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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 23-09-2013, 16.04.03   #11
donquixote
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

L'amore era dai greci antichi declinato solitamente in tre diverse accezioni: eros, philia e agape. Nel Simposio, e anche nel Fedro, si parla di amore come Eros, e non è difficile credere che proprio dalla descrizione dell'eros e dei suoi diversi aspetti che ne fa Platone si sia giunti, nella modernità, ad identificare proprio l'eros come l'amore "tout court", trascurando le altre due versioni che peraltro non sono meno importanti; anzi a mio avviso è agape l'unica, vera, forma di amore.

Amore è una parola che solitamente evoca unione, ma coniugato come eros denota più che altro attrazione, una attrazione subita quando si pone il centro di gravità fuori di sé per identificarlo nell'altro, solitamente idealizzato, nel quale ci si annulla fino al punto di proferire espressioni del tipo: "senza di te non sono niente" oppure "la mia vita senza te non ha senso", o anche una attrazione provocata quando si tenta di attrarre l'altro all'interno del proprio ambito gravitazionale in modo da renderlo un satellite del proprio ego, a poco a poco annullandolo in una forma estrema di possesso. Non è affatto raro sentire una donna che, nell'intento di esprimere il climax del suo amore verso l'amato gli si rivolge dicendogli "sono tua!", affidandosi completamente a lui anche alla ricerca di una più o meno esplicita forma di protezione, come anche espressioni del tipo "sei solo mia (mio)" denotano la versione speculare dell'amore come eros. Questo tipo d'amore, che viene anche identificato come libido o, nella scolastica, come concupiscientia, è la manifestazione di una passione che ha sempre una base nell'istinto sessuale e si manifesta in quelli di possesso e dipendenza, (una forma di eros e di libido si può peraltro manifestare anche nei confronti di un oggetto, ad esempio un'autovettura), e comporta quasi sempre il contraltare della gelosia, sentimento determinato dalla paura di perdere l'oggetto che si ritiene proprio. La gelosia infatti, lungi dall'esprimere in altri termini l'amore verso qualcosa o qualcuno, è lo specchio della paura, dell'insicurezza generata dall'intima convinzione che qualcosa ci appartenga, che sia una nostra proprietà, e che però ci può sfuggire, e tale paura crea un senso di dipendenza dall'oggetto del nostro amore che non di rado porta ad adottare comportamenti del tutto irrazionali e insensati. A rigore dove vi è gelosia non vi può essere amore, inteso nella versione più "nobile" dell'accezione moderna, poiché questa implica sempre il sentimento del possesso da un lato e della dipendenza dall'altro, che pur se rende più intensa questa unione la caratterizza spesso come dominata dagli squilibri.

Platone nel Simposio distingue due tipi di eros: quello terrestre (o volgare), determinato dall'attrazione nei confronti della bellezza fisica, e quello celeste, determinato invece dall'attrazione nei confronti della bellezza dell'anima. Per quanto il secondo sia più nobile, venga idealizzato e identifichi quello che solitamente si indica con "amore platonico", è sempre l'attrazione a dominare, è sempre la concupiscenza, e per quanto indirizzata ad uno scopo nobile rappresenta sempre uno squilibrio.
La philia, che rappresenta un tipo di amore meno passionale dell'eros, si prova solitamente nei confronti di un oggetto indeterminato, come ad esempio il sapere, o la musica, o gli animali, oppure l'umanità.
Anch'essa è caratterizzata da attrazione, ma non avendo appunto uno specifico e singolo obiettivo non comporta la gelosia e la paura di perdere il proprio oggetto d'amore, e viene dunque paragonato all'amicizia.

Entrambe queste forme d'amore, eros e philia, sono dunque caratterizzate da attrazione verso qualcosa, sono passioni dell'anima e hanno la caratteristica comune di essere forme d'amore esclusive, poiché escludono dal loro ambito molto più di ciò che includono. L'eros, che si volge verso una specifica persona, esclude automaticamente tutte le altre, e tanto più tale persona diverrà importante e si dipenderà da essa, dal suo "amore", tanto meno lo saranno le altre persone, che anzi diverranno superflue se non addirittura in qualche modo d'ostacolo. Allo stesso modo, sia pur in misura diversa, perderà d'importanza ogni aspetto della vita che non sarà oggetto di philia, oggetto al quale la gran parte delle persone dedica, o sarebbe disposta a dedicare, l'intera propria esistenza.

