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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 22-12-2013, 00.57.43   #1
leibnicht
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Equivalenza del Bene e del Male

Qualcuno immagina e comprende la "relatività culturale" come la perfetta "equivalenza dei possibili" sartriana?
Come è possibile che il pensiero visionario di Nietzsche si stia realizzando così palesemente, sotto le nostre palpebre? (E sotto palpebre serrate, che negano il dettaglio alla vista).
Hanno ragione i Russi: siamo un'Europa "amorale", incapace di esprimere valori...? Siamo davvero un centinaio di popoli vacui tenuti insieme da fili di vuoto?
L'Europa è un "morbo"?

Per secoli un veleno inoculato nell'Europa ha dissolto i centri nevralgici del suo pensiero.
Tale veleno ha il nome della "Pace". La "pace", cioè nulla di più estraneo al sentire comune dell'Europa: la quale può unirsi nella Gioia, nel Dolore, nell'Angoscia e nella Pioggia.
L'Europa può temere la guerra, ma non può odiar meno la pace: questa, forse, la ragione per cui Nietzsche, il visionario, ritenne ineludibilmente "transitoria" la "Waste Land" che si estendeva oltre "Al di là del Bene e del Male".
Noi, oggi, siamo all'equivalenza perfetta del Bene e del Male.
Ogni scelta deve, per diritto, essere riconosciuta "equivalente", nel mondo complesso e, non per caso, sempre più ristretto, dell'agire sociale che non delinque, che non travalica i limiti delle Norme, delle Leggi e dei Regolamenti...

I quali, comunque, pretendono ormai al "decidere" di quasi tutto.
Mi fermo, per una specie di soprassalto dell'avvilimento.
Mi guardo, rileggo, ripenso alle ragioni che avevo per scrivere, a ciò che ho scritto, alla mia misera vita e a me stesso, al senso che avrei voluto dare a ciò che ho scritto, al senso infinito di frustrazione e impotenza che l'età avanzata mi obbliga ad avere.
E, dato che nulla posso, ma proprio nulla... Mi abbandono al senso di ciò che già conosco come "bello", e a ciò che mi illuse quando ero giovane: ossia quando "amavo credere".
E fingo un'Arcadia dell'amore, del sentire, del credere, del poter volere e sperare, e del saper dovere e dell'immaginare per poter creare.

Di quali luci illuminare tutto questo? No, non quelle asfittiche e puzzolenti del "gas di città" dei tempi di Nietzsche.
Dobbiamo riconoscere e capire che nessuno può vivere senza Bene e senza Male. Perché non è all'altezza di alcun popolo oggi, né mai, l'assenza niciana di valori e la loro potenziale scaturigine mutevole da un mondo magmatico.

E' un post complesso, che metterà a prova i pochi che mi hanno mai letto.
Quali valori, dato e acquisito quanto sopra, è lecito stabilire ed in che modo?
Stabiliamo, per favore, un riferimento intelligente:
chi non voglia direttamente proporre, ma intenda discutere dei modi e delle categorie mentali, o intorno ad esse, di come, perché o quando esse si addensino in una "proposizione"; bene, lo faccia in un'altra discussione, riferendosi, se lo vuole, a questa.
leibnicht is offline  
Vecchio 22-12-2013, 14.30.51   #2
maral
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Riferimento: Equivalenza del Bene e del Male

