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Vecchio 29-10-2014, 00.26.57   #11
paul11
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Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
Ciao Giulio, felice di sentirti in piena forma e "pedalante".
In realtà non c'è proprio alcun dissenso. Sono io che ho usato impropriamente il termine "meccanicista", perchè
pensavo appunto alla meccanica newtoniana, cioè a quella scienza pre-relativistica che considerava assolutamente
certi i propri assiomi. Concordo con te anche sul fatto che il termine "ideologica" sia preferibile a "metafisica".
Ma vediamo un pò di riferire questa nostra comune base teoretica alla realtà degli avvenimenti.
Quello che io chiamo "pensiero razionale" consiste, dicevo, nella pretesa di estendere ad ogni ambito quelle
"leggi universali", assolute ed irrevocabili, che erano proprie della scienza prima che la relatività ci
mettesse in guardia da un loro uso, diciamo, troppo disinvolto e sicuro.
Dunque l'errore è doppio. Non ci sono leggi universali assolute ed irrevocabili, tanto meno si può pensare
di estenderle ad ambiti "umani" come quelli dell'economia o della politica.
Una delle più celebri definizioni di economia è la seguente: "l'economia è la scelta dei mezzi più efficaci
al fine di perseguire obiettivi dati (Lionel Robbins)". Qui invece si sta pensando che la razionalità, che è
la categoria che dà la misura dell'efficacia, debba decidere anche degli obiettivi dati: c'è qualcosa che
non torna.
Se, ad esempio, si chiamasse un "team" di esperti economisti e gli si dicesse di studiare i mezzi più efficaci,
cioè i mezzi più razionali, al fine di istituire una società paritetica ed egualitaria nessuno potrebbe parlare
di irrazionalità. Questo sempre che la logica abbia ancora un senso.
Il "pensiero razionale", proprio perchè parte dal presupposto dell'irrevocabilità dei principi scientifici
(i principi scientifici in questione sono ovviamente quelli della scienza economica così come teorizzati dalla
Scuola Marginalista Austriaca e dalla Scuola di Chicago - i due capisaldi del liberismo più estremo), non
può prendere in considerazione la loro confutazione, che è nei fatti evidentissima. Ma non solo; cosa forse
ancor più grave non riesce a rendersi conto che l'accettazione di QUEI principi porta QUEI principi a decidere
anche dei fini, non solo dei mezzi, visto che QUEI principi recitano che non possono esservi conseguenze
intenzionali nelle azioni individuali, ma solo conseguenze inintenzionali (Von Hayek).
Il risultato di tutto ciò è semplicemente che QUEI principi decidono quali sono i mezzi più efficaci per
raggiungere un certo obiettivo dato: quello che QUEI principi danno "intenzionalmente", ove il termine
"intenzionalmente" è tale perchè si è lasciato campo libero all'azione individuale a danno di quella "sociale".
Sia quindi chiaro che questi miei "strali" non sono tanto rivolti a Renzi e compagnia cantante, i quali sono
solo ignari interpreti del "pensare storico", ma a tutta una società che trovo ormai, francamente, ributtante.


Ciao Oxdeadbeef, bentornato!

Hai la capacità di farmi ritornare alle mie prime passioni adolescenziali, politica ed economia.
Quell’empirismo scozzese, più il pragmatismo statunitense, più il Circolodi Vienna di Carnap, più Oxford e Cambridge con la matematica e l’analitica del linguaggio di Russell e Wittgenstein, hanno vinto sulla metafisica idealista di Hegel, ultimo grande pensatore “ classico”.

La forza del pragmatismo e dell’analitica è che parlano di realtà che viviamo e quindi “volano bassi”.
Si è sposata di fatto la tesi darwinista , di un “motore” naturale dove vince il più forte e il più furbo ad adattarsi,applicandolo al diritto e all’economia del da te citato,anche in precedenti discussioni, e giustamente, cioè Von Hayek.
Ha perso l’ideologia in quanto statalizzazione delle risorse produttive, con un dirigismo centrale, rispetto ad un modello giustamente da te definito inintenzionale.
Ha vinto un modello dal basso costituito da innumerevoli negoziazioni e patteggiamenti, come un insieme infinito di tessere di puzzle che non necessariamente rientrano in un disegno politico definito. Invece il modello del disegno definito, pianificato dal dirigismo statale alla fine ha portato a elefantiaci sovrastrutture burocratiche inefficaci e inefficienti, con velocità di decisioni da lumaca rispetto ai tempi economici della concorrenza che mutano scenografie e sfornano tecnologie sempre più efficienti.
Non poteva che finire così….i valori delle ideologie ,nate anche dall’idealismo, calate nella realtà sono divenute ovunque, nepotismo, raccomandazioni, favoritismi.
La politica e l’economia vivono di pratica, non hanno alle spalle grandi teorie; finiscono per perdersi nelle psicologie, statistiche, sociologie , perchè l’attore primo,l'agente è l’uomo , per definizione sfuggevole ad essere categorizzato, difficile da standardizzare in una equazione.
Le teorie politiche e macroeconomiche sono rimaste quelle di decenni fa, e dal macro semmai calano nelle analisi microeconomiche, nei modelli sociali e politici che di volta in volta diventano di moda al momento,come un abito pret a porter..
Perché l’economia non ha bisogno di una guida, nessuna teoria sta guidando la globalizzazione, i pragmatismi non si fondano su un modello deduttivo da calare nella realtà, ma lasciano che la realtà….scorra. Quella realtà inintenzionale che ci vede ogni giorno ognuno fare più o meno le stesse cose di ieri e di domani, quello che definisco un sistema inerziale delle organizzazioni umane difficilissimo da modificare nei suoi usi e costumi e tradizioni: il politico lo sa bene, tanto che non lo modifica, ogni tanto lo lubrifica nei meccanismi, non gli interessa capire il funzionamento nella sue particolarità, gli basta verificare tre o quattro indicatori economici e politici statistici sul cruscotto di bordo e sta attento a non sbandare…dove va…non ha importanza….l’importante è che va. Le parole d’ordine sono utilitarismo e funzionalismo,più che scopi sono modalità del sistema.
Il modello da perseguire nel governo è la managerialità gestionale dell’amministratore delegato della multinazionale….avete visto insieme Renzi e Marchionne?……

