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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 20-06-2006, 11.15.45   #1
Flaviacp
Ospite
 
Data registrazione: 10-07-2005
Messaggi: 30
la miseria umana come ricchezza

La miseria dell’uomo ne costituisce la più florida fonte di ricchezza.
L’uomo è , secondo i più eminenti filoni di pensiero, un ente imperfetto,finito, costitutivamente incompiuto in quanto creato e non autopoietico; il principio dell’esistenza umana- così come il fine per molti pensatori- è da ricercare in un’entità superiore e perfetta, in un autor rerum, causa efficiente e finale. Solo a questo Essere infinito, essendo causa sui, appartiene l’attributo della compiutezza, dunque, se vogliamo, della quiete.
Il carattere dell’uomo, in quanto ente finito, è quello della carenza: l’essere umano, per quanto potrà affannarsi nella ricerca di qualcosa, non riuscirà mai, per natura, a giungere a compimento.
Shopenauer affermò che la vita dell’uomo è un pendolo che oscilla tra la mancanza, da cui scaturisce il desiderio, il soddisfacimento di quest’ultimo e la noia, preludio del seguente desiderio.
I desideri umani sono l’espressione disordinata dell’inappagabile desiderio di perfezione, che viene proiettato verso le più svariate cose.

La completezza, la perfezione -potremmo azzardare la felicità, comportano uno stato di perenne appagamento, e quindi, di quiete, di stasi catastematica, atarassica . L’uomo, viceversa è destinato ad un’esistenza dinamica, ad una ricerca incessante ed accidiosa che mai potrà trovare fine.
Gli uomini potranno trovare momentaneo refrigerio nella conquista dell’oggetto verso cui, di volta in volta, il desiderio si rivolge ma, ineludibilmente, dopo un tempo variabile, la loro attenzione verrà rapita da una nuova fiamma che ne determinerà il movimento e lo spasmo.
Tuttavia è dalla penuria che sorge l’impulso diretto a colmarla. Se l’uomo avesse la possibilità di trovare, in questa vita, l’appagamento supremo, ovvero uno stato di perfezione, perderebbe l’essenza stessa che lo costituisce, ossia l’essenza della finitezza, dell’essenziale imperfezione; inoltre perderebbe, come è ovvio, ogni motivo di adoperarsi per il raggiungimento di uno scopo, verrebbe a mancare la causa prima del movimento e del divenire: l’incompiutezza.
Cesserebbe quindi di esistere la crescita nell’essere che fa sì che l’uomo si sviluppi e si evolva verso la piena coscienza di sé.
Se l’uomo potesse trovare un reale appagamento in questa vita acquisterebbe il carattere dell’immobilità, si cristallizzerebbe condannandosi ad una immutabile imperfezione.
Di certo l’uomo non può aspirare alla perfezione, e la coscienza o , più spesso, la percezione inconscia di ciò lo conduce alla perpetua ricerca di qualcosa, e tale ricerca genera crescita ed espansione.

Un uomo povero è costretto ad adoperarsi per vivere -a differenza del ricco che vive nell’agio e di conseguenza non è spronato a migliorare sé stesso e la sua situazione-, ma con i suoi sforzi potrà acquisire arti e saggezza e diventare dunque un uomo ricco e prestigioso. Sarà, perciò, la povertà a donargli la possibilità di ergersi al di sopra della sua condizione pregressa.
Così l’uomo in generale trova nella sua costitutiva miseria, nella sua costitutiva penuria la possibilità di evolversi, la possibilità di cambiare e di arricchirsi durante il suo cammino.
Ecco, perciò, che la finitezza dell’uomo, l’incompiutezza, l’imperfezione diventano principio del movimento che fa dell’uomo l’essere proprio del divenire e del costante mutamento.

