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Vecchio 11-11-2006, 20.32.17   #1
ludovicofrescura
Ospite abituale
 
Data registrazione: 30-08-2006
Messaggi: 48
Diòniso o Teseo è lo specchio dell'uomo di oggi?

Da Gabriele La Porta, “L’orgia sacra a Diòniso”, Airesis/link di Riflessioni (in sintesi con certa libertà)

«… Teseo e Arianna, ucciso il Minotauro, fuggono… Intravisti da Artemide, la dea scocca la freccia e uccide la sorella; Teseo, tornato in patria, compie una danza di ringraziamento. Gli studi filologici del Colli aprono insospettabili complessità: Minotauro è traducibile in "stellante", Arianna in "colei che fa assumere in cielo", la freccia di Artemide in "pensiero folgorante"; e la danza di Teseo è "della gru", "del labirinto", "dell'estasi". In questa chiave filologica il mito significa: grazie ad Arianna, il Minotauro è assunto in cielo e la ricompensa per la donna è il pensiero intuitivo; mentre la danza estatica di Teseo consente all'eroe di concepire aspetti (soltanto alcuni) del divino. Non solo… Diòniso è fanciullo leggiadro e innocuo (Anteo): invece vi si cela l'ambiguità. Secondo Euripide quell’adolescente attira gli uomini all'interno del cerchio delle baccanti e, cingendogli il collo con un filo d'oro, fa sì che gli incauti finiscano con lo strozzarsi per il loro stesso movimento (il rovescio della medaglia del Minotauro ma in verso contrario: uno da mostro diventa dio, l’altro da angelo diventa demonio). E altro ancora… Diòniso è descritto come “colui che si guarda allo specchio”; tuttavia l'immagine riflessa non è quella del dio, bensì quella del mondo degli uomini, significando che il creato è ‘apparenza dell'eterno’. E traducendosi il labirinto in "enigma", "nodo da sciogliere", "problema", l'uomo risolve l’enigma soltanto abbandonandosi all'estasi della danza orgiastica: scopre che il mondo è apparenza e l'unica realtà è la sostanzialità del dio… Ora – continua La Porta – i padri della conoscenza hanno gettato attraverso i millenni i loro enigmi affinché le generazioni successive vi si cimentassero con intelligenza, tentando di capirne i "reconditi segni": spiegazioni che sono costate vite intere di ricerche. Ma è proprio questa la spiegazione ancora ambigua… Platone ha tramandato nella VII lettera che “nessun sapiente affiderebbe alla scrittura nulla di veramente importante”: inquietante interrogativo che deve farci riflettere giacché egli, esprimendo questo concetto contro la scrittura, adopera proprio la scrittura!»


Tanto è secondo la cultura dei moderni e la saggezza degli antichi… Vorrei così proporre ai partecipanti di questo Forum – ognuno per sè guardandosi nell’anima – che altra chiave, deduzione, analogia, riferimento, interpretazione, filtro; insomma di ‘ermeneuticamente’ rilevante, ognuno trovi di sé in Diòniso o Teseo. (Incominciando io!…)

Penso innanzi tutto che la scrittura tolga spazio al divertimento: se scrivo, non rido/ non corro, non sto a respirare la natura. Ma che scriva è importante: semmai dovrei farlo non con assiduità frenetica, ma intercalando atteggiamenti/attitudini altre: qui, Platone dice – mi sembra – una cosa ovvia! Se poi intenda altro (che nello scrivere le parole rimangono e non volano come quelle che escon dalla bocca; per cui avendo la pretesa d’esser saggio con quelle, si rischia – proprio perché rimangono – d’essere impietosamente smentiti e ridicolizzati in qualsiasi momento e con vergogna che resta) io penso il contrario: la parola scritta è riagguantabile, correggibile, meglio da trattare e giustapporre in qualsiasi momento dal suo autore. Né il saggio ha paura di vergognarsi di niente

Detto questo, ogni scrittura anteriore, seppure assurda o demenziale o incredibile, è preziosa quanto la vita degli uomini legati in catena (sono d’accordo con La Porta): spezzare un anello, equivarrebbe sbarrare il clinamen lucreziano a cui apparteniamo fatalmente: cioè affacciarsi nel precipizio dell’Essere con l’intenzione di gettarvisi. Ben venga dunque ogni considerazione di antenati la più analogica, fantasiosa ed insensata sull’origine dell’Uomo|della Vita|del Mondo: su di essa so/saprei costruire sicuramente qualcosa di meglio, ed altri ancora meglio di me saprebbero farlo.