L'agape, il terzo concetto di amore dei greci che è anche quello utilizzato nel Vangelo, è al contrario l'unica forma di amore inclusiva, poiché dal suo orizzonte nulla è escluso di ciò che esiste. Agape non è sentimento ma adeguamento del proprio essere alla intuizione intellettuale che percepisce l'intima unità di tutte le cose in un principio superiore, è amore come giustizia, e si esprime nella comprensione del mondo come equilibrio ed armonia, nel rispetto delle specificità di ogni ente che dev'essere amato per quello che è e finché è ciò che deve essere, un amore che non ha la pretesa di imporre ad un altro soggetto un destino che non è il suo, e che si dice innanzitutto come amore si sé e realizzazione di se stessi al massimo della propria aretè, della propria capacità creativa, come espressione della propria esclusiva unicità, al fine di contribuire a questo equilibrio e a questa armonia complessiva. Quando si afferma nei confronti di qualcuno "ti voglio bene" (che è la versione soft del più impegnativo "ti amo") se lo si intende correttamente dovrebbe significare "voglio il tuo bene", che in termini diversi vuol dire "voglio ciò che è giusto per te".
Agape è quindi amore, in questo senso, per tutte le creature e in generale per la vita, in ogni sua forma e in tutte le sue contraddittorie, esaltanti, meravigliose, tragiche e a volte crudeli manifestazioni, perché, per dirla con Nietzsche, «Tutte le cose sono incatenate, intrecciate, innamorate». Agape è l'amor che move 'l sole e l'altre stelle, è l'energia creatrice che forma, informa e trasforma l'universo, che in ogni istante scompagina le relazioni fra tutti gli enti ricostruendole con equilibri sempre nuovi, guidata dal Logos divino, apollineo, dal perfetto e immutabile equilibrio celeste. Essere pervasi dall'agape, dall'amore divino, significa entrare nel flusso vitale, dionisiaco, dell'universo e contribuire alla sua continua creazione e vitalità manifestando la propria potenza creatrice, che per quanto sia la potenza di un frammento è pur sempre riflesso di una potenza universale che si esprime e si manifesta come potenza di tutti i frammenti dell'universo, e sublima in un ordine ed una armonia sovraindividuale e sovrannaturale, la cosiddetta "volontà di Dio", che la sovrintende e la guida. L'agape quindi è rivolto ad ogni creatura con la stessa intensità e nello stesso modo, e rappresenta la perfetta forma di relazione come "unione nella distinzione". Ogni creature è diversa da qualsiasi altra, ma tutte sono costitutive di un ente incommensurabilmente più significativo di ognuna di esse presa di per sé, e ogni creatura deve quindi contribuire secondo giustizia, ovvero secondo la sua virtù, alla creazione universale.
L'Inno all'agape di S. Paolo, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, non celebra un sentimento, ma una "visione" dell'intelletto la cui condivisione e comprensione permette di rendere sensata non solo la vita di ognuno, ma anche ogni sua azione, poiché essa sarà spontaneamente guidata dalla sapienza, dalla giustizia, dall'agape che è amore universale, ed ogni azione compiuta con tale guida non solo sarà giusta, ma soprattutto trascenderà ogni e qualsiasi legge o dottrina morale, e non sarà valutabile a partire da queste poiché, come afferma ancora Nietzsche: «Quel che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male», sulla falsariga di S. Agostino che diceva "Ama, e fa' quel che vuoi".
Agape è quindi quella forza che dà forma e vita al mondo, è l'energia del divenire che pur nel suo ininterrotto cambiamento mantiene unite ("incatenate, intrecciate, innamorate") tutte le cose, è la forza di gravitazione universale che fa orbitare ogni ente intorno ad un centro che idealmente è Dio stesso, è l'energia cosmica che pone in relazione tutto quello che esiste; una relazione dinamica, vitale, dionisiaca, spesso conflittuale, ma complessivamente ordinata ed equilibrata, immagine e riflesso dell'ordine immutabile che la sovrasta e la guida.
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Vecchio 23-09-2013, 22.35.33   #12
maral
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