Se la mancanza è motivo di sofferenza, è anche il principio del piacere, perché questo -inteso in senso umano e non epicureo- può essere raggiunto solo mediante il soddisfacimento del desiderio, mediante l’estrinsecazione dell’impulso che determina la fine dello stato di insoddisfazione e di dolore dovuti alla mancanza stessa.
Con questo non voglio ridurre il piacere al momento di cessazione del dolore perché esiste, sia chiaro, uno stato di piacere che può sfiorare la stabilità; è possibile raggiungere uno stato d’animo sereno che sia stabile e che faccia, come dire, da sfondo agli impetuosi moti dell’anima.
Tuttavia non è possibile negare che l’animo umano è un continuo tumulto, un continuo alternarsi di stati di appagamento a stati di insoddisfazione.
E’ possibile raggiungere una condizione in cui le rivoluzioni dell’animo vengano concepite in modo produttivo e non distruttivo, ma non è possibile fermarle. Inoltre, anche il solo tentativo di bloccare le inquietudini e di tradurre il caos in quiete sarebbe deleterio e snaturante, al punto di rischiare di corrodere il carattere fertile e fruttuoso dell’uomo in quanto tale.
E’ necessario accettare il fondamentale carattere di finitezza che costituisce gli uomini e farne un punto di forza piuttosto che una debolezza , in quanto solo dalla miseria e dal riconoscimento della stessa può sorgere il movimento che porta all’arricchimento.
Di conseguenza anche il carattere naturalmente accidioso degli uomini non va condannato (e qui il genio di Dante ha a mio modesto avviso commesso una leggerezza), perché l’accidia, l’eterna insoddisfazione è una condizione insuperabile dall’uomo in quanto tale, dovuta ad una deficienza irresolubile che è appunto l’essenza finita dell’uomo, il suo non essere increato ed autosussistente, bensì, appunto, imperfetto.
L’accidia è quindi da considerare in accezione positiva perché, quando riconosciuta come virtù piuttosto che come peccato, costituirà il motore della costante ricerca umana, della progressiva crescita.
Prescindendo dalle considerazioni strettamente teologiche e facendo riferimento alla mera evidenza non credo di commettere errori affermando che l’uomo non possiede, per sua natura, la possibilità di raggiungere la perfezione intesa come “l’assenza di assenza”, ovvero come quella condizione in cui non vi sono mancanze e vige uno stato perenne e statico di pienezza ed appagamento.
Non riesco in realtà a concepire un simile stato come uno stato di felicità in quanto resto della convinzione che la felicità, per essenza, non possa essere stabile ed eterna ma sia fondamentalmente instabile ed effimera.
Tutto ciò che caratterizza la vita dell’uomo, e la vita stessa, ha il carattere dell’instabilità, dell’inafferrabilità, ed è proprio in questo che risiede tanto il dramma umano, quanto la preziosità dell’esistenza e di ogni suo singolo attimo.
Come la spuma sulla cresta di un’onda, la vita dell’uomo sfiora la battigia per poi ritrarsi nei flutti, prima di correre nuovamente in direzione della sabbia. In questo moto perpetuo consiste l’esistenza ed a nulla valgono gli sforzi di sottrarsi ai movimenti; tanto più insistenti saranno i tentativi di irrigidirsi, tanto più doloroso sarà l’esser trascinati via dai marosi.
Saggio sarà colui che, presa coscienza dell’ineluttabile condizione di movimento, riuscirà a lasciarsi possedere dalle onde imprimendo loro il movimento a lui più congeniale; costui riuscirà a danzare tra i flutti…
La vita è una danza, un appassionato e travolgente ballo in cui non è concessa timidezza. Il ruolo degli uomini? Trovare e coltivare il ritmo, dentro di sé...


cosa ne pensate?
Flaviacp is offline  
Vecchio 20-06-2006, 12.56.38   #2
percaso
Ospite abituale
 
Data registrazione: 03-01-2006
Messaggi: 41
ricchezza

condivido in pieno e semplicemente ti dico complimenti per l'esposizione
è stato piacevole ed istruttivo leggerti.
percaso is offline  
Vecchio 20-06-2006, 13.33.34   #3
Flaviacp
Ospite
 
Data registrazione: 10-07-2005
Messaggi: 30
grazie mille!
Flaviacp is offline  
Vecchio 20-06-2006, 13.34.26   #4
r.rubin
può anche essere...
 