Mi chiedevo proprio in questi giorni come mai la morte degli idoli di cui Nietzsche si è fatto proclamatore non abbia prodotto nel tramonto dell'Occidente alcun Oltre Uomo, ma solo masse decerebrate in continua ricerca di nuovi idoli sempre più feroci e astratti a cui consegnarsi in sacrificio (l'ultimo, l'attuale, quelle leggi del profitto prodotte dall'intelletto astrattamente raziocinante a cui volentieri si sacrificano interi popoli). Dunque l'uomo non era pronto alla metamorfosi richiesta dalla fine della metafisica? O tolta ogni metafisica, ogni illusione di significato definitivo non resta altro che il niente, la totale insignificanza del mondo e di noi stessi? Non è forse proprio questo che manifesta l'equivalenza tra il bene e il male, la loro sostanziale indifferenza; l'essere niente di ogni cosa, l'essere niente del mondo e di se stessi per il mondo e per se stessi?
Tu chiedi quali valori si possano (o si vogliano) ancora stabilire nel magma del totalmente insignificante. Penso che i valori non possano essere stabiliti, ma che siano loro a stabilire noi, pur tuttavia intravedo un valore che è già da sempre e per sempre prestabilito ed è quello del nostro esserci, la più radicale risposta al niente. NOI CI SIAMO anche quando vorremmo essere niente, ossia anche quando vorremmo l'impossibile. E il nostro esserci implica l'altro in necessaria antitesi, perché io sono significa io non sono l'altro, ma proprio per questo il mio esserci è l'essere dell'altro presente come negato in me e il suo contraddirmi non cancella la mia presenza come in una somma algebrica, ma al contrario la stabilisce e per questo proprio della sua differenza e non della somiglianza che tutto omologa dovrò avere massima cura, la somiglianza è solo il mezzo per avvicinarci alla differenza.
Nietzsche aveva colto l'essenza quando diceva di non amare il prossimo, ma di amare il distante, quell'infinito distante che, assolutamente contrapposto a noi, è fondamento di ciò che siamo. Amare il distante è rispettare la sua contrapposizione, salvaguardare il suo stesso affrontarci, perché esso è proprio ciò che consente la nostra integrità.
Il valore del "noi ci siamo" è il valore dell'esserci dell'altro proprio come altro, un altro che non potendo mai essere come noi (dunque assolutamente non omologabile) ci rende l'integrità unica che è la felicità del nostro stesso esserci.
Un saluto e un augurio di giorni felici.
maral is offline  
Vecchio 22-12-2013, 22.51.03   #3
0xdeadbeef
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Riferimento: Equivalenza del Bene e del Male

Hanno ragione i Russi e, in particolare, ha ragione Dostoevskij. Il quale, per bocca di Ivan Karamazov,
afferma che: "se Dio non esiste, allora tutto è lecito".
In realtà, io trovo, abbiamo ricostituito Dio. Ma il Dio che abbiamo ricostituito non è il Dio che comanda
l'amore verso il prossimo, ma solo verso se stessi (non è forse, Maral, l'amore verso se stessi che si nasconde
dietro l'amore verso il distante?).
Le stesse Norme, Leggi e Regolamenti si fondano su questo Dio posticcio che l'occidente ha ricostituito dopo
aver creduto di decretarne la morte. No, non vi è mai stato un "oltreuomo" oltre-Dio. L'unico esempio che
di esso mi viene ora in mente è stato, forse, Albert Camus; ma quanti ne hanno posseduto la medesima "forza"?
Nietzsche faceva dire all'"oltreuomo": "vengo troppo presto!". No, in realtà è che è troppo difficile essere
"oltreuomini"; da qui la ricostituzione del Dio posticcio il cui unico comandamento è: "ama te stesso".
Abbiamo dunque il dovere, pena lo sprofondare, di smascherare il Dio posticcio che abbiamo ricostituito. Per
far ciò è necessario riconoscere l'"altro". Perchè riconoscere l'"altro", come ben afferma Maral, vuol dire
riconoscer-si come "io".
E dunque: ama il prossimo tuo, ama chi ti è vicino, chi è altro-da-te, come te stesso. Solo questo mi sentirei
di stabilire come valore non solo lecito, ma necessario. Un valore che, in definitiva, contiene ogni altro
valore che potremmo affermare.
Auguro a coloro che leggono, ed in particolare a Leibnicht, un sereno Natale.
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 23-12-2013, 08.03.10   #4
green&grey pocket
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Riferimento: Equivalenza del Bene e del Male

proposte?

effettivamente è assai difficile, le ho provate tutte

accettare la realtà per come è,
amare il prossimo,
creare nuove metafisiche....

la prima difetta in ciò che anche Nietzsche realizzava come la più grande difficoltà: l'entusiasmo.

la seconda in un tempo di solitudini private come questo, è ancora più deprimente, inoltre ho sempre il dubbio che sia solo un cascame del cristianesimo di cui siamo imbevuti fin dalla nascita.

il terzo si scontra con la storia dell'occidente che si illude sempre di raggiungere qualcosa di stabile nel regno della "memoria-io".


rimane pur sempre l'agapè di schopenaueriana memoria, un sopportare il mondo che rimane in chiave di risoluzione debole.

alà montale "tu cerca la maglia che non tiene", momenti, epifanie....insomma nulla di effettivamente proponibile ma solo augurabile.


e approposito auguri di buone feste a tutti!
green&grey pocket is offline  
Vecchio 24-12-2013, 03.58.03   #5
gyta
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Riferimento: Equivalenza del Bene e del Male

Citazione:
Noi, oggi, siamo all'equivalenza perfetta del Bene e del Male.
Ogni scelta deve, per diritto, essere riconosciuta "equivalente", nel mondo complesso e, non per caso, sempre più ristretto, dell'agire sociale che non delinque, che non travalica i limiti delle Norme, delle Leggi e dei Regolamenti...

