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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 22-06-2006, 11.53.40   #21
visechi
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Citazione:
"d'altro canto sembra che tu distingua nettamente il concetto di perfezione umanda, dal concetto di Perfezione Divina. ma, per quanto ne sappiamo, (almeno per ora) di concetti vi sono quelli umani, e non sapremo che stiamo dicendo se parliamo di 'concetti divini'. d'altra parte noi stiamo parlando un linguaggio umano, e non divino, quindi necessariamente stiamo parlando della 'perfezione' in senso relazionale, da me illustrata."


Non che io distingua il concetto di perfezione umana da quello di perfezione divina. Quando si parla di perfezione, nel rapportarci a questa onnicomprensiva qualificazione di Dio, non possiamo fare a meno di concettualizzare facendo perno sulle doti che ci appartengono, sulle capacità che sono proprie dell’uomo, molto vaste, forse non del tutto sondate e verificate, ma pur sempre limitate. Noi, costretti da questi limiti, che attengono al linguaggio ma anche alla capacità astrattiva e d’immaginazione, lambiamo un’area ed uno spazio che, pur contenendoci, non consentono l’accesso alle nostre limitate capacità speculative ed espressive. L’uomo è sì un animale che fonda ogni propria esperienza sulla relazione con il mondo che lo circonda e con il prossimo – anche con se stesso -, per cui ogni sua concettualizzazione propende verso il raffronto, quindi verso l’emersione del significato attraverso la relazione, ma ciò non esclude o preclude la possibilità che possa concepire l’assoluto – a livello intuitivo o intellettivo –. Nel riferirsi alla propria dimensione, quando in tale ambito indaga, è naturale che il concetto di perfezione sia concepito nel senso da te evidenziato, ossia relazionale; viceversa, l’uomo è anche capacitato ad “intuire” – nel senso etimologico del verbo, cioè veder dentro – perlomeno la possibilità della perfezione, e la “intuisce” nella sua trascendenza che prescinde dal moto che informa la Natura e la Vita. Le cose, la realtà stesso, pur rese ai e dai nostri sensi nell’incostanza e varianza perpetua, nel loro movimento e nel loro divenire, racchiudono un nocciolo di immutabilità esistenziale, per effetto della quale l’esistenza sarà sempre esistenza e non mai non-esistenza. Tale percezione intima e “intuitiva” sgorga nell’afasia di fondo che il linguaggio da noi utilizzato trattiene in sé, anche il più ricco, come dicono che sia il sanscritto. Per cui elementi sostanziali di questo “intuire”restano imprigionati nelle maglie della fonetica. Il linguaggio è come un colino che non lascia passare parti, in alcuni casi essenziali, di quel che il profondo dell’anima, ove germina l’intuizione, percepisce. Qui, solo in questa incapacità o impossibilità sono rilevabili le tracce dell’apofasia e del sacro, del Numinoso e della perfezione con cui il nostro animo entra intuitivamente in contatto. Tu, invece, mi pare circoscriva il tutto al problema linguistico, e, nel mettere in risalto l’afasia predetta, ritieni insensato parlare e discutere di perfezione. In poche parole, asservisci le capacità “intuitive” dell’uomo alla sua capacità d’espressione: ove non v’è espressione compiuta, nelle forme e nei modi a lui consoni e confacenti, non rilevi il senso del discorrere e dell’indagine. Mi sembra alquanto riduttivo.

Citazione:
ma che significa 'pienezza assoluta'? se intendi dire che un ente E è perfetto se (e solo se) ha tutte le proprietà possibili, allora (a) ciò non ha senso, e (b) ciò è contraddittorio.

