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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 26-09-2014, 02.21.44   #1
Lampione
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Scetticismo e insoddisfazione.

Dirò ciò che penso in maniera diretta, senza sforzarmi di utilizzare un lessico forbito, semplicemente sperando di trasmettervi la mia "insoddisfazione".
Dunque, io parto dal presupposto che nulla è certo. Niente è sicuro di tutto ciò che ci sta intorno, ma non solo, nessun giudizio può essere valutato, nessun aggettivo può essere dato, credo sia tutto relativo. Come posso io trovare la motivazione per fare qualunque cosa se non riesco a dare un senso a ciò che faccio. Non credo che la ragione umana possa mai raggiungere una sola verità, per questo mi definisco scettico, ma vorrei non esserlo, vorrei avere anche una sola certezza per partire da li a costruire il mio pensiero filosofico. E la certezza che nulla è certo mi fa concludere subito ogni tipo di pensiero o ragionamento. Il fatto che non trovo nulla di universale mi logora dentro. Non esiste una cosa su cui tutti siamo d'accordo, e come posso io dire chi ha ragione o chi ha torto e farne una certezza. Ad esempio lo stupro è visto in maniera negativa quà in occidente ma non escludo che sia permesso in altre culture, quindi come definire giusti noi e sbagliati loro? probabilmente se fossi cresciuto in una cultura dove lo stupro è visto come un atto di forza e virilità allora lo crederei anche io come tale. Sono convinto che il concetto di giusto e sbagliato è qualcosa appreso nel corso della nostra vita, ci è stato detto da altri.
Probabilmente qualcuno avrà avuto in passato il mio stesso problema, vorrei sapere come lo ha affrontato. Io purtroppo sto dando poca importanza a tutto, e già dicendo "purtroppo" contraddico me stesso perchè do un giudizio negativo al fatto di dare poca importanza a tutto, quando invece non posso essere certo che sia una cosa negativa. Spero che almeno uno capisca cosa intendo nonostante averlo spiegato in maniera pessima.
A me questi pensieri insistenti mi hanno portato a non avere più valori. Certo inconsciamente so di averli perchè mi è impossibile non arrabbiarmi quando accadono ingiustizie o piangere quando muore qualcuno di caro. Però non riesco più ad avere una discussione ed essere davvero convinto di ciò che dico, perchè tutto potrà essere sempre confutato da uno scettico.
Lampione is offline  
Vecchio 26-09-2014, 09.33.28   #2
jeangene
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Riferimento: Scetticismo e insoddisfazione.

Per quanto mi riguarda l' unico universale (se così si può chiamare) che riconosco è l' Ereignis Heideggeriano, quell' evento-appropriazione, quella coapparteneza di essere ed esser-ci (uomo).
Certamente si può dubitare anche di questo (riducendelo a semplice rappresentazione) e allora forse l' unica soluzione che resta è abbandonarsi (senza timore, senza angoscia) alla vita, all' universo delle possibilità.

A mio avviso l' agire umano si può valutare (giusto o sbagliato) solamente se pensiamo l' uomo come centro di volontà da realizzare. Finchè al mondo ci saranno uomini che non riconoscono uguale diritto di realizzazione all' altro, uomini pronti a schiacciare l' altro per realizzare sè stessi, l' ingiustizia avrà spazio per diffondersi.

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Vecchio 26-09-2014, 09.42.14   #3
sgiombo
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Riferimento: Scetticismo e insoddisfazione.

