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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 01-10-2013, 14.16.40   #21
donquixote
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Messaggi: 241
Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

Citazione:
Originalmente inviato da maral

In tal caso l'amore è solo nel gesto, un gesto non voluto e non progettato, una sorta di meccanismo istintuale che porta a soccorrere l'altro in difficoltà indipendentemente da ogni altra considerazione. L'altro, il prossimo che mi passa vicino, non lo conosco, ma non posso fare a meno di soccorrerlo se lo vedo in difficoltà. Agape è quindi una pura prassi empatica messa in moto dal vedere, sentire e toccare lo stato di bisogno altrui che riviviamo in noi stessi. Risolto questo stato di bisogno poi ognuno procede per la sua strada: sconosciuti si era e sconosciuti si resta pur essendosi profondamente per un attimo accostati. In questo posso essere d'accordo e certamente non vi è nulla di più distante da questo atto di soccorso istintuale di tante organizzazioni filantropiche che progettano e pianificano non solo i soccorsi, ma a volte persino la necessità del dolore a cui portare soccorso.

Gli esempi che ho fatto servono solo per mostrare come, concretamente, si può manifestare questo tipo di relazione, ma questa non si risolve affatto nella prassi, che invece le è usualmente estranea al contrario delle associazioni filantropiche che si basano esclusivamente su di essa. Agape io lo intendo come una forma assolutizzata di rispetto, che deve essere espressa nei confronti di qualunque ente in quanto venga riconosciuto per quello che è. Rispetto che non deve però dipendere da uno schema morale precostituito per cui si rispetterà maggiormente qualcuno che condivide i nostri stessi valori morali, ma ogni ente, diverso da qualsiasi altro, sarà tanto più stimabile e rispettabile quanto più sarà (e realizzerà) se stesso e non si conformerà ad un qualsiasi clichè razionale. Agape, al contrario di come si potrebbe pensare, non è indifferentismo ("sconosciuti si era e sconosciuti si resta") ma comprensione del fatto che essenzialmente gli enti non sono diversi, ognuno di essi è in qualche modo "parte di noi" della nostra essenza, o comunque origina dalla stessa essenza da cui originiamo noi, pur avendo nel mondo del divenire un ruolo, un posto e una funzione diversa; come dici tu "l'altro non lo conosco", però lo ri-conosco, riconosco in lui "mio fratello" nel mondo anche se è diversissimo da me, come le cellule del nostro corpo, alcune diversissime dalle altre e con funzioni differenti, sono in qualche modo "sorelle"; si tratta di rispettare questa funzione, questo ruolo, questa diversa "identità", ed eventualmente, qualora si verificasse l'occasione, consentire al proprio prossimo di esprimerla. L'agape è però, innanzitutto, amore e comprensione verso noi stessi e consapevolezza del fatto che la responsabilità dobbiamo principalmente averla ed esprimerla verso di noi, e non verso gli altri, poiché spesso la manifestazione di altruismo altro non è che una fuga da noi stessi.
L' agape che il soggetto prova nei confronti degli enti si potrebbe definire come amore "per sé", al contrario di eros e philia che sono amore "per me" o magari, in qualche raro caso, "per te".
donquixote is offline  
Vecchio 01-10-2013, 16.27.51   #22
acquario69
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

Citazione:
Originalmente inviato da donquixote
Gli esempi che ho fatto servono solo per mostrare come, concretamente, si può manifestare questo tipo di relazione, ma questa non si risolve affatto nella prassi, che invece le è usualmente estranea al contrario delle associazioni filantropiche che si basano esclusivamente su di essa. Agape io lo intendo come una forma assolutizzata di rispetto, che deve essere espressa nei confronti di qualunque ente in quanto venga riconosciuto per quello che è. Rispetto che non deve però dipendere da uno schema morale precostituito per cui si rispetterà maggiormente qualcuno che condivide i nostri stessi valori morali, ma ogni ente, diverso da qualsiasi altro, sarà tanto più stimabile e rispettabile quanto più sarà (e realizzerà) se stesso e non si conformerà ad un qualsiasi clichè razionale. Agape, al contrario di come si potrebbe pensare, non è indifferentismo ("sconosciuti si era e sconosciuti si resta") ma comprensione del fatto che essenzialmente gli enti non sono diversi, ognuno di essi è in qualche modo "parte di noi" della nostra essenza, o comunque origina dalla stessa essenza da cui originiamo noi, pur avendo nel mondo del divenire un ruolo, un posto e una funzione diversa; come dici tu "l'altro non lo conosco", però lo ri-conosco, riconosco in lui "mio fratello" nel mondo anche se è diversissimo da me, come le cellule del nostro corpo, alcune diversissime dalle altre e con funzioni differenti, sono in qualche modo "sorelle"; si tratta di rispettare questa funzione, questo ruolo, questa diversa "identità", ed eventualmente, qualora si verificasse l'occasione, consentire al proprio prossimo di esprimerla. L'agape è però, innanzitutto, amore e comprensione verso noi stessi e consapevolezza del fatto che la responsabilità dobbiamo principalmente averla ed esprimerla verso di noi, e non verso gli altri, poiché spesso la manifestazione di altruismo altro non è che una fuga da noi stessi.
L' agape che il soggetto prova nei confronti degli enti si potrebbe definire come amore "per sé", al contrario di eros e philia che sono amore "per me" o magari, in qualche raro caso, "per te".

