quell’intelligenza, del suo cuore a fornirgli quella volontà capace di valutare per davvero nel profondo quegli indizi differenti che le esperienze altrui sembrano suggerirgli, sino a giungere al toccare con la propria personale esperienza più profonda quelle domande che lo abitano nell’intimo, che spingono ad una reale e personale risposta. La sua luce, la sua cultura, sarà la somma di ogni chiarezza reale e di ogni ombra desiderata nel suo cuore. L’etica non è che l’attività di questa chiarezza negli eventi, di questa luce nel cuore, dell’intelligenza profonda della mente, di quanto sia o meno emersa quella fame di comprensione verso quella spinta individuale a quelle domande che animano nel profondo, l’anima, la mente umana. Non ci sono differenti etiche umane, ci sono differenti esperienze umane, ci sono differenti prospettive considerate ma la luce che illumina l’intelletto possiede la medesima qualità variando unicamente per intensità e campo di azione, non conosce confini di stato o di stati mentali che la medesima mente ( intesa come memoria concettuale) non desideri accogliere.

Personalmente penso che sino a quando cercheremo le risposte fuori di noi, nelle esperienze altrui -siano queste il concetto di occidente, oriente, capitalismo, inequità dominanti, equità augurabili o constatate - contribuiremo a portare luce di intelletto là dove non ha potere alcuno -illuminando in tal caso la memoria concettuale dell’ambiente come in simulazione esperienziale- delegando all’azione politica o sociale ciò che è relativo frutto di una reale chiarezza individuale capace di imporsi senza delega alcuna.

Questa responsabilità individuale, questa luce individuale dell’intelletto che porta luce nella propria diretta reale esperienza degli eventi, differente dal cieco individualismo sarà allora in grado di comporre quella cultura umana sociale illuminata, che tanto ci pare in funzione della memoria concettuale dell’ambiente a noi esterno.

Il ‘conosci te stesso’ o illumina te stesso nonostante trovi ipotetica infinta eco nell’etere universale
risuona probabilmente inascoltato come radiazione di fondo perduta nello spazio o come assuefazione acustica al frastuono nelle città.
Se prestiamo orecchie forse siamo ancora in grado di sentire quell’unica risposta chiara provenire dal nostro intimo
che da sempre ci avverte che non è affatto vero che noi non siamo, che non possiamo.


Non ci sono geni, non c’è ereditarietà, non c’è ambiente che possa dispensarci dal fiato individuale,
da ciò che ci anima, dalla luce dell’intelligenza profonda del nostro intelletto.

Citazione:
a che serve un’etica dei diritti se non viene applicata?

A che serve un pozzo di acqua pura se nessuno vi attinge?
Solo a chi sa della sua esistenza e vi attinge personalmente.

Ognuno di noi possiede quel pozzo, la sua acqua è la luce della reale consapevolezza
che sgorga inesauribile per chiunque la riconosca come tale.

Citazione:
Rifiutando l’etica razionalistica, deduttiva o induttiva che sia, devo ovviamente scegliere un’etica naturale. [..]

Credo insomma – sulla base di ricerche etologiche e psicologiche - che ci sia un sostrato morale proprio dell’umanità. [..]

Quindi– in breve – la grammatica morale universale si baserebbe su simpatia e altruismo, su cui poi si costruiscono comportamenti più complessi. Questo mi fa supporre che dunque, attraverso il dialogo e l’argomentazione, possa darsi la possibilità di un accordo tra individui appartenenti ad etnie diverse, se lo vogliono.

Quindi, in breve, non stai riferendoti a null’altro che non sia la luce dell’intelligenza profonda della mente umana,
la medesima che strada facendo relativizza e pluralizza nel tentativo taciuto sotterraneo di giungere infine
a quella visione profonda dove in realtà i bisogni fondamentali dell’anima e del corpo umani sono identici per ogni individuo,
non privato dei suoi costrutti intellettuali [tradizioni, storia, usanze etc] ma letto [chiarificato] attraverso questi.