Sembrerà un gioco di parole, ma è l’unico modo che scovo per provare a spiegare: “pienezza assoluta”, concepita come tale solo in riferimento a Dio, significa semplicemente mancanza di “assenze”, di privazioni, assenza di necessità di completamento. Dio sarebbe (nota che in questi casi utilizzo sempre il condizionale, onore al mio agnosticismo) perfetto proprio perché ha in sé tutte le proprietà possibili. Affermare questo da parte di un essere limitato, significa semplicemente che a Dio si attribuirebbero esclusivamente tutte le proprietà che è possibile ascrivergli sulla scorta e in base alle nostre limitate capacità speculativa e d’immaginazione, quindi, così argomentando, si finisce con il limitare anche la sua infinità, il che, per quanto riguarda Dio, è un paradosso. Ma Dio nelle sue qualificazioni infinite non può essere limitato. Nell’impossibilità espressiva scaturente dal nostro unico mezzo di comunicazione e d’espressione, che, come giustamente affermi tu, è relazionale, un mistico tedesco coniò un paradosso che rendesse giustizia tanto a questa nostra limitazione, quanto, e ancor di più, all’infinità divina, affermando che Dio è <<negazione della negazione>>. Questa locuzione, alquanto complessa, molto più di quel che appare e di come io pedestremente proverò a spiegare, negando a Dio la possibilità di alcuna negazione, afferma anche il suo contrario. Dio non avrebbe alcuna negazione, ma con ciò è egli stesso negazione d’ogni possibile attributo, perché appunto li contiene tutti in sé. E’ anche il motivo per cui questo mistico lo definisce Ni-ente. E il rapporto che s’instaura fra uomo e sacro comporta l’abbandono di se stessi, totale, fino all’estremo, fino a giungere all’ignoranza dell’ignoranza di se stessi (<<ignorare d’ignorare>>). Dio, effettivamente, è un’aporia insanabile, ma è tale solo per le nostre capacità speculative, troppo asservite al principio di non contraddizione.
Citazione:
(a) non ha senso perchè le proprietà non sono radicalmente indipendenti dal linguaggio. come ho già scritto, " il nostro linguaggio è estremamente flessibile e creativo, e si inventano sempre nuove parole: vogliamo credere che v'è un ente che soddisfa ogni possibile concetto? ma ha senso parlare di ogni possibile concetto creabile? mah... il problema è che si pensano le proprietà come cose metafisicamente e ontologicamente date e fisse una volta per tutte, mentre in realtà il linguaggio è in continua modificazione, e nascono sempre nuove proprieta". ma se non ha senso parlare di una completa totalità di proprietà, allora non ha senso parlare di un ente che le possegga tutte.


Questo passaggio è esantematico. Già, non ho sbagliato termine, pare proprio l’esantema, quindi la manifestazione di quanto ho finora affermato. Il linguaggio, che utilizza un numero limitato di termini, per quanto vasto possa essere questo numero, non può contenere e comprendere l’infinità degli attributi e dei concetti di Dio. Il linguaggio è, come dicevo in altro intervento, un marcatore d’identità improprio (non solo in relazione a Dio), non adeguato a rappresentare l’estensione infinita dell’immagine di Dio. La comprime e costringe entro canoni linguistici e semantici rigidi e “predetti”. La mutevolezza del linguaggio attiene alle definizioni, alla costruzione grammaticale e semantica delle proposizioni che utilizza per rendere una qualsiasi immagine, sensazione, emozione; quest’innegabile evoluzione non è però mai un’apertura di nuovo senso che verta a favore della definizione di una nuova significanza di quanto esprime. Non vi è e non vi può essere relazione alcuna fra l’immotilità dell’imperfettibile e la motilità del linguaggio che vanamente tende a rappresentarlo, sarebbe un po’ pretendere che il flusso del mare debba corrispondere al flusso delle rocce ove il mare poggia la sua vastità. Si tratta di due binari paralleli e non convergenti, che scorrono o fluiscono, se scorrono e fluiscono, su due dimensioni o strati diversi.
Citazione:
(b) (b) è autocontraddittorio perchè: E è perfetto se e solo se ha tutte le proprietà --> E è p e E è non-p --> contraddizione. d'altra parte non so che senso abbia parlare di tale ente... inoltre E sarebbe (per ipotesi) imperfetto, inesistente, indescrivibile, etc... ma tutto questo è autocontraddittorio.


Come ho già avuto modo di affermare in precedenza, Dio sarebbe <negazione della negazione>, non-ente.

Citazione:
2) che ce ne facciamo di una perfezione contraddittoria? o meglio: di una perfezione imperfetta?


Veramente non saprei cosa rispondere. Io personalmente non mi sono mai neppure posto il quesito di che ce ne facciamo dell’amore, che in quanto ad imperfezione la dice lunga.