Citazione:
Originalmente inviato da Lampione
Dirò ciò che penso in maniera diretta, senza sforzarmi di utilizzare un lessico forbito, semplicemente sperando di trasmettervi la mia "insoddisfazione".
Dunque, io parto dal presupposto che nulla è certo. Niente è sicuro di tutto ciò che ci sta intorno, ma non solo, nessun giudizio può essere valutato, nessun aggettivo può essere dato, credo sia tutto relativo. Come posso io trovare la motivazione per fare qualunque cosa se non riesco a dare un senso a ciò che faccio. Non credo che la ragione umana possa mai raggiungere una sola verità, per questo mi definisco scettico, ma vorrei non esserlo, vorrei avere anche una sola certezza per partire da li a costruire il mio pensiero filosofico. E la certezza che nulla è certo mi fa concludere subito ogni tipo di pensiero o ragionamento. Il fatto che non trovo nulla di universale mi logora dentro. Non esiste una cosa su cui tutti siamo d'accordo, e come posso io dire chi ha ragione o chi ha torto e farne una certezza. Ad esempio lo stupro è visto in maniera negativa quà in occidente ma non escludo che sia permesso in altre culture, quindi come definire giusti noi e sbagliati loro? probabilmente se fossi cresciuto in una cultura dove lo stupro è visto come un atto di forza e virilità allora lo crederei anche io come tale. Sono convinto che il concetto di giusto e sbagliato è qualcosa appreso nel corso della nostra vita, ci è stato detto da altri.
Probabilmente qualcuno avrà avuto in passato il mio stesso problema, vorrei sapere come lo ha affrontato. Io purtroppo sto dando poca importanza a tutto, e già dicendo "purtroppo" contraddico me stesso perchè do un giudizio negativo al fatto di dare poca importanza a tutto, quando invece non posso essere certo che sia una cosa negativa. Spero che almeno uno capisca cosa intendo nonostante averlo spiegato in maniera pessima.
A me questi pensieri insistenti mi hanno portato a non avere più valori. Certo inconsciamente so di averli perchè mi è impossibile non arrabbiarmi quando accadono ingiustizie o piangere quando muore qualcuno di caro. Però non riesco più ad avere una discussione ed essere davvero convinto di ciò che dico, perchè tutto potrà essere sempre confutato da uno scettico.

Credo di "avere avuto -in passato- il tuo stesso problema" (in gioventù, allorché ho cominciato a vagliare criticamente ciò che mi era stato insegnato, a "ragionare con la mia testa").
E credo che tu abbia spiegato i tuoi problemi in maniera ottima. Mi sembra una descrizione della mia stessa esperienza (almeno nei suoi aspetti più sostanziali; i tempi erano molto diversi).
Suppongo che tu sia giovane, un giovane dotato di senso critico (non ne vedo molti in giro, purtroppo).

Non saprei raccontarti nei dettagli come ho superato il mio scetticismo giovanile.
All' inizio mi aggrappavo a cose decisamente banali (che a ripensarci ora trovo ridicole).
Per esempio mi piacevano molto le corse motociclistiche e automobilistiche (allora non erano popolari come oggi; mi è sempre piaciuto anche andare controcorrente).
A quei tempi erano pericolosissime (a occhio e croce il 50% dei piloti moriva in corsa o comunque in conseguenza di incidenti di gara!) Oggi trovo la cosa decisamente immorale, ma allora, molto ingenuamente, ero colpito dal fatto che (o meglio dalla mia interpretazione di un fatto, quella per la quale) c’ era chi aveva trovato qualcosa per cui valeva la pena di vivere (tanto da essere disposto a morirne).
Sentivo inoltre anch’ io in me stesso che mi era “impossibile non arrabbiarmi quando accadevano ingiustizie o piangere quando moriva qualcuno di caro” (per esempio i miei piloti preferiti, i più combattivi e coraggiosi in gara; per la cronaca alcuni si chiamavano Pedro Rodriguez, Jochen Rindt -campione mondiale alla memoria perché morto prima della fine del campionato senza che il punteggio da lui fino ad allora conseguito fosse superato da altri nelle ultime corse!-, Piers Courage –nomen omen- Angelo Bergamonti, Renzo Pasolini; ne ho ancora un caro ricordo, pur essendo molto cambiato da allora, per fortuna).

Il fatto che tu dia “un giudizio negativo al fatto di dare poca importanza a tutto, quando invece non puoi essere certo che sia una cosa negativa” mi conferma nel pensiero che probabilmente stai passando un periodo simile a quello vissuto (con una certa sofferenza) anche da me, e da tanti altri dotati di senso critico, e che probabilmente supererai (te lo auguro di cuore perché da molti anni sono decisamente soddisfatto della mia vita, che non cambierei con nessun altra ipotetica vita, malgrado varie ingiustizie subite; ma combattute senza arrendermi).