Citazione:
Il problema è che il mondo ora più che mai va verso l’imprescindibile esigenza di edificare una giustizia senza frontiere, dunque ha bisogno di un’etica senza frontiere.

Non possiamo limitarci a prendere atto dell’occidentalizzazione come di un deprecabile evento provocato dal trionfo del capitalismo alleato con la tecnologia.

No, non potremmo limitarci, se il prendere atto è realmente consapevole.

Se la coscienza è autentica però da considerazione politica cresce la messa in gioco individuale,
secondo capacità e forze nel porre luce in seno al proprio percorso (maturità esperienziale).

Se ciascuno in tale modo realizza ciò che è in suo potere, la mutazione giunge ad avere presto peso evidente.
Ma non si può pretendere di boicottare il superfluo se di noi stessi ancora non abbiamo realizzato nulla di realmente autentico.
Ecco allora che l’etica si identifica eccome con la luce dell’intelligenza profonda portata o meno in emersione nella nostra vita più intima.

Citazione:
Il giudizio storico, politico e morale sull’Occidente dovrebbe essere più complesso, perché se è vero che si è imposto al mondo conquistando, sterminando, conculcando diritti e producendo ingiustizia, è altrettanto vero che è proprio l’Occidente ad aver partorito una cultura morale e giuridica che aspira all’universalità, anche contro se stesso.

C’è veramente un’etica occidentale che può aspirare all’universalità, oppure tale aspirazione è mera retorica?

E’ logico che se nel trarre conclusioni limitiamo il campo di visione al presente
risulta evidente che una reale consapevolezza di etica e giustizia risieda ancora lontana dai percorsi politico-economici attuati,
dove non possiamo che cogliere l’eco di una cieca retorica,
eco di una luce (dell’intelletto) usata per procura.

Citazione:
(“la grammatica morale universale si baserebbe su simpatia e altruismo, su cui poi si costruiscono comportamenti più complessi”)

..e se al pari di queste si manifestano anche i suoi contrari,antipatia ed egoismo?..in fondo non sono anche queste manifestazioni universali ed innate?

Direi, comportamenti “più complessi” a condizione però della possibile negazione dei primari.

Citazione:
in una società mentalista dove istinto e sentimenti sono staccati dalla ragione, l'umanità può essere solo ingiusta perchè totalmente insensibile

Quasi corretto, poiché in tal caso (e ne convengo) non si può a pieno titolo parlare di ragione
ma di funzione/funzionalità solitamente attributo di oggetti e per definizione parziale.

Citazione:
L’etica non può bastare da sola a meno che si è numericamente in una tribù dove tutti sanno tutto di tutti: cioè esitse il controllo sociale che diventa il deterrente all’anomalia comportamentale dai vincoli etici.

L’etica può bastare 'da sola' se è tale ovvero reale consapevolezza di un’intelligenza profonda
dove il deterrente non ha alcuna funzione di essere.

Citazione:
L’etica è finita nel ripostiglio, in soffitta o in cantina perché al suo posto sono entrati i diritto e le leggi.

Diciamo che (l’etica) ha preso la via più lunga [quella del diritto esplicitato e verbalizzato e delle leggi]..
forse l’unica via capace di coniugare la teoria [frutto di esperienza] coi tempi della maturità [esperienziale].

Citazione:
Certo che le leggi estese sono ancora largamente imperfette...ma esse saranno sempre più giuste se promulgate da cittadini civili, giusti e consapevoli...e viceversa.
La libertà, la giustizia, la civiltà sono sempre una dura continua conquista...
In sintesi.
gyta is offline  
Vecchio 27-08-2013, 16.59.53   #14
maral
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Riferimento: Etica senza frontiere