Citazione:
3) che ce ne facciamo di una perfezione che non è più un paradigma a cui tendere?


Non comprendo perché mai su questo versante tendi a generalizzare. Io potrei anche non avere davanti ai miei occhi un paradigma di tal fatta cui tendere, altri, meno capziosi e cavillosi di me, potrebbero bellamente prescindere da tutte le mie considerazioni precedenti, ed anelare proprio a questo paradigma ritenuto perfetto ed imperfettibile, che per loro, per quanto posso immaginare, potrebbe rappresentare il fine stesso della vita, il senso e il significato della propria esistenza, e non percepire, nella loro esultanza, quel fosco baluginare del nulla che forse a me tende l’agguato.

Ciao

Ultima modifica di visechi : 22-06-2006 alle ore 11.55.05.
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Vecchio 23-06-2006, 21.58.35   #22
VanLag
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Messaggio originale inviato da visechi
Posto tutto ciò, accidenti, almeno un’idea ti sarai pur fatto se l’evoluzione sia mai un fine o solo un mezzo.
Non so se questa tua domanda tra il serio ed il faceto pesa più da una parte che dall’altra….. come foglio che ha attraversato la storia umana dal suo primo vagito -> up-to-the-point sono realmente confuso in merito.
Probabilmente ho qualche sogno inconfessato che mi fa censurare la realtà e non la voglio vedere e riconoscere perché la realtà è certamente lì fuori nella sua ovvietà consueta. Però ho qualche dato di seconda mano, cioè non mio, ma di qualcuno che in materia mi ispira più fiducia di me stesso.

Lui, questo qualcuno, dice che questo organismo ha attraversato l’evoluzione dai suoi albori fino ad oggi ed ha immagazzinato enormi e tremende conoscenze, (il famoso foglio bianco), che lo hanno attrezzato (nel suo inconscio), per sopravvivere in questo mondo. Dice che il compimento di un individuo consiste nel toccare la vita in un punto nel quale nessuno la aveva mai toccata prima. A questo punto quell’individuo è realmente unico e la vita si disinteressa di quella persona e la lascia a se stessa.
In pratica la vita sta cercando la perfezione non attraverso un’evoluzione della specie ma attraverso l’unicità di ogni singolo individuo.
Di più non so…. E non voglio riempire il “”vuoto di conoscenza” con storielline preconfezionate che confortano il mio io.

Le cose che non so sono tante…. Devo ancora capire se il film della vita è fatto da fotogrammi scelti a caso, dal figlio del garzone, da un’enorme cesta piena di un numero infinito di fotogrammi, o se c’è sotto la sua bella trama e l’assassino è il maggior domo.

Per altro, per colmare una tua dimenticanza, nella famosa storia di matite e fogli, feci la macchia che sguishhh sporca e deturpa lo scritto…. Insomma un ruolo adatto ad uno scassapallette come me, ma scassa....sempre con la dovuta ironia però….
Da’ltro canto E un'altra volta è notte e scrivo, non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo. E voglio in questo modo dire "sono!", o forse perché è un modo pure questo per non andare a letto o forse perché ancora c'è da bere, e mi riempio il bicchiere. Ed anche questo forse è il fine ed il mezzo.....

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Vecchio 27-06-2006, 10.43.12   #23
epicurus
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visechi, mi trovo alquanto in difficoltà nel risponderti perchè tu accetti ogni contraddizione che ti mostro, ma non accetti le conseguenze pratiche che ciò dovrebbero indurti a compire (ossia a rigettare tali credenze).

io non voglio affermare che il linguaggio non è adatto a parlare di 'perfezione', ma dico solamente che se si trovano che tale termine è molto problematico (incoerente o insenstato) non ci si può limitare a dire "il linguaggio è limitato a trattare tale termine, quindi il termine ci pare problematico solamente per la limitatezza del linguaggio", questa mossa è troppo facile. è troppo facile perchè allora (1) si potrebbe rispondere sempre così ad ogni questione filosofica che si scopre problematica, rilegando la faccenda nell'inspiegato (cioè mantenendo la faccenda nella stessa situazione nella quale si trovava prima della rilfessione filosofica), e (2) se non si può trattare un termine, allora non basterà dire "ok, il nostro sentire e il nostro intuito può fissare il riferimento di tale termine" perchè il sentire e l'intuito non possono fissare il riferimento, anzi lo mantengo troppo indeterminato, tale da rendere il riferimento in pratica vuoto.