Concordo profondamente donquixote con la tua riflessione sul primato dell'amore inteso come Agape, eppure mi chiedo che fine fa Eros e la potenza dell'attrazione selettiva? Deve essere rigettata o in qualche modo deve venire amorevolmente accolta e compresa? E questo amore universale, questa fratellanza per tutti uguale, privato della forza dell'attrazione tra peculiarità individuali non rischia di rivelarsi una finzione astratta sorretta solo dalla fede, ossia dalla forza di volontà di chi inconsciamente sente la propria incapacità di amare un qualsiasi singolo altro e dunque si impone a dovere di amare la moltitudine presa tutta insieme dell'universo intero?
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Vecchio 24-09-2013, 14.02.37   #13
gyta
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

Chi traduce l’amare con il sentimento di fratellanza o
confonde l’eros con la mera attrazione poco conosce dell’essere (e della mente).

Diffidiamo di guru, papi e manuali. Diffidiamo di chi confonde l’anarchia umanista con il concetto deficitario del farsi i propri affari. Diffidiamo di chi parla di amore e non sa darne un significato nel contesto di relazione umana strettamente paritetica. Diffidiamo dei concetti di santità dai quali sono nate le correnti di odio sessista e razziale. Diffidiamo di chi vuole cambiare il mondo ma non investe una virgola per conoscere se stesso.

La maturità non è “un demone“, il demone è il sessismo e l’indifferenza.
Demone è essere capaci di scopare ed incapaci di sentire; incapaci di reale criticità e di autoanalisi.
Questo è il demone. Levati questi demoni resta l’essere umano capace di armonia, creatività, saggezza.
L’amare non è che la natura stessa dell’umano liberato da demoni.

Il percorso psicoanalitico è una buona base per una conoscenza attraverso la quale potersi liberare di parte di quei demoni. Ma di Fromm ce ne sono pochi. Il ché significa che è necessaria una volontà personale che miri ad una profonda liberazione. Non si tratta di imparare ma di disimparare ciò che ci ha resi deficitari del sentire e dell’essere. Significa attuare delle scelte e per usare le parole di un saggio, lasciare che i morti seppelliscano i morti. Si libera chi brama per davvero il liberarsi. La liberazione è per volontà individuale. La pace è comprendere che non possiamo imporre una trasparenza ed una maturazione laddove non emerga per spontanea volontà. L’unica cosa che possiamo fare è disimparare le bugie millenarie dell’incoscienza e gettare le fondamenta per una differente crescita degli individui che verranno. La tecnica è la conoscenza dei movimenti profondi della propria mente tramite il percorso psicoanalitico laddove possiamo e attraverso l’autoanalisi per quanto possiamo riuscire. E’ disimparare ogni addestramento del sentire e del pensare e imparare l’anarchia del sentire autentico. E’ non avere padroni che non siano la brama del comprendere. Giunti alla mente ripulita la qualità umana del sentire e di essere emerge su di questa base starà a noi coltivare quelle linee di pensiero e del sentire che mirano ad una qualità differente del vivere. Non si tratta dunque di coltivare demoni ma di liberarsene. Se l’essere ed il sentire non emerge qualche demone a nostra insaputa radica ancora padrone della nostra vita. Senza demoni non c’è sessismo, non c’è indifferenza, non c’è prepotenza, non c’è competizione, sparisce il verbo usare. In una realtà di trasparenza ed incapacità di prevaricazione la collaborazione diventa possibile. Quando la collaborazione diventa possibile l’amare è naturale incontro di caratteri complementari.
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Vecchio 25-09-2013, 07.38.29   #14
donquixote
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

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Originalmente inviato da maral
Concordo profondamente donquixote con la tua riflessione sul primato dell'amore inteso come Agape, eppure mi chiedo che fine fa Eros e la potenza dell'attrazione selettiva? Deve essere rigettata o in qualche modo deve venire amorevolmente accolta e compresa? E questo amore universale, questa fratellanza per tutti uguale, privato della forza dell'attrazione tra peculiarità individuali non rischia di rivelarsi una finzione astratta sorretta solo dalla fede, ossia dalla forza di volontà di chi inconsciamente sente la propria incapacità di amare un qualsiasi singolo altro e dunque si impone a dovere di amare la moltitudine presa tutta insieme dell'universo intero?