Questa riflessione verte sul complesso e sempre più sentito problema nel mondo attuale della necessaria possibilità di un'etica globale che sappia sviluppare la convivenza non distruttiva e autodistruttiva delle diversità culturali umane. Il problema morale che stiamo affrontando è quindi visto in questo contesto come gestione del rapporto tra l'io e l'altro, immensamente complicato dal fatto che non si tratta di un rapporto a 2, tutto sommato gestibile (magari per via simpatica o empatica secondo regole di buona vicinanza e condivisione), ma di rapporti multipli declinati da pluralità soggettive con tanti e diversi noi e tanti e diversi voi. Resta comunque da chiedersi se effettivamente l'etica sia effettivamente solo questione sociale, ma è certamente meglio mantenerci in tale ambito di lettura.
La problematica, come tutte le problematiche più interessanti, ha una sua contraddizione interna: se l'etica, come è stato detto, è il prodotto della cultura sociale in cui si nasce e si cresce come sarà possibile nel concreto trovare questo sentimento morale comune? Su quali basi culturali o biologiche? Davvero sentiamo la nostra comune discendenza dall'Eva mitocondriale africana? O forse è nella biologia che dobbiamo cercare il senso morale e ancor prima nella fisica, nella sua pretesa di oggettiva verità universale fingendo di dimenticarci che pure la scienza è un prodotto culturale e precisamente proprio della nostra cultura occidentale, non della loro cultura animista, mitica e via dicendo, da noi superata alla grande?

Quando nella precedente discussione (grazie Tiziano per averla ripresa) mi mostravo critico verso il pensiero unico dell'Occidente, identificavo l'Occidente (la cultura dell'Occidente greco-cristiano e poi scientifico e tecnico-economico) proprio in questa pretesa universalistica di salvare e convertire il mondo sulla base di una verità sottratta per sempre all'ambiguità del mito e dell'opinione soggettiva (che peraltro trionfa sempre e comunque). Il pensiero dell'Occidente è un pensiero con vocazione missionaria, votato al bene al punto di bruciare i miscredenti per salvarne l'anima, di promulgare i diritti universali mentre riprende con il massimo impegno la tratta di milioni di schiavi destinati al paese che scrive quei diritti nella costituzione, di promettere un paradiso tecnologico per il quale i diritti degli ultimi (donne e bambini compresi) sono meno rispettati che in un villaggio neolitico (almeno se consideriamo i pochi villaggi neolitici ancora nascosti in qualche landa remota prima di venire eliminati dalle malattie, dall'alcol, dalle multinazionali del settore alimentare) e la schiavitù volontaria è un dovere imprescindibile per quella razionalità economica che non può che costruire inferni contrabbandandoli per paradisi in cui è doveroso credere, perché appunto razionali.
Ma non è qui il caso di riprendere la polemica, è solo che ogni tanto, nonostante tutti i meriti indubbi della nostra cultura dovremmo saperne leggere anche i demeriti per comprenderli insieme agli altrui demeriti.

Si è detto che la soluzione potrebbe essere quella del cooperare (vincere insieme), anziché competere. E' giustissimo, peccato che in genere si coopera solo per meglio sfruttare e anche questo è certamente razionale, ormai il dogma di fede è l'egoismo originario dell'individuo umano.
Io proporrei allora un'altra ricetta: forse la soluzione per riuscire a convivere è mettersi ad ascoltare le verità degli altri, anche quelle che, alla luce della nostra verità universale, più ci sembrano assurde, capire finalmente le altrui ragioni. L'arte dell'ascolto come tecnica etica, magari lasciando parlare chi più a lungo ha dovuto tacere. Forse nell'ascolto del taciuto un comune denominatore lo troviamo e forse anche il cannibale che ci vuole mangiare, se gli chiediamo di raccontarci prima dettagliatamente i suoi perché, rimanderà almeno per un po' il suo malvagio intento .
Ascoltare insieme l'altro anziché convertirlo (ad amorevoli dei o a incontrovertibili lumi universali che spalancano l'immancabile work in progress dell'umanità tutta per il quale val sempre bene la pena di qualsiasi mattanza), non sarebbe una gran bella idea?