Poi ho vissuto delle esperienze che mi hanno fatto capire che, se non è dimostrabile nulla con certezza, comunque di fatto esistono imperativi etici universalmente presenti nell’ animo umano, che semplicemente si sentono (sostanzialmente tutti; anche se molti li contravvengono) e alla condizione dell’ osservanza dei quali (per quanto possibile, nella sostanza, perché nessuno è perfetto) dipende una piena e soddisfacente autorealizzazione.
Per la cronaca decisiva è stata l’ esperienza del governo cileno di “Unidad Popular” guidato dal “compagno presidente” Salvador Allende, che stava realizzando trasformazioni rivoluzionarie socialiste nel pieno rispetto delle libertà democratiche (cosa che i ben pensanti reazionari –compresi i miei familiari- negavano fosse possibile), che ho seguito assiduamente da lontano; e, in particolare, pur nella tragicissima sconfitta, l’ esempio di coerenza a di coraggio e la professione di fiducia, malgrado tutto, in un avvenire migliore manifestati dallo stesso compagno presidente. (almeno una volta all’ anno, l’ 11 Settembre, senza mai riuscire a trattenere le lacrime, riascolto il suo straordinario ultimo discorso pronunciato sotto le bombe nell’ imminenza della morte con un incredibile tono di voce tranquillissimo; se vai in Google è molto facile ascoltarlo, con le parole chiave “Salvador Allende ultimo discorso”).

L’ esperienza concreta di ciascuno di noi è diversa da quella degli altri, ma poiché credo di aver capito la situazione che vivi ho piena fiducia che anche la tua esperienza di persona dotata di senso critico ti porterà a una piena e soddisfacente autorealizzazione (che non potresti certamente conseguire se il tuo meraviglioso senso critico non ti facesse passare per questa fase di insoddisfazione).

(mi scuso con te e con tutti di quanto di "intimamente personale" ho messo in questo intervento; mi sembrava inevitabile per spiegarmi).
sgiombo is offline  
Vecchio 26-09-2014, 13.33.27   #4
Lampione
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Riferimento: Scetticismo e insoddisfazione.

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Originalmente inviato da sgiombo
Credo di "avere avuto -in passato- il tuo stesso problema" (in gioventù, allorché ho cominciato a vagliare criticamente ciò che mi era stato insegnato, a "ragionare con la mia testa").
E credo che tu abbia spiegato i tuoi problemi in maniera ottima. Mi sembra una descrizione della mia stessa esperienza (almeno nei suoi aspetti più sostanziali; i tempi erano molto diversi).
Suppongo che tu sia giovane, un giovane dotato di senso critico (non ne vedo molti in giro, purtroppo).

Non saprei raccontarti nei dettagli come ho superato il mio scetticismo giovanile.
All' inizio mi aggrappavo a cose decisamente banali (che a ripensarci ora trovo ridicole).
Per esempio mi piacevano molto le corse motociclistiche e automobilistiche (allora non erano popolari come oggi; mi è sempre piaciuto anche andare controcorrente).
A quei tempi erano pericolosissime (a occhio e croce il 50% dei piloti moriva in corsa o comunque in conseguenza di incidenti di gara!) Oggi trovo la cosa decisamente immorale, ma allora, molto ingenuamente, ero colpito dal fatto che (o meglio dalla mia interpretazione di un fatto, quella per la quale) c’ era chi aveva trovato qualcosa per cui valeva la pena di vivere (tanto da essere disposto a morirne).
Sentivo inoltre anch’ io in me stesso che mi era “impossibile non arrabbiarmi quando accadevano ingiustizie o piangere quando moriva qualcuno di caro” (per esempio i miei piloti preferiti, i più combattivi e coraggiosi in gara; per la cronaca alcuni si chiamavano Pedro Rodriguez, Jochen Rindt -campione mondiale alla memoria perché morto prima della fine del campionato senza che il punteggio da lui fino ad allora conseguito fosse superato da altri nelle ultime corse!-, Piers Courage –nomen omen- Angelo Bergamonti, Renzo Pasolini; ne ho ancora un caro ricordo, pur essendo molto cambiato da allora, per fortuna).

