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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 14-03-2007, 09.44.28   #1
arsenio
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la criticità e l'autoanalisi

In breve presento il contenuto di una conferenza appena tenuta nella mia città, allo scopo di far riflettere su una componente molto diffusa e negativa che s'insinua nelle espressioni comunicative di quasi tutti.

Con la comunicazione si crea un ponte per entrare in relazione con l'altro, per parlare di noi, per comprendere, per creare qualcosa di inedito, per conoscerci, per esprimere le nostre idee, per amare... ma sebbene questo sia uno strumento prezioso, le nostre relazioni non sono sempre armoniose e soddisfacenti, perchè richiedono una parola riflessiva e attentamente dosata. Sovente ciò che diciamo non corrisponde a ciò che sentiamo e non sempre quello che comunichiamo ha l'effetto sperato nelle nostre intenzioni.

Trovare le parole giuste, spesso conseguenza di chi ha le idee chiare e meditate, è necessario ma molto difficile. Succede che ci sfuggono fiumi di parole che possono distruggere noi e le nostre relazioni. Si sente la necessità di criticare qualcuno, di sottolinearne errori e mancanze. Criticità comunque ampiamente accettata nella nostra società, a parte opinionisti e critici per mestiere, che sottende un meccanismo profondo dalla scomoda verità.

L'obiettivo da raggiungere è scoprire come nasce la criticità affrontando un percorso di autoanalisi allo scopo di scoprire le ragioni che ci spingono a dire e fare cose di cui poi non andremo fieri. Indagando le origini della criticità, riconoscendole, eliminandole elevando la qualità delle proprie relazioni.


La premessa è che quasi sempre si critica proiettando nell'altro propri vizi e inadeguatezze amplificate ( è ancora la storia della “trave e della pagliuzza”) e allora si deve partire dal chiedersi: “cosa ho fatto, sto facendo, desidererei fare, farò nella mia vita, di simile a ciò che ora critico nell'altro? Sarebbe questo il meccanismo che sostiene ogni critica, oltre al sentirsi superiore e migliore degli altri. Credo tuttavia che si debba distinguere tra un usuale gossip che può vivacizzare una conversazione e una critica malevola e spiazzante.
Sbaglia chi critica ma anche chi subisce passivamente o vi si conforma. Riconoscere tramite un'autoanalisi tale origine può liberare da peso di un'azione che a posteriori non sarà bene accettata nemmeno dalla stessa persona che criticò.

Conta non tanto cosa si dice ma come si dice, la carica emotiva o di aggressività che si mette nelle parole.
C'è modo e modo di criticare, è possibile farlo in una forma proficua, con pacatezza e scelta di parole adatte senza ferire. Allora può servire per una reciproca conoscenza di propri tratti caratteriali che si avevano ignorato.
L'esercizio volto alla consapevolezza dei tale inadeguato modo comunicativo riesce meglio, per chi è veramente motivato ad affrontarlo, quando si è in un'età non troppo avanzata e non c'è ancora un eccessivo materiale di esperienze, vissuti, condizionamenti, ecc. da rivedere ed elaborare senza poter più molto cambiare.
arsenio is offline  
Vecchio 14-03-2007, 13.31.55   #2
nevealsole
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Riferimento: la criticità e l'autoanalisi

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Originalmente inviato da arsenio
In breve presento il contenuto di una conferenza appena tenuta nella mia città, allo scopo di far riflettere su una componente molto diffusa e negativa che s'insinua nelle espressioni comunicative di quasi tutti.

Con la comunicazione si crea un ponte per entrare in relazione con l'altro, per parlare di noi, per comprendere, per creare qualcosa di inedito, per conoscerci, per esprimere le nostre idee, per amare... ma sebbene questo sia uno strumento prezioso, le nostre relazioni non sono sempre armoniose e soddisfacenti, perchè richiedono una parola riflessiva e attentamente dosata. Sovente ciò che diciamo non corrisponde a ciò che sentiamo e non sempre quello che comunichiamo ha l'effetto sperato nelle nostre intenzioni.

Trovare le parole giuste, spesso conseguenza di chi ha le idee chiare e meditate, è necessario ma molto difficile. Succede che ci sfuggono fiumi di parole che possono distruggere noi e le nostre relazioni. Si sente la necessità di criticare qualcuno, di sottolinearne errori e mancanze. Criticità comunque ampiamente accettata nella nostra società, a parte opinionisti e critici per mestiere, che sottende un meccanismo profondo dalla scomoda verità.