Data registrazione: 11-09-2002
Messaggi: 2,053
Re: la miseria umana come ricchezza

Citazione:
Messaggio originale inviato da Flaviacp
cosa ne pensate?

in che senso? stai chiedendo se sia condivisibile o meno? se sia interessante? se sia ..cosa?

perchè messa in questo modo è una domanda generica, una specie di test di Rosarch. Ma immagino che la tua domanda sia più precisa, per questo te lo chiedo.
r.rubin is offline  
Vecchio 20-06-2006, 14.10.38   #5
r.rubin
può anche essere...
 
Data registrazione: 11-09-2002
Messaggi: 2,053
comunque, secondo me è un discorso che offre una certa... possibilità di arricchimento.

Ultima modifica di r.rubin : 20-06-2006 alle ore 14.12.20.
r.rubin is offline  
Vecchio 20-06-2006, 14.25.08   #6
S.B.
Ospite abituale
 
Data registrazione: 24-04-2006
Messaggi: 486
Ho letto il tutto chiedendomi cosa avresti scritto alla fine, cioè cosa può fare l'uomo per migliorare questa condizione.

Se non ho capito male è quello che mi aspettavo: cioè che l'uomo debba prendere coscenza di questo movimento continuo, è una questione di punti di riferimento, l'uomo che è in mezzo al mare in tempesta vede l'onda che quasi lo affoga e vede l'onda che lo riporta a galla, mantiene i due fenomeni come distinti, l'uomo che guarda dall'alto il mare vede che le onde salgono e scendono e riesce ad avere una visione più ampia della realtà.

L'uomo può continuare ad appagare i suoi desideri, ma ne avrà sempre altri che vorrà appagare. Qua sta la sua forza dici.
Ma ponendo che un uomo, consapevole di questa sua natura oscillante come un pendolo, decidesse ( e riuscisse) a fermare questo movimento, annullando ad esempio tutti i suoi desideri?...
Intendo ovviamente se la cosa fosse coscente, non come l'esempio dell'uomo ricco e dell'uomo povero che sono inconsapevoli del loro stallo, o del loro movimento...
S.B. is offline  
Vecchio 20-06-2006, 15.24.26   #7
Flaviacp
Ospite
 
Data registrazione: 10-07-2005
Messaggi: 30
Dunque...la mia domanda su cosa ne pensaste era una domanda generica, riferita al fatto che le mie ipotesi possono essere considerate come possibili, possono essere condivise o confutate.

Per quanto riguarda la possibilità cosciente di fermare il moto, di raggiungere uno stato di quiete e di stasi io credo che:
anzitutto l'uomo essendo costitutivamente incompiuto non può pervenire ad una simile condizione, poichè una condizione di quiete implica la pienezza e la perfezione che l'uomo non possiede per natura;
l'unica possibilità che l'uomo ha di raggiungere un tale stato è quella di mettere a tacere i propri istinti, le proprie pulsioni; chiudersi monadologicamente in una corazza specchiata che respinga tutti gli stimoli provenienti dall'esterno.
Ma questo tipo di atteggiamento è assolutamente snaturante; l'uomo fuggendo dal mondo e chiudendosi in sè in realtà fugge anche da sè stesso, dalla sua vera natura.