Il fatto che tu dia “un giudizio negativo al fatto di dare poca importanza a tutto, quando invece non puoi essere certo che sia una cosa negativa” mi conferma nel pensiero che probabilmente stai passando un periodo simile a quello vissuto (con una certa sofferenza) anche da me, e da tanti altri dotati di senso critico, e che probabilmente supererai (te lo auguro di cuore perché da molti anni sono decisamente soddisfatto della mia vita, che non cambierei con nessun altra ipotetica vita, malgrado varie ingiustizie subite; ma combattute senza arrendermi).

Poi ho vissuto delle esperienze che mi hanno fatto capire che, se non è dimostrabile nulla con certezza, comunque di fatto esistono imperativi etici universalmente presenti nell’ animo umano, che semplicemente si sentono (sostanzialmente tutti; anche se molti li contravvengono) e alla condizione dell’ osservanza dei quali (per quanto possibile, nella sostanza, perché nessuno è perfetto) dipende una piena e soddisfacente autorealizzazione.
Per la cronaca decisiva è stata l’ esperienza del governo cileno di “Unidad Popular” guidato dal “compagno presidente” Salvador Allende, che stava realizzando trasformazioni rivoluzionarie socialiste nel pieno rispetto delle libertà democratiche (cosa che i ben pensanti reazionari –compresi i miei familiari- negavano fosse possibile), che ho seguito assiduamente da lontano; e, in particolare, pur nella tragicissima sconfitta, l’ esempio di coerenza a di coraggio e la professione di fiducia, malgrado tutto, in un avvenire migliore manifestati dallo stesso compagno presidente. (almeno una volta all’ anno, l’ 11 Settembre, senza mai riuscire a trattenere le lacrime, riascolto il suo straordinario ultimo discorso pronunciato sotto le bombe nell’ imminenza della morte con un incredibile tono di voce tranquillissimo; se vai in Google è molto facile ascoltarlo, con le parole chiave “Salvador Allende ultimo discorso”).

L’ esperienza concreta di ciascuno di noi è diversa da quella degli altri, ma poiché credo di aver capito la situazione che vivi ho piena fiducia che anche la tua esperienza di persona dotata di senso critico ti porterà a una piena e soddisfacente autorealizzazione (che non potresti certamente conseguire se il tuo meraviglioso senso critico non ti facesse passare per questa fase di insoddisfazione).

(mi scuso con te e con tutti di quanto di "intimamente personale" ho messo in questo intervento; mi sembrava inevitabile per spiegarmi).

Trovo il tuo intervento bellissimo e mi rendo conto con un certo sollievo che c'è chi ha passato la mia stessa situazione. Comunque si, sono giovane, ho 21 anni e come sapete questi anni della mia vita sono ricchi di scelte determinanti da compiere, ed è nel tentativo di compiere la scelta giusta che cerco di conoscermi e analizzarmi alla ricerca dei miei valori più significativi e scegliere di conseguenza, ma quest'analisi mi ha portato appunto a fare questi ragionamenti. E' da quando avevo 16 anni che il mio pensiero si è "reso conto" di esistere, ero in terza superiore quando a scuola ho iniziato a studiare filosofia che ora proseguirò negli studi universitari.

Per me ora credere in valori è un po' come credere in Dio, ovvero una certa "convenienza" utili nella vita di tutti i giorni perchè ti aiutano a sapere cosa fare nelle varie occasioni che la vita ti offre, ti aiutano appunto a prendere le scelte giuste senza dover mettere in discussione ogni volta tutto te stesso prima di compierle.
Sto leggendo ora i dialoghi di Socrate che ha scritto Platone, e spesso mi immedesimo in Socrate, non mi paragono a lui perchè ovviamente paragoni non si possono fare, posso solo invidiare la sua abilità retorica, però accidenti delle volte mentre leggo ho la classica sensazione di "mi ha rubato le parole di bocca". E' bellissimo vedere come cerchi di demolire le convinzioni dei suoi interlocutori mettendo in discussione appunto molte certezze di quel tempo. Tuttavia caro Sgiombo ti ringrazio immensamente per la tua risposta e per il tuo confortante augurio.
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Vecchio 26-09-2014, 15.38.41   #5
April 24th
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Originalmente inviato da Lampione
Dunque, io parto dal presupposto che nulla è certo. Niente è sicuro di tutto ciò che ci sta intorno, ma non solo, nessun giudizio può essere valutato, nessun aggettivo può essere dato, credo sia tutto relativo. [...]
A me questi pensieri insistenti mi hanno portato a non avere più valori. Certo inconsciamente so di averli perchè mi è impossibile non arrabbiarmi quando accadono ingiustizie o piangere quando muore qualcuno di caro. Però non riesco più ad avere una discussione ed essere davvero convinto di ciò che dico, perchè tutto potrà essere sempre confutato da uno scettico.