L'obiettivo da raggiungere è scoprire come nasce la criticità affrontando un percorso di autoanalisi allo scopo di scoprire le ragioni che ci spingono a dire e fare cose di cui poi non andremo fieri. Indagando le origini della criticità, riconoscendole, eliminandole elevando la qualità delle proprie relazioni.


La premessa è che quasi sempre si critica proiettando nell'altro propri vizi e inadeguatezze amplificate ( è ancora la storia della “trave e della pagliuzza”) e allora si deve partire dal chiedersi: “cosa ho fatto, sto facendo, desidererei fare, farò nella mia vita, di simile a ciò che ora critico nell'altro? Sarebbe questo il meccanismo che sostiene ogni critica, oltre al sentirsi superiore e migliore degli altri. Credo tuttavia che si debba distinguere tra un usuale gossip che può vivacizzare una conversazione e una critica malevola e spiazzante.
Sbaglia chi critica ma anche chi subisce passivamente o vi si conforma. Riconoscere tramite un'autoanalisi tale origine può liberare da peso di un'azione che a posteriori non sarà bene accettata nemmeno dalla stessa persona che criticò.

Conta non tanto cosa si dice ma come si dice, la carica emotiva o di aggressività che si mette nelle parole.
C'è modo e modo di criticare, è possibile farlo in una forma proficua, con pacatezza e scelta di parole adatte senza ferire. Allora può servire per una reciproca conoscenza di propri tratti caratteriali che si avevano ignorato.
L'esercizio volto alla consapevolezza dei tale inadeguato modo comunicativo riesce meglio, per chi è veramente motivato ad affrontarlo, quando si è in un'età non troppo avanzata e non c'è ancora un eccessivo materiale di esperienze, vissuti, condizionamenti, ecc. da rivedere ed elaborare senza poter più molto cambiare.

Felice di leggerti Arsenio, davvero un bell'argomento.
E' un po' di tempo che mi interrogo sul peso delle parole, sulla capacità di dosarle, di renderle "vere" attraverso i gesti e i toni, sull'utilizzo di quelle che pur esprimendo un medesimo concetto, non feriscono o non spaventano.
Però non è facile... mi domandavo se ci fossero dei seminari e/o corsi sull'autoconsapevolezza, espressa anche attraverso il linguaggio.
Insomma, la mia domanda è: come riuscire nel concreto a misurare le parole, a trovare quelle adeguate e ad evitare che vengano fuori quelle inadeguate?
Grazie
nevealsole is offline  
Vecchio 15-03-2007, 18.29.49   #3
Sublimilmente
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Insomma, la mia domanda è: come riuscire nel concreto a misurare le parole, a trovare quelle adeguate e ad evitare che vengano fuori quelle inadeguate?
Grazie

Secondo me si può fare mettendo da parte se stessi, cioè cercando di non criticare perchè "a me non sta bene che tu ti comporti così", ma cercare di spostare l'asse della discussione sul piano di chi stiamo criticando, facendolo riflettere su quanto un suo comportamento possa essere sbagliato/non piacevole/ irritante ecc. Bisogna collegarsi sulla lunghezza d'onda dell'altro.
Insomma ci vuole molto autocontrollo, e non è facile, soprattutto se si parla con gente che non ci va proprio a genio.
Magari fare un corso zen aiuterebbe
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Vecchio 15-03-2007, 19.48.49   #4
individuo
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Originalmente inviato da arsenio
In breve presento il contenuto di una conferenza appena tenuta nella mia città, allo scopo di far riflettere su una componente molto diffusa e negativa che s'insinua nelle espressioni comunicative di quasi tutti.

Con la comunicazione si crea un ponte per entrare in relazione con l'altro, per parlare di noi, per comprendere, per creare qualcosa di inedito, per conoscerci, per esprimere le nostre idee, per amare... ma sebbene questo sia uno strumento prezioso, le nostre relazioni non sono sempre armoniose e soddisfacenti, perchè richiedono una parola riflessiva e attentamente dosata. Sovente ciò che diciamo non corrisponde a ciò che sentiamo e non sempre quello che comunichiamo ha l'effetto sperato nelle nostre intenzioni.