Non c’è nulla di “equivalente” nei concetti di bene e male, c’è solo un cammino umano fatto man mano di argini a contenere man mano ciò che ancora poco si è giunti a comprendere per davvero..

La riflessione che poni non è certo di semplice soluzione, perlomeno se tale soluzione la si ricerca come possibile e condivisibile (nei fatti) realtà esterna (oltre che interiore). I valori non si possono stabilire.. si possono solamente sentire e sentendoli diventare dei taciti suggeritori, esprimendoli, animando quelli la nostra voce.. Se è vero che il vivere dignitoso è risultato dell’armonia dell’anima e delle necessità del corpo allora forse il valore necessario a questa dignità è da rintracciarsi nella capacità intellettiva discriminante volta al sentimento di giustizia, radice fondante un possibile ed ambito benessere comunitario non apparente. I grossi problemi spesso hanno soluzioni piuttosto semplici; divengono complessi per una somma di numerose variabili: la capacità intellettuale analitica individuale è una di queste.. Possiamo abbatterci per un “fuori” che non corrisponde alle nostre ambizioni oppure possiamo batterci per un dentro all’altezza di queste.. Non sono forse gli innumerevoli “dentro” che formano a lungo andare quel “fuori”? Nella peggiore delle ipotesi avremmo portato la nostra vita all’altezza di quella visione che tanto agogniamo vedere proiettata “fuori”. Non sempre è facile. Di certo però non è impossibile. Spesso sono proprio le proiezioni che ci impediscono di vedere ciò che tanto desidereremmo sperimentare, sentire, vivere. Proiezioni di una parte di noi che pesa la realtà non secondo libertà [individuale profonda interiore] ma pesando il potere delle idee [ delle cose e del reale] secondo quantità [di riscontro esterno autentico].


Citazione:
Dobbiamo riconoscere e capire che nessuno può vivere senza Bene e senza Male.

E fingo un'Arcadia [..] dell'immaginare per poter creare.
Di quali luci illuminare tutto questo?

Sai bene anche tu che in un’analisi non superficiale i concetti bene e male definiscono meno che nulla..
Possiamo però aprirci e comprendere sempre più che ogni azione porta con sé numerose sfaccettature,
è correlata col resto, ovvio. Da questa coscienza di ovvietà si giunge a mio avviso a comprendere perfettamente
che non si può vivere nell’incoscienza delle nostre forze psichiche e fisiche e che un pugno può servire a sfasciare
i connotati a qualcuno ma all’occorrenza pure a forzare la finestra di un appartamento che va a fuoco, eppure è la medesima forza.
L’uso che ne si fa definisce il senso. Questa discriminante penso che sia un valore fondante, o per maggiore precisione,
una necessità intellettiva senza la quale quella ricerca di giustizia (o di “bene”) assume contorni parecchio nebulosi.