Manca una seria analisi sui limiti di questo pensiero e un altrettanto pensiero forte che si proponga come alternativa.
Quello, ad esempio,che fece Marx nella fase dell'analisi materialista.
A mio parere non esiste nemmeno la premessa di una seria analisi sui limiti del pensiero applicato nel sociale, né da parte di economisti e neppure da filosofi politici(semmai ne esistano ancora)
paul11 is offline  
Vecchio 29-10-2014, 20.15.37   #12
0xdeadbeef
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Ciao Paul, mi fa davvero un enorme piacere risentirti.
Condivido in larga parte ciò che affermi, e d'altronde non mi sorprende una tua capacità di analisi sempre
attenta ed estremamente acuta. Mi concentrerò quindi su quei due-tre punti sui quali non che io sia in
disaccordo, ma che a me paiono un pò, come dire, lasciati troppo in sospeso.
Sul fatto che, storicamente, vinca un modello "contrattualistico" (da non confondere con il contrattualismo
filosofico, beninteso), un modello "dal basso", per così dire, non ci piove.
Che in questa vittoria non c'entri nulla l'idealismo, per non dire l'ideologia, è invece un'affermazione sulla
quale avrei molti dubbi.
In realtà Von Hayek, quando parla di una società, ma direi di una vera e propria "totalità" socio-economica
e politica, che nasce dall'intersecazione dei rapporti individuali pensa, a me pare "panglossianamente", alla
miglior società possibile.
In questa ripresa su larga scala della teoria economica classica, che a me pare evento non nuovissimo, ma
che si ripresenta regolarmente, nella storia, ad ogni obliarsi del potere statuale, c'è un qualcosa che a me
sembra quasi rimosso. Questo qualcosa non ha i caratteri dell'evidenza, e bisogna risalire addirittura fino
ad Adam Smith per rendersene conto. Il fondamento, infatti, su cui si impernia tutta l'impalcatura concettuale
di Smith è che l'utile dell'individuo coincide con quello della collettività.
Ecco, a me sembra che oggi tutti diano per scontato questo assioma, dimenticando però che questo assioma si
regge sulla celebre "mano invisibile", che naturalmente altra non poteva essere per il reverendo Smith che
quella di Dio. Lo stesso Von Hayek, pur acutissimo, non sembra rendersene minimamente conto (sicuramente non
se ne rende conto M.Friedman, che, estremizzando il pensiero hayekiano, elimina persino quei pochi elementi
sui quali Von Hayek esprimeva titubanza circa le "virtù taumaturgiche" del mercato).
Naturalmente, come ben affermi, nessun pensiero alternativo potrà emergere finchè questo pensiero non verrà
sottoposto a critica, ma non solo. Vi è anche altro, direi.
Certa riflessione epistemologica (credo Kuhn, o forse Lakatos) dice che un paradigma scientifico è valido non
finche viene confutato teoricamente, ma finchè non viene trovata una alternativa.
Penso, insomma, che una qualche sorta di confutazione teorica ci sia stata, eccome. Questo pensiero dominante
ha predicato per decenni la fine del ciclo economico e l'avvento del sol dell'avvenire, per così dire, ma il
ciclo economico è ancora ben lungi dal "terminare" (le crisi ricorrenti ne sono l'esempio evidente, credo).
Questo aspetto mi sembra fondamentale, ma altri e importanti potrebbero essere citati.
In definitiva mi sembra che si debba tenere questo modello non perchè sia valido, ma perchè non vi sono alternative.
Un saluto caloroso
mauro
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 30-10-2014, 22.22.59   #13
paul11
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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
Ciao Paul, mi fa davvero un enorme piacere risentirti.
Condivido in larga parte ciò che affermi, e d'altronde non mi sorprende una tua capacità di analisi sempre
attenta ed estremamente acuta. Mi concentrerò quindi su quei due-tre punti sui quali non che io sia in
disaccordo, ma che a me paiono un pò, come dire, lasciati troppo in sospeso.
Sul fatto che, storicamente, vinca un modello "contrattualistico" (da non confondere con il contrattualismo
filosofico, beninteso), un modello "dal basso", per così dire, non ci piove.
Che in questa vittoria non c'entri nulla l'idealismo, per non dire l'ideologia, è invece un'affermazione sulla
quale avrei molti dubbi.
In realtà Von Hayek, quando parla di una società, ma direi di una vera e propria "totalità" socio-economica
e politica, che nasce dall'intersecazione dei rapporti individuali pensa, a me pare "panglossianamente", alla
miglior società possibile.
In questa ripresa su larga scala della teoria economica classica, che a me pare evento non nuovissimo, ma
che si ripresenta regolarmente, nella storia, ad ogni obliarsi del potere statuale, c'è un qualcosa che a me
sembra quasi rimosso. Questo qualcosa non ha i caratteri dell'evidenza, e bisogna risalire addirittura fino
ad Adam Smith per rendersene conto. Il fondamento, infatti, su cui si impernia tutta l'impalcatura concettuale
di Smith è che l'utile dell'individuo coincide con quello della collettività.
Ecco, a me sembra che oggi tutti diano per scontato questo assioma, dimenticando però che questo assioma si
regge sulla celebre "mano invisibile", che naturalmente altra non poteva essere per il reverendo Smith che
quella di Dio. Lo stesso Von Hayek, pur acutissimo, non sembra rendersene minimamente conto (sicuramente non
se ne rende conto M.Friedman, che, estremizzando il pensiero hayekiano, elimina persino quei pochi elementi
sui quali Von Hayek esprimeva titubanza circa le "virtù taumaturgiche" del mercato).
Naturalmente, come ben affermi, nessun pensiero alternativo potrà emergere finchè questo pensiero non verrà
sottoposto a critica, ma non solo. Vi è anche altro, direi.
Certa riflessione epistemologica (credo Kuhn, o forse Lakatos) dice che un paradigma scientifico è valido non
finche viene confutato teoricamente, ma finchè non viene trovata una alternativa.
Penso, insomma, che una qualche sorta di confutazione teorica ci sia stata, eccome. Questo pensiero dominante
ha predicato per decenni la fine del ciclo economico e l'avvento del sol dell'avvenire, per così dire, ma il
ciclo economico è ancora ben lungi dal "terminare" (le crisi ricorrenti ne sono l'esempio evidente, credo).
Questo aspetto mi sembra fondamentale, ma altri e importanti potrebbero essere citati.
In definitiva mi sembra che si debba tenere questo modello non perchè sia valido, ma perchè non vi sono alternative.
Un saluto caloroso
mauro

