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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 07-06-2014, 05.04.22   #1
gyta
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Chi si accontenta gode?

Chi si accontenta gode” recita un adagio
ma se lo si prende alla lettera si ha non il rischio
ma la certezza di tradire se stessi.

Nell’accontentarsi si mette in atto una sorta di modalità interiore di accettazione preventiva.
Se in conto abbiamo preventivato di accettare come risposta alle nostre esigenze qualunque
cosa accada allora sottilmente agiamo su quelle nostre stesse esigenze, che non saranno più
le nostre ma l’adattamento nostro ad un presunto caso-ambiente. Fine della discussione accalorata,
fine della ricerca di una soluzione, fine dell’ascolto. Perché che ci si ascolta a fare se comunque
qualunque mutazione viene di fatto elusa al nascere previo accettazione dell’accadere?
Fare i conti con ciò che accade al di là della nostra volontà è una cosa,
altro è invece a mio avviso porsi a godere comunque.

Ma chi è in tal caso che gode?
L’essere umano privato del proprio sentire, del proprio mondo interiore.
La saggezza consiste nel trovare una strada che risponda alle esigenze passando attraverso il reale
(reale=in questo caso col senso di “eventi”).
E’ saggio l’uomo che si accontenta a priori, ovvero come filosofia di vita?
E’ saggio un uomo che si accontenta al fine di poter essere.. cosa? Felice?
Ma può essere felice? Se obbligato a dimensionare il suo sentire secondo accadimenti?
Non è forse questo un falso mito di saggezza?

Non è forse la saggezza ricerca di possibili conoscenze e virtù?
Quale spinta alla conoscenza vi può essere in una rinuncia a priori?

E come si può mai parlare di “godere nell’accontentarsi” senza una preventiva imprescindibile accettazione
degli eventi qualunque essi siano? Non svela la formula in quel “gode” finale una volontà previo posta
a qualunque sentire? Resta in tal modo il sentire ancora libero?

Nonostante l’assurdità dei paradossi che il proverbio contempla
è ritenuto dai più fonte di insegnamento o perlomeno d’ispirazione;
cosa dire allora di questo periodo della storia umana dove sembra ergersi centrale
la sua peggiore interpretazione?

Ciò che spesso intendiamo come carenza di solidi valori, di partecipazione sociale,
di messa in gioco personale non è forse il risultato di una sorta di accettazione preventiva
che lentamente ha degenerato in un sotterraneo senso di impotenza, ora verso “lo stato/la legislatura”
ora nel privato? Che ne è dell’umanesimo socialista, degli ideali marxisti, del fervore di una Voltairine
de Cleyre, di una Emma Goldman, di un Marcuse, dell’umanità di un Guevara?
Che ne è della dignità di essere donna, dei valori femministi, antisessisti, anti-uniformiamoci,
anti-sfruttiamoci-libera-mente? Che ne è della coscienza di essere che-non-si-legge-sui-libri-spiritual-age?
Che ne è del nostro potere?
Che ne è.. di noi, i diversi, i non morti, quelli a cui tutto-non-va-affatto-sempre-bene?
Che ne è dell’amore autentico non sublimato? Che ne è di Dio non inscatolato?
Che ne è del nostro spirito, del nostro sentire, del nostro potere?
Che ne è dei nostri pensieri, non quelli di Nietzsche, i nostri?
In quale presunto contenitore politico sono finiti i nostri pensieri?
In quale presunto contenitore spirituale il nostro sentire?
In quale gelo insospettato è scivolato il nostro potere personale?
Che orribile forma ha preso il nostro dolore?

Tutto falso e superfluo questo spreco di vita umana, di ossa e tendini, di cervello e cuore,
questa trasformazione delle persone in stracci umani, spettri, miserevoli caricature delle creature
che dentro di sé hanno il potenziale di essere, dal giorno in cui sono nate;
ciò che chiamiamo economia, l’ammassamento di cose, è in realtà la spesa più spaventosa
– il sacrificio del creatore alla sua creazione – la perdita di tutti i più fini e nobili istinti
in cambio dell’acquisizione di un attributo rivoltante, il potere di contare e di calcolare
”.

[Voltairine de Cleyre ]
gyta is offline  
Vecchio 07-06-2014, 19.06.07   #2
sgiombo
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Citazione:
Originalmente inviato da gyta
Chi si accontenta gode” recita un adagio
ma se lo si prende alla lettera si ha non il rischio
ma la certezza di tradire se stessi.