Certo che il Serpente riuscì a fregarli bene i nostri progenitori quando promise loro la conoscenza sicura del bene e del male in cambio di un morso a una mela
maral is offline  
Vecchio 28-08-2013, 16.33.57   #15
paul11
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Riferimento: Etica senza frontiere

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Questa riflessione verte sul complesso e sempre più sentito problema nel mondo attuale della necessaria possibilità di un'etica globale che sappia sviluppare la convivenza non distruttiva e autodistruttiva delle diversità culturali umane. ...

Ciao Maral,
mi trovo abbastanza d'accordo sulla prima parte del tuo post.
Il problema è ciò che proponi; piacerebbe anche a me che le cose funzionassero come probabilmente aspiri, ma temo che il pragmatismo imponga un'etica molto "realistica", eonomicamente sottintendendo, cioè un utilitarismo legato alla convenienza fra le parti contraenti. Purtroppo l'etica è diventata anche come teoria da più di un secolo a questa parte molto legata all'economia e nno ne prescinde perchè il positivismo scientifico nega coscienze o quant'altro e quindo avvalora "il fare" per semplice utilità materiale.
Ma la catena utilitaristica, non coinvolge solo le parti contraenti , scatena e scarica le sue "convenienze" su terze persone o altre problematiche: questo è il vero problema teorico dell'utilitarismo.
Ad esempio le multinazionali che si riempiono la bocca di "mission" e codici etici interni rendono conveniente un prezzo finale di mercato e quindi anche al consumatore , ma il terzo che paga e che non è contraente è il coltivatore tropicale e/o l'ambiente delle metropoli asiatiche, ad esempio.
Si tramuta in migrazione dall'Africa ai luoghi geografici più convenienti e l'inquinamento altera gli equilibri dell'atmosfera sia come protezione per l'esterno del pianeta ,sia metereologicamente. Ciò che quindi conviene a due parti in realtà ritorna come costo sociale a tutta la comunità.
Il famoso effetto farfalla aumenterà al crescere e al contatto di culture diverse, con l'estensione della globalizzazione.
Quindi l'etica quanto meno dovrebbe rientrare in un discorso di conseguenze, di effetti "collaterali" al principio dell'utilità per la salvaguardia dell'intera comunità umana del pianeta.

Una eticità internazionale vorrebbe dire, dare dei requisiti minimi ai diritti civiili e sociali e assoggettarsi a trattati sulle compatibilità ambientali e le spinte demografiche.Purtroppo temo che l'etica se non è operativamente diritto internazionale e trattati contrattuali .

E' urgente che a livello globale si superi il semplice do ut des e si arrivi a definire ciò che è almeno compatibile direi minimamente per poi proseguire sulla strada di una cooperazione seria , culturalmente, economicamente ,socialmente.
paul11 is offline  
Vecchio 28-08-2013, 17.50.20   #16
donquixote
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Riferimento: Etica senza frontiere

Citazione:
Originalmente inviato da gyta
La società umana così come la cultura umana non è che il risultato della somma dei singoli individui che aggregati la compongono. La cultura non è di stato né sociale ma la risposta individuale che ogni uomo dà agli eventi in riferimento alla sua esistenza. Le domande nascono assieme all’uomo nel suo cuore, nell’intelligenza della mente profonda.

Mi sembra una visione molto moderna, direi contemporanea, della cultura e che si adatta bene all'occidente moderno, illuminista, sentimentalista e individualista, di conseguenza una visione molto riduttiva. Nessuna cultura al di fuori di questo nostro mondo è mai stata concepita in questa maniera, poichè di cultura si parla solitamente con riferimento ad un determinato gruppo sociale, e non ad un individuo. Gli studi di antropologia del secolo scorso lo testimoniano ampiamente. Solo qui si può parlare di cultura individuale un po' perchè già dai tempi dei greci e dei romani questa era definita in maniera assai aristocratica (significativa la differenza fra paidèia e banausìa in uso fra i greci), e poi perchè in un mondo fondamentalmente individualista ove il concetto di società è sempre stato molto labile (fra annessione di popolazioni diverse con gli imperi, invasioni barbariche e tratta degli schiavi il melting pot è qui da noi realtà da duemila anni) non si può che compiere una operazione del genere, a maggior ragione da quando ad ognuno è concessa la possibilità di avere una propria visione del mondo e tentare di perseguirla (a discapito ovviamente di tutte le altre visioni del mondo in contrasto con la sua). Una società o una comunità umana è un gruppo di persone che condividono usi, costumi, tradizioni, abitudini, in pratica che condividono la medesima cultura ovvero la medesima visione del mondo di cui usi costumi eccetera non sono che manifestazioni più o meno superficiali. Un aggregato di persone in cui ognuno pensa il mondo in modo diverso da tutti gli altri è solo una "massa", e non una società, e la massa è solo un insieme eterogeneo definito su basi quantitative, mentre una società, una comunità, una "cultura", è definita innanzitutto su basi qualitative.
donquixote is offline  
Vecchio 28-08-2013, 19.26.20   #17
tiziano
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il cannibale, ancora?!