Trovare le parole giuste, spesso conseguenza di chi ha le idee chiare e meditate, è necessario ma molto difficile. Succede che ci sfuggono fiumi di parole che possono distruggere noi e le nostre relazioni. Si sente la necessità di criticare qualcuno, di sottolinearne errori e mancanze. Criticità comunque ampiamente accettata nella nostra società, a parte opinionisti e critici per mestiere, che sottende un meccanismo profondo dalla scomoda verità.

L'obiettivo da raggiungere è scoprire come nasce la criticità affrontando un percorso di autoanalisi allo scopo di scoprire le ragioni che ci spingono a dire e fare cose di cui poi non andremo fieri. Indagando le origini della criticità, riconoscendole, eliminandole elevando la qualità delle proprie relazioni.


La premessa è che quasi sempre si critica proiettando nell'altro propri vizi e inadeguatezze amplificate ( è ancora la storia della “trave e della pagliuzza”) e allora si deve partire dal chiedersi: “cosa ho fatto, sto facendo, desidererei fare, farò nella mia vita, di simile a ciò che ora critico nell'altro? Sarebbe questo il meccanismo che sostiene ogni critica, oltre al sentirsi superiore e migliore degli altri. Credo tuttavia che si debba distinguere tra un usuale gossip che può vivacizzare una conversazione e una critica malevola e spiazzante.
Sbaglia chi critica ma anche chi subisce passivamente o vi si conforma. Riconoscere tramite un'autoanalisi tale origine può liberare da peso di un'azione che a posteriori non sarà bene accettata nemmeno dalla stessa persona che criticò.

Conta non tanto cosa si dice ma come si dice, la carica emotiva o di aggressività che si mette nelle parole.
C'è modo e modo di criticare, è possibile farlo in una forma proficua, con pacatezza e scelta di parole adatte senza ferire. Allora può servire per una reciproca conoscenza di propri tratti caratteriali che si avevano ignorato.
L'esercizio volto alla consapevolezza dei tale inadeguato modo comunicativo riesce meglio, per chi è veramente motivato ad affrontarlo, quando si è in un'età non troppo avanzata e non c'è ancora un eccessivo materiale di esperienze, vissuti, condizionamenti, ecc. da rivedere ed elaborare senza poter più molto cambiare.

E' quello che provo a fare ma che mi riesce davvero difficile.

Spesso uso parole senza alcun carico emotivo e spesso la mia emotività esce in maniera cosi confusa da crearmi un sacco di casini...in genere quindi divento passivo mi appiattisco mi annullo e mi escludo, cosi evito sia l'esplosione emotiva sia le parole inutili...ma cosi stò male come un cane perchè non mi relaziono più e cosi mi svuoto, mi perdo in un mondo mio arrivando all'ìsolamento.
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Vecchio 19-03-2007, 10.17.12   #5
arsenio
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Originalmente inviato da nevealsole
Felice di leggerti Arsenio, davvero un bell'argomento.
E' un po' di tempo che mi interrogo sul peso delle parole, sulla capacità di dosarle, di renderle "vere" attraverso i gesti e i toni, sull'utilizzo di quelle che pur esprimendo un medesimo concetto, non feriscono o non spaventano.
Però non è facile... mi domandavo se ci fossero dei seminari e/o corsi sull'autoconsapevolezza, espressa anche attraverso il linguaggio.
Insomma, la mia domanda è: come riuscire nel concreto a misurare le parole, a trovare quelle adeguate e ad evitare che vengano fuori quelle inadeguate?
Grazie

cara nevealsole sapevo di poter contare su una tua gradita risposta.

La criticità è un argomento fondamentale per chi si propone di migliorare le proprie abilità sociali. Il seminario di cui la conferenza è la premessa si basa su meditate autoconfessioni, testimonianze, confronti simulati nel gruppo, oltre a insegnamenti teorici. Si conclude con una seduta di rebirthing per cercare di raggiungere nel profondo elementi chiarificanti a noi stessi rimasti ignoti. Ma ciò che più importa è la volontà di voler davvero cambiare.

La criticità è anche una capacità positiva che si può manifestare in svariati modi e situazioni. Come l'esaminare la realtà elaborando giudizi personali e autonomi, da non confondere con un arbitrario e stravagante anticonformismo. E' un'abilità rara sia nell'ambito pubblico e professionale che in quello privato e familiare.