Nell’accontentarsi si mette in atto una sorta di modalità interiore di accettazione preventiva.
Se in conto abbiamo preventivato di accettare come risposta alle nostre esigenze qualunque
cosa accada allora sottilmente agiamo su quelle nostre stesse esigenze, che non saranno più
le nostre ma l’adattamento nostro ad un presunto caso-ambiente. Fine della discussione accalorata,
fine della ricerca di una soluzione, fine dell’ascolto. Perché che ci si ascolta a fare se comunque
qualunque mutazione viene di fatto elusa al nascere previo accettazione dell’accadere?
Fare i conti con ciò che accade al di là della nostra volontà è una cosa,
altro è invece a mio avviso porsi a godere comunque.

Ma chi è in tal caso che gode?
L’essere umano privato del proprio sentire, del proprio mondo interiore.
La saggezza consiste nel trovare una strada che risponda alle esigenze passando attraverso il reale
(reale=in questo caso col senso di “eventi”).
E’ saggio l’uomo che si accontenta a priori, ovvero come filosofia di vita?
E’ saggio un uomo che si accontenta al fine di poter essere.. cosa? Felice?
Ma può essere felice? Se obbligato a dimensionare il suo sentire secondo accadimenti?
Non è forse questo un falso mito di saggezza?

Non è forse la saggezza ricerca di possibili conoscenze e virtù?
Quale spinta alla conoscenza vi può essere in una rinuncia a priori?

E come si può mai parlare di “godere nell’accontentarsi” senza una preventiva imprescindibile accettazione
degli eventi qualunque essi siano? Non svela la formula in quel “gode” finale una volontà previo posta
a qualunque sentire? Resta in tal modo il sentire ancora libero?

Nonostante l’assurdità dei paradossi che il proverbio contempla
è ritenuto dai più fonte di insegnamento o perlomeno d’ispirazione;
cosa dire allora di questo periodo della storia umana dove sembra ergersi centrale
la sua peggiore interpretazione?

Ciò che spesso intendiamo come carenza di solidi valori, di partecipazione sociale,
di messa in gioco personale non è forse il risultato di una sorta di accettazione preventiva
che lentamente ha degenerato in un sotterraneo senso di impotenza, ora verso “lo stato/la legislatura”
ora nel privato? Che ne è dell’umanesimo socialista, degli ideali marxisti, del fervore di una Voltairine
de Cleyre, di una Emma Goldman, di un Marcuse, dell’umanità di un Guevara?
Che ne è della dignità di essere donna, dei valori femministi, antisessisti, anti-uniformiamoci,
anti-sfruttiamoci-libera-mente? Che ne è della coscienza di essere che-non-si-legge-sui-libri-spiritual-age?
Che ne è del nostro potere?
Che ne è.. di noi, i diversi, i non morti, quelli a cui tutto-non-va-affatto-sempre-bene?
Che ne è dell’amore autentico non sublimato? Che ne è di Dio non inscatolato?
Che ne è del nostro spirito, del nostro sentire, del nostro potere?
Che ne è dei nostri pensieri, non quelli di Nietzsche, i nostri?
In quale presunto contenitore politico sono finiti i nostri pensieri?
In quale presunto contenitore spirituale il nostro sentire?
In quale gelo insospettato è scivolato il nostro potere personale?
Che orribile forma ha preso il nostro dolore?

Tutto falso e superfluo questo spreco di vita umana, di ossa e tendini, di cervello e cuore,
questa trasformazione delle persone in stracci umani, spettri, miserevoli caricature delle creature
che dentro di sé hanno il potenziale di essere, dal giorno in cui sono nate;
ciò che chiamiamo economia, l’ammassamento di cose, è in realtà la spesa più spaventosa
– il sacrificio del creatore alla sua creazione – la perdita di tutti i più fini e nobili istinti
in cambio dell’acquisizione di un attributo rivoltante, il potere di contare e di calcolare
”.

[Voltairine de Cleyre ]

Concordo con la negazione che accontentarsi a priori sia godere: il "benessere" é per me puramente e semplicemente sinonimo di "soddisfazione dei desideri" (più sono appagati, più a parità di appagamento sono forti i desideri, meglio si sta).

