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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 11-02-2008, 10.26.43   #1
arsenio
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L'incomunicabilità nelle community

L'incomunicabilità nelle community

L'uomo d'Internet sa comunicare? Goleman giudica la comunicazione mediata dal computer un autismo di massa con l'apparenza di una relazione che sarebbe possibile solo faccia a faccia e con persone incarne ed ossa.

I motivi possono essere vari. Primo fa tutti il concetto cardine della comunicazione pragmatica: “se qualcuno afferma di non capirci, ha sempre ragione.” Sta a noi contestualizzare i concetti per renderli accessibili all'uditorio (o lettori). Non esiste frase per quanto difficile che non possa essere espressa in parole più semplici. La netiquette stessa consiglia: prima di partecipare, osserva lo stile linguistico abituale, il tipo di cultura prevalente, gli argomenti privilegiati ed il modo con cui vengono affrontati. Se è troppo diverso da quello che sei e che puoi offrire, e ti è difficile cambiare, scegli un altro group,
Le comunità virtuali sono un fenomeno ancora non sufficientemente studiato, e solo in parte analoghe a quelle fuori Rete. Qui forse ancor di più è difficile raggiungere la misura e l'equilibrio della parola. Le seguenti saranno osservazioni alla luce di miei vissuti e osservazioni in alcuni forum, senza pretesa di scientificità. Credo non sempre basti fondarsi sulle risorse dell'ideazione flessibile, anzi le eccessive idee e punti di vista, spesso pure contrastanti su un determinato topic, inibiscono l'originarsi di quelle altrui: sono più adatte le semplici domande aperte. Inoltre certi affiatamenti e alleanze nascono più per somiglianze e assimilazioni istintive verso chi rispecchia in qualche misura gli orientamenti del tempo, nel bene e nel male. Sarebbero gli atteggiamenti simili a suscitare immediate attrazioni. Anche in un forum è la prima impressione che conta; poi se ne cercano solo conferme. Legherebbero più le somiglianze che una pur proficua complementarità, come sovente succede nelle coppie reali. Anche le “verità” retrocedono a fronte di ciò che maggiormente appare verosimile alla collettività.
Inoltre, è difficile tener separate e distinte la sfera privata ed ed emozionale (percezione,) da quella logico-concettuale (ragionamento) Non basta sapere cosa sono i fatti e le opinioni, bisogna anche esercitarsi a distinguerli in pratica.
L'anonimato non favorisce la pacatezza collaborativa di un dialogo, che spesso travalica in un dibattito troppo acceso.
L'interlocutore tende a trasformare il messaggio “originale”. Perchè? Ben difficilmente son stati usasti gli stessi codici di lettura e competenze (non per forza professionali ,se ci riferiamo a forum di discussione). Sarebbe impossibile che tutti avessero le stesse opportunità e aspirazioni per accedere a comuni fonti, e che tutti manifestassero le stesse inclinazioni all'ascolto intenzionale e attivo, mai insegnato a scuola. Le interpretazioni raramente coincidono e ci restano opachi gli stati mentali e le intenzioni altrui. Incontrano la nostra storia personale fatta di stili educativi, di vissuti, di percorsi formativi, di credenze e pregiudizi che in qualche misura condizionano tutti, se mai verificati. Raramente ci sono coincidenze.