La potenza di Eros, indirizzata verso l'attrazione selettiva, non deve affatto essere rigettata, poiché questa è fondamentale per la vita; essendo però caratterizzata da una energia estremamente potente è necessario controllarla e canalizzarla per evitare che si trasformi in energia distruttiva, o autodistruttiva.
Come hai ben ricordato, nel Simposio si afferma che Eros è figlio della Povertà, del bisogno, e questa si serve dell'espediente per trovare soddisfazione, metafora a mio avviso azzeccatissima per evocare il complesso seduttivo che gravita intorno ad un bisogno che quando dipende da Eros (tendo in questo caso a non considerarlo rivolto esclusivamente ad un oggetto di attrazione sessuale ma a qualunque oggetto che provochi una intensa azione della concupiscenza, come ad esempio potrebbe essere il potere) è disposto a qualunque azione, anche la più abietta e crudele, pur di trovare la propria soddisfazione.
Senza quindi respingere sic et simpliciter l'attrazione determinata dall'azione di Eros si tratta di non esaurirla pericolosamente inseguendo le smanie del proprio ego, ma indirizzarla, almeno in parte, verso un obiettivo meno angusto e più alto, più nobile, più sublime. In questo senso tutte le costruzioni culturali, presenti in ogni luogo e tempo, che sono sorte intorno all'amore come Eros per limitarlo e rivolgerlo in forme meno distruttive, sono appunto funzionali al controllo di questa intensa passione, e nelle dottrine orientali i Tantra e il Kama Sutra sono indicativi di come si sia voluto da un canto mantenere il dominio dell'attrazione erotica rendendola funzionale al piacere del partner in un crescendo emozionale, e dall'altro simboleggiare il rapporto fra i partner, in tal modo ritualizzato, come un inno alla vita (che è ovviamente fatta anche di piaceri) dedicato a colui (o colei) dal quale questa vita dipende. Allo stesso modo l'attrazione nei confronti del potere si deve indirizzare non all'esclusivo soddisfacimento di una propria ambizione, ma invece ad uno scopo decisamente più alto come ad esempio il bene del proprio popolo, perseguito magari fino all'estremo sacrificio di sé.
Altra cosa fondamentale è che l'energia fornita da Eros si concentri e si esaurisca nei termini e nei tempi del rapporto, e non si accumuli nel tempo causando frustrazione. L'attaccamento agli effetti dell'azione di eros, che si vorrebbe rendere "eterni", contraddice il senso stesso del mondo che è caratterizzato dal divenire, e dunque si deve evitare questo attaccamento, questa inclinazione al "possesso" di ciò che non si può per natura possedere poiché estremamente sfuggente, lasciando libero il fluire dell'energia in maniera tale che non sia causa di pressioni psichiche che potranno avere effetti deleteri ed estremamente pericolosi.

L'agape non è un sinonimo di fratellanza, che si concretizza fra simili, né tantomeno l'amore così inteso deve in qualche modo far pensare ad una sorta di indifferentismo, al contrario. L'agape si rivolge non all'universo, vagamente e genericamente considerato, nel qual caso potrebbe essere ritenuto una sorta di giustificazione della propria incapacità di amare, ma al "prossimo", intendendo con questo ogni soggetto, ogni ente che si approssima a noi, sia questo un uomo, un animale, una pianta o, anche, un fenomeno atmosferico.
Non è quindi in questione la moltitudine, bensì ogni singolo ente, a cui chi è pervaso da agape dovrebbe volgere, idealmente, tutto il suo amore; per chi ha questo atteggiamento gli enti non sono indifferenti, ma al contrario assumono di volta in volta, ovvero in ogni occasione in cui si fanno "prossimi", un'importanza assoluta, tale da meritare la più totale attenzione e il più totale "amore".
Ma questa non deve essere una imposizione e non richiede alcuna forza di volontà, semmai necessita di una preventiva razionalizzazione che successivamente dovrebbe trasformarsi in sapienza suscitando spontaneamente l'adeguamento ad essa della prassi.
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Vecchio 25-09-2013, 22.33.29   #15
paul11
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

Si dice che una persona per poter amare prima deve essere stata amata.