L'attuale società ci frastorna con un eccesso d' informazioni ma poi in genere si finisce per privilegiare e assuefarsi passivamente ad alcune fonti, gruppi, modelli che meglio rispecchiano il nostro pensiero ed una riduttiva concezione del mondo. Poi spesso si scambia una critica argomentata in modo logico-razionale con quella personale fondata su alcune nostre convinzioni. Senza usare quell'autocritica che permette di distanziarsene e analizzarle. Alcuni generalizzano estendendo la loro critica a ogni situazione e persona. Se costruttiva è soprattutto quella dall'intenzionalità informativa con lo scopo di un dialogo che sappia confrontare opinioni pur divergenti. Mentre le critiche manipolatorie sono perlopiù generiche e imprevedibili, colpevolizzanti e inferiorizzanti. Ammettiamo pure che sovente hanno qualche traccia di verità, ma non si dimentichi che la “proiezione” è un processo inconscio con cui si attribuiscono ad altri sentimenti negativi della propria coscienza perchè inaccettabili. Tale operazione permette di eludere il senso di colpa e di giustificare la propria condotta verso gli altri. Es. “non sono io che ti odio, ma tu, quindi mi comporto di conseguenza”. Meccanismo perverso che genera circoli viziosi anche in ambito familiare.

La persona assertiva, né passiva né aggressiva, è la più adatta per comunicare con una criticità dai toni moderati sia verbali che non verbali, equilibrata e produttiva. Accetta e valuta gli altrui punti di vista e sa modificare le proprie vedute, non pretende che gli altri si conformino alle sue verità. Non giudica e preferisce usare l'”io” soggettivo piuttosto che la proiezione di un “tu”aggressivo. Ad es. dire “non mi piace”, va bene; “tu, mi fai stare male” di meno. Non svaluta per innalzarsi, non pretende di conoscere cosa è bene e cosa è male per noi. Sa discriminare sottili stati emotivi dal viso del proprio interlocutore per comportarsi di conseguenza, appianando conflitti, ecc. soprattutto non si rinfacciano vanamente colpe ma si cerca di risolvere insieme una situazione problematica

Oggi c'è una e maggiore tendenza alla critica aggressiva e irragionevole dovuta anche a diffuse personalità fragili e narcisistiche, carenze educative, modelli negativi assimilati per imitazione di figure parentali ma anche da certe situazioni televisive, ecc. e c'è minor tolleranza verso alcune osservazioni anche giustificate ma per noi non molto lusinghiere.

arsenio is offline  
Vecchio 23-03-2007, 23.26.00   #6
Guido
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Scusate se m'introduco.
Inutile dire che l'argomento è veramente interessante, ma non vi sembra che spesso noi stessi non ci accorgiamo di questo tipo di comunicazione? A parte i normali scontri: immaginate di subire un tamponamento in cui avete tutte le ragioni e che subito chi vi tampona scende e vi assale incolpandovi...vorrei vedere quale disciplina possa trattenervi dal rispondergli in modo volutamente irritato! Ed ora facciamo un'altro esempio per esempio quando si parla di politica...se le tesi differiscono di poco il dialogo si instaura in modo civile ma se si è agli antipodi ..apriti cielo. Non credete che in realtà riusciamo ad essere neutri e perciò pacati e affabili solo quando il nostro io e quello del nostro interlocutore (convinto e sicuro) non è in discussione? Anche se io fossi capace a non farmi coinvolgere, pure il dialogo è già compromesso dall'altro e allora che facciamo.
Credo che invece quando si scrive oggi per il giorno dopo, tutto diviene più semplice. Infatti l'analisi che facciamo rileggendo a sensazioni sopite e comunque senza l'interlocutore presente, diventa in effetti neutrale e normalmente togliamo le spigolature del testo (magari ci meravigliamo pure di quanto siamo stati caustici) .
Ora mi pare di cogliere che ci sarebbe una qualche possibilità di conformare anche il dialogo immediato come la scrittura differita.
Capito male?

Un sincero saluto!
guido
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Vecchio 24-03-2007, 08.52.00   #7
Mary
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Originalmente inviato da arsenio
.......C'è modo e modo di criticare, è possibile farlo in una forma proficua, con pacatezza e scelta di parole adatte senza ferire. Allora può servire per una reciproca conoscenza di propri tratti caratteriali che si avevano ignorato.
L'esercizio volto alla consapevolezza dei tale inadeguato modo comunicativo riesce meglio, per chi è veramente motivato ad affrontarlo, quando si è in un'età non troppo avanzata e non c'è ancora un eccessivo materiale di esperienze, vissuti, condizionamenti, ecc. da rivedere ed elaborare senza poter più molto cambiare.