Vediamo le cose come noi siamo: “ognuno ti vede (e ti legge?) come a lui pare” disse Machiavelli scoprendo quanto sia arduo adeguarsi al modo di pensare altrui, E' difficile talora, trovare anche un solo punto d'incontro, tra le predominanti opinioni divergenti. Certe inferenze e conclusioni si sostengono su premesse mai insieme esplicitate, oppure con ancoraggi arbitrari; gli altri ci fanno dire cose mai dette; si glissa sulle idee portanti per focalizzarsi su aspetti marginali, rimuovendo l'essenza e l'obiettivo centrale. Specie noi maschi sempre timorosi di esibire l'immagine di “chi sa”, nel tentativo di far ammettere all'altro le sue lacune o contraddizioni. Le donne in genere, e per “genere”, se isolano frasi, è più per approvarle o per chiedere opportuni delucidazioni. Spesso ti concedono di entrare in dialettica anche con mutui scambi di dettagliati post sull'argomento, con tragitti di idee imprevedibili ma sempre pertinenti. Questo per personale esperienza, pure in altri forum.
Eppure in un forum “Psicologia” temi su stati affettivi,e realtà psicosociali meriterebbero da parte di tutti maggior disponibilità, anche in rapporti duali che rivalutino le parole senza imporre propri “saperi” risolutivi, tentazione diffusa. Ciò sarebbe piuttosto distante dallo spirito di chiacchiera giocosa e sincrona di una chat, che in altri modi può arricchire, se bene usata.
Anche per autoconoscersi, chiarire argomenti, senza per forza rincorrere consensi e aggregazioni, ma aspirando a più estesi orizzonti che oltrepassino il monitor. Si atteggia a “maestro” (sempre fallimentare) chi pensa che saggezza e conoscenza siano trasmissibili attraverso le proprie “verità” e “certezze” che sono a volte solo semplici convinzioni. Sono sempre percorsi solitari. Ciò che importa è parlare sempre all'insegna del dubbio, della credibilità , e della ragionevolezza. Semmai qualche nostra frase può stimolare a non limitate riflessioni.
Chi è creativo” ? Qui chi soprattutto informa, che è facoltà direttamente proporzionale alla ricchezza di personali vissuti ed esperienze,non escluse fonti cartacee affidabili ed eterogenee,da decodificare, rielaborare, confrontare. Con occhi non “banali”, altrimenti si finisce per banalizzare pure un sonetto di Shakespeare. Nel percorso di crescita si individuano propri punti deboli e risorse, argomenti ostici o per noi incompatibili. Proporsi soprattutto di capire ciò che noi si dice, e capire cosa vuol dire l'altro, prima di dissentire con le sue idee.
La scelta delle parole appropriate è un dilemma; Il nostro vocabolario di base comprende 2000 parole; 7000 se includiamo quelle meno usate. Se di adoperano parole pur non rare e per niente strane che non vi rientrano, si rischia di non farsi capire da persone pur laureate e istruite, ma che hanno escluso dai loro interessi le scienze umane, anche solo sotto forma di un articolo da terza pagina da saper sintetizzare in poche righe, con gerarchia di significati salienti. A me è stato detto di astenermi dall'usare il congiuntivo e il condizionale, che privilegio per esprimere sempre e comunque aperture possibilistiche, ipotesi, verifiche, ecc. E' vero che appesantiscono i periodi, pochi li usano e ci si sta disabituando. Ma per me rimangono irrinunciabili. Si possono sempre riadattare i concetti e verificare attraverso feedback ( informazioni di ritorno) cosa è stato capito. Purchè non ci siano sottoposte domande retoriche per disconfermare a priori ciò che è stato espresso. Crediamo d'intenderci ... chissà se mai lo potremmo.
arsenio is offline  
Vecchio 11-02-2008, 12.38.15   #2
nexus6
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Mah... quello che hai dipinto mi sembra nient’altro che il problema della comunicazione umana, dove per community possiamo intendere qualsiasi gruppo umano di più di una persona ed avolte basta anche una persona sola per fare una community, provare per credere. Queste community non fanno che ampliare quelli che sono alcuni meccanismi difensivi della nostra mente.

Non sono d’accordo che una frase possa in tutti i casi essere espressa con parole più semplici; spesso se ne perde l’identità, l’unicità che è poi derivante dal chi la frase la formula nel momento irripetibile in cui essa scaturisce e si dà all’esterno, ed anche a se stesso d’altronde. Tentare di riformulare una frase può essere esercizio stilistico, ma se vien fatto per adeguarsi a supposti contenuti o contenitori comunitari credo sia espressione di quel crescente livellamento di contenuti, intelligenze e morali a cui con preoccupazione, devo dire, sto assistendo nel mondo odierno.