I ‘segni reconditi’ del tempo sono sempre conoscibili e conosciuti, quindi superabili... Questo è il meccanismo – penso (altri potrebbe dire regola, metodo, condizione): ciò che spaventa il primitivo stupisce il barbaro, ciò che stupisce il barbaro annoia il civilizzato. Io, ad esempio, provo un leggero piacere per l’antico saggio che ascolto|leggo|riscopro, o che scovo per caso, per darmi/regalarmi un’idea vaga affinché la sviluppi/l’abbellisca, ma anche la superi a mio piacimento. Di modo che tendo per solito a ridimensionare gli enigmi, sciogliere i nodi e risolvere ogni problema limitatamente alla mia immagine/capacità – non posso fare di più. Ma a mano a mano mi scopro di più e meglio: fermentativo come Diòniso, spavaldo come Teseo, imbambolato come Narciso perfino e chissà che altro.

Comunque mi nasce un problema: qualche volta mi piaccio (luce, limpidezza dello specchio, vai a sapere) e qualche altra no. Per cui sviluppo la consapevolezza della mia ambiguità: sono giovane/sono vecchio, bello/brutto, credibile/non credibile… – mi resta quasi sempre per le mani un magro bilancio. A cui faccio fronte con una strategia di rimessa: risalgo il tempo, a volte forsennato e maniacale, per chiedere ai miei antenati che ne pensano della mia doppia valenza così incomprensibile da me stesso. Loro naturalmente mi rispondono/mi risponderebbero, ma vogliono in cambio che li chiami sapienti, eroi, dèi. Accetto…

Mi confermano (intuizione che m’era già balenata) che è dipeso tutto da Anteo che fu coperto dal Toro e si trasformò in Diòniso: ovverosia in figlio di Zagreo o di Zeus o di Dio. Quel Diòniso, a onor del vero, da cui gli uomini impararono ad attendersi, nel tempo, grandi cose: informazioni, istruzioni, consigli preziosi/minimi, a volte troppo grandi come l’arte di produrre il vino dall’uva; ma lui, ogni volta, seppe/ha saputo donarsi e dosarsi, non darsi tutto insieme come Prometeo il fuoco.

Pur tuttavia continuo a pormi una domanda centrale senza sapermi rispondere… Cioè: restando fermo il punto che il Minotauro fu ucciso da Teseo nel Labirinto col concorso di Arianna, sorella con Artemide del mostro, e quand’anche lo spirito di quest’ultimo – come ‘toro celeste’ – continuasse a scorrazzare nelle antiche orge fino a sodomizzare in una di queste Anteo trasformandosi in lui/con lui in Diòniso, io sono più vicino/paragonabile o meno lontano – a guardarmi proprio in fondo all’anima – da Teseo o da Diòniso?

Beh, la domanda che mi rivolgo è ardita… Per l’intanto continuo a mettere uno sull’altro i miei mattoncini con fiducia.

TRIS
ludovicofrescura is offline  
Vecchio 12-11-2006, 01.29.59   #2
Weyl
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Messaggi: 728
Riferimento: Diòniso o Teseo è lo specchio dell'uomo di oggi?

Citazione:
Originalmente inviato da ludovicofrescura
Da Gabriele La Porta, “L’orgia sacra a Diòniso”, Airesis/link di Riflessioni (in sintesi con certa libertà)

«… Teseo e Arianna, ucciso il Minotauro, fuggono… Intravisti da Artemide, la dea scocca la freccia e uccide la sorella; Teseo, tornato in patria, compie una danza di ringraziamento. Gli studi filologici del Colli aprono insospettabili complessità: Minotauro è traducibile in "stellante", Arianna in "colei che fa assumere in cielo", la freccia di Artemide in "pensiero folgorante"; e la danza di Teseo è "della gru", "del labirinto", "dell'estasi". In questa chiave filologica il mito significa: grazie ad Arianna, il Minotauro è assunto in cielo e la ricompensa per la donna è il pensiero intuitivo; mentre la danza estatica di Teseo consente all'eroe di concepire aspetti (soltanto alcuni) del divino. Non solo… Diòniso è fanciullo leggiadro e innocuo (Anteo): invece vi si cela l'ambiguità. Secondo Euripide quell’adolescente attira gli uomini all'interno del cerchio delle baccanti e, cingendogli il collo con un filo d'oro, fa sì che gli incauti finiscano con lo strozzarsi per il loro stesso movimento (il rovescio della medaglia del Minotauro ma in verso contrario: uno da mostro diventa dio, l’altro da angelo diventa demonio). E altro ancora… Diòniso è descritto come “colui che si guarda allo specchio”; tuttavia l'immagine riflessa non è quella del dio, bensì quella del mondo degli uomini, significando che il creato è ‘apparenza dell'eterno’. E traducendosi il labirinto in "enigma", "nodo da sciogliere", "problema", l'uomo risolve l’enigma soltanto abbandonandosi all'estasi della danza orgiastica: scopre che il mondo è apparenza e l'unica realtà è la sostanzialità del dio… Ora – continua La Porta – i padri della conoscenza hanno gettato attraverso i millenni i loro enigmi affinché le generazioni successive vi si cimentassero con intelligenza, tentando di capirne i "reconditi segni": spiegazioni che sono costate vite intere di ricerche. Ma è proprio questa la spiegazione ancora ambigua… Platone ha tramandato nella VII lettera che “nessun sapiente affiderebbe alla scrittura nulla di veramente importante”: inquietante interrogativo che deve farci riflettere giacché egli, esprimendo questo concetto contro la scrittura, adopera proprio la scrittura!»