Ciao Oxdeadbeef, contraccambio i saluti con un valido e piacevole interlocutore quale sei.

Capisco cosa intendi con ideologia, come pensiero forte che guida e traina una prassi economica e politica, ma distinguerei nettamente le due nature liberiste e le ideologie.

Il liberismo della mano invisibile, in fondo asseconda l'assioma della prassi quotidiana e ormai storica che l'uomo segue il suo edonismo e le sue scelte sono adattative nei contesti e utilitaristico nelle scelte.
E' un pensiero che asseconda la prassi della natura umana e delle leggi di natura in generale.
L'ideologia invece è concettuale in sè, è un modello che "forza" la natura umana, la profonda differenza ed è importantissima, è che il liberismo non ha una morale da esporre, le ideologie invece hanno finalità e assiomi morali.
Il liberismo odia lo Stato, l'ideologia si fonda sul nazionalismo, o sciovinismo anche quando si presenta con mire internazionaliste, e sullo Stato e poteri forti che guidano il popolo .
Il liberismo che si sposa al capitalismo è adattativo alle culture, le ideologie rompono con il passato e le culture precedenti (Mao con il libretto rosso deve vincere il confucianesimo millenario della cultura cinese).
Il liberismo non ha personalità da proporre ed esporre, proprio per la sua invisibilità, sarà il migliore ad uscire dall'agone della competizione;
l'ideologia presenta delle regole del gioco che costituisce il suo modello sociale.

Il rapporto fra mano invisibile e Stato è dialettico: è un finto "odio" in realtà.
Se il liberismo non ha fondamenti morali, perchè vince il cinismo spietato, lo Stato contemporaneo moderno nasce storicamente dal pensiero filosofico in cui hanno influito anche Kant ed Hegel, e in loro vi è una morale che diventano valori che sono divenuti diritto, e lo Stato è uno "stato di diritto".
Il compito dello Stato moderno è temperare la cinicità della competizione della mano invisibile, non di negarlo(questo è importante!). Significa che nel ciclo economico lo Stato interviene a riequilibrare la giustizia distributiva delle risorse economiche, cioè interviene sul processo redistributivo del redditi con la fiscalità finanziandosi per reinvestirli in infrastrutture ,previdenza ed assistenza .
Quindi il liberismo esige la piena libertà di intrapresa creando diseguaglianza, lo Stato tempera la libertà economica facendola rientrare nel diritto giuridico societario sotto il controllo statale e riequilibra l'ingiustizia.
Il come lo Stato compie il suo ruolo e a sua volta diventa per necessità storica un componente fondamentale come agente economico.

Se il liberismo nasce in Inghilterra soprattutto, la sua fucina operativa sono gli Stati Uniti d'America e ha dimostrato che ha unito popolazioni originarie diverse di emigranti, che ha gestito più di cinquanta stati federali,che alla fine ha temperato persino il razzismo,certamente grazie anche ,e forse soprattutto, a risorse naturali economiche enormi , ma ha sopportato altrettanto forti pressioni sociali, lasciando libero il campo alla competizione . Il suo pragmatismo sposato al liberismo le ha consentito di divenire potenza globale,come enorme forza contrattuale nello scacchiere internazionale(forte economia= forza militare e tecnologica).

Se il liberismo si configura adattativamente alla società e alla cultura costruendo persino endemismi e cioè specificità, è altrattanto vero che ha necessità di standardizzazioni internazionali affinchè gli scambi economici funzionino.Significa che il liberismo entra nelle convenzioni internazionali e così come esiste un sistema metrico internazionale, chiede agli Stati di uniformarsi:questa è la fase attuale imposta dalla globalizzazione e così apertamente chiara in Europa.
Richiede quindi che le riforme interne degli Stati rendano compatibili una società allargata come insieme di Stati, come area geografica, affinchè lo scambio di merci, le migrazioni umane, le transazioni finanziarie siano senza impedimenti, senza restrizioni, pena il rendere marginale lo Stato che non accetta le nuove regole del gioco.