Tuttavia a posteriori sapersi accontentare di ciò che si risce ad ottenere e non pretendere l' impossibile é una condizione per ottenere un relativo benessere.
E ignorare che non siamo onnipotenti e che generalmente -non in assluto!- é più facile adattare le nostre esigenze alla realtà che viceversa può portare a sbattere la testa molto tragicamente. E' fra l' altro il destino di distruzione e di estinzione a cui stanno portando l' umanità i vigenti, "ultraanacronistici" rapporti sociali, che oggettivamente impongono inevitabilmente di ignorare i limiti delle risorse naturali, della capacità della natura di metabolizzare gli effetti dannosi di produzioni e consumi, nonché della possibilità umana di dominare la natura mediante la tecnica, ma solo adattandosi alle sue inesorabili leggi del divenire (conoscendole e utilizzandole, "applicandole ai nostri scopi" per quanto realisticamente possibile), come ammoniva centiocinquant' anni fa (in pieno "positivismo giulivo"!) il grande Friederich Engels.
sgiombo is offline  
Vecchio 08-06-2014, 03.19.39   #3
green&grey pocket
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Perchè ce l'hai su con Nietzsche?

Comunque...chi si accontenta gode lo intendo anch'io in senso negativo.

Non è però questione di valore, di azione, come mi sembra l'hai anti-interpretato tu, quanto di mantenimento dell'idea che io ho di me.

Questo è il fio di una supposts saggezza, quella del limite, della misura, del saper calcolare.

Proprio Nietzche, parla di umanità che si è messa in catene per essere più felice, più masueta, più spirituale per dirla infine.
Quello che manca, ora che siamo spirituali è proprio l'abbandono di quelle catene.

Chi si accontenta gode è un proverbio contadino, oggi invecchiato male.
infatti quello che vogliamo è esattamente quello che scrivi, azione, differenza, in una sola parola volontà di potenza.

Attenzione a dare valore alla volontà di potenza, da lì ai fascismi il passo è breve.
La volontà di potenza "liberata" è invece prassi di relazione, di continuo scontro, agone con gli uomini e con le cose, a livello individuale mai sociale.

cave canem!
green&grey pocket is offline  
Vecchio 08-06-2014, 14.07.29   #4
z4nz4r0
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Dico che il migliore controllo sul proprio umore lo si ha quando si sente chiaramente quello che si fa (quando sentire e agire si determinano vicendevolmente nel modo più diretto). Le uniche cose a cui rinuncio volentieri sono le mie pretese.
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Vecchio 08-06-2014, 22.46.00   #5
Mymind
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Salve gyta, sono d'accordo nell'affermare che il detto che sta a titolo sia riduttivo non approfondendo la valenza d'accontenarsi e di godere. Poichè accontentandosi a priori si resterà invinghiati irrimediabilmente al condizionamento esterno assumendo un'aspetto passivo nei confronti della vita e un continuo modificarsi della propria natura in relazione a qualcos'altro che incide nel nostro sentimento o stato interiore. Però nell'icona del saggio, in un certo senso anche stoico, non c'è una passività latente nei confronti del reale, alla quale ci si adegua, ma un totale discernimento dal reale, che sia esso sofferenza, serenità o felicità senza esserne condizionato nel proprio stato interiore. Accontentarsi sarebbe arrendersi agli eventi, discernere invece averne libertà d'affrontarli razionalmente, non praticando l'atarassia, ma scegliendo il modo con cui rapportarsi con essi.
Un esempio pratico: un uomo vive in una situazione precaria e faticosa, se s'accontentasse ugualmente sarebbero gli eventi a giocare con lui togliendoli la facoltà di libero arbitrio (che comunque a parer mio non esiste in maniera assoluta nell'uomo), il saggio invece conservando il suo stato interiore di serenità sceglierà quale sia il modo migliore di rapportarsi alla situazione per migliorarla e se gli andasse bene o male (a causa di fattori esterni che non sono sotto la nostra influenza) non ne sarà condizionato, non ha bisogno di quell'esaltazione data dall'evento esterno poichè la ritrova nella sua sicurezza interiore condizionabile sol da se stesso, decidendo anche se volesse di godere dell'evento voluttuoso.
Colui che s'accontenta è incappato nelle sabbie mobili. Basti vedere anche in una situazione di pericolo dove il modo d'agire è determinante quale dei due sarebbe quello che ne perirebbe sicuramente.