Fin da bambini questa “sfera affettiva” deve formarsi nell’ essere ’amati prima dai genitori..
Le “crepe” in questa sfera affettiva genereranno problematiche psicologiche.

L’amore costruisce e si sorregge su un sistema di relazioni, quali ad esempio la sincerità che a sua volta genera la fiducia.

Ebbene , trovare una persona che non è amata e che ancora sa amare, una persona che non trova fiducia dagli altri , ma nonostante ciò riesce a riversarne agli altri significa che si è trovato l’amore disinteressato, la vera potenza umana che rompe le catene.

Perché una delle mie convinzioni è che coloro che non hanno completato quella “sfera affettiva” a loro volta tenderanno a perpetuare ai loro figli quella sfera affettiva incompleta , come una tara che trapassa di generazione in generazione. Chi riesce a spezzare la catena naturale della causa effetto con l’amore disinteressato , di chi ha subito torti ma riesce a non farne ad altri ,di chi ha sublimato una colpa ricevuta e attraverso una propria meditazione riesce a maturare la convinzione che un amore è amore e basta, allora siamo davanti ad un salto evolutivo dell’umanità..

E nulla è più forte e disarmante di un amore capace persino di non riceverne: un amore “pietas”..
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Vecchio 26-09-2013, 09.45.57   #16
maral
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

Gyta:
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La maturità non è “un demone“, il demone è il sessismo e l’indifferenza.
Demone è essere capaci di scopare ed incapaci di sentire; incapaci di reale criticità e di autoanalisi.
Questo è il demone. Levati questi demoni resta l’essere umano capace di armonia, creatività, saggezza.

Ovviamente nel dialogo non si intende demone nell'accezione cristiana, ma in quella greca di essere che fa da ponte tra il divino e l'umano e li tiene in comunicazione.
Sarà che non credo molto nella psicanalisi, ma dubito che possa essere un mezzo efficace all'amore. Forse il transfert psicanalitico può richiamare l'amore, prepararne il terreno, ma mi sembra più che altro un surrogato.

donquixote:
Ma ti rendi conto di quanto è difficile, se non proprio impossibile amare davvero questo prossimo e non in astratto? Chiunque ti si presenti davanti, fosse pure un Hitler, un dottor Mengele, il peggiore degli aguzzini, un massacratore o un sadico torturatore violentatore di bambini? Certo virtualmente possiamo amare tutti gli individui dell'intero universo, ma in realtà come potremo mai? E allora si finge, si finge di essere buoni, ubbidienti e amorevoli cristiani a cui è comandato di amare ogni prossimo, anche se fa proprio schifo e ribrezzo. E l'amore finto, quello che deve essere mostrato, ma non si sente per nulla ci fa ancora più schifo. Il problema resta come si fa a rendere davvero, concretamente possibile Agape? Eros figlio della Povertà e dell'Espediente avrà pure natali meno nobili, ma almeno è più vero.

paul11
Citazione:
Si dice che una persona per poter amare prima deve essere stata amata.
Sì questo si dice, secondo il principio economico del dare e dell'avere che detta il nostro modo di vedere il mondo e quindi sarà senz'altro vero. Resta però da vedere chi ha cominciato a dare amore, così, spontaneamente, senza che prima ne avesse ricevuto, darlo senza mai averlo avuto.
I credenti trovano facile risposta senza accorgersi che è una non risposta, ma chi non crede? Dove sta l'oltreuomo capace di amare senza aspettarsi nulla, ma ancor di più senza nemmeno aver mai ricevuto nulla? Amare per il gusto di amare, dare per la pura gioia di dare, per nobiltà di sentimento assolutamente non calcolante. Eppure qualcuno dovrà pure esserci stato, altrimenti l'amore sarebbe impossibile, o forse è proprio impossibile, è solo un'illusione di cui piace illudersi, chissà.

Ciao a tutti
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Vecchio 26-09-2013, 11.26.54   #17
CVC
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Riferimento: Esiste qualcosa al di fuori dell'io?