Tanto è secondo la cultura dei moderni e la saggezza degli antichi… Vorrei così proporre ai partecipanti di questo Forum – ognuno per sè guardandosi nell’anima – che altra chiave, deduzione, analogia, riferimento, interpretazione, filtro; insomma di ‘ermeneuticamente’ rilevante, ognuno trovi di sé in Diòniso o Teseo. (Incominciando io!…)

Penso innanzi tutto che la scrittura tolga spazio al divertimento: se scrivo, non rido/ non corro, non sto a respirare la natura. Ma che scriva è importante: semmai dovrei farlo non con assiduità frenetica, ma intercalando atteggiamenti/attitudini altre: qui, Platone dice – mi sembra – una cosa ovvia! Se poi intenda altro (che nello scrivere le parole rimangono e non volano come quelle che escon dalla bocca; per cui avendo la pretesa d’esser saggio con quelle, si rischia – proprio perché rimangono – d’essere impietosamente smentiti e ridicolizzati in qualsiasi momento e con vergogna che resta) io penso il contrario: la parola scritta è riagguantabile, correggibile, meglio da trattare e giustapporre in qualsiasi momento dal suo autore. Né il saggio ha paura di vergognarsi di niente

Detto questo, ogni scrittura anteriore, seppure assurda o demenziale o incredibile, è preziosa quanto la vita degli uomini legati in catena (sono d’accordo con La Porta): spezzare un anello, equivarrebbe sbarrare il clinamen lucreziano a cui apparteniamo fatalmente: cioè affacciarsi nel precipizio dell’Essere con l’intenzione di gettarvisi. Ben venga dunque ogni considerazione di antenati la più analogica, fantasiosa ed insensata sull’origine dell’Uomo|della Vita|del Mondo: su di essa so/saprei costruire sicuramente qualcosa di meglio, ed altri ancora meglio di me saprebbero farlo.

I ‘segni reconditi’ del tempo sono sempre conoscibili e conosciuti, quindi superabili... Questo è il meccanismo – penso (altri potrebbe dire regola, metodo, condizione): ciò che spaventa il primitivo stupisce il barbaro, ciò che stupisce il barbaro annoia il civilizzato. Io, ad esempio, provo un leggero piacere per l’antico saggio che ascolto|leggo|riscopro, o che scovo per caso, per darmi/regalarmi un’idea vaga affinché la sviluppi/l’abbellisca, ma anche la superi a mio piacimento. Di modo che tendo per solito a ridimensionare gli enigmi, sciogliere i nodi e risolvere ogni problema limitatamente alla mia immagine/capacità – non posso fare di più. Ma a mano a mano mi scopro di più e meglio: fermentativo come Diòniso, spavaldo come Teseo, imbambolato come Narciso perfino e chissà che altro.

Comunque mi nasce un problema: qualche volta mi piaccio (luce, limpidezza dello specchio, vai a sapere) e qualche altra no. Per cui sviluppo la consapevolezza della mia ambiguità: sono giovane/sono vecchio, bello/brutto, credibile/non credibile… – mi resta quasi sempre per le mani un magro bilancio. A cui faccio fronte con una strategia di rimessa: risalgo il tempo, a volte forsennato e maniacale, per chiedere ai miei antenati che ne pensano della mia doppia valenza così incomprensibile da me stesso. Loro naturalmente mi rispondono/mi risponderebbero, ma vogliono in cambio che li chiami sapienti, eroi, dèi. Accetto…

Mi confermano (intuizione che m’era già balenata) che è dipeso tutto da Anteo che fu coperto dal Toro e si trasformò in Diòniso: ovverosia in figlio di Zagreo o di Zeus o di Dio. Quel Diòniso, a onor del vero, da cui gli uomini impararono ad attendersi, nel tempo, grandi cose: informazioni, istruzioni, consigli preziosi/minimi, a volte troppo grandi come l’arte di produrre il vino dall’uva; ma lui, ogni volta, seppe/ha saputo donarsi e dosarsi, non darsi tutto insieme come Prometeo il fuoco.