Questo stralcio di Emerson è illuminante visto sotto un'ottica secondo la quale in solitudine dobbiamo vivere secondo noi stessi od imparare a farlo, così che non si perda l'individualità : "È facile, nel mondo, vivere secondo l'opinione del mondo; è facile, in solitudine, vivere secondo noi stessi; ma l'uomo grande è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità l'indipendenza della solitudine"

Oramai nella civiltà moderna il condizionamento esterno che agisce, su chi si accontenta, è sempre più volontario e perforante. Lo si ritrova nei mass media, nelle corporazioni globali, nella demegogia politica allo stesso modo di come nel medioevo faceva la religione. C'è quindi una volontà, al limite dell' indiretto, che plasma l'individuo spingendolo ad accontentarsi di un certo standard (che può essere una forma di governo o l'auto per uscire il sabato) in modo che ne venga mantenuto lo status quo. Il popolo è piuttosto abituato a giungere ad un compromesso svendendo la sua libertà in cambio di una forma di sicurezza e comodità (che talvolta è solo forma senza sostanza). Incisiva proprio in questo caso sarebbe la figura del saggio che libero dai condizionamenti indotti manterrebbe la sua libertà(almeno interiore) e soprattutto il suo giudizio critico, poichè è l'atrofizzarsi di questo che porta infine all'accontentarsi o all'essere plasmato. Senza discernimento non possiamo distinguere ciò che è nostro da ciò che pensiamo essere nostro ma che invece è stato condizionato inconsciamente.
Che ne è dell'uomo indipendente?
Che ne è del coraggio ?
Che ne è del desiderio di libertà?
Che ne è della nostra natura?
Che ne è dell'unicità?
Soffocati, oscurati nelle masse da ciò che gli abbraccia strizzando un occhio comprando la loro sottomissione. Significati che si tramutano in significanti.

Al di là dell'analisi però è facile e alla portata di tutti essere pessimisti, la vera sfida è essere ottimisti e muovere dei passi verso il miglioramento o almeno capire come farlo. I perchè del presente credo siano chiari alla piccola parte che dell'intelletto non ne ha fatto una mera protesi, come questo forum, oasi in un web colmo di spazzatura.
Ma come mostrare alle masse che si sono accontentate e all'individuo che ha compromesso la sua libertà? Come far rivalutare all'etica il valore dell'unicità e dell'originalità dell'inidividuo? Come insegnare e come raggiungere tutti a far sbocciare, o meglio, ritrovare il proprio spirito critico? Come risolvere la paura che offusca il desiderio di libertà?
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Vecchio 10-06-2014, 07.03.57   #6
jador
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Ciò a cui tendiamo deve corrispondere al nostro valore interiore, a quello che sappiamo di essere, alle nostre capacità.

Evitando di sopravvalutarci, per non rischiare di strafare, per non sentirsi dio e pretendere tutto a tutti i costi.


Martin Luther King:

Se non puoi essere un pino sul monte
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina
sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra,
sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole,
sii una stella.
Sii sempre il meglio
di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno
che sei chiamato ad essere,
poi mettiti a realizzarlo nella vita.


E questo non significa accontentarsi.

Ultima modifica di jador : 10-06-2014 alle ore 08.05.10.
jador is offline  
Vecchio 14-06-2014, 20.57.28   #7
Koirè
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Citazione:
Originalmente inviato da gyta
Chi si accontenta gode” recita un adagio
ma se lo si prende alla lettera si ha non il rischio
ma la certezza di tradire se stessi.

Nell’accontentarsi si mette in atto una sorta di modalità interiore di accettazione preventiva.
Se in conto abbiamo preventivato di accettare come risposta alle nostre esigenze qualunque
cosa accada allora sottilmente agiamo su quelle nostre stesse esigenze, che non saranno più
le nostre ma l’adattamento nostro ad un presunto caso-ambiente. Fine della discussione accalorata,
fine della ricerca di una soluzione, fine dell’ascolto. Perché che ci si ascolta a fare se comunque
qualunque mutazione viene di fatto elusa al nascere previo accettazione dell’accadere?
Fare i conti con ciò che accade al di là della nostra volontà è una cosa,
altro è invece a mio avviso porsi a godere comunque.