Maral: Io proporrei allora un'altra ricetta: forse la soluzione per riuscire a convivere è mettersi ad ascoltare le verità degli altri, anche quelle che, alla luce della nostra verità universale, più ci sembrano assurde, capire finalmente le altrui ragioni. L'arte dell'ascolto come tecnica etica, magari lasciando parlare chi più a lungo ha dovuto tacere. Forse nell'ascolto del taciuto un comune denominatore lo troviamo e forse anche il cannibale che ci vuole mangiare, se gli chiediamo di raccontarci prima dettagliatamente i suoi perché, rimanderà almeno per un po' il suo malvagio

2 note in margine: 1. Leggendoti m’è venuta in mente la suggestiva scena dell’incontro nella grotta alpina tra Frankestein e la sua creatura, che nella penombra inizia a parlargli dicendo: “Ascolta la mia storia…”; 2. Il cannibale non è malvagio, fa ciò che ritiene giusto, nella sua cultura, per la sua storia. Infatti il problema è riuscire a superare il mio e il suo punto di vista, insieme.
Comunque ho continuato a riflettere sul cannibale, perché è ovvio che se non ci intendiamo io e lui, non posso proprio pensare di trovare una morale universale (a proposito, mi sono reso conto d’essere stato confuso, quindi mi correggo e propongo: “etica” è la riflessione filosofica sulla “morale”, che è un sistema di credenze che guidano il comportamento umano), tanto meno dunque procedere a parlare di giustizia e diritti dei popoli e dell’umanità. Riflettendo mi sono reso conto che devo cambiare prospettiva, ovvero non cercare una originaria morale universale bensì progettarla per il futuro. Ecco qua.
Problema: un cannibale mi ha catturato e vuole uccidermi per cibarsi di me. La cosa non mi va, come posso convincerlo a non farlo? Se ci fosse una morale universale che prevede la norma “ama il prossimo tuo come te stesso” il problema non si porrebbe, ma o non esiste una morale universale che la preveda, bensì differenti morali di differenti gruppi etnici, o il mio cannibale non ne è al corrente. Allora che faccio? Ci provo. Notare che la decisione di provarci è importante, è già un’acquisizione morale. Non ci proverei con un leone, perché apparteniamo a specie diverse, non possiamo minimamente comunicare; lui è il predatore, io la preda, punto e basta. Invece credo che con il cannibale esista, per quanto remota e complicata, la possibilità di comunicare e dunque di intenderci, perché siamo entrambi esseri umani, entrambi appartenenti alla specie homo sapiens sapiens. Pur con abissali differenze culturali e linguistiche possiamo comprenderci con segnali atavici comuni: gesti ed espressioni del volto, atteggiamenti mimetici, esclamazioni, pianto, riso, ecc.. Tradotto: credo che esista e sussista un’arcaica conoscenza inespressa, in parte preculturale e in parte culturale (della cultura del branco che fummo). Ad essa devo riferirmi.
C’è tuttavia un ostacolo (o meglio ci sarebbe se fossi Maral): se io sono un relativista culturale, rispettoso delle culture altre, non un colonizzatore culturale come Robinson nei confronti di Venerdì, che devo fare? Se fossi un relativista assoluto non solo dovrei accettare di essere mangiato ma dovrei perfino, paradossalmente, condividere il fatto che mi mangi, in virtù del riconoscimento del valore delle credenze del cannibale. Ma qui credo di dovermi appellare alla forza dell’istinto che mette in mora la ragione: io voglio vivere, anche a dispetto del mio relativismo. D’altronde ogni morale deve fondarsi su questa irriducibile volontà di vivere, che ho io e che avrebbe anche il cannibale fosse al mio posto. Ecco che comprendo la questione essenziale: non esiste una morale universale, però io e il cannibale insieme possiamo costruirla, se condivideremo lo stesso giudizio sul valore della vita umana, se insieme ammettiamo che ogni essere umano ha il diritto di vivere (rimando a dopo la discussione sul controverso concetto di “diritto”). Ora mi chiedo: quale strategia devo adottare per convincere il cannibale a lasciarmi vivere: devo appellarmi al sentimento, alla simpatia, alla