Saper ri-conoscere l'altro per quello che e' significa poi svelare una parte di noi che non sapevamo (ancora) di avere.
Piu diamo la possibilità all'altro di esprimere la sua natura e la sua piu intima essenza (senza appunto schemi precostituiti) e meno ci si sentirà sconosciuti e in primo luogo a se stessi..come tu stesso dici siamo infatti essenzialmente identici e mai diversi..
Bisogna pero avere una mente libera e aperta per arrivare a comprendere l'ovvio!
acquario69 is offline  
Vecchio 01-10-2013, 19.07.48   #23
gyta
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Messaggi: 2,614
Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

Citazione:
Resta il fatto che questa comprensione non è amore, dunque un amore universale che comprenda ogni individuo (ogni prossimo) è di fatto impossibile, l'amore per sua natura è selettivo.

L’arte della filosofia –a mio avviso- spesso pecca di formule che per finalità di solenne sintesi sintattica divengono incapaci di descrivere e di esprimere in profondità ciò che andiamo ad analizzare.

Che cosa è l’amare se non la conoscenza profonda che diventa comprensione profonda?
Che cosa è l’amare se non la più perfetta comprensione?

Desidereresti amare il marcio dell’uomo o l’uomo nella sua esperienza? Amare -a mio avviso- è riconoscimento profondo della natura umana, è riconoscimento profondo verso l’altro, è rispetto verso l’esperienza dell’altro non abbraccio ai suoi acciacchi! Tanto più quando gli acciacchi consistono in distorsioni capaci di mutare la convivenza umana in guerra, sottile o meno.

Un “amore universale che comprenda ogni individuo” è la formula d’astrazione metafisica che si dà al sentimento di profonda partecipazione alla vita sul pianeta. Diventa reale azione d’amare nel momento in cui questo “universale” si concretizza man mano attraverso gli incontri che l’esperienza ci presenta. L’amare è relazione, senza diretta relazione l’amare non è azione, non è conoscenza, non è reale com-prensione ma si traduce nella migliore delle ipotesi in sentimento di “partecipazione cosmica” sotto la cui formula si sintetizza tutto e pure nulla, come avvertivo prima.

Citazione:
Ma, come dicevo sopra, io posso benissimo sospendere ogni giudizio morale su tali individui a favore della comprensione psicologica del loro percorso nefasto e pur tuttavia non amarli per nulla.

Penso di avere risposto a questo punto prima.
Ma per meglio chiarire.. Immagina di avere non so come “sfiga” un figlio che “ri-sfiga” senza che tu ti accorgessi (vabbè fa finta che sia possibile) sia diventato un assassino torturatore. Bene. Che fai? Che senti in te?

Gli stessi conflitti e le stesse dinamiche si ripresentano nel discorso generale verso l’altro, l’estraneo inamabile al quale fai riferimento.

Penso che dopo il sentimento di disperazione umano da parte tua di padre sopraggiunga una seconda fase razionale che cerca di analizzare i fatti e comprendere che tuo figlio è anche un assassino torturatore ma è anche il medesimo figlio dolce che poppava il latte da tua moglie e col quale giocavi sino a tot anni prima! Che accade dunque in te? Sempre ammesso che tu abbia una sorta di vocazione umana e di padre. Accade che devi far dialogare in te l’amore che vorresti dare a quel figlio che fu con la disapprovazione e il disgusto che provi verso l’adulto di ora. Quando questo conflitto in te comincia a dialogare arrivi a comprendere che il disgusto non può essere verso tuo figlio ma verso quelle cose che prova e pensa e che gli fanno fare omicidi tanto riprovevoli. Quindi tu riconosci distinto il figlio pacifico che fu ed il torturatore di adesso. Sai che sono la medesima persona. Quella medesima persona che accendeva la tua condivisione, il tuo amore. Cosa è cambiato ora in te? Tu non ami tuo figlio o non ami ciò che lo porta a fare cose orribili? Allora quando diciamo di non essere in grado di amare chi fa cose orribili se analizzassimo comprenderemmo che non siamo in grado ( e meno male!) di amare le atrocità e non che non siamo in grado di amare la natura dell’uomo capace di entrambe le cose (purtroppo!).