Perché l’interlocutore tende a trasformare il messaggio originale? Forse poiché non esiste messaggio originale, ma tanti messaggi quante sono le menti all’ascolto che elaborano, filtrano, decodificano secondo proprie esperienze, stati d’animo e conoscenze, processi ancor più evidenti in community virtuali dove essenzialmente la comunicazione avviene in se stessi con se stessi in modo molto più peculiare e fondamentale che in rapporti “faccia a faccia”. Spesso anche le nostre intenzioni e stati mentali ci rimangono oscuri e non mi stupisco che in rapporti come questi avvenga che ancor di più all’esterno si proietti tale opacità di visione.

E’ raro trovare forumisti che meditino su quanto scrivi, che riflettano veramente su quanto hai scritto e con ciò voglio dire che facciano sviluppare dentro di sé il seme che un altro ha piantato; invece si esplicitano le prime cose parziali che vengono in mente ovvero quel seme non trova terra fertile, poiché giunto in una giungla dove non c’è spazio essenzialmente per l’altro. Nella comunicazione, spesso, prevale esclusivamente il bisogno di esserci, di parlare, di palesare la propria presenza, poiché è tramite una parola, anche solo due o tre che si dice agli altri “ehi, io ci sono”.

Le emozioni spesso latitano, vi è paura, tremenda paura delle emozioni, che non siano collegate al bisogno suddetto, quasi che possano fare del male, possano sconvolgere quella giungla di ideologie e sono assenti i percorsi razionali: la maggior parte degli argomenti proposti sono d’una complessità e significato notevoli, si parla di suicidio, di comunicazione umana, si parla dell’essenza, di scienza, delle trame politiche, temi su cui una stessa mente potrebbe per giorni, settimane, anni tessere la propria trama, con ripensamenti, dubbi, illuminazioni, rivoluzioni di pensiero... ed invece soprattutto questo tipo di modalità “virtuale”, ma è solo un altro modo per dire differentemente “reale”, questo tipo di rapporto tende a favorire quella che è già la tendenza del pensiero umano ovvero quella di difendersi, di fossilizzarsi nella propria giungla, di auto-proporsi ciclicamente sempre allo stesso modo, con le stesse caratteristiche e modalità e non credo che in questo vi siano particolari divisioni di generi, né d’altronde differenti gradi di intelligenza o conoscenza.

Le “verità” e le “certezze” non sono in profondità scalfite dal dialogo, dalla comunicazione, non c’è questa volontà poiché se ne avverte il profondo pericolo, direi esistenziale; dunque il “dialogo” è solo spesso una autoconferma di se stessi, dei propri percorsi in quella giungla; trovo che questi tipi di rapporti favoriscano in qualche modo l’idea solipsistica che la propria realtà esistenziale sia l’unico recinto veramente esistente e l’altro non sia nient’altro che uno specchio dove vedere se stessi; questa funzione di specchio avviene naturalmente in ogni tipo di rapporto, da quelli superficiali a quelli profondi, ma qui non ci si rende conto del suo carattere, poiché l’altro “non c’è”; voglio dire che ipotizzare la sua esistenza è ulteriore sforzo di una mente artritica che già fatica per se stessa: lo specchio dunque non è l’altro, ma noi stessi, di ciò, credo, si è in un certo modo inconsciamente convinti la maggior parte delle volte che si ragiona su un forum come questo, che siano quattro chiacchiere o il dialogo sui massimi sistemi.

L’altro spesso non c’è, ma solo le nostre maschere, le nostre corazze che in ambienti come questo rinforziamo per poi proporle all’”esterno”, nei rapporti faccia a faccia.