inoltre:

1) quando parli di "negazione della negazione", ti esprimi come se la negazione fosse una cosa che troviamo in natura, proprio come possiamo trovare un albero sul nostro percorso. ipoteticamente potremo creare un linguaggio L1 dove ogni negazione (nel nostro linguaggo L0) del tipo 'non-a' viene tradotta in L1 come 'b', e che l'espressione in L0 'a' viene tradotta in L1 come 'non-b'.

2) quando io ho scritto "che ce ne facciamo di una perfezione contraddittoria? o meglio: di una perfezione imperfetta?", tu mi hai risposto "Veramente non saprei cosa rispondere. Io personalmente non mi sono mai neppure posto il quesito di che ce ne facciamo dell’amore, che in quanto ad imperfezione la dice lunga". ma qui stai sbagliando alla grande.
quello che volevo dire è che se la perfezione è contradditoria, allora tale termine deve essere abbandonato perchè non si può riferire a nulla (come il cechio quadrato). d'altro canto non è necessario che l'amore sia perfetta per evitare la contraddizione (proposizione empirica, anche se in questo caso è un po' forzato l'uso di 'empirico'), ma è richiesto che la perfezione sia pefetta (proposizione logica)...

3) quando io ho scritto "che ce ne facciamo di una perfezione che non è più un paradigma a cui tendere?", intendevo dire che sempra parte del significato di 'perfezione' l'essere un ideale a cui tendere, ma se scopriamo che la perfezione non è un paradigma a cio tendere, allora diviene un concetto vuoto.
certo, è soggettiva la scelta della meta a cui tendere, ma non credo che molti siano disposti a tendere a diventare morti (come una biblioteca) come modello di perfezione....

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Vecchio 29-06-2006, 16.01.19   #24
visechi
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Citazione:
(1) si potrebbe rispondere sempre così ad ogni questione filosofica che si scopre problematica, rilegando la faccenda nell'inspiegato (cioè mantenendo la faccenda nella stessa situazione nella quale si trovava prima della rilfessione filosofica),


Certo! Si potrebbe, ma non è necessario farlo. La limitatezza del linguaggio emerge con chiarezza ogni volta che questo si accinge a descrivere, ma non solo descrivere, anche e più che altro ad ipostatizzare un qualcosa d’ineffabile. Non solo Dio e la perfezione risultano, dunque, intangibili per il linguaggio, ma anche ciò che esprime il nostro animo, tipo emozioni, sensazioni e così via. In effetti, se ci pensi, la psicologia, per sondare il nostro animo, la sua profondità ineffabile, con un atto di superbia, non si affida al solo “detto”, al solo racconto del soggetto posto sotto analisi, ma completa il quadro diagnostico, attingendo ad altre forme d’espressività meno mediate: per esempio, fondamentali risultano le risposte immediate che il paziente fornisce alla presentazione di alcune situazioni strutturate in maniera tale da consentire un’indagine la meno interferita possibile dalla coscienza dell’individuo. Oppure affida il proprio indagare anche all’emersione dal profondo di quelli che sono definiti “moti di spirito”, che, appunto, derivando da reazioni non pienamente consapevoli, sono meno sottoposti alla mediazione della coscienza.
Ma ciò non è valido per tutto. Nella filosofia il linguaggio svolge sufficientemente bene il proprio ruolo: di spiegare, comunicare e sondare attraverso anche l’arte della maieutica, rendendo concetti complessi in modo sufficientemente chiaro ed intelligibile, che possano così essere capiti e condivisi, oppure discussi e dibattuti, dai più. Ma, ineluttabilmente, questo mezzo d’indagine, di comunicazione, di spiegazione risulta quanto mai inappropriato quando si approssima al limite – anche solo transeunte - delle nostre e proprie potenzialità speculative, cioè quando varca, o si pone l’obiettivo di varcare quel limine invalicabile che dischiude alla vista o all’intuizione, senza mai dischiuderla all’intrusione razionale, l’area che attiene più alla sfera dell’intimo sentire, piuttosto che a quello della speculazione; il linguaggio non riuscirà mai a rendere compiutamente l’essenza di un’emozione, potrà raccontarla, inducendone una nuova, ma non trasmetterne il nucleo intangibile originario. Per quello l’emotività s’esprime meglio attraverso la simbologia grafica di un dipinto – se fra e nelle dita e nel cuore si possiede la giusta dose d’arte per riuscire a trasmetterla: è ciò che distingue un’artista da un imbrattatele -; oppure affida la propria essenza alla musica, anche se io credo che entrambe, musica e pittura, inducano sempre emotività e stupore riflessi.