Ma chi è in tal caso che gode?
L’essere umano privato del proprio sentire, del proprio mondo interiore.
La saggezza consiste nel trovare una strada che risponda alle esigenze passando attraverso il reale
(reale=in questo caso col senso di “eventi”).
E’ saggio l’uomo che si accontenta a priori, ovvero come filosofia di vita?
E’ saggio un uomo che si accontenta al fine di poter essere.. cosa? Felice?
Ma può essere felice? Se obbligato a dimensionare il suo sentire secondo accadimenti?
Non è forse questo un falso mito di saggezza?

Non è forse la saggezza ricerca di possibili conoscenze e virtù?
Quale spinta alla conoscenza vi può essere in una rinuncia a priori?

E come si può mai parlare di “godere nell’accontentarsi” senza una preventiva imprescindibile accettazione
degli eventi qualunque essi siano? Non svela la formula in quel “gode” finale una volontà previo posta
a qualunque sentire? Resta in tal modo il sentire ancora libero?

Nonostante l’assurdità dei paradossi che il proverbio contempla
è ritenuto dai più fonte di insegnamento o perlomeno d’ispirazione;
cosa dire allora di questo periodo della storia umana dove sembra ergersi centrale
la sua peggiore interpretazione?

Ciò che spesso intendiamo come carenza di solidi valori, di partecipazione sociale,
di messa in gioco personale non è forse il risultato di una sorta di accettazione preventiva
che lentamente ha degenerato in un sotterraneo senso di impotenza, ora verso “lo stato/la legislatura”
ora nel privato? Che ne è dell’umanesimo socialista, degli ideali marxisti, del fervore di una Voltairine
de Cleyre, di una Emma Goldman, di un Marcuse, dell’umanità di un Guevara?
Che ne è della dignità di essere donna, dei valori femministi, antisessisti, anti-uniformiamoci,
anti-sfruttiamoci-libera-mente? Che ne è della coscienza di essere che-non-si-legge-sui-libri-spiritual-age?
Che ne è del nostro potere?
Che ne è.. di noi, i diversi, i non morti, quelli a cui tutto-non-va-affatto-sempre-bene?
Che ne è dell’amore autentico non sublimato? Che ne è di Dio non inscatolato?
Che ne è del nostro spirito, del nostro sentire, del nostro potere?
Che ne è dei nostri pensieri, non quelli di Nietzsche, i nostri?
In quale presunto contenitore politico sono finiti i nostri pensieri?
In quale presunto contenitore spirituale il nostro sentire?
In quale gelo insospettato è scivolato il nostro potere personale?
Che orribile forma ha preso il nostro dolore?

Tutto falso e superfluo questo spreco di vita umana, di ossa e tendini, di cervello e cuore,
questa trasformazione delle persone in stracci umani, spettri, miserevoli caricature delle creature
che dentro di sé hanno il potenziale di essere, dal giorno in cui sono nate;
ciò che chiamiamo economia, l’ammassamento di cose, è in realtà la spesa più spaventosa
– il sacrificio del creatore alla sua creazione – la perdita di tutti i più fini e nobili istinti
in cambio dell’acquisizione di un attributo rivoltante, il potere di contare e di calcolare
”.

[Voltairine de Cleyre ]

Il mio personale parere che chi si accontenta di ciò che possiede,ma perchè quel che ha sono cose amate allora si..può godere.Ma se invece si accontenta solo per paura dell'ignoto,di perdere dei "rami secchi"..di non avanzare nella vita..allora povero...piange......
Koirè is offline  
Vecchio 15-06-2014, 18.15.39   #8
maral
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Sul tempio di Apollo a Delfi stava scritto "Uomo conosci te stesso". Conoscere se stessi non significa accontentarsi di se stessi, ma rendersi contenti di ciò che si è, perché altro non si può essere.
Questo non significa dunque in alcun modo un dovere rassegnato di accontentarsi sempre e comunque di ciò che ci accade e nemmeno di ribellarsi a tutti i costi a ciò che ci accade, ma di vivere ciò che ci accade per quello che consapevolmente sappiamo in noi stessi di essere, nel nostro modo di porci verso ogni specifico accadimento.
maral is offline  
Vecchio 05-07-2014, 07.55.23   #9
gyta
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Partendo dalla più elementare osservazione sulla caratteristiche della mente umana,
la capacità di imparare, non vi è nulla di congenitamente ineluttabile che tale non si voglia rendere.

Molte menti si dedicano all’osservazione dei comportamenti umani senza giungere
ad osservare in piena luce ciò che nel profondo li determina, non differentemente
da un matematico che si ostini a dimostrare l’inefficacia di un metodo aggirandone il fine.