Dunque pure l’eventuale adeguarsi ad un certo tipo di contenitore non è che espressione di quel banale bisogno d’affermazione di cui parlavo prima... spero, Arsenio, tu non stia a sentire chi ti dice di non utilizzare i congiuntivi ed i condizionali. E' veramente un dilemma per te la scelta delle parole appropriate?

Banale, naturalmente, è pure ridurre la questione in questo modo: ci si trova in un certo posto poiché per qualche motivo, che la maggior parte delle volte non si conosce anche se si crede il contrario, si ha necessità per se stessi di trovarsi in quel determinato posto, con quelle determinate persone; ogni azione ha una precisa spiegazione: c’è chi propone solo argomenti e poco partecipa alle proposte altrui, c’è chi frequenta solo certi tipi di sezione, chi risponde volentieri solo a certi tipi o proprio certi forumisti.

In ogni azione c’è la componente di difesa, quasi sempre strenua, della propria giungla; ti dirò anche qualcos’altro che ho notato, anche in me: le persone più propositive e sembra aperte al dialogo a volte sono quelle più in realtà chiuse alla possibilità che qualcun altro entri nel proprio recinto e rischi di fare scempio. Ci si autoconvince che si è aperti, dunque, per sottilmente impedire che qualcun'altro entri in noi, prima di tutto, credo, noi stessi.

Certo tutto ciò, leggendo non so scritti di duemila anni fa magari taoisti (anche se non avevano il pc), è facile vedere come derivi dalla mente, senza bisogno che Goleman cambi etichetta per quello che da sempre si è capito essere la vera questione, sotto le altre più superficiali: la nostra “mente”. Ma va bene anche questo, lui guadagna i soldi spesso per dir banalità e noi le prendiamo come il nuovo oro colato.

Permettimi questa punta di sarcasmo.

nexus6 is offline  
Vecchio 11-02-2008, 15.01.10   #3
veraluce
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Da Nexus6:
E’ raro trovare forumisti che meditino su quanto scrivi, che riflettano veramente su quanto hai scritto e con ciò voglio dire che facciano sviluppare dentro di sé il seme che un altro ha piantato; invece si esplicitano le prime cose parziali che vengono in mente ovvero quel seme non trova terra fertile, poiché giunto in una giungla dove non c’è spazio essenzialmente per l’altro. Nella comunicazione, spesso, prevale esclusivamente il bisogno di esserci, di parlare, di palesare la propria presenza, poiché è tramite una parola, anche solo due o tre che si dice agli altri “ehi, io ci sono”.

Ciao Nexus ( da quanto tempo! )...
Sono d'accordo sul fatto che spesso il seme donatoci dall'altro non trovi accoglimento profondo in noi... ma non penso che sia un processo "volontario"... nel senso che magari una persona accoglie quel che viene recepito per come può, per quel che la vita gli ha concesso di essere...
...e certo non se ne può fare una colpa all'altro se non si riscontra totale accoglimento di ciò che gli stiamo trasmettendo... e poi perché dovrebbe recepire tutto come cosa adatta a sé stesso... siamo tutti diversi, e ognuno fa e dà ciò che può... e prende ciò che può... o no?

Non ho capito se per te il bisogno di esserci abbia una qualche valenza? Nel senso: secondo te sfogare questo "bisogno" può avere accezioni negative-positive? Vorrei capire...