Non è cavillo ma chiarezza ciò che spingo in evidenza. Sarebbe cavillo se l’atrocità fosse congenito atteggiamento nei cuccioli e sappiamo che seppure atteggiamenti aggressivi siano normale processo di apprendimento la natura pacifica (risultato) della gratificazione resta alla base del comportamento animale. Quindi l’atrocità non è scelta naturale ma strada deviata di apprendimento maldestramente strutturato –per andare leggera con le parole. Di fronte questa conoscenza dell’animo animale allora siamo in grado di discernere come si usava dire il “bimbo” dall’acqua sporca; come sentimento e come realtà invece laddove si può o si ha mano e possibilità d’intervento.

Quindi l’amare “universale” è possibile “un” rapporto alla volta però..
Cioè quelli che determinano man mano i nostri incontri strada facendo.

Citazione:
Agape è quindi una pura prassi empatica messa in moto dal vedere, sentire e toccare lo stato di bisogno altrui che riviviamo in noi stessi. Risolto questo stato di bisogno poi ognuno procede per la sua strada: sconosciuti si era e sconosciuti si resta pur essendosi profondamente per un attimo accostati.

C’è chi riesce attraverso una crescita interiore non indifferente a tradurre questi incontri fortuiti in incontri reali. Ma come lasciato intendere affinché sia rapporto il livello di comprensione deve allora diventare reciproco differentemente non è possibile alcun rapporto dove l’amare sia possibile. Resterà nella migliore delle ipotesi ciò che su definisco “sentimento di amore cosmico”

Insomma, l’amare è principalmente un sentimento attivo di responsabilità e di rispetto; pertanto anche il campo di responsabilità dell’altro va rispettato attraverso l’esplicita disapprovazione e contrasto attivo agli atti di violenza, silenziosi o meno che siano, profondi o superficiali che possano apparire. Con tutte le difficoltà che quest’ultima distinzione porta in sé (ordinamenti legali ed economici che sostengono le atrocità e compagnia brutta.. rapporti interpersonali che campano per ipocrisia etc.. )
gyta is offline  
Vecchio 01-10-2013, 23.03.08   #24
maral
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Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

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Originalmente inviato da donquixote
Gli esempi che ho fatto servono solo per mostrare come, concretamente, si può manifestare questo tipo di relazione, ma questa non si risolve affatto nella prassi, che invece le è usualmente estranea al contrario delle associazioni filantropiche che si basano esclusivamente su di essa. Agape io lo intendo come una forma assolutizzata di rispetto, che deve essere espressa nei confronti di qualunque ente in quanto venga riconosciuto per quello che è.
Eppure resto più che mai convinto che Agape, se davvero possibile. può trovare realizzazione solo a partire dalla prassi del gesto, che non è il gesto progettato delle organizzazioni filantropiche, ma il puro gesto inevitabile e immediato per cui non si può fare altrimenti. Poi, ma solo in seguito, vengano anche le riflessioni più profonde sul significato di quel gesto che non è voluto, ma è inevitabile per chi ha la grazia di avvertirne l'inevitabilità, la totale non progettualità.
maral is offline  
Vecchio 18-10-2013, 13.26.05   #25
Koirè
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Post Riferimento: Un convivio per ragionar d'amore

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Originalmente inviato da leibnicht
i può desiderare qualcosa di cui non si sia fatta interiormente in un qualche modo esperienza? Perché è questa la domanda chiave.

"Cerchiamo solo ciò che abbiamo già trovato" (Agostino).
Eppure l'amore è anche "creazione" forse lo è nel suo senso più intimo. Vi sono declinazioni di un verbo che non immaginavo.
"Amare" ha forme e modi, ma, soprattutto, declinazioni.
Amare un fratello.
Amare un amico.
Amare una donna.
Amare tuo padre e/o tua madre. Amare tuo figlio/figlia.
Amare te stesso.
Amare la gente intorno che ti può amare, non amare oppure odiare.
E' sempre Amore e nessun sentimento ha dogane: ogni "caso" in cui l'Amore si dà e cade... Ogni "caso" si colma di ogni altro, sebbene di una specie minore.

Amo immensamente la mia donna e lei mi ama: sono il suo bimbo, il suo papà, suo fratello... E lei per me è la mia donna, la mia bimba, l'amica e sorella, la mamma.
L'amore odia i limiti.

E' vero ci sono migliaia declinazioni che si possono attribuire all'amore però una x una se presa và a costituire un nucleo di amore diverso..unico.L'amare un fratello non sarà mai come amare un figlio,o una compagna...sempre amore è..ma con caratteristiche che son uniche...DA NON CONFONDERE.Declinazioni si ci può stare...ma ogni declinazione è UNICA!
Koirè is offline  

 



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