Vero, posso esserne testimone oculare e .... uditiva e riflessiva.

Sull'età avanzata non lo so. Certo è più difficile se non si è già su un cammino di ricerca. Ma vale sempre il detto "volere è potere". L'età non è un limite, diviene limite la nostra chiusura mentale ed emotiva.
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Vecchio 24-03-2007, 09.06.31   #8
Mary
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Originalmente inviato da Guido
Scusate se m'introduco.
Inutile dire che l'argomento è veramente interessante, ma non vi sembra che spesso noi stessi non ci accorgiamo di questo tipo di comunicazione? A parte i normali scontri: immaginate di subire un tamponamento in cui avete tutte le ragioni e che subito chi vi tampona scende e vi assale incolpandovi...vorrei vedere quale disciplina possa trattenervi dal rispondergli in modo volutamente irritato! Ed ora facciamo un'altro esempio per esempio quando si parla di politica...se le tesi differiscono di poco il dialogo si instaura in modo civile ma se si è agli antipodi ..apriti cielo. Non credete che in realtà riusciamo ad essere neutri e perciò pacati e affabili solo quando il nostro io e quello del nostro interlocutore (convinto e sicuro) non è in discussione? Anche se io fossi capace a non farmi coinvolgere, pure il dialogo è già compromesso dall'altro e allora che facciamo.
Credo che invece quando si scrive oggi per il giorno dopo, tutto diviene più semplice. Infatti l'analisi che facciamo rileggendo a sensazioni sopite e comunque senza l'interlocutore presente, diventa in effetti neutrale e normalmente togliamo le spigolature del testo (magari ci meravigliamo pure di quanto siamo stati caustici) .
Ora mi pare di cogliere che ci sarebbe una qualche possibilità di conformare anche il dialogo immediato come la scrittura differita.
Capito male?

Un sincero saluto!
guido

Dal pulpito della mia ignoranza dico che non dobbiamo a tutti i costi evitare di incavolarci. Andare in collera fa parte dell'essere umano. E' un mezzo di difesa, di protezione, di sopravvivenza. Importante è che la collera non trovi legna da ardere in abbondanza e se ne perda il controllo, (vedi omicidi per un sorpasso).

Quando siamo presi da impulsi negativi la sola cosa che possiamo fare è divenirne consapevoli, guardarci mentre siamo in collera (ovviamente dopo qualche secondo o minuto ) vi posso garantire che se ci si riesce ad osservare la consapevolezza si fa le più matte risate, perchè possiamo vedere quanto siamo ridicoli o comici o semplicemente bambini incavolati.

Altro invece è la critica dura, spietata fatta con parole cariche di negatività.

Si possono dire cose vere e sacrosante usando un tono di voce pacato ma freddo, parole ineccepibili ma crudeli, dolorose capaci di fare male più di una spada o del fuoco.

Al fratello puoi dire quello che vuoi ma devi essere capace di dirlo nel modo giusto, carico di amore.

La pagliuzza e la trave ne sono un valido esempio. Se tu non hai tolto la trave che è nel tuo occhio (e che deve farti un male cane) quale mano ferma puoi avere per togliere la pagliuzza da tuo fratello?

Quando parliamo (non quando ci incavoliamo) con un altro essere dobbiamo fare i conti con la nostra capacità d'amore. Se vediamo nell'altro noi stessi (e amiamo noi stessi) troveremo il tono di voce compassionevole, troveremo le parole più sagge, il momento più adatto per cercare di aiutare l'altro.

Non puoi togliere una spina conficcata nella pelle con un cavatappi..... userai una pinzetta.

Sempre che la critica abbia il fine di aiutare gli altri. Se poi vogliamo dar loro solo mazzate, beh, questo è altro discorso.
Mary is offline  
Vecchio 24-03-2007, 10.09.21   #9
nevealsole
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Originalmente inviato da Guido
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Inutile dire che l'argomento è veramente interessante, ma non vi sembra che spesso noi stessi non ci accorgiamo di questo tipo di comunicazione? A parte i normali scontri: immaginate di subire un tamponamento in cui avete tutte le ragioni e che subito chi vi tampona scende e vi assale incolpandovi...vorrei vedere quale disciplina possa trattenervi dal rispondergli in modo volutamente irritato! Ed ora facciamo un'altro esempio per esempio quando si parla di politica...se le tesi differiscono di poco il dialogo si instaura in modo civile ma se si è agli antipodi ..apriti cielo. Non credete che in realtà riusciamo ad essere neutri e perciò pacati e affabili solo quando il nostro io e quello del nostro interlocutore (convinto e sicuro) non è in discussione? ...