Buone feste o meglio: un rinnovo di un Buon Viaggio a tutti..
gyta is offline  
Vecchio 24-12-2013, 10.53.07   #6
maral
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Citazione:
non è forse, Maral, l'amore verso se stessi che si nasconde dietro l'amore verso il distante?
Sì, possiamo dire che è così, ma è così solo in quanto parimenti l'amore verso il distante si nasconde sempre dietro l'amore verso se stessi, ossia solo in quanto l'amore è amore della differenza che non separa, ma tiene uniti facendo sussistere il me stesso e il distante.
Il Dio necessario di Karamazov è dunque l'altro nella sua infinita distanza, ogni altro nel suo essere irriducibilmente altro rispetto a me, compreso quel me stesso che è l'altro per l'altro. Dio è rappresentazione dell'infinita distanza tra me e l'altro e quel me che è l'altro del mio altro e l'illecito che esso impedisce è il mancato riconoscimento e dunque il mancato rispetto di questa distanza che garantisce l'integrità del vero impedendone la falsificazione, ossia l'annientamento dell'esistente.
L'odio che può opporci è certo volontà di questo annientamento, ma è sorretto dal senso di questa incolmabile distanza che ci lega pur apparendoci nella sua sola manifestazione contrappositiva che ci si illude di poter superare solo gettandosi contro, solo togliendo l'altro anziché togliendo l'isolamento in cui la contrapposizione totalmente vuole identificarsi. Ma l'indifferenza è assai peggio dell'odio, l'indifferenza è negazione radicale e attuale della differenza, è dunque annientamento dell'altro insieme a me stesso (l'altro dell'altro) sentito come già realizzato.
L'indifferenza è il punto di arrivo della volontà di potenza, il suo supremo momento astratto pensato come attuato e dunque reale. Forse è questo che Nietzsche non ci ha detto, o forse che pur dicendocelo noi non abbiamo inteso, perché di certo credo lui lo abbia sentito e pure manifestato proprio a mezzo della sua finale follia, perché è proprio la follia lo svelamento profondo dell'indifferenza, l'ultima parola intellegibile che manifesta il suo vero nome.
Per questo credo che il pensiero nicciano non ci ha lasciato alcun super uomo, la volontà di potenza non poteva permetterlo, doveva esprimere fino in fondo la propria coerente metafisica in cui lo stesso super uomo non può avere assolutamente nulla di super, perché esso stesso, ugualmente a ogni altro esistente è già niente e può solo rassegnarsi a esserlo. Per questo l'uomo senza qualità è l'unico super uomo possibile del mondo post nicciano, destinato a diventare un niente che cammina nella moltitudine di essenti a lui uguali, ossia di essenti che proprio come lui sono già niente.
maral is offline  
Vecchio 25-12-2013, 23.43.29   #7
paul11
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Citazione:
Originalmente inviato da leibnicht
Qualcuno immagina e comprende la "relatività culturale" come la perfetta "equivalenza dei possibili" sartriana?.................... ........
.

ciao Leibnicht
E' un discorso complesso che verte almeno su tre piani:
-la cultura che determina il clima
-la società che viene determinata dalla cultura e in cui agiamo,viviamo
-il piano esistenziale individuale, il rapporto fra noi e il mondo nella contemporaneità.

Penso che tu sappia che Nietzsche al fondamento del suo radicale pensiero critico contro i baluardi culturali che avevano reso mediocre l'umanità ,vi è l'antica contrapposizione fra la cultura dionisiaca che è esplosione vitale, bellezza, sensualità e dall'altra la cultura apollinea come principio ordinativo, armonico, di senso che costituirà la base anche del Dio Occidentale.
L'incontro fra il dionisiaco e l'apollineo fu rappresentato dalla tragedia attica.

Il principio razionalistico veniva dai secoli precedenti ,fino all'epoca dei lumi.
La ragione si erge come principio di autorità,di giudizio esautorando l'autorità divina. L'uomo ,in sintesi, dà alla sua ragione la possibilità e la volontà di potenza.
L'incontro del razionalismo ,che spinge le scienze naturali alle nuove metodiche, si sposerà al principio di progresso del positivismo, sospinte entrambi dalle enormi invenzioni e scoperte e dal potere tecnologico che riconfigurerà le società occidentali.


Ma intanto era accaduto che l'autorità regolativa della ragione non poteva fondarsi su una morale divina, su una Rivelazione divina, sullo svelamento della verità.
La morale perderà nettamente il suo ruolo, in quanto il razionalizzare è soprattutto logica che diventa nel sociale : utilitarismo,giustizia distributiva,ecc.

Dall'altra accade che quella vitalità esplosiva e sensuale, istintiva, sarà sublimata dalle istituzioni sociali. Il compito fondamentale di queste è la pacificazione del conflitto con le sue ragnatele procedurali, ma fa di più:blocca gli istinti, le pulsioni e fa di un uomo un razionale privo di "anima".
Non rende l'uomo più maturo ed emancipato nella sua esperienza di vita, ma lo condiziona fortemente nello stesso modo che procede ad una standardizzazione industriale degli oggetti prodotti e del modo di produrre, tipico della metodica scientifica :l'uomo diventa sempre più funzionale al modello produttivo e sociale.
Da quì la famosa alienazione che in fondo è simile al dionisiaco provocatorio di Nietzsche.
L'uomo "piallato" è un mediocre che vive la sua emotività condizionata nei gesti e nelle azioni: deve stare attento a misurare la sua esuberanza nell'emozione, deve controllare la sua emotività: allora non ama come desidererebbe , non si getta nella passione, non tenta di librarsi in volo, ma si tarpa le ali da solo forse anche per non vivere, per nno essere cosciente della profonda distanza che sente fra il dentro di sè , è quello che deve essere per la rappresentazione sociale.

La parola chiave diventa autenticità contrapposta alla falsità , all'ipocrisia di un tempo dove l'uomo è un produttore quanto una batteria di polli o un allevamento di maiali, poi diventa costo sociale.