Le donne orientali indossano calzature molto piccole per impedire ai piedi di crescere oltre una certa misura: di certo riescono nell'intento ma, andando contro il naturale evolversi del corpo , la pratica sortisce spesso effetti deleteri per l'intero organismo.
Questo avverrebbe a parer mio se l'uomo decidesse di fermare il moto, o almeno se ci provasse.
In realtà il moto non può essere fermato perchè non dipende dall'uomo nè tantomeno dal singolo individuo; l'uomo può, tutt'al più, tentare di non seguirlo, e questo sarebbe snaturante.
Si irrigidirebbe al punto tale da rischiare di esser spezzato dal sopraggiungere di un'onda più potente delle altre.

Disapprovi?

Flaviacp is offline  
Vecchio 20-06-2006, 15.58.49   #8
visechi
Ospite abituale
 
Data registrazione: 05-04-2002
Messaggi: 1,150
Ottima riflessione che condivido quasi in pieno, molto ben strutturata ed argomentata, anche piacevole nella lettura. Pensieri quasi inusuali, soprattutto qui dentro, in special modo nel forum di spiritualità, dove pare viga una regola non scritta che vuole l’uomo prossimo ad un’evoluzione ed una perfezione che lo affrancheranno da tutte le proprie debolezze e mancanze (miserie). Una filosofia che lo vorrebbe sempre più accosto ad un Dio che – a parer mio – funge da orizzonte, frutto, forse, e perché no, dell’immaginazione, o dell’intima paura inarretrabile di essere qui solo per un breve sospiro della storia, e appunto come un orizzonte, quanto più l’uomo tende a lambire la sua linea ricurva (immaginifica ed immaginaria), tanto più questa si allontana. Insomma, la tua è proprio una bella voce dissonante… ci voleva proprio.
Dicevo che condivido quasi tutto, tranne alcuni brevi passaggi che però non sono di portata tale da confutare il tuo complesso pensiero, il cui nocciolo essenziale credo sia del tutto corrispondente alla realtà, o quanto meno verosimile ad essa.
Citazione:
<… il principio dell’esistenza umana - così come il fine per molti pensatori - è da ricercare in un’entità superiore e perfetta, in un autor rerum, causa efficiente e finale. Solo a questo Essere infinito, essendo causa sui, appartiene l’attributo della compiutezza, dunque, se vogliamo, della quiete.>
Ecco uno dei punti che non mi sentirei di sottoscrivere. Cercherò di essere brevissimo, anche perché quanto sto’ per dire è stato sviluppato a più riprese in questo forum ed anche in quello di spiritualità.
Io, partendo sempre dalla constatazione apodittica dell’esistenza del Male e dalla lettura dell’incipit del Libro della Genesi, sono portato a ritenere che Dio, cioè l’essere infinito cui fai riferimento tu (perlomeno quello riconducibile alla tradizione cristiana), pur potendo essere stimato come l’Essere perfetto ed infinito ed anche in sé e per sé assolutamente compiuto, dovendo coagulare in sé quanto è espressione e manifestazione del Suo atto creativo, quindi tutto il possibile ed anche ciò che contrasta con questo possibile, in un grumo inscindibile di compossibilità, trattiene in sé tanta quiete e serenità ineffabile, come pure ansia ed inquietudine. Dio vive il suo dramma attraverso la Creazione, e noi siamo parte del suo dramma interiore – ineffabile, inalienabile, inarretrabile, inemendabile, irredimibile -. La perfezione ha in sé, in un groviglio indistricabile, l’insieme degli opposti, e noi, creati a sua immagine e somiglianza, siamo