In questa discussione ho cercato di evidenziare questa dinamica cercando di portare l’attenzione
a quei valori che fanno da riferimento emulativo nel sociale ed attraverso
le susseguenti generazioni. Mi accorgo ora che l’indirizzo generale d’interpretazione
coglie di fatto il riflesso evitando fondamentalmente il nocciolo: l’imperativo sottostante
verso l’ emulazione incontrastata quella di un apparente benessere
e della
sua relativa contestuale epidermica leggerezza, identità accomunante di delega
sotterranea affinché ci si riconosca in appartenenza pur a niente ed a nessuno appartenendo,
perifrasi non di “se dio è morto tutto è lecito” ma “se l’uomo è l’astratto sociale
allora è delega pertanto essendo delega fondamentalmente è rinuncia all’identità
allora non dio ma l’uomo in quanto essere è tacitamente fondamentalmente morto”.

Il “conosci te stesso” suggerito dall’oracolo diviene in tale contesto null’altro che formula
d’appartenenza a quel sociale la cui epidermica leggerezza è marchiata al suono
inudito di quel medesimo adagio divenuto a sua volta sovrastruttura culturale.
Così nell’apparente culto dell’introspezione si alimenta e si consolida quella sordità
all’osservazione diretta e di emulazione in emulazione il tangibile diviene intangibile
e la metafisica (diviene) parola-artificio volta a coprire secoli e secoli di memoria interrata,
poiché un sentire per davvero proprio sarà dunque impossibile a rintracciarsi sotto cumuli
di astrazioni coattamente ereditate.

La conoscenza [la verità in riferimento ad un altro 3d quello di gorgia ] in tal modo
null’altro resta essere che arte retorica atta alla manipolazione del pensiero, al monopolio
del costrutto concettuale (o opinione) che di quell’intangibilità nullificante fa il suo centro
[seppure occultato da fatiscente forma referenziale].


Citazione:
ma l'uomo grande è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità l'indipendenza della solitudine
(Cita Emerson, Mymind)
E poi domanda:
Citazione:
Che ne è dell'uomo indipendente?
Come far rivalutare all'etica il valore dell'unicità e dell'originalità dell'individuo?
(Mymind)

Penso (rispondo): unicamente attraverso l’analisi e la coscienza profonda di quel
sistema di pensiero attraverso cui crediamo nostro il pensiero ultimo che pensiamo
ci appartenga e le cui radici s’intrecciano sotterranee ad un modello di valori che nemmeno
rintracciamo se non allo stadio ultimo in cui un apparente sorriso s’impone ad un più
autentico possibile dubbio.

Ecco allora che l’immaginario sotterraneo occultato decide nostro malgrado l’inautenticità
del nostro sentire e ci poniamo l’uni agli altri come se quella coscienza e quella identità
per davvero ci appartenesse nel profondo salvo minimizzare poi di fronte a visioni inconsuete
che ci chiedono ben altra coscienza di essere.. di fronte a queste filosofiamo per bocca
di altri filosofi (Green, Nietzsche era solo un esempio del mimare per bocca altrui!)
e recitiamo i mantra dell’impegno personale mentre in realtà il burattinaio di turno
tira i fili da dietro il sipario e ci si crede spesso e volentieri liberi quando nemmeno
un grammo di quella libertà di pensiero probabilmente ci ha mai sfiorati nel profondo..
così.. in attesa di altri Martin Luther King di altri totem di altri tabù a cui delegare
il nostro potere decisionale..

La mia discussione intendeva porre l’attenzione su quanto di autentico animi per davvero
i nostri percorsi e quanto invece non sia risultato di quel tacito, sotterraneo,
socialmente “corretto” abbraccio ipotetico ad un più quieto (pigro? defunto?) vivere..
pur se tal quieto vivere ci gambizza lentamente inesorabilmente e nel privato e nel politico..
gyta is offline  
Vecchio 29-11-2014, 20.15.18   #10
jolly666
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Riferimento: Chi si accontenta gode?

Il termine chi si accontenta gode è riferito ad un equilibrio interiore, non fatto di beni materiali, vuol dire che se t' impari ad accontentarti, arricchirài la tua anima che cerca di colmare i tuoi senzi di vuoto con i beni materiali..ricordiamoci che nella vita c'è chi è felice con niente e chi è triste con tanto.. ,
jolly666 is offline  

 



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