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(2) se non si può trattare un termine, allora non basterà dire "ok, il nostro sentire e il nostro intuito può fissare il riferimento di tale termine" perchè il sentire e l'intuito non possono fissare il riferimento, anzi lo mantengo troppo indeterminato, tale da rendere il riferimento in pratica vuoto.

E’ impossibile che l’emotività o il sentire possano fissare il riferimento di un termine, se per riferimento intendiamo il senso genuino e cristallino di questo sentire, proprio in forza e virtù di quanto ho espresso sopra. Le parole sono come fotogrammi che colgono solo una parte o istanti – spesso non essenziali – del fluire di un’emozione, di un sentire, di un’estasi. Beethoven per descrivere la sua stupefazione al cospetto della meraviglia della luna, non raccontò, non s’espresse con parole, ma compose, a vantaggio di un amico cieco e di noi tutti, un’ode che ben rende l’idea di questa sontuosità e splendore che lui coglieva. La parola non è atta a de-finire o de-terminare un qualcosa che è in sé indefinito ed indefinibile, indeterminato ed indeterminabile, poiché trattasi di un fluire che si vorrebbe rapprendere, comprimendolo, nella staticità di un fotogramma. C’è chi – ancor più radicalmente – sostiene che la parola non sia neppure in grado di comunicare alcunché.

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1) quando parli di "negazione della negazione", ti esprimi come se la negazione fosse una cosa che troviamo in natura, proprio come possiamo trovare un albero sul nostro percorso.


No! Ti sbagli, so bene che la negazione è rilevabile in natura solo nel suo non essere quel che appare e che i nostri sensi sono impossibilitati a percepire, giacché i sensi percepiscono solo le presenze, mentre è il “condizionamento” a rendere manifesta l’assenza. So bene che la “negazione”, in Natura, non trova asilo, proprio per effetto di questo suo essere “negazione”. Essa è così solo un concetto, che si rende concreto solo nel raffronto condizionato con il deposito mnesico dovuto alle nostre esperienze trascorse.
Ben diverso è affermare la nozione di “negazione di negazione” riferita alla perfezione, perché solo alla perfezione, cioè a Dio, questa nozione può essere attribuita, poiché è proprio costitutivo della perfezione essere assenza d’assenze, o negazione d’ogni negazione, il che sembrerebbe un sofisma che comunque conferma che in questa assenza d’assenze, o negazione d’ogni negazione, vi sia in ogni caso pur sempre un’assenza o una negazione. Ma questa sensazione è parte anch’essa della limitatezza del linguaggio e, nell’avviluppo di questa allitterazione fonetica, potrai ben scovare quell’assolutezza concettuale pertinente proprio alla perfezione, ossia l’assoluta compresenza d’ogni compossibilità.

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quello che volevo dire è che se la perfezione è contradditoria, allora tale termine deve essere abbandonato perchè non si può riferire a nulla (come il cechio quadrato). d'altro canto non è necessario che l'amore sia perfetta per evitare la contraddizione (proposizione empirica, anche se in questo caso è un po' forzato l'uso di 'empirico'), ma è richiesto che la perfezione sia pefetta (proposizione logica)...