pietà, alla misericordia, oppure ragionare? Nel primo caso dovrò esibirmi in una pantomima, assumere atteggiamenti fanciulleschi (poiché so che i mammiferi amano i cuccioli), avere uno sguardo tenero, insomma provare a farmi riconoscere come un suo simile, uno che in qualche modo possa entrare nel suo gruppo, nel suo “noi”. Se lo muovo a compassione abbiamo costruito il legame etico. Nel secondo caso di che dovrò ragionare, e come? E’ inutile ricorrerre all’astrazione perché il cannibale non astrae, credo perciò che sarebbe meglio una narrazione (“Ascolta la mia storia”), presentare un caso in cui salvare una vita è bene o eliminarla è male (che so, la favola esopea del lupo e l’agnello; en passant: è evidente che qui condivido l’idea di Moore che il bene è indefinibile ed intuitivo, senza avere argomenti per sostenerla). Probabilmente è opportuno che ricorra ad ambedue le strategie, che peraltro uniscono ambiti congiunti e complementari: recitazione e narrazione (d’altronde già Rorty ha ammesso che è moralmente più efficace un romanzo o un film di una argomentazione filosofica, ma questo è un altro discorso).
In fondo tutti gli esseri umani hanno delle credenze di base da cui derivano altre credenze; le derivazioni sono molteplici e possono essere modificate, per cui la mia strategia dev’essere di individuare una credenza di base riguardo l’alimentazione o la guerra, ecc. tale che ne possa derivare la credenza che non è bene uccidere e mangiare un nemico. Sono perfino convinto che sia possibile accordarci sul fatto che il nemico non è un nemico; magari, essendo lui un guerriero, posso narrargli di Achille ed Ettore, facendogli vedere che in realtà non sarebbero nemici se non fossero ambedue prigionieri di una ragnatela di credenze, come me e lui, che si può strappare.
A questo punto dovremmo fare l’ultimo passo: riconoscere che il mio problema è il nostro problema ed è quindi il problema di tutti; bisogna affermare che ciò che vale per me vale per tutti, perché altrimenti sarebbe un mio privilegio, invece dev’essere un diritto (anche se probabilmente almeno in parte ha ragione Nietzsche, che il diritto è nato come un privilegio). Veniamo al dunque: il diritto, se non c’è un y che corrisponde come dovere al richiedente x, è solo una petitio principi; inoltre y può rifiutarsi sostenendo che poiché non c’è legge non può neanche esserci diritto, ecc.; d’altronde un diritto è tale solo se una società lo riconosce. Perciò preferisco parlare di “bisogno”; io ho bisogno di vivere, perché vivere è il mezzo per raggiungere i miei scopi (ma ammetto che ciò è tautologico, dato che il mio bisogno di vivere ha per scopo di vivere). Se il cannibale riconosce questo mio bisogno, dovrà infine riconoscerlo per tutti gli esseri umani (o tutti o nessuno, neanche lui quindi). Il diritto, insomma, non può non essere inclusivo.
Cosicché a me pare che alla fine io e Maral siamo d’accordo: ascolto reciproco, accordo reciproco.
Però… siccome sono un filosofo (mah!) ho ragionato da filosofo (ovvero con l’agio dell’intellettuale); rammento il sarcasmo di Wittgenstein: siamo in un prato e uno di noi sta dicendo “Io so che questo è un albero”, arriva una persona che ci guarda stupito; “non si preoccupi, stiamo facendo filosofia”. Ma la realtà è un’altra. Lasciamo perdere il cannibale, prendiamo un genitore che in nome delle sue credenze religiose rifiuta la necessaria trasfusione di sangue al figlio; che facciamo, ci mettiamo a discutere del relativismo culturale, dell’incommensurabilità delle credenze, ecc. mentre il bambino muore? E se un’adultera dev’esser lapidata in Pakistan? E se una donna decide di abortire contro il volere del padre del suo ipoteticamente futuro figlio? Francamente mi pare di perdermi in chiacchiere. Oggi è il 28 agosto…il 28 agosto del 1963 uno che non era un filosofo disse: “I have a dream…”
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Vecchio 29-08-2013, 14.39.07   #18
maral
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Riferimento: Etica senza frontiere