Allora, il fatto che tu pianga o ti arrabbi per qualcosa dimostra che comunque hai un sistema di valori che ti è stato insegnato eche ti rende in grado di gestire emozioni e sentimenti in un certo modo. Tutti lo abbiamo e non possiamo negarne l'evidenza; molti non se ne rendono conto, ma tu ce l'hai fatta.
La parte negativa è che sebbene tu sia più consapevole di come funzionino le cose, ti sei bloccato e sei diventato scettico nei confronti di te stesso.
Credo anche che qualsiasi risposta io possa darti adesso, sia confutabile.
Stai rifiutando i concetti di giusto e sbagliato e sei entrato in uno stato di ''nulla''.
Faccio un esempio numerico: tra l'1 (diciamo giusto) e il -1 (sbagliato), c'è uno 0. Se l'1 e il -1 possono invertirsi a seconda del contesto, lo zero rimane uguale, conosce gli altri due, ma di fatto non esiste. Lo zero è lo scettico, un nulla di fatto senza posizione.
Dai il tuo ''valore'' a tutto ciò che pensi, ma non annullarlo.
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Vecchio 26-09-2014, 22.15.12   #6
maral
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Riferimento: Scetticismo e insoddisfazione.

filosoficamente parlando il disagio che provi è il risultato di una contraddizione: da un lato l'inevitabilità del dubitare (e anche il piacere di dubitare demolendo ogni certezza che prima o poi finisce con il soffocare con tutte le sue pretese autoreferenziali la libertà volitiva che l'io esige per se stesso), dall'altro l'esigenza di un fondamento saldo e stabile a cui ancorare questo io prima che esso stesso svapori a forza di un dubitare che demolendo ogni certezza demolisca anche la certezza di essere io stesso qualcosa anziché nulla. Ma il nulla non è e le contraddizioni che danno risultato nullo non sono, sono già tolte in partenza insieme a tutta l'accattivante e terribile angoscia che genera il contraddirsi, essenza profonda del nichilismo.
Cartesio si trovò di fronte a un problema assai simile dopotutto: se io dubitassi di tutto e tutto mettessi in discussione (cosa sempre possibile) di cosa non potrei mai dubitare? Ovvio, del fatto che ci sono io qui a dubitare. Dunque ci sono io qui, proprio per quello che sono, che dubito, ma non solo, perché in genere non passo ogni istante della mia vita a dubitare, faccio, sento e penso tante altre cose di cui posso dubitare oppure no, semplicemente vivo a volte anche dubitando. E qui siamo andati oltre Cartesio, ci siamo avvicinati a quella forma di esistenzialismo che inaugura Heidegger, giustamente accennato prima da jeangene: l'essere è nell'incontro con l'esserci, con l'essere uomo, essere l'uomo che sono nel mondo che è insieme a me a ogni istante, il mondo in cui mi posso sempre ritrovare e da cui non posso separarmi.
Se questo esserci è il fondamento indubitabile il valore (il solo che ci resta dopo che ogni certezza è messa in discussione) non è altro che questo ritrovarsi ogni volta che ci si perde, magari tra mille dubbi, ogni volta in cui si perde di vista questo mondo in cui siamo e grazie al quale solo possiamo essere proprio quello che siamo perché comunque ne siamo espressione, a volte dubitando e altre no, ma sempre vivendo.
Dopotutto ogni viaggio, per quanto lontano ci porti, è sempre un ritornare, un tornare a quello che si è sempre stati e di cui non si può proprio dubitare nella consapevolezza di esistere.
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Vecchio 27-09-2014, 09.48.49   #7
jeangene
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Originalmente inviato da maral
filosoficamente parlando il disagio che provi è il risultato di una contraddizione: da un lato l'inevitabilità del dubitare (e anche il piacere di dubitare demolendo ogni certezza che prima o poi finisce con il soffocare con tutte le sue pretese autoreferenziali la libertà volitiva che l'io esige per se stesso), dall'altro l'esigenza di un fondamento saldo e stabile a cui ancorare questo io prima che esso stesso svapori a forza di un dubitare che demolendo ogni certezza demolisca anche la certezza di essere io stesso qualcosa anziché nulla.