E' quindi accaduto storicamente che questa mano invisibile, il liberismo capitalistico si sia adattato allo stesso Stato di diritto ,che lo Stato sia divenuto fondamentale agente economico sempre meno regolativo e sempre più compromesso alle regole del gioco, mettendo in crisi i suoi valori costitutivi che sono antitetici alla mano invisibile: e ce ne stiamo accorgendo tutti negli effetti sociali ed economici.
E' stato decisivo il ruolo finanziario di qualche decennio fa dello Stato che ha accettato il doppio circuito bancario rendendo autonoma la Banca Centrale, in modo che attraverso lo sconto bancario le banche si prestassero denaro diminuendo il capitale di rischio e nello stesso tempo le banche di fatto finanziassero il debito pubblico.
Significa che nelle crisi finanziarie dellle banche lo Stato non può debellare la fonte del virus, le banche, in quanto detengono in gran parte i titoli del debito pubblico,significherebbe suicidarsi.
Quindi l'evoluzione di quella mano invisibile è stata entrare nel cuore dello Stato come agente con potere di finanziatore,creditore del debito pubblico ,decidendo di fatto quindi lo "spread".

In realtà quindi non c'è più la mano invisibile, l'evoluzione capitalistica ha di fatto consegnato al potere del terziario avanzato le sorti dell'agricoltura(primario) e dell'industria(secondario), costruendo e consolidando una stortura nell'originario e decantato dal liberismo mano invisibile, in quanto le banche sarebbero dovute fallire per legge di competizione, mentre ormai potentissime corporations hanno monopoli, ci sono oligopoli, e intervengono con enormi pressioni sul potere degli Stati,cioè sono il potere "forte" che decide il politico o la politica che vince ,finanziandola fin dalla campagna elettorale.
Il lliberismo quindi si è insinuato nello Stato, contravvenendo contraddittoriamente alla sua regola fondativa e lo Stato diventa liberista: ecco perchè dico che quella dialettica fra liberismo e Stato è falsa, perchè l'impresa competitiva forza la regola del gioco forzando le regole giuridiche degli Stati, cioè intervenendo più o meno direttamente sul compito che avrebbe dovuto essere solo e soltanto dello Stato che regola e controlla,finalizzandola ai suoi scopi cioè alterandone le regole della natura della mano invisibile.
Oggi assistiamo quindi non più ad una mano invisibile dell'origine decantata dallo Smith e nemmeno allo Stato di solo un decennio fa: si sono entrambi trasformati.

Non credo che al liberismo interessi più l'annientamento dello Stato, perchè è importante come ruolo di pacificatore sociale storicamente dato ,bensì come fonte mediatrice di guadagno,cioè come potere che può configurare le modalità competitive delle regole de gioco che ogni grande corporation vuole per sè a scapito degli altri competitor.