appunto riflesso e baluginio del Suo originario dramma, coestensivo alla Creazione stessa. Noi viviamo questo dramma in forma di tragedia (nell’accezione greca del termine), e soffusamente o coscienziosamente perseguiamo ed aneliamo conseguire un qualche elemento che sia atto a quietare quest’affanno che ci calca le spalle e trasportiamo come un fardello. Per questo la propensione a favore del trascendente, perché attraverso questo pensiero e questo anelito, del tutto connaturato all’uomo, tendiamo ad esorcizzare la paura della Morte, del nostro non essere più.
Esprimi molto bene il concetto del perenne vagolare dell’animo umano fra gore ed orridi in vista di una cima da conquistare. Siamo assediati da scoscese scogliere, ma volgiamo perennemente lo sguardo verso i pendii, fino a lambire con la vista una cima confusa fra nubi, ed immaginiamo che questa cima sia sempre alla portata dei nostri scarponi chiodati e della nostra piccozza. Non solo immaginiamo ciò, ma seguiamo sentieri che ineluttabilmente ci dovrebbero condurre a ficcare la nostra bandiera su quella vetta ormai violata e conquistata per sempre. Eppure sappiamo bene, perché la vita lo insegna, quanto sdrucciolevole sia il cammino; ma allettati e lusingati dalla meta surreale che ci attende, nell’incespicare fra le radici dei rovi, crediamo e ci fingiamo che questo rotolare fra la polvere sia solo la concessione di un nuovo punto di vista che dischiude nuovi orizzonti e lo sguardo ad un panorama verdeggiante, una nuova coordinata al nostro azimuth, e proseguiamo il percorso senza distogliere il viso volto verso il cielo, sempre più distante, sempre più intangibile, sempre più ineffabile; scordiamo gli ostacoli, li tramutiamo in spinte inerziali che ci sospingono oltre ogni razionale contraria dimostrazione – e non è poi del tutto detto che non ci si riesca, perlomeno parzialmente e in qualche caso -.
Le paure non sono in sé e per sé fonte di disgrazie, non sono aspetti interiori negativi del nostro essere. Così pure le mancanze, le assenze, le nostre imperfezioni, le debolezze, l’insoddisfazione di fondo, non sono in assoluto forieri e messi notificatori delle nostre sconfitte, non ne rappresentano neppure un pallido presagio. E’ la Vita stessa che non ci concede un governo delle cose e degli accadimenti che ingloba. Il nostro essere, la nostra ineffabile essenza, eco di quella del creatore – sempre che vi sia un Creatore, ammettiamolo pure -, specularmente, non ci consente l’accesso alle briglie e ai congegni che rendono gli input interiori (pulsioni), input che si coniugano con quelli provenienti dall’esterno, e che, con il nostro agire convulso, concorriamo a produrre nell’ambiente che ci circonda.
Mi pare di poter valutare che fra un vedere quasi serafico, forse disincantato, ed una visione disincantata, però tumultuante, la tua concezione del vivere e la mia collimino abbastanza… forse, oppure ho solo interpretato e frainteso…. Chissà?
Mi rendo conto che mi sono lasciato prendere dal piacere di scrivere in libertà e ho scordato, ora me ne avvedo, quali fossero gli altri passaggi sui quali non sarei troppo d’accordo con te. Ne ho evidenziato uno, il resto, per pigrizia, lo lascerei ad un altro momento, susseguente magari ad una tua replica, l’importante che non si tratti di un canto corale ed armonico…. Adoro le dissonanze.
Ciao e complimenti