Ciao Guido,
in effetti non lo credo.
Credo invece che l'arte comunicativa sia magistralmente capace di mutare le situazioni.
Te lo dice una che, in tenera età , era sempre arrabbiata con tutti perché forse era arrabbiata con se stessa, e che adesso che ha un po' più di equilibrio riesce a placare gli animi anche nelle situazioni più disperate.
Gli esempi che fai tu mi fanno pensare ad un film, Crash, non so se lo hai visto.
In soldoni: l'unica forma di contatto rimasta tra esseri umani è quella dello scontro, verbale e fisico.
Si può, e si deve, cambiare atteggiamento.
In sincerità, a mio parere negli esempi da te portati è più semplice: perché non ci si conosce e l'educazione dovrebbe aiutarci a mantenere i toni nella norma.
Se si urla contro il "tamponatore", anche in risposta alla sua invettiva non si ottiene altro che compromettere la sicura ragione che abbiamo, peraltro incentivando la rabbia dell'altro.
Mantenere un atteggiamento distaccato, ti posso garantire perché io lo sperimento spesso, è disarmante per chi tiene un comportamento "sbagliato".
Se tu non dai all'altro la scusa per attaccarti, dopo breve tempo si troverà in totale imbarazzo per ciò che sta facendo e smetterà... almeno questa è la mia esperienza.
Diverso è il caso della comunicazione familiare, dove i meccanismi - spesso svalutativi dell'altro - sono abitudini radicate e spesso inconsapevoli che è difficile modificare... Solo che sono proprio questi meccanismi comunicativi a influire maggiormente sulla formazione caratteriale e sull'autostima di ciascuno di noi.

Saluti
nevealsole is offline  
Vecchio 26-03-2007, 09.51.03   #10
arsenio
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Originalmente inviato da Guido
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Inutile dire che l'argomento è veramente interessante, ma non vi sembra che spesso noi stessi non ci accorgiamo di questo tipo di comunicazione? A parte i normali scontri: immaginate di subire un tamponamento in cui avete tutte le ragioni e che subito chi vi tampona scende e vi assale incolpandovi...vorrei vedere quale disciplina possa trattenervi dal rispondergli in modo volutamente irritato! Ed ora facciamo un'altro esempio per esempio quando si parla di politica...se le tesi differiscono di poco il dialogo si instaura in modo civile ma se si è agli antipodi ..apriti cielo. Non credete che in realtà riusciamo ad essere neutri e perciò pacati e affabili solo quando il nostro io e quello del nostro interlocutore (convinto e sicuro) non è in discussione? Anche se io fossi capace a non farmi coinvolgere, pure il dialogo è già compromesso dall'altro e allora che facciamo.
Credo che invece quando si scrive oggi per il giorno dopo, tutto diviene più semplice. Infatti l'analisi che facciamo rileggendo a sensazioni sopite e comunque senza l'interlocutore presente, diventa in effetti neutrale e normalmente togliamo le spigolature del testo (magari ci meravigliamo pure di quanto siamo stati caustici) .
Ora mi pare di cogliere che ci sarebbe una qualche possibilità di conformare anche il dialogo immediato come la scrittura differita.
Capito male?

Un sincero saluto!
guido



Il tema proposto riguarda più l'abitudine della critica inopportuna e proiettiva anche in ambito di amicizia e famiglia, e l'autoanalisi per rendersene consapevoli.
E' vero che la rissosità e l'aggressiva volgarità diffusa oggi negli scambi verbali, ne è una grave degenerazione. Sul controllo dell' aggressività e della rabbia ne abbiamo parlato in un altro post.

La scrittura sincrona delle chat potrebbe favorire talora l'esprimersi con parole poco meditate e che feriscono l'altro. Tuttavia ho assistito a feroci scambi di flames anche in forum culturali che prevedevano una scrittura più differita e riflessiva. Indotti soprattutto dal contesto deresponsabilizzante di anonimato.

arsenio is offline  

 



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