paul11 is offline  
Vecchio 31-10-2014, 23.39.15   #14
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Sì, effettivamente avrei dovuto specificare cosa io intendo con il termine "ideologia", visto che quel che
intendo non corrisponde, o corrisponde poco, al significato, diciamo, comune.
Intendo l'ideologia non tanto come sistema "chiuso" ad ogni apporto esterno; un sistema escludente, rigido,
dogmatico. La mia idea dell'ideologia è piuttosto quella di un qualcosa di assolutamente necessario, di
ineludibile, dal momento che ogni nostra immagine del mondo; ogni nostra "weltanschauung"; non può in ultima
analisi partire da nessuna certezza: da nessuna "oggettività".
Abbiamo, in altre parole, sempre bisogno di un presupposto, di una "scelta" che è senza dubbio alcuno "scelta
di parte". Tutto questo vale in massimo grado per i valori morali, ma nemmeno la scienza può dirsene totalmente
fuori (se è vero, come io penso vero, il principio di interminazione).
Da questo punto di vista, la filosofia anglosassone ha da secoli individuato nel "piacere" ciò che altre
correnti filosofiche chiamano "bene". Tappa fondamentale di questo processo è l'ultima "scolastica" (in
particolare G.D'Ockham), quando con la cosidetta "disputa sugli universali" viene in un certo qual modo
obliato il concetto di "comune" in favore di quello di "individuale" (il piacere è per sua stessa natura
individuale). Un piacere individuale che non conduce alla guerra di tutti contro tutti, bensì ad una armonia
cosmica determinata da quello che è il "grande sincronizzatore", come lo definisce Berkeley in ossequio alla
visione necessitaristica e provvidenzialistica della teologia protestante.
Questa è l'"idea" di partenza, il presupposto su cui verrà edificato l'intero impianto della cultura anglosassone.
E che oggi ritroviamo, come "rimosso", in quella che è la presunta "razionalità" dell'economicismo contemporaneo.
Non mi sembra che l'idea di uno stato "leviatano", come in Hobbes, abbia avuto gran seguito nei paesi
anglosassoni. Uno stato che, cioè, riconosce la natura di "homo, homini, lupus" e cerca di temperarla con le
"leggi". Mi sembra piuttosto che maggior successo abbia avuto l'idea spinoziana di un uomo "homo, homini, deus",
se è vero, come io penso, che tutta la tradizione contrattualistica (e questa volta parliamo del contrattualismo
filosofico, ovviamente) è volta soprattutto a garantire le libertà individuali dall'invadenza di uno stato
visto un pò come una spiacevole necessità.
Ora, tanto per venire alla situazione attuale, a me non sembra affatto che si scorga all'orizzonte una sorta
di potere statuale che possa garantire delle "standardizzazioni internazionali". Non mi sembra, in altre
parole, che si palesi nessuna "mano", né visibile né invisibile, che armonizzi i "piaceri individuali" e li
sottragga a quella guerra di tutti contro tutti di cui parlava Hobbes.
Nel ritrarsi del potere statuale (la mano "visibile") emerge a mio avviso l'inconsistenza di una teoria che,
sostanzialmente, poggia sull'idea (ideologia) che il piacere individuale conduca "in sé" (invisibilmente)
al migliore dei mondi possibili.
Perchè, mi chiedo, l'enorme potere in mano alle banche dovrebbe costituire una "stortura" in seno al liberismo?
Come dice Schumpeter in "Capitalismo, Socialismo e Democrazia", le banche entrano necessariamente nel circuito
produttivo nel momento in cui l'azienda è costretta (dalla legge delle cosidette "economie di scala") ad
ingrandirsi diventando una SpA; ma per far ciò è costretta, sostanzialmente, ad appoggiarsi al capitale bancario.
Dunque sì, l'evoluzione capitalistica ha di fatto consegnato il potere al terziario avanzato (alla finanza),
ma perchè mai questo dovrebbe costituire una stortura in seno al liberismo? Mai il liberismo ha chiaramente
avanzato la necessità di avere una "mano visibile" (il potere statuale) che regola in materia economica. Lo
stesso Von Hayek mi sembra su questo punto estremamente chiaro.
Mi sembra, fra l'altro, che l'atto che più di ogni altro ha segnato l'avvio del declino degli stati e l'avvento dello
strapotere della finanza è venuto da due autentici "campioni" del liberismo (parlo del patto Reagan-Thatcher
sulla libera circolazione dei capitali).
Insomma, la mia impressione è che si sia, come dire, persa la bussola. E la si è persa proprio per il motivo
che dicevo in apertura: si è "rimosso" (in un processo mentale in tutto e per tutto psicologico) quel "grande
sincronizzatore" di cui parlava Berkeley (o quella "mano invisibile" di Smith) che, solo, garantiva la
coincidenza dell'utile individuale con quello collettivo (Stiglitz, in un ciclo di lezioni, mostrava proprio
la metafisicità di questo fondamento del liberismo).
Il risultato è, ritengo, sotto gli occhi di tutti (coloro che hanno occhi, ovviamente...): l'utile individuale
può ANCHE coincidere con quello collettivo, ma molto spesso avviene che non coincide affatto. Avviene infatti
che l'utile, il piacere, delle banche non coincide con quello di tutti noi (perlomeno con il mio...).
A questo punto, ritengo, è nei termini della "volontà di potenza" che dovremmo parlare (non a caso Nietzsche
teorizza la "morte di Dio", che nel nostro caso è quella del "grande sincronizzatore").
Un saluto
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 02-11-2014, 14.15.03   #15
paul11
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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
Sì, effettivamente avrei dovuto specificare cosa io intendo con il termine "ideologia", visto che quel che
intendo non corrisponde, o corrisponde poco, al significato, diciamo, comune.
Intendo l'ideologia non tanto come sistema "chiuso" ad ogni apporto esterno; un sistema escludente, rigido,
dogmatico. La mia idea dell'ideologia è piuttosto quella di un qualcosa di assolutamente necessario, di
ineludibile, dal momento che ogni nostra immagine del mondo; ogni nostra "weltanschauung"; non può in ultima
analisi partire da nessuna certezza: da nessuna "oggettività".
Abbiamo, in altre parole, sempre bisogno di un presupposto, di una "scelta" che è senza dubbio alcuno "scelta
di parte". Tutto questo vale in massimo grado per i valori morali, ma nemmeno la scienza può dirsene totalmente
fuori (se è vero, come io penso vero, il principio di interminazione).
Da questo punto di vista, la filosofia anglosassone ha da secoli individuato nel "piacere" ciò che altre
correnti filosofiche chiamano "bene". Tappa fondamentale di questo processo è l'ultima "scolastica" (in
particolare G.D'Ockham), quando con la cosidetta "disputa sugli universali" viene in un certo qual modo
obliato il concetto di "comune" in favore di quello di "individuale" (il piacere è per sua stessa natura
individuale). Un piacere individuale che non conduce alla guerra di tutti contro tutti, bensì ad una armonia
cosmica determinata da quello che è il "grande sincronizzatore", come lo definisce Berkeley in ossequio alla
visione necessitaristica e provvidenzialistica della teologia protestante.
Questa è l'"idea" di partenza, il presupposto su cui verrà edificato l'intero impianto della cultura anglosassone.
E che oggi ritroviamo, come "rimosso", in quella che è la presunta "razionalità" dell'economicismo contemporaneo.
Non mi sembra che l'idea di uno stato "leviatano", come in Hobbes, abbia avuto gran seguito nei paesi
anglosassoni. Uno stato che, cioè, riconosce la natura di "homo, homini, lupus" e cerca di temperarla con le
"leggi". Mi sembra piuttosto che maggior successo abbia avuto l'idea spinoziana di un uomo "homo, homini, deus",
se è vero, come io penso, che tutta la tradizione contrattualistica (e questa volta parliamo del contrattualismo
filosofico, ovviamente) è volta soprattutto a garantire le libertà individuali dall'invadenza di uno stato
visto un pò come una spiacevole necessità.
Ora, tanto per venire alla situazione attuale, a me non sembra affatto che si scorga all'orizzonte una sorta
di potere statuale che possa garantire delle "standardizzazioni internazionali". Non mi sembra, in altre
parole, che si palesi nessuna "mano", né visibile né invisibile, che armonizzi i "piaceri individuali" e li
sottragga a quella guerra di tutti contro tutti di cui parlava Hobbes.
Nel ritrarsi del potere statuale (la mano "visibile") emerge a mio avviso l'inconsistenza di una teoria che,
sostanzialmente, poggia sull'idea (ideologia) che il piacere individuale conduca "in sé" (invisibilmente)
al migliore dei mondi possibili.
Perchè, mi chiedo, l'enorme potere in mano alle banche dovrebbe costituire una "stortura" in seno al liberismo?
Come dice Schumpeter in "Capitalismo, Socialismo e Democrazia", le banche entrano necessariamente nel circuito
produttivo nel momento in cui l'azienda è costretta (dalla legge delle cosidette "economie di scala") ad
ingrandirsi diventando una SpA; ma per far ciò è costretta, sostanzialmente, ad appoggiarsi al capitale bancario.
Dunque sì, l'evoluzione capitalistica ha di fatto consegnato il potere al terziario avanzato (alla finanza),
ma perchè mai questo dovrebbe costituire una stortura in seno al liberismo? Mai il liberismo ha chiaramente
avanzato la necessità di avere una "mano visibile" (il potere statuale) che regola in materia economica. Lo
stesso Von Hayek mi sembra su questo punto estremamente chiaro.
Mi sembra, fra l'altro, che l'atto che più di ogni altro ha segnato l'avvio del declino degli stati e l'avvento dello
strapotere della finanza è venuto da due autentici "campioni" del liberismo (parlo del patto Reagan-Thatcher
sulla libera circolazione dei capitali).
Insomma, la mia impressione è che si sia, come dire, persa la bussola. E la si è persa proprio per il motivo
che dicevo in apertura: si è "rimosso" (in un processo mentale in tutto e per tutto psicologico) quel "grande
sincronizzatore" di cui parlava Berkeley (o quella "mano invisibile" di Smith) che, solo, garantiva la
coincidenza dell'utile individuale con quello collettivo (Stiglitz, in un ciclo di lezioni, mostrava proprio
la metafisicità di questo fondamento del liberismo).
Il risultato è, ritengo, sotto gli occhi di tutti (coloro che hanno occhi, ovviamente...): l'utile individuale
può ANCHE coincidere con quello collettivo, ma molto spesso avviene che non coincide affatto. Avviene infatti
che l'utile, il piacere, delle banche non coincide con quello di tutti noi (perlomeno con il mio...).
A questo punto, ritengo, è nei termini della "volontà di potenza" che dovremmo parlare (non a caso Nietzsche
teorizza la "morte di Dio", che nel nostro caso è quella del "grande sincronizzatore").
Un saluto