Ma amore cos'è, attività o passività?
Amo perchè voglio amare o perchè sono trascinato da qualcosa che neanche so bene cos'è?
Nel primo caso uno non potrebbe amare altri che se stesso o chi sia preventivamente disposto a lasciarsi amare, nel secondo uno direbbe di amare quando non è che uno spettatore della propria passività.
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Vecchio 26-09-2013, 15.53.35   #18
gyta
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Citazione:
Ovviamente nel dialogo non si intende demone nell'accezione cristiana, ma in quella greca di essere che fa da ponte tra il divino e l'umano e li tiene in comunicazione.
Sarà che non credo molto nella psicanalisi, ma dubito che possa essere un mezzo efficace all'amore. Forse il transfert psicanalitico può richiamare l'amore, prepararne il terreno, ma mi sembra più che altro un surrogato.
(Maral)
Mi spiace di essere stata fraintesa, non ho parlato di psicoanalisi come di un rapporto di amore ma come di un percorso per sciogliere quelle catene di coazione a ripetere citate da Paul11.
Il demone non l’ho inteso in accezione cristiana, l’ho inteso come metafora, al pari di ciò che per chi conosce il buddismo non a livello superficiale chiama demone. Quindi la mia risposta ha voluto calcare sul significato aggiunto che il termine “demone” porta in sé e che va a rappresentare un apporto al terreno mentale interiore e non una pulizia dei contenuti come proponevo.
Citazione:
Chi riesce a spezzare la catena naturale della causa effetto con l’amore disinteressato , di chi ha subito torti ma riesce a non farne ad altri ,di chi ha sublimato una colpa ricevuta e attraverso una propria meditazione riesce a maturare la convinzione che un amore è amore e basta, allora siamo davanti ad un salto evolutivo dell’umanità..
(Paul11)
Sì! E la cosa non è impossibile. C’è chi ci è riuscito con gli appositi aiuti. Ho citato il percorso psicoanalitico ma molto possono anche fare strade non superficiali di crescita interiore, siano queste di ispirazione buddista, cristiana o altro, seppure quella buddista (ricercandone un certo livello) a mio avviso sia maggiormente mirata all’indagine sulla psiche e le sue problematiche.
Citazione:
E allora si finge, si finge di essere buoni, ubbidienti e amorevoli cristiani a cui è comandato di amare ogni prossimo, anche se fa proprio schifo e ribrezzo. E l'amore finto, quello che deve essere mostrato, ma non si sente per nulla ci fa ancora più schifo. Il problema resta come si fa a rendere davvero, concretamente possibile Agape? Eros figlio della Povertà e dell'Espediente avrà pure natali meno nobili, ma almeno è più vero.
(Donquixote)
Premetto che il discorso che segue è indirizzato a chi abbia una mente lucida e possieda reale maturità e capacità autocritica [senza essere santi]. Penso che l’unica risposta sia la comprensione reale dei perché: quando riusciamo a comprendere cosa ha reso e rende queste persone non amabili, ingiuste, pericolose o cos’altro siamo in grado di valutarle attraverso questa conoscenza del loro percorso e comprendere che il marcio che giustamente non desideriamo affatto approvare né condividere è frutto di un ben determinato percorso mentale annebbiato o carente. Con questa coscienza siamo allora in grado non di amarli ma di comprendere e proprio perché conosciamo i perché siamo in grado di non soccombere a nostra volta entro la sfera dei loro schemi mentali rispettando la loro possibilità di maturazione. C’è chi potrà pensare e chiedersi chi e come individuare ciò che è o meno corretto o scorretto dell’agire (in ambito sociale e generale, se vogliamo); beh, penso che sia abbastanza semplice di fronte ad una base di valori di collaborazione fraterna valutare i pro e i contro senza che il metro soggettivo possa fungere da cavillo.
Citazione:
si finge di essere buoni, ubbidienti e amorevoli cristiani
Non scordiamoci che lo stesso Gesù parlava di spada atta a separare. Evidente che il discernimento è fondamento per una comprensione in grado di giungere ad un amare che è riconoscimento del potenziale e non abbraccio alla scorrettezza e all’ingiustizia.
gyta is offline  
Vecchio 27-09-2013, 18.16.37   #19
donquixote
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Originalmente inviato da maral
Ma ti rendi conto di quanto è difficile, se non proprio impossibile amare davvero questo prossimo e non in astratto? Chiunque ti si presenti davanti, fosse pure un Hitler, un dottor Mengele, il peggiore degli aguzzini, un massacratore o un sadico torturatore violentatore di bambini? Certo virtualmente possiamo amare tutti gli individui dell'intero universo, ma in realtà come potremo mai? E allora si finge, si finge di essere buoni, ubbidienti e amorevoli cristiani a cui è comandato di amare ogni prossimo, anche se fa proprio schifo e ribrezzo. E l'amore finto, quello che deve essere mostrato, ma non si sente per nulla ci fa ancora più schifo. Il problema resta come si fa a rendere davvero, concretamente possibile Agape? Eros figlio della Povertà e dell'Espediente avrà pure natali meno nobili, ma almeno è più vero.