Persisti nel sostenere che la perfezione sia in sé contraddittoria, ed io non posso far altro che provare ad esprimere nuovamente il concetto che essa è indubitabilmente tale solo per quanto riguarda le capacità speculative dell’uomo, essendo, come sopra detto, proprio una compresenza, una persistenza, una coesistenza di compossibilità – cioè tutte le possibili e non possibili possibilità – in un unico (Ni)Ente. Trattandosi così di una nozione che non può che essere trascendente, essa non può in alcun caso tramutarsi in termine di paragone o di relazione, permanendo nella sua ineffabilità, ma andando a rappresentare, nella circoscritta percezione umana, un paradigma necessario, sebbene limitato, alle nostre capacità teoretiche; un paradigma anch’esso limitato e limitante la sua infinità che di essa (perfezione) è costitutiva e significativa. Quanto appartiene al noumeno della dimensione umana, è ben lungi dall’essere il noumeno divino. Il nostro noumeno è così riflesso di quello divino, ed è limitato proprio dalla nostra circoscritta capacità di trascendere noi stessi, perché da noi promana ed in noi persiste. Quanto attiene alla nostra evoluzione concettuale o teoretica, è solo un moto di vapore che va ad occupare spazi precedentemente lasciati vuoti o disabitati, però sempre nell’ambito di un’area circoscritta e non espandibile all’infinito, come qualcuno sostiene: come entro un’ampolla di vetro che, in ogni suo spazio, pian piano si riempie del vapore che gli è stato immesso all’interno in un dato momento.

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3) quando io ho scritto "che ce ne facciamo di una perfezione che non è più un paradigma a cui tendere?", intendevo dire che sempra parte del significato di 'perfezione' l'essere un ideale a cui tendere, ma se scopriamo che la perfezione non è un paradigma a cio tendere, allora diviene un concetto vuoto.


L’utilità del concetto di perfezione è reperibile in quell’ambito circoscritto di cui parlavo sopra, e, sebbene sia sempre un concetto o un ideale ristretto, per quanto ampio sia, ritrova il proprio senso proprio nell’impossibilità o incapacità di un essere limitato di concepirne razionalmente uno più ampio o addirittura infinito. Non possiamo che tendere a ciò che le nostre ristrette capacità d’astrazione ci consentono di ipostatizzare.

Ciao

P.S.: Per Van - Guccini è sempre il più grande


Ultima modifica di visechi : 29-06-2006 alle ore 16.06.15.
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Vecchio 01-07-2006, 10.55.37   #25
sunday01
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perfezione

Da queste parole si comprende quale sia la perfezione a cui dovrebbe tendere l'uomo per raggiungere la perfezione di Dio:

Matteo 5:43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
Matteo 5:44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
Matteo 5:45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Matteo 5:46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
Matteo 5:47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Matteo 5:48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

I limiti umani sono la miseria dell’uomo, la tensione verso la perfezione la sua ricchezza.

Il nostro linguaggio descrive la perfezione come uno stato in cui non manca nulla... noi diciamo che una cosa è perfetta quando non c'è nulla da aggiungere e nulla da togliere... perfetto equilibrio.

La perfezione di Dio non è contradditoria, Dio è... e basta e in questo "essere" sta tutta la perfezione....

Il nostro essere umani invece è un continuo divenire... perchè nulla è statico, tutto è movimento....
E in questo divenire il nostro concetto di "perfezione" dal punto di visto umano, si scontra con la perfezione di Dio che noi giudichiamo contradditoria partendo dai nostri parametri...
In altre parole giudichiamo perfetto un Dio che risponde alla nostra idea, dimenticandoci che siamo limitati e non abbiamo mai visto Dio faccia a faccia...
Però abbiamo un metro di paragone: siamo fatti a sua immagine e somiglianza per cui abbiamo dentro di noi la “potenzialità” di raggiungere questa perfezione, pur essendo liberi di tendere anche al suo opposto, cioè una perfezione relativa dal punto di vista umano…. o, peggio, negare l’esistenza di questa perfezione dicendo che non sappiamo che farcene… essendo secondo noi "ingiusta" e quindi "imperfetta".
Eppure solamente questa perfezione può far evolvere l’uomo che tende a Dio… e far divenire questo mondo da imperfetto in perfetto… essendo finalmente in armonia con quella che dovrebbe essere la creazione… l’uomo collabora attivamente alla creazione, ogni uomo in sé stesso unico e irripetibile potrebbe raggiungere o tendere a questa perfezione… basta che lo voglia, e qui sta la sua libertà… riconoscersi “misero” davanti a Dio… e questo è il primo passo verso la sua evoluzione.

sunday01 is offline  

 



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