Condivido che il pensiero di piacere individuale si contrapponga a quello di bene, soprattutto di bene comune e nasce dalla cultura anglosassone.
Questo pensiero ha la sua forza nella legge di natura e nella storia ed entrambe sono parte della natura e della cultura umana, sono abbastanza convinto che sia così.
Quindi la contrapposizione culturale è sempre stata se la morale dei valori e degli ideali che sfocia nel diritto e nel concetto di stato moderno, inteso come regolatore nello stato di diritto, oppure se l’individualismo e il finalismo del piacere individuale come base dello scambio economico e dell’attività sociale, siano dialetticamente compatabili.
La mia considerazione è che sia l’una che l’altra si siano snaturati, anche per nuove evoluzioni storiche dettate soprattutto dell’economia.

Quello che non potevano conoscere i pensatori di due secoli fa e oltre, sono i meccanismi economici e le evoluzioni delle tecniche e delle tecnologie.
Vale più l’analisi di Marx anche senza ideologia, che molte retoriche economiche che non dicono nulla.
L’economia segue leggi di efficacia ed efficienza all’interno di una evoluzione tecnologica che non appartiene alle dinamiche naturali : questa è una contraddizione della legge di natura, in quanto l’artificio umano e quindi una mano più che visibile è presente nell’evoluzione delle tecniche.
La tecnologia aumentala produttività e toglie lavoro umano , la conseguenza diretta è che il libero mercato e i capitalismo hanno necessità continua di espansione in nuovi mercati.
Quindi c’è una intensività produttiva che significa aumentare nell’agricoltura la resa per ettaro di una coltivazione e nell’industria aumentare il numero di prodotti finiti per unità di tempo.
Se cento fabbriche soddisfacevano il mercato di un milione di persone, ora ne bastano dieci per quello o stesso milione di persone. Quindi o si arriva ad una superprorduzione che genera scorte di invenduto, abbassando i margini di profitto e mettendo fuori competizione i produttori che hanno costi marginali troppo alti, oppure bisogna necessariamente espandere i mercati (globalizzazione).

La finanza diventa importante nel momento in cui si passa ad investimenti intensivi e non espansivi, giù negli anni settanta del secolo scorso era chiaro, quando ci fu la grande riorganizzazione e ristrutturazione industriale in tutti i settori produttivi. Significa che il peso finanziario di un debito, una esposizione verso le banche, diventa più importante del costo del lavoro, come fattore competitivo.

E allora significa che nuova occupazione è possibile solo estendendo la base produttiva, cioè creando nuove attività produttive e commerciali e non intensificando gli investimenti: e personalmente ad esempio in Italia la ritengo una demagogia, in quanto non vi sono premesse a breve di creazione di nuovi settori produttivi.


Nelle scienze cosiddette umane è l’operatività della realtà a far cambiare le teorie, e le teorie diventano obsolete nel momento in cui non sanno rispondere alle nuove esigenze che il nuovo scenario configurato stabilisce. Succede allora che la repentinità del cambiamento non sia gestita e i tempi di risposta sono asincroni all’esigenza immediata. Quindi rimangono intenti morali e il diritto, ma di fatto contano le negoziazioni, i trattati internazionali che costruisco e pattuiscono regole, se una risoluzione ONU tarda a venire gli USA decidono unilateralmente un intervento se lo ritengono giusto per loro.

Gli ideali e i valori rimangono e rimarranno per sempre, ma un valore o un ideale se non è collocato relazionalmente nella realtà con una prassi o perde l’efficacia delle sue premesse, oppure diventa contraddittorio con la realtà e noi stiamo vivendo queste contraddizioni.