Citazione:
Da Nexus:
Le emozioni spesso latitano, vi è paura, tremenda paura delle emozioni, che non siano collegate al bisogno suddetto, quasi che possano fare del male, possano sconvolgere quella giungla di ideologie e sono assenti i percorsi razionali:


Ecco... vorrei anche capire se secondo te c'è possibilità di far svanire questi "bisogni"... secondo me basterebbe esserne "consapevoli" (se così mi è concesso dire...) e saper trovare una sorta di armonia tra i nostri bisogni e quelli altrui... forse è riduttivo quello che ho espresso, tuttavia per me finché si possiederà un corpo, un qualche, seppur minimo, bisogno umano, resterà sempre... almeno finché dovrò nutrire di cibo la mia fisicità, la mia psiche avrà anch'essa la spinta a nutrirsi in qualche modo... l'esistenza stessa forse è vincolata a qualche sorta di bisogno... che sia cosa positiva o negativa io non so dire, certo piacerebbe anche a me essere svincolata da tutte le mie esigenze psicologiche (e fisiche ), e devo dire che mi ci impegno anche... ma forse dovrò attendere di abbandonare questo corpo per riuscirvi.

Vorrei chiederti altre cose... ma quest'influenza super-galoppante mi sta spossando...

Buona giornata a te!
veraluce is offline  
Vecchio 12-02-2008, 18.28.42   #4
nexus6
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Ciao Nexus ( da quanto tempo! )...
Sono d'accordo sul fatto che spesso il seme donatoci dall'altro non trovi accoglimento profondo in noi... ma non penso che sia un processo "volontario"... nel senso che magari una persona accoglie quel che viene recepito per come può, per quel che la vita gli ha concesso di essere...
...e certo non se ne può fare una colpa all'altro se non si riscontra totale accoglimento di ciò che gli stiamo trasmettendo... e poi perché dovrebbe recepire tutto come cosa adatta a sé stesso... siamo tutti diversi, e ognuno fa e dà ciò che può... e prende ciò che può... o no?

Non ho capito se per te il bisogno di esserci abbia una qualche valenza? Nel senso: secondo te sfogare questo "bisogno" può avere accezioni negative-positive? Vorrei capire...





Ecco... vorrei anche capire se secondo te c'è possibilità di far svanire questi "bisogni"... secondo me basterebbe esserne "consapevoli" (se così mi è concesso dire...) e saper trovare una sorta di armonia tra i nostri bisogni e quelli altrui... forse è riduttivo quello che ho espresso, tuttavia per me finché si possiederà un corpo, un qualche, seppur minimo, bisogno umano, resterà sempre... almeno finché dovrò nutrire di cibo la mia fisicità, la mia psiche avrà anch'essa la spinta a nutrirsi in qualche modo... l'esistenza stessa forse è vincolata a qualche sorta di bisogno... che sia cosa positiva o negativa io non so dire, certo piacerebbe anche a me essere svincolata da tutte le mie esigenze psicologiche (e fisiche ), e devo dire che mi ci impegno anche... ma forse dovrò attendere di abbandonare questo corpo per riuscirvi.

Vorrei chiederti altre cose... ma quest'influenza super-galoppante mi sta spossando...

Buona giornata a te!
Certo ognuno dà e prende ciò che può e le mie considerazioni sul bisogno non avevano alcuna valenza morale, né negativa né positiva, dunque, erano solo osservazioni, peraltro dall’”interno” visto che anch’io partecipo e sento quel bisogno, per motivi che so e per altri che sicuramente non conosco ancora.

Nessuna morale, dunque, riguardo a nessun atteggiamento, siamo umani... e non so se vi sia la possbilità di far svanire questi “bisogni”, semmai come dici diventarne consapevoli: per esempio trovo sia diffuso adulare il “gentil sesso” con artifici intellettuali che si vedono lontano un miglio essere forzati, a volte, solo per ottenere lo scopo di avvicinare il sesso su citato, anche solo per strappare un sorriso od un abbraccio compiaciuto; in questa sezione in particolare noto a volte atteggiamenti del genere: beh... a parte uno strisciante ed intellettuale sessismo di ritorno, come se le donne non fossero capaci d'individuare tali tipi d'atteggiamento, non devo citare Freud per sapere ciò da dove deriva... basta esserne consapevoli, come dici, e giocare con le maschere che ci siamo via via costruiti così da far perdere il loro controllo su di noi e stare meglio noi e dunque gli altri... la vera libertà, forse, e ripeto forse, consiste solo in questo.