Pur tuttavia continuo a pormi una domanda centrale senza sapermi rispondere… Cioè: restando fermo il punto che il Minotauro fu ucciso da Teseo nel Labirinto col concorso di Arianna, sorella con Artemide del mostro, e quand’anche lo spirito di quest’ultimo – come ‘toro celeste’ – continuasse a scorrazzare nelle antiche orge fino a sodomizzare in una di queste Anteo trasformandosi in lui/con lui in Diòniso, io sono più vicino/paragonabile o meno lontano – a guardarmi proprio in fondo all’anima – da Teseo o da Diòniso?

Beh, la domanda che mi rivolgo è ardita… Per l’intanto continuo a mettere uno sull’altro i miei mattoncini con fiducia.

TRIS

Noi, che siamo barbari istruiti, non sappiamo attingere alle profondità di questa mitologia.
Parlo per me, naturalmente.
Ma l'idea niciana di Socrate col flauto, un Socrate dionisiaco che si esprime attraverso la musica e inducendo la danza, mi ha affascinato sempre.
La mitologia pare mostrare all'Uomo paradigmi della sua Storia: come se essa fosse sospesa, come se incombesse sul sentimento profondo del suo brancolare nell'esistenza.
Ma la Storia non incombe.
Essa sdipana un filo nel groviglio degli infiniti mondi possibili.
E tale filo è ciò che noi chiamiamo "realtà".

Per questo, vedi, la scrittura poteva essere veicolo di poco conto nel mondo, a suo modo compiuto, dell'antichità classica.
Rammento una stele raffigurante Socrate nell'atto di scrivere e Platone in quello di dialogare e dettare.
Ma questa civiltà cui diamo respiro, ed il cui respiro "siamo", è composta della scrittura come "articolazione" del pensiero: essa è nutrita dalla simbologia, non dal mito.
Lo "Scritto" non semplicemente permane, ma raccoglie in un intento espressivo l'intenzione dell'agente il discorso.
Io non credo che sia davvero operante una "grammatica" universale ed operativa del linguaggio: ritengo che gli antichi parlassero in un modo "strutturalmente" diverso da come scrivevano, e diverso dal modo in cui lo facciamo noi.
Credo che la scrittura li obbligasse ad una rigidità inconsueta nell'eloquio e nel dialogo, intriso, probabilmente, di molta più "azione" di quanto non sia nell'agone linguistico moderno.
In essa, dunque, poteva esser colto un "limite", in quanto limite proprio all'inattualità del rapporto con il lettore, che può sussistere non soltanto al di là dello spazio-tempo dello scrivente, ma al di là delle sue stesse intenzioni espressive.

Non posso attingere al serbatoio comune da cui promanarono le complessità linguistiche ed i reconditi concettuali della Grecia classica.
Sono un barbaro, figlio di barbari.
Weyl is offline  
Vecchio 12-11-2006, 18.19.10   #3
ludovicofrescura
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Riferimento: Diòniso o Teseo è lo specchio dell'uomo di oggi?

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Originalmente inviato da Weyl
Noi, che siamo barbari istruiti, non sappiamo attingere alle profondità di questa mitologia.
Parlo per me, naturalmente.
Ma l'idea niciana di Socrate col flauto, un Socrate dionisiaco che si esprime attraverso la musica e inducendo la danza, mi ha affascinato sempre.
La mitologia pare mostrare all'Uomo paradigmi della sua Storia: come se essa fosse sospesa, come se incombesse sul sentimento profondo del suo brancolare nell'esistenza.
Ma la Storia non incombe.
Essa sdipana un filo nel groviglio degli infiniti mondi possibili.
E tale filo è ciò che noi chiamiamo "realtà".