Lo Stato è divenuto sempre più l'assistente sociale delle problematiche create dalla competizione globale delle economie, togliendo il ruolo di regolatore , ma gestendo solo in un secondo tempo gli effetti e non le cause delle problematiche socio economiche

Sì, siamo nella volontà di potenza, siamo nell’ambiguità fra intenti morali e realtà egoiche ed edonistiche, ma questa è soprattutto una contraddizione che è insita nell’uomo.
paul11 is offline  
Vecchio 02-11-2014, 23.09.39   #16
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A mio parere, quelle che chiami "evoluzioni storiche dettate soprattutto dall'economia" cambiano sì, certo,
alcuni ed importanti aspetti, ma senza proprio "snaturare" quelle che sono le basi strutturali, fondanti,
di un certo pensiero, cultura o linguaggio in ultima analisi.
Vedo personalmente, insomma, questi cambiamenti più come contingenti che altro.
L'economia segue senza alcun dubbio leggi di efficacia e di efficienza, ma l'efficacia e l'efficienza non
sono categorie atte a stabilire il fine cui questa efficacia ed efficienza dovrebbe condurci (a meno di non
accettare un discorso come quello di E.Severino, che estremizzando un concetto che fu già di M.Weber afferma
il debordare dei mezzi nella categoria dei fini).
Se, tanto per fare un esempio, io volessi andare a Milano ed avessi pochi soldi e tanto tempo, troverei
probabilmente razionale andarci in treno. Mentre, se avessi molti soldi e poco tempo, troverei razionale
andarci in aereo. Qui invece si sta dicendo che esiste UNA ed UNA SOLA razionalità economica, quindi una ed
una sola efficacia ed efficienza: trovo che sarebbe il caso di cominciare a domandarci "a vantaggio di chi"
(per il piacere di chi) opera questo concetto univoco ed ontologizzante di efficacia ed efficienza.
Naturalmente, come ben affermi, lo sviluppo tecnologico gioca un ruolo di primo piano, ma si tratta sempre e
comunque di dinamiche già viste nella storia, pur se, naturalmente, non nelle dimensioni che esse assumono
nella modernità.
Trovo piuttosto che l'espansione capitalistica non sia tanto dovuta alla contrazione della manodopera che
lo sviluppo tecnologico comporta quanto al desiderio di mantenere l'entità dei profitti in una dinamica che,
necessariamente, tende ad abbassarli (quando il mercato è "saturo" il profitto si abbassa).
Diciamo piuttosto che lo sviluppo tecnologico tende sempre a "livellare" il costo marginale dell'unità
prodotta, per cui a quel punto il profitto può rimanere inalterato solo agendo sui costi, diciamo, non fissi
(tipicamente sui salari: aveva ragione Marx). Il ché avviene eccome (ne stiamo appunto vedendo numerosi
esempi...), ma non senza potenziali situazioni di conflitto sociale.
Quindi è stato un pò per neutralizzare queste contingenze che si è deciso di espandersi, e finchè è stato
possibile l'espansione è stata "fisica"; poi, visto che il mondo è grande per quanto è grande, l'espansione
è stata "virtuale" (mi sembra di capire che su questa importante questione i nostri pareri sostanzialmente
collimano).
Per quanto riguarda la stretta attualità io la vedo in questo modo: per anni in ambito liberista si è
predicato che il settore terziario avrebbe sopperito ai posti di lavoro persi nei due settori primari (era,
e non mi meraviglia lo sia ancora, il "mantra" preferito dai geni della Bocconi). Senonchè le evidenti
contraddizioni insite nello stesso "corpus" della finanza, con LE (non "la") crisi frequenti e ricorrenti
cui assistiamo hanno reso palese l'impossibilità di risolvere le questioni ricorrendo, appunto, alla "virtualità".
Il risultato (fra l'altro un economista intelligente come G.Sapelli lo va dicendo da anni) è stato un aumento
a dismisura del debito pubblico e della disoccupazione. Con il conseguente azzeramento della domanda interna
di beni.
Detto in soldoni: è inutile aprire nuove attività produttive, a meno che non esportino; ed è inutile aprire
attività commerciali che resterebbero inevitabilmente vuote di clienti.
In conclusione, vorrei però ribadire quanto dicevo: tutto questo non rappresenta una stortura in seno al
liberismo, ma rappresenta piuttosto una evoluzione/involuzione logica dello stesso liberismo. Perchè, appunto,
evoluzione/involuzione prevedibile è quell'espansione di cui prima dicevamo, e senza la quale il profitto
(vero "motore" del piacere individuale) è destinato inevitabilmente a diminuire.
Tutto ciò, ragionando in termini più filosofici, si origina da una contraddizione che è sì insita nell'uomo
(ad un livello, direi, esistenziale), ma più ancora lo è in "quegli" uomini che la possibile contraddizione
fra i piaceri individuali hanno pensato di poter annullare.
E' per questo motivo che tutto si sta risolvendo in una gigantesca battaglia di volontà di potenza.
Un saluto
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 04-11-2014, 01.17.40   #17
paul11
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Distinguerei una cultura per così dire "natualistica" del liberismo, del libero mercato, perchè in questo caso non c'è bisogno di una architettura filosofica, basta assecondare la "spinta naturale delle leggi di natura" che sono di adattamento e di meritocrazia.
Adam Smith in fondo ha semplicemente descritto l'economia del colonialismo imperialista inglese, non ha inventato o trovato equazioni, ha semplicemente parlato di una mano invisibile come regola equilibratrice delle transazioni, degli scambi economici spinti da un edonismo utilitaristico




Trovo che l'efficacia e l'efficienza siano una modalità più che una finalità insita nella natura e ancor di più nell'intelligenza umana.
Come avremmo inventato la ruota se non per togliere la fatica ?
Se l'economia è la gestione di risorse soprattutto quando scarseggiano, "fare economia" oculata significa saper gestire la propria fatica(costi) in funzione di un risultato(piacere?) nel metodo dell'eficacia ed efficenza.
Questa metodica sta a quella dello sperimentalismo scientifico ed entrambe vengono rese logiche con applicazione delle matematiche.
L'economia infatti diventa scienza vera e propria quando trova equazioni e regole all'interno dei concetti economici.