P.S.: l'ultimo intervento lo leggerò più tardi
visechi is offline  
Vecchio 20-06-2006, 17.06.33   #9
VanLag
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Messaggi: 2,959
Re: la miseria umana come ricchezza

Citazione:
Messaggio originale inviato da Flaviacp
La vita è una danza, un appassionato e travolgente ballo in cui non è concessa timidezza. Il ruolo degli uomini? Trovare e coltivare il ritmo, dentro di sé...


cosa ne pensate?
Parti dalla considerazione che a muovere l’uomo sia la sua perenne insoddisfazione, l’abisso cioè che lo spingerebbe verso l’alto, e senza quel senso di carenza non ci sarebbe movimento e crescita.

Io vorrei invece partire da un altro presupposto….. Facciamo finta che il movimento e la crescita siano attributi intrinseci nella vita. La straordinaria operosità della natura infatti mostra un mondo in incessante movimento, basta chinarsi in un’aiuola o in un orto, per stupirsi dell’incredibile brulicare di vita in esso contenuta. L’uomo non può stare fermo perché il movimento e la ricerca sono la sua natura.
Ergo la vita è già perfetta in se, col suo alternarsi di bene e di male, col suo gioco di chiaroscuri, di tenebre ed ombre sullo sfondo della luce, l’urlo che rompe il silenzio immoto… tutto è, (era) già perfetto.

Se il motore del movimento e dell’evoluzione è intrinseco nella vita, nella natura, la miseria che ci deriva dal confronto con un modello ideale, (e quindi ipotetico), di perfezione, non è un qualche cosa di meglio bensì risulta essere l’elemento dialogico che ci stacca dall’unità della vita, risulta cioè essere il male stesso. Quell’insoddisfazione che tu celebri non è il carburante che ci spinge a volare, ma un pesante fardello che ci fa starnazzare al suolo come un tacchino che cerca di volare. Non è l’origine della virtù ma il nascondiglio dove annida il vizio. Non è l’invenzione benefica che aiuta l’uomo ma il germe di una male che lo stà distruggendo.

Se non interpreto male ciò che dici, concordo invece sulla conclusione laddove dici che è solo riappropriandoci della nostra interezza che vivremo delle vite “degne”, ma attenzione al peso che diamo alla parola “degno” perché se lo dipingiamo come “un appassionato e travolgente ballo in cui non è concessa timidezza”, rischiamo di ricadere nel paradigma dialogico, dove a dettare i parametri è un modello e nel quale non si sarebbe posto, per il coniglio timido dal goffo zampettare. Quel degno quindi che sia solo ciò che colma il nostro cuore senza una definizione a priori che, fra l’altro lo escluderebbe anche dalla dinamicità della vita.

VanLag is offline  
Vecchio 20-06-2006, 17.23.03   #10
Flaviacp
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Data registrazione: 10-07-2005
Messaggi: 30
Beh credo che l'idea della natura Divina sia quanto di più enigmatico si possa concepire essendone in discussione la stessa esistenza.
Indubbiamente pensare un Dio Creatore come sostanza quieta, completa e perfetta pone la problematica questione di spiegare l'esistenza umana.
Anzitutto perchè un'Ente perfetto ed infinito avrebbe dovuto creare gli uomini?
L'idea stessa di Creazione sembra implicare un carattere di mancanza del creatore stesso...
Inoltre perchè il Sommo Essere avrebbe dovuto creare degli esseri tanto incommensurabilmente "piccoli" e finiti? Quasi degli aborti di divinità destinati alla sofferenza ed all'incompiutezza.
Destinati ,citando le tue parole, a vedere la cima verdeggiante, oggetto del proprio desiderio, senza possedere le facoltà necessarie a raggiungerla...
Sembrerebbe quasi un atto di sadismo: mostrare un bicchiere colmo d'acqua all'assetato impedendogli, però, di abbeverarsi...
Devo ammettere di non aver ancora trovato una risposta soddisfacente a questo interrogativo...

Tuttavia mi sembra di capire che la tua idea di Dio sia l'idea di una Sostanza talmente perfetta da comprendere in sè tutto ed il contrario di tutto...
Questa è un'immagine a dir poco affascinante.
Comprenderebbe quindi stasi e movimento, quiete ed inquietudine, felicità e disperazione, bene e male.
In questo caso gli uomini sarebbero il frutto di un parto, l'estrinsecazione della fusione dialettica tra i diversi poli contenuti nella Sostanza prima.
L'esplicazione di una forza, generata dal continuo attrito tra gli opposti, incontenibile al punto da generare naturalmente, non per atto libero della volontà divina.
Sarebbe appunto la generazione dell'uomo più che la sua creazione.
...questa teoria sembra piacermi...e sembra giustificare l'esistenza dell'uomo e le modalità attraverso cui questa si dipana.

Cosa ne dici?
grazie del prezioso spunto di riflessione!!
Flaviacp is offline  

 



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