Per questo, vedi, la scrittura poteva essere veicolo di poco conto nel mondo, a suo modo compiuto, dell'antichità classica.
Rammento una stele raffigurante Socrate nell'atto di scrivere e Platone in quello di dialogare e dettare.
Ma questa civiltà cui diamo respiro, ed il cui respiro "siamo", è composta della scrittura come "articolazione" del pensiero: essa è nutrita dalla simbologia, non dal mito.
Lo "Scritto" non semplicemente permane, ma raccoglie in un intento espressivo l'intenzione dell'agente il discorso.
Io non credo che sia davvero operante una "grammatica" universale ed operativa del linguaggio: ritengo che gli antichi parlassero in un modo "strutturalmente" diverso da come scrivevano, e diverso dal modo in cui lo facciamo noi.
Credo che la scrittura li obbligasse ad una rigidità inconsueta nell'eloquio e nel dialogo, intriso, probabilmente, di molta più "azione" di quanto non sia nell'agone linguistico moderno.
In essa, dunque, poteva esser colto un "limite", in quanto limite proprio all'inattualità del rapporto con il lettore, che può sussistere non soltanto al di là dello spazio-tempo dello scrivente, ma al di là delle sue stesse intenzioni espressive.

Non posso attingere al serbatoio comune da cui promanarono le complessità linguistiche ed i reconditi concettuali della Grecia classica.
Sono un barbaro, figlio di barbari.


D’accordo!… Prendo atto che ti consideri in fabula un “barbaro istruito”, dal che io – competitivo nel midollo in questo frangente – mi considererò allora un ‘civilizzato ignorante’ (dico tanto per distinguermi, eh). In verità, se posso esprimere un’idea di te che mi son fatto dalle parole ch’hai scritto in questo Forum, sei un intellettuale di caratura, ma ingombrato’. Di che??!… Del tuo bagaglio di cultura. Come il contadino (io sono/faccio il contadino) che dopo aver lavorato nel campo, si concede anche di passeggiarci qua e là qualche attimo per distrarsi/riposarsi, ma dimenticandosi di posare da una parte la sacca d’attrezzi essenziali (sega, forbice, accetta, qualche corda , le tenaglie, un coltellaccio e qualcos’altro ancora) continuando a tenersela a tracolla a pesargli.

Una mezza idea dionisiaca di Socrate (ma senza flauto e senza Nietzsche – per l’amor d’iddio!) potrei avercela anch’io, se non fosse che abbia finito col prendere in antipatia del tutto questa figura di pensatore affatto incredibile, molto poco verosimigliante, inventata di sana pianta o quasi da Platone che soffriva – secondo me – della frustrazione del drammaturgo fallito. Per cui, preferendo attribuire un che di dionisiaco a un autore reale piuttosto che a un personaggio finto, vedrei semmai Platone come ‘diòniso’ a grattarsi il fondo della schiena col suo cannello di scrittura. D’altra parte svariata storia del genio dell’Uomo ha spartito pane/salsicce e sbicchierate di vino con Diòniso!

Per me – che sono un semplice – la mitologia è la storia nostra e del Mondo che s’immaginavano gli uomini antichi prima d’inventarsi la scrittura; così che, andando a ritroso nel millennio precedente la nostra era e l’altro ancora indietro, la trovo ricca – con te mi sembra di capire – sempre più d’immagini/di scene che di segni/di simbolici, o procedendo in avanti di parole/di concetti che di fatti/di persone. Però trovando da ogni parte/in ogni tempo inquietudine|ricerca|brancolam ento (grovigli e dipanature come dici) su cui – qui la differenza – la scrittura incide positivamente sempre e mai negativamente.

Parli inoltre con certa acutezza d’una cosa: il limite della scrittura antica, il quale un uomo di pensiero come Platone avverte, ovviamente. La scrittura difatti, divenendo a mano a mano più povera di azioni e più caricata di simboli, obbliga chi l’intraprende a una sorta di rigidità per un verso (andrebbe chiacchierato un po’ questo concetto) sancendone per l’altro l’inattualità (anche quest’altro concetto) di fronte al lettore: ovvero chi scrive tende/tenderebbe a sentirsi sempre più fuori della dimensione spazio/temporale. Così che mentre io, nel mio trhead, liquido ignorantemente Platone (persino con un frizzo di meschinità) tu lo recuperi facendone un lucido nostalgico immalinconito. Se non ti ho capito male, posso essere d’accordo, anzi lo sono.

E ancora altro, ma qui mi fermo, alla prossima. TRIS

P.S. Che ne pensì del ternario Diòniso|Teseo|Narciso (nel senso dei tre aspetti – nessuno escluso – dell’anima di ogni uomo)?
ludovicofrescura is offline  

 



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