Un forum come questo potrebbe essere utile a tale scopo, anche se, come ho detto, potrebbe tendere a favorire l’effetto contrario e spesso, temo, agisce in tal senso.

Ciao VeraLuce...

nexus6 is offline  
Vecchio 13-02-2008, 10.27.10   #5
arsenio
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Originalmente inviato da nexus6
Mah... quello che hai dipinto mi sembra nient’altro che il problema della comunicazione umana, dove per community possiamo intendere qualsiasi gruppo umano di più di una persona ed avolte basta anche una persona sola per fare una community, provare per credere. Queste community non fanno che ampliare quelli che sono alcuni meccanismi difensivi della nostra mente.


Gentile nexus, fa piacere incontrare qualcuno che non ti scaglia pattume, ma si confronta. Tenterò di risponderti punto per punto.
I forum sono potenziali comunità, ma l'interazione si sostiene sull'unico flusso di parole,dove più facilmente verità e menzogne sconfinano e si confondono. Manca la relazionalità concessa dalla visibilità non anonima, che definisce ruoli e che soffonde di espressività le parole, o le modera. Il “gruppo faccia a faccia di un rapporto duale a parer mio è la forma migliore, se c'è sintonia per qualche affinità. Sì, qui sono presenti “meccanismi di difesa”, come la “proiezione” che attribuisce ad altri propri difetti non accettati; la “rimozione” delle parti di un discorso che dista dalla propria visione del mondo; la “negazione” di verità che turbano; le ”sublimazioni” ( la “poesia” che coinvolge pure me stesso), ecc. La Rete rendere palesi disturbi psicologici, se erano latenti o preesistenti.

Per semplificare un discorso si deve raggiungere un non facile e armonioso equilibrio di scrittura. L'efficacia, che è il contrario dell'”effetto”, si rende con la concisione priva di tortuosità speso usata per nascondere un pensiero confuso, a volte pure allo scrivente stesso,se non inesistente; oppure, nelle intenzioni, autorevole. Sempre verifico il rapporto tra idee espresse e parole usate, mio e altrui. Le poesie che fanno balenare una condizione umana condivisa, sono quelle più essenziali. Quattro versi possono dire più di un trattato. C'è ritmo e suono, ma non preziosi orpelli rivolti a palati mediocri. (Musa, la lima ov' è? Disse al dea:/ la lima è consumata; or facciam senza/ ed io, ma di rifarla/ non vi cal, soggiungea, quand' ella è stanca?/rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca – Leopardi, da Scherzo). Proprio così, il lavoro di lima richiede tempo e fatica, oltre che discernimento. Le parole di certi testi possono essere dimezzate senza che nulla vada perduto: è un suggerimento agli aspiranti giornalisti, da adottare con senso della misura. Non intendevo gli esercizi “stilistici” quali sperimentalismi o rimaneggi artificiosi, oggi molto in voga. Sono altresì d'accordo che pure un linguaggio ellittico e troppo scarno può risultare ostico.
La polisemanticità della poesia metaforica è un pregio, come l'”opera aperta” che richiede la collaborazione autore/lettore; anche in nostre ri-letture, dove ogni volta scopriamo significati aggiuntivi. Ma io intendevo più gli odiosi travisamenti per sminuire gli altrui elaborati disturbanti e innalzare la propria carente atutostima, pure attraverso l'immancabile applauso dei conformi.
L'irrepetibilità di una frase spontanea è un lampo di genio, e sta soprattutto alla sensibilità dell'autore a decidere se non occorrono modifiche.