Queste tue parole richiamano la nietzscheana opposizione apollineo-dionisiaco. Dionisiaco é "il piacere di dubitare demolendo ogni certezza", appollinea é "l'esigenza di un fondamento saldo e stabile". Parli di contraddizioni ed effettivamente questi impulsi in contrasto fra loro rendono l' uomo stesso una contraddizione.

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Vecchio 27-09-2014, 17.35.45   #8
Sirviu
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Mi pare che fosse Rousseau a parlare del pessimismo della ragione e dell'ottimismo della volontà.
Il dubbio e la fede, sono due facce della stessa medaglia.
Col dubbio non puoi costruire niente, ma solo analizzare, smontare, distruggere. Potrebbe trattarsi di distruzione creativa, ma la creazione richiede sempre uno stato nascente, frutto di un innamoramento, individuale o collettivo che sia.
L'unico consiglio che mi viene in mente è quello di autoanalizzare i tuoi "credi", e soprattutto confrontarli con la realtà, rivedere quelli che sono troppo lontani da questa.
Un po' di opportunismo non guasta in tutto ciò. Considera che anche solo per fare sopravvivere la tua propensione al dubbio, devi prima di tutto far sopravvivere te stesso, e per farlo devi credere in qualcosa ...
L'assoluto non è di questo mondo, l'adattamento sì. Sopravvive chi si adatta meglio ai cambiamenti, non chi dubita o chi crede di più.
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Vecchio 28-09-2014, 01.35.00   #9
paul11
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Originalmente inviato da jeangene
Queste tue parole richiamano la nietzscheana opposizione apollineo-dionisiaco. Dionisiaco é "il piacere di dubitare demolendo ogni certezza", appollinea é "l'esigenza di un fondamento saldo e stabile". Parli di contraddizioni ed effettivamente questi impulsi in contrasto fra loro rendono l' uomo stesso una contraddizione.


L'esercizio del dubbio lo faccio mio.
Non è necessariamente un demolire ,ma prendere criticamente e seriamente un concetto che entra nella mia conoscenza acquisita, pesarlo, verificarlo e chiedersi quanto è coerente rispetto al già imparato. O forse il già imparato a sua volta deve essere messo in discussione da quel nuovo concetto.
E' un sistema aperto che in quanto tale vive di esperienze conoscitive e si modifica,sperando in meglio.
Rimane ovviamente in ognuno di noi il nucleo non direi di certezze, ma di conoscenze acquisite che l'esperienza della nostra vita hanno reso forti,quasi inespugnabili .
paul11 is offline  
Vecchio 28-09-2014, 12.55.07   #10
jeangene
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Originalmente inviato da paul11
L'esercizio del dubbio lo faccio mio.
Non è necessariamente un demolire ,ma prendere criticamente e seriamente un concetto che entra nella mia conoscenza acquisita, pesarlo, verificarlo e chiedersi quanto è coerente rispetto al già imparato. O forse il già imparato a sua volta deve essere messo in discussione da quel nuovo concetto.
E' un sistema aperto che in quanto tale vive di esperienze conoscitive e si modifica,sperando in meglio.
Rimane ovviamente in ognuno di noi il nucleo non direi di certezze, ma di conoscenze acquisite che l'esperienza della nostra vita hanno reso forti,quasi inespugnabili .

Non necessariamente, ma lo può diventare. C'é il rischio di farsi prendere la mano come é successo a Lampione, a Sgiombo, a me e penso un po' a tutti.
Il mio scetticismo l' ho descritto nella discussione "Rappresentazione e verità ontologica" la quale mi ha portato alla seguente conclusione: Certezze e Verità non sono di questo mondo ma, nonostante averlo realizzato, l' uomo non può fare a meno di cercare risposte.
Si tratta di realizzare l' impossibilità di una risposta definitiva e continuare, in qualche modo "sollevati" da questa nuova consapevolezza, nella nostra ricerca...

jeangene is offline  

 



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