Abbiamo necessità di avere il bene e il male, di capire il giusto e l'errore, sapendo che sbaglieremo per imparare, perchè ci servono dei riferimenti per capire noi stessi e gli altri.
Non possiamo gestire la fiducia , i rapporti umani ed emotivi senza una bussola.
Il problema umano è il passaggio dall’empatia ad una forma di razionalizzazione, cioè la nostra intelligenza correla sentimento e logica. Fin’ora la razionalizzazione, non potendo giustificare scientificamente i sentimenti e tanto meno un principio morale, non fa altro che interessarsi degli output e non degli input, in altri termini lo studio del comportamento è sugli effetti e non sulle cause:la vera natura umana è ancora un tabù.

Il bene e il male non può essere il giudizio esterno a noi stessi compiuto da una autorità che non potrà mai leggere la nostra intimità umana.
L’errore fu che dal principio di autorità di Dio si passò a quello della ragione razionale, sempre e comunque un soggetto,una entità oggettivata esterna che collide l’emotività vitale umana, il desiderio di vivere.

Forse la sfida è riflettere sul concetto di razionalità e di realtà comprendendo nella ragione la parte vitale, emotiva, motivazionale e che non possiamo mortificare la nostra intimità ,soffocarla e logorarla nell’esercizio ipocrita delle rappresentazioni sociali che condizionano.
L’uomo se abbassa i suoi livelli di sensualità di esuberanza di passionalità perde la capacità immaginifica, visionaria e fantastica ,tipicamente creativa e intuitiva e si riduce ad automa: Nietzsche lo capisce benissimo.

Sappiamo che le gestualità le sensazioni emotive sono fortemente empatiche, un clima di gioia è contagioso quanto un clima ottenebrato lo è di mortificazione.

Per ora mi fermerei qui….
paul11 is offline  
Vecchio 28-12-2013, 22.40.24   #8
freedom
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Riferimento: Equivalenza del Bene e del Male

Ma è mai possibile che nessuno si accorga che qualsiasi ragionamento volto a spiegare come stanno le cose è destinato ad un totale ed assoluto fallimento?

Come, COME non comprendere al volo che senza sapere da dove veniamo, perché siamo qui e dove andremo non è possibile avere un quadro di riferimento accettabile?

Solo ipotesi, ipotesi e ancora ipotesi. Qualcuna più verosimile di altre ma ipotesi.

ADDIRITTURA persino la metafisica pare del tutto inadeguata a soddisfare le nostre domande. Sì perchè quand'anche essa fosse vera (ed io lo credo! credo eh...) cosa me ne faccio di conoscere come funziona la realtà? Cosa me ne faccio di sapere i principi immutabili che governano la realtà? Principio del movimento, qualità e quantità ed a cascata tutto il resto. Cosa serve? Solo a sentirsi meno ignoranti. Vanità. Vanità che ben presto si trasforma in superbia.

Purtroppo aveva ragione Paolo: "tutto è vanità". E quand'anche (ma non lo ritengo assolutamente possibile) si scoprissero le vere risposte agli unici quesiti che contano e cioè da dove veniamo, etc. vi dirò che non me ne faccio niente lo stesso. Una bella soddisfazione certo, ma sempre schifosa vanità.

C'è una SOLA COSA CHE CONTA: la gioia eterna. Questa è l'assoluta, incontrovertibile VERITA' della vita umana. Della storia umana. Tutto il resto è poesia. I cristiani (solo alcuni a dire il vero) l'hanno compreso e lo promettono ma, in tutta franchezza, non saprei dire se la loro promessa ha valore. Ma questa è un'altra storia.

Buon anno a tutti.

P.S.
rileggendo il mio post vi leggo, forse, un'eccessiva amarezza. Non voglio lasciarvi così. Ci sono le passioni che possono alleviare l'incommensurabile sofferenza umana. Ed a loro invito me stesso e voi tutti di rivolgere la propria attenzione e tensione esistenziale. E' quella l'unica consolazione. Ammesso che questa parola abbia cittadinanza in questo pianeta. Lasciate stare la filosofia, le domande sull'irrilevanza del bene e del male e quant'altro. E' tempo perso.
freedom is offline  
Vecchio 24-01-2014, 00.08.08   #9
attano
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E' un post appassionato, anche personale, merita rispetto.
Francamente, io non ho una vera risposta, anche perché è una domanda che contiene già le sue risposte... C'è un punto di vista che è assolutizzante e non si può entrare nel merito della questione senza accettare la tua analisi - e io non la condivido, o forse non la capisco. Ma, per quello che capisco, non sono d'accordo.