Nei forum non si riflette anche per la frettolosità richiesta dai molti interventi (è il numero accanto al nick che rende onore; quantità Vs qualità) se non si tratta del narcisismo di chi è assolutamente disinteressato alle nostre idee (accorgersene è facile). Personalmente prima di rispondere leggo con attenzione e glosso; non solo perchè sono curioso di sapere cosa pensano gli altri, ma altrimenti, come farei a decidere dove concordo e dove dissento?
Uno scambio d'email privato e non sincrono è superiore a uno scambio in un forum pubblico. Se gl' interlocutori hanno davvero qualcosa da dirsi, sia sul piano degli argomenti comuni, sia che delle confidenze. Nulla da dire sulle chat, ma mi sono estranee se si sostengono soltanto su nonsense e tronfie immagini.
Il bisogno di “esserci” è legittimo,se si considera il Pc quale “mezzo” (mai fine) da usare nel migliore dei modi, senza usare gli altri o farsi usare. “Esser-ci”, tu dici, ed “essere” non vuol dire apparire in modi subdoli e con autoinganni, anche per paura d' incontrare se stessi.
I problemi che appaiono nei vari forum sono variati e importanti: non so se lo sono altrettanto i modi con cui si affrontano ,evitando evasive superficialità, banalità consolatorie o incauti consigli.
La relazionalità femminile si distingue per un maggior interesse alla psicologia, al mondo affettivo ed emozionale,per tradizionale educazione imitativa che ha per modello più la madre che che il padre. Noi maschi tendiamo a porci sul piedestallo della saccenza; qualcuno manifesta una sicumera su ciò che non conosce, altri hanno maggiori conoscenze ma meno certezze. Alcuni abbagliano , colpevolizzando chi ha avuto modo di sapere quel qualcosa in più che va svalorizzato. Sono proprio i vacui ammantati, i più gettonati. Perchè modelli identificativi, nella nostra società acritica e suggestionabile, disabituata a una formazione permanente.
Non disconosco l'incomunicabilità filosofica,ma qui alludo alla dis-comunicazione non tanto di origine metafisica. Lo so che anche in chi si ama si vede un rimando della nostra immagine, che a volte contribuisce all' autoconoscenza. Se non è una personale creazione idealizzante. Non potremo mai uscire del tutto da un mondo soggettivo di percepire le cose. La coscienza personale è invalicabile. Anche la “libertà” di un asceta infine diventa prigione del suo estremo individualismo. Ma io intendevo più l'autoadorazione del narcisista che non è da confondere da un solitario in rivolta. L'uomo autocentrato si preoccupa di far credere ciò che pensa di essere e di sapere, e viceversa, prende lucciole per lanterne. Li trovi dappertutto, in politica, nella cultura, nei ruoli umanitari, ecc.
il mondo online è condizionante: si deve far accettare un'identità che sovente è null'altro che una maschera che non calza a perfezione. Si entra con il proprio bagaglio di pregiudizi verso la “diversità” di altri modi di porsi come dialoganti. Da contrastare, se si vogliono ottenere i consensi della comunità, nelle mani dei più ovvi e visibili figli del tempo Lo scontro di culture dissonanti dalla propria genera flame.
Si diventa comunità e non più aggregato anarchico; con reciproche condivisioni e condivisi orientamenti sottoculturali e di pensiero, adottati a livello subconscio. Si ha capito che ciò che si dice, e come si dice, determina il tipo di persone che ti risponderanno. Prevale la contrapposizione piuttosto che l'interazione, ed il riferimento implicito è lo standard di gruppo, che trasforma in comunità. Più che dibattere , ci si difende spesso maldestramente dalle confutazioni residue e inopportune. Ho assistito a tale metamorfosi, nel tempo: ristagno ideativo per un appiattimento routinesco che devitalizza l'individuo ed il gruppo.
Mi sfugge su quali basi Goleman si possa definire banale, Perlomeno il suo primo “intelligenza emotiva” del '97, che conosco bene. In tempi in cui si disserta sulla emozioni senza nemmeno sapere cosa sono. A congiuntivi e condizionali non rinuncio: andrebbe perduto il mio spirito possibilista.

arsenio is offline  

 



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