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Originalmente inviato da paul11
Quindi l'etica quanto meno dovrebbe rientrare in un discorso di conseguenze, di effetti "collaterali" al principio dell'utilità per la salvaguardia dell'intera comunità umana del pianeta.
E se invece di impostare pragmaticamente l'etica come un capitolo della scienza economica razionalmente fondata che misura i bilanci tra entrate e uscite provassimo a impostare l'economia come capitolo di una dimensione etica primaria?
Perché vedi Paul11, se tratto il comportamento etico come conseguenza di ragioni economiche, siano pure le migliori di questo mondo, mi sa che l'etica finisca con il venire annientata: che differenza c'è tra fare il bene (amare il prossimo, aver cura dell'ambiente e via dicendo) perché mi torna economicamente utile e fare bene perché poi vado in Paradiso? Non è proprio questo modo tanto pragmatico di ridurre totalmente il bene a ciò che è utile il sintomo più evidente del misconoscimento dell'etica stessa nell'attuale rappresentazione del mondo?
Infatti se l'etica è così debole che da sola non può reggersi in piedi è costretta a cercare altrove il suo motivo di essere, soprattutto in quelle ragioni economiche in cui solo l'Occidente legge l'essenza razionale e oggettiva del mondo. Ma allora, persa ogni coscienza etica autosussistente, non restano che norme da trasgredire o ottemperare a seconda della potenza efficace che si riesce tecnicamente a esibire.
Mi pare che l'imperativo categorico posto da Kant alla base della ragion pratica resti attuale in tutta la sua problematicità: può esservi un'etica fondata solo su se stessa (sul suo giudizio sintetico a priori) e attuata in virtù di un comune destino-necessità che ci lega al mondo per il quale e dal quale tutti esistiamo nella nostra peculiare individualità per tutti indivisibile di soggetti e oggetti di volontà?
maral is offline  
Vecchio 29-08-2013, 16.54.56   #19
maral
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Riferimento: il cannibale, ancora?!