Pensare che sia difficile, o peggio ancora impossibile, è frutto di un banale equivoco. È impossibile solo se si intende la manifestazione d'amore espressa come se fosse ispirata da eros, ovvero tendente all'attaccamento e alla dipendenza nei confronti dell'oggetto d'amore, che solitamente non è la persona che amiamo per quella che effettivamente è, bensì il frutto di una proiezione idealizzata delle nostre aspettative, tanto che di solito non si ama una persona "vera" ma l'idea che di tale persona ci siamo fatti. Nel caso di agape le cose stanno diversamente.
Agape è una forma di relazione del tutto differente da quella originata dall'azione di eros o espressa dal concetto di philia; è amore come giustizia e unione nella distinzione: cosa significa? Che non presuppone alcun giudizio morale di alcun genere, e nemmeno un sentimento o un'attrazione, per potersi manifestare. Può quindi farlo nei confronti di qualunque ente poiché esso dovrà essere amato per quello che è, e in quanto costitutivo di un ente più significativo di cui chiunque fa parte, ed è quindi in questo senso che si potrà riconoscere il proprio prossimo come "fratello". Un esempio che si può fare di ciò che si intende lo puoi trarre dalla canzone "il pescatore" di De André, ove il protagonista «versa il vino e spezza il pane per chi diceva "ho sete, ho fame"» senza minimamente inquietarsi del fatto che colui che passava fosse un assassino. Oppure lo puoi trovare nella famosa parabola del buon Samaritano, ove costui si prende cura dell'uomo assalito dai briganti senza preoccuparsi del fatto che quest'uomo gli sia amico o nemico, e non esprime alcun tipo di giudizio ma dopo averlo accudito lo lascia presso l'osteria proseguendo poi per la sua strada. Oppure anche nella storiella zen che racconta di due monaci che stavano camminando da un monastero ad un altro. Durante il viaggio incontrano una geisha che ha difficoltà ad attraversare la strada invasa da una enorme pozzanghera; uno dei due la prende in braccio e la trasporta oltre la pozzanghera, poi proseguono il cammino. Giunti a destinazione un monaco si rivolge all'altro ammonendolo: "la nostra religione ci proibisce di toccare le donne; meno che mai quelle giovani e belle. Perché tu l'hai fatto?" E l'altro risponde: "Io quella donna l'ho lasciata laggiù. Tu la stai portando ancora con te?".
Si tratta quindi di riconoscere il prossimo per quello che è e, se del caso, aiutarlo ad esserlo, ma senza per questo voler giudicare secondo i nostri schemi morali o rimanere in qualche modo legati a lui, o all'eventuale azione compiuta aspettandoci qualcosa in cambio, fosse anche un moto d'orgoglio, o provare magari rimorso per averla compiuta.
La carità cristiana, come comunemente intesa oggi, non c'entra un tubo con questo tipo di amore e con quello che predicava il Cristo, ma si riduce ad una banale elemosina spesso in funzione di una possibile, o a volte pretesa, assimilazione di coloro che si aiuta (e li si va a cercare anche in paesi lontanissimi) al proprio credo. Ogni gesto che presuppone, o comunque si aspetta, una ricompensa (terrena o celeste è indifferente) non è certamente ispirato da agape, e non lo è nemmeno un gesto che tenda a rendere il prossimo diverso da ciò che è, e quindi per quanto mi riguarda sono fermamente contrario a tutte le organizzazioni filantropiche che negli ultimi decenni sono aumentate esponenzialmente di numero.
L'obiettivo più difficile da raggiungere, per quanto imprescindibile, per poter parlare di agape è quindi una preventiva liberazione da ogni schema di giudizio particolare, raggiunto il quale ogni comportamento nei confronti del prossimo diverrà naturalmente giusto.
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Vecchio 01-10-2013, 09.51.01   #20
maral
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