L'Europa amorale? No, non credo. “Floscia”, certamente “molto floscia” (chi ascolta Max Paiella / Nicolaj Tekorcov mi capisce...), de-virilizzata, senile, ma non amorale. E, ovviamente, si riconosce in valori senili, quelli che dici tu: la pace, la democrazia, i diritti dell'uomo, il “bene comune”... possiamo anche metterci quella certa idea di una scienza supina, una paradigmatica conoscenza “oggettiva” che pare capace di supportare (spesso in modo molto obliquo) ogni ideologia della modernità.
In base a questi valori di facciata, per quanto inficiati da una palpabile ipocrisia (cosa che non si potrebbe dire altrettanto facilmente degli americani), c'è una condivisione (dogmaticamente) indicutibile e (conformisticamente) indiscussa che si può tranquillamente definire come una “morale”. Questa è l'età del «gregge autonomo» - bisogna prenderne atto.

Equivalenza di bene e male? Capisco che lo si possa dire, ma c'è una tale paura di avere opinioni che non siano preconfezionate, c'è così tanta e diffusa disponibilità a farsi irretire, che pare difficile crederlo. Tutti che credono fermamente all'uguaglianza, ai diritti inalienabili della persona, al libero arbitrio... Quelli che cercano disperetamente qualcosa in cui credere, il “valore” a cui conformare l'esistenza – la ricerca di una fede che tradisce il bisogno di sentirsi comandati, di obbedire.
E che male potrebbero mai fare tutti costoro che lavorano per l'avvento del paradiso sulla terra?
Poi, sì, “Dio è morto” e “non ci sono certezze”... ma questo non è nichilismo, è Cristianesimo latente – e un'estetica un po' masochistica.
attano is offline  
Vecchio 11-02-2014, 01.52.42   #10
leibnicht
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Citazione:
Originalmente inviato da attano
E' un post appassionato, anche personale, merita rispetto.
Francamente, io non ho una vera risposta, anche perché è una domanda che contiene già le sue risposte... C'è un punto di vista che è assolutizzante e non si può entrare nel merito della questione senza accettare la tua analisi - e io non la condivido, o forse non la capisco. Ma, per quello che capisco, non sono d'accordo.

L'Europa amorale? No, non credo. “Floscia”, certamente “molto floscia” (chi ascolta Max Paiella / Nicolaj Tekorcov mi capisce...), de-virilizzata, senile, ma non amorale. E, ovviamente, si riconosce in valori senili, quelli che dici tu: la pace, la democrazia, i diritti dell'uomo, il “bene comune”... possiamo anche metterci quella certa idea di una scienza supina, una paradigmatica conoscenza “oggettiva” che pare capace di supportare (spesso in modo molto obliquo) ogni ideologia della modernità.
In base a questi valori di facciata, per quanto inficiati da una palpabile ipocrisia (cosa che non si potrebbe dire altrettanto facilmente degli americani), c'è una condivisione (dogmaticamente) indicutibile e (conformisticamente) indiscussa che si può tranquillamente definire come una “morale”. Questa è l'età del «gregge autonomo» - bisogna prenderne atto.

Equivalenza di bene e male? Capisco che lo si possa dire, ma c'è una tale paura di avere opinioni che non siano preconfezionate, c'è così tanta e diffusa disponibilità a farsi irretire, che pare difficile crederlo. Tutti che credono fermamente all'uguaglianza, ai diritti inalienabili della persona, al libero arbitrio... Quelli che cercano disperetamente qualcosa in cui credere, il “valore” a cui conformare l'esistenza – la ricerca di una fede che tradisce il bisogno di sentirsi comandati, di obbedire.
E che male potrebbero mai fare tutti costoro che lavorano per l'avvento del paradiso sulla terra?
Poi, sì, “Dio è morto” e “non ci sono certezze”... ma questo non è nichilismo, è Cristianesimo latente – e un'estetica un po' masochistica.

Non siamo "moderni", nella misura in cui pretendiamo all'autenticità di Heidegger.
Ho sempre disprezzato il pensiero che diventa "intenzione sociale", come prassi anche eventualmente. Mi sento scivolare in questa direzione, con un senso intimo di disagio.
Esso riguardo solo ciò che esprimo in forma di parola.
Quali sono le possibilità alternative?
leibnicht is offline  

 



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