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Originalmente inviato da tiziano
Ma la realtà è un’altra. Lasciamo perdere il cannibale, prendiamo un genitore che in nome delle sue credenze religiose rifiuta la necessaria trasfusione di sangue al figlio; che facciamo, ci mettiamo a discutere del relativismo culturale, dell’incommensurabilità delle credenze, ecc. mentre il bambino muore? E se un’adultera dev’esser lapidata in Pakistan? E se una donna decide di abortire contro il volere del padre del suo ipoteticamente futuro figlio? Francamente mi pare di perdermi in chiacchiere. Oggi è il 28 agosto…il 28 agosto del 1963 uno che non era un filosofo disse: “I have a dream…”
Nella grotta di Frankestein la storia che dovremmo provare ad ascoltare e comprendere è quella del cannibale, è lui il soggetto del racconto. Certo, sarà inizialmente necessaria una distanza di sicurezza, confidando nel piacere degli umani a raccontarsi, poi, una volta che è stato ascoltato magari sarà lui a voler conoscere la nostra storia, ossia il nostro modo di sentire e non di "convincere" alla nostra buona educazione tutti i selvaggi minus habens che vivono nel mondo.
In fondo è nell'illusione-rappresentazione di una storia che sempre e solo possiamo apparire l'uno all'altro e reciprocamente comprenderci in quella nostra comune radicale solitudine a cui ci consegna il nostro peculiare e unico sentire il mondo, sia pure culturalmente mediato così da gettare una prospettiva di rapporti tra chi pur essendo diverso ci è prossimo (tanto più amato o odiato quanto più ci è vicino) e chi invece è confinato a un'abissale distanza da ciò che dà significato al nostro esserci.
L'altro dopotutto è ciò che io nego a me stesso di essere per potermi definire tracciando un contorno, ma per poter negare in me l'altro (come il cannibale che vuole mangiarmi), in qualche modo lo dovrò pur essere e questo mette in crisi angosciante la mia autodefinizione. Laggiù nella grotta in fondo è proprio il mio essere cannibale che vado a cercare ascoltando il cannibale che racconta di se stesso, per fare questo devo avere il coraggio di accettare la mia crisi identitaria in modo tale che anche il cannibale accetti la sua per risonanza empatica e l'altro, quell'ombra sullo sfondo della quale io posso conoscermi in luce, per quanto ripugnante emerga dal buio della caverna sia riconosciuto nella comune imprescindibile necessità. In tal senso la riflessione morale (l'etica come annoti) si svela come parte imprescindibile di un discorso esistenziale e ancor prima ontologico (perché la dicotomia io-altro è fondamentalmente ontologica), ben oltre comunque la sua semplice e diretta rilevanza sociale.

Certo, una donna presunta adultera non può essere lapidata in Pakistan, né in alcuna altra parte del mondo e in Occidente (ossia in quella parte dominante del mondo che ha sviluppato il modello culturale occidentale) la pena pubblica della lapidazione è vietata, mentre in Pakistan è ammessa forse in virtù di una particolare (fuorviante?) lettura dei precetti coranici. Verrebbe da pensare quanto siamo migliori noi, rispetto a quei Pakistani. Eppure sappiamo benissimo che in privato (non in pubblico, che non è educato) ci sono in Occidente tante, troppe donne che vengono quotidianamente martirizzate, fino a essere uccise da mariti, fidanzati, parenti e amici in quanto adultere o presunte adultere. E i loro aguzzini e boia non sono nemmeno differenziabili per istruzione, credo, censo o grado di inserimento e successo nel modello sociale, anzi pare che il fenomeno della violenza privata sulle donne sia più forte proprio nei paesi più all'avanguardia per il riconoscimento dei diritti civili. Di nuovo la stessa assurda contraddizione, di nuovo la stessa grande ipocrisia del convertitore di selvaggi che si rivela più feroce di ogni selvaggio.
Per questo è necessario capire l'abominevole cannibale che sta là fuori, per capire l'ancor più abominevole cannibale che ci sta qui dentro e, fermo restando la condanna morale verso chi distruggendo l'altro distrugge inevitabilmente pure se stesso trascinato dai propri deliri, riconoscere il senso di questi deliri di reciproco annientamento, perché l'uomo, ogni uomo è anche questo e nasconderselo sotto principi universali perfettamente razionali è come dare una mano di bianco al proprio sepolcro.
Forse la morale condivisa che cerchiamo può nascere nel riconoscere l'immagine che l'altro, proprio e solo in quanto altro (nel suo essere insopportabilmente altro), riflette di noi stessi.

P.S. In realtà non ritengo di essere così tanto relativista, anzi, forse non lo sono per nulla. Quello che cerco è il valore ovunque esso si trovi e qualsiasi forma assuma: nelle storie degli indiani Hopi, nel poema di Parmenide, o nella meccanica quantistica che di si voglia.

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