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Premetto che il discorso che segue è indirizzato a chi abbia una mente lucida e possieda reale maturità e capacità autocritica [senza essere santi]. Penso che l’unica risposta sia la comprensione reale dei perché: quando riusciamo a comprendere cosa ha reso e rende queste persone non amabili, ingiuste, pericolose o cos’altro siamo in grado di valutarle attraverso questa conoscenza del loro percorso e comprendere che il marcio che giustamente non desideriamo affatto approvare né condividere è frutto di un ben determinato percorso mentale annebbiato o carente. Con questa coscienza siamo allora in grado non di amarli ma di comprendere e proprio perché conosciamo i perché siamo in grado di non soccombere a nostra volta entro la sfera dei loro schemi mentali rispettando la loro possibilità di maturazione.
Resta il fatto che questa comprensione non è amore, dunque un amore universale che comprenda ogni individuo (ogni prossimo) è di fatto impossibile, l'amore per sua natura è selettivo.
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Originalmente inviato da donquixote
Pensare che sia difficile, o peggio ancora impossibile, è frutto di un banale equivoco. È impossibile solo se si intende la manifestazione d'amore espressa come se fosse ispirata da eros, ovvero tendente all'attaccamento e alla dipendenza nei confronti dell'oggetto d'amore, che solitamente non è la persona che amiamo per quella che effettivamente è, bensì il frutto di una proiezione idealizzata delle nostre aspettative, tanto che di solito non si ama una persona "vera" ma l'idea che di tale persona ci siamo fatti. Nel caso di agape le cose stanno diversamente.
Agape è una forma di relazione del tutto differente da quella originata dall'azione di eros o espressa dal concetto di philia; è amore come giustizia e unione nella distinzione: cosa significa? Che non presuppone alcun giudizio morale di alcun genere, e nemmeno un sentimento o un'attrazione, per potersi manifestare.

Ma, come dicevo sopra, io posso benissimo sospendere ogni giudizio morale su tali individui a favore della comprensione psicologica del loro percorso nefasto e pur tuttavia non amarli per nulla.
Citazione:
Un esempio che si può fare di ciò che si intende lo puoi trarre dalla canzone "il pescatore" di De André, ove il protagonista «versa il vino e spezza il pane per chi diceva "ho sete, ho fame"» senza minimamente inquietarsi del fatto che colui che passava fosse un assassino. Oppure lo puoi trovare nella famosa parabola del buon Samaritano, ove costui si prende cura dell'uomo assalito dai briganti senza preoccuparsi del fatto che quest'uomo gli sia amico o nemico, e non esprime alcun tipo di giudizio ma dopo averlo accudito lo lascia presso l'osteria proseguendo poi per la sua strada....

In tal caso l'amore è solo nel gesto, un gesto non voluto e non progettato, una sorta di meccanismo istintuale che porta a soccorrere l'altro in difficoltà indipendentemente da ogni altra considerazione. L'altro, il prossimo che mi passa vicino, non lo conosco, ma non posso fare a meno di soccorrerlo se lo vedo in difficoltà. Agape è quindi una pura prassi empatica messa in moto dal vedere, sentire e toccare lo stato di bisogno altrui che riviviamo in noi stessi. Risolto questo stato di bisogno poi ognuno procede per la sua strada: sconosciuti si era e sconosciuti si resta pur essendosi profondamente per un attimo accostati. In questo posso essere d'accordo e certamente non vi è nulla di più distante da questo atto di soccorso istintuale di tante organizzazioni filantropiche che progettano e pianificano non solo i soccorsi, ma a volte persino la necessità del dolore a cui portare soccorso.
maral is offline  

 



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