Vero che il mercato saturo pone un problema di espansione in nuovi mercati, ma il libero mercato che ha una sua regola ciclica, in realtà il ciclo non torna mai all’origine ma si chiude e si apre in nuovo ciclo in cui alcuni competitori sono falliti, e i sopravvissuti hanno monopoli o oligopoli e il regime di prezzo muta sostanzialmente fra monopolio e molti competitori, quindi la dinamica dei prezzi se non segue quella dei redditi di chi compra i prodotti,con le inflazioni e svalutazioni perde il potere di acquisto e difficilmente l’offerta di merci diminuisce i prezzi se non promozionando per abbassare lo stock di merci invenduto o per abbassare i costi di ammortamento dei capitali fissi investiti.
Il problema della concentrazione in poche mani di troppi soldi è una contraddzione del libero mercato, perchè difficilmente permette nuovi ingressi di competitori in settori monopolizzati, il costo di avviamento e il gap di know how, cioè la differenza di conoscenza, è tale per cui molti preferiscono accontentarsi di aree geografiche di nicchia o settori molti specifici
Quando si vede contemporaneamente in questa fase di deflazione che nonostante i prezzi bassi essendo ilivelli di redditi bassi per acquistare e le crisi inducono piuttosto a contrarre gli acquisti per risparmiare o spostare nel tempo i grandi acquisti e non cresce il livello di occupati e non si creano nuove attività industriali o commerciali, significa che gli investimenti si sono spostati altrove , oppure si aumenta il capitale di rischio aziendale per non esporsi alle banche.
Un ulteriore problema è il tasso d’interesse del prestito bancario rispetto a saggio di profitto imprenditoriale e il livello del reddito dei consumatori. Che poi vuol dire:”chi e come viene ridistribuito il pil”, cioè quale è il livello di redistribuzione nei redditi del valore aggiunto prodotto?
La composizione dei costi è mutata nel tempo, se la scelta imprenditoriale è produrre e spingere all’acquisto è proprio per abbassare i costi fissi alzando il livello di saturazione impiantistica, sotto certi livelli di saturazione si lavora sotto il punto di pareggio di bilancio,cioè i costi sono superiori ai ricavi.
La tecnologia ha reso di massa i prodotti grazie alla standardizzaione industriale..I prezzi al consumo di molti prodotti con lo stesso potere di acquisto sono nettamente diminuiti negli anni.
La grande immissione di tecnologia di prodotto ha permesso quindi di rendere di massa moltissimi prodotti,abbassando i costi.
Le grandi innovazioni storiche d ireniche e tecnologie, pensiamo solo alla stampa di Gutenberg, o al computer o comunque all’informatica aziendale, ha permesso negli anni notevoli abbassamenti di costi e velocità di informazione,mutando radicalmente la stessa cultura non solo economica.



Il discorso che il terziario avrebbe sopperito alla perdita dei settori primari, l’obbiettavo già trent’anni fa all’epoca delle grandi ristrutturazioni. Ogni settore fa economie, ogni ramo economico compete e quindi cerca di alzare i profitti e vincere la concorrenza, dal produttore di beni strumentali e d’investimento al broker finanziario alla banca ridotta ad uno sportello con una persona e all’ assicurazione solo on line:il futuro è questo ed è segnato. E qui sta la contraddizione della legge di natura, perchè la natura non muta la sua legge, ma l’uomo inserisce nelle sue attività la tecnica e la tecnologia spingendo sempre al massimo l’ottimizzazione delle risorse.
Il compito dello Stato nell’economia è funzionale al libero mercato, perché mantiene la pace sociale .
Ribadisco che è stata la tecnica e la tecnologia nei processi a rendere a portata di massa i prodotti, non la redistribuzione dei redditi.
L’ avevo già scritto, in natura non esiste i leone che stermina un branco di antilopi, ne abbatte una e mangia e dorme pigro per una settimana come il coccodrillo, la natura ha regole intelligenti in sè. L’uomo che è intelligente invece accumula e questo è contro la logica delle risorse naturali, perché tende all’oggi e non pensa al futuro in termini di risorse, un’attività economica attualizza all’oggi il profitto,domani è già tardi e poi ci penseremo…
Non esiste un leone che ha messo nel frigorifero le antilopi per le sue cento vite future mentre un altro …è costretto a mangiare formiche o erba., perché non ci sono più in giro antilopi da cacciare. Non tiene la regola della legge di natura, ma da parecchi decenni ormai e allora da quel momento lo scontro si è fatto politico e non solo culturale e sono passati ad occupare lo Stato che prima era antagonista, servendosene come assistente finanziari per defiscalizzare e aver finanziamenti agevolati o entrare i crisi e farsi mantenere dallo Stato: non funziona così il libero mercato.
Ecco perché dico che sia lo Stato che l’economia sono in crisi nelle loro idee culturali…e infatti oggi c’è poco o nulla di propositivo se non il solito neokeynesianesimo o il solito neoliberismo che fingono di contrapporsi e poi vanno…a tarallucci e vino,perché nella pratica si sorreggono a vicenda.

paul11 is offline  

 



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