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Vecchio 01-03-2008, 11.34.22   #1
arsenio
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La ricerca della libertà fallisce sempre?

La ricerca della libertà fallisce sempre?

Ho visto il film, tra i più acclamati dalla critica, “Into the wild; Nella terra selvaggia”. Sono meritate le quattro stellette,oltre che per il soliti parametri valutativi, anche per il tema classico dell' impossibile ricerca di una libertà che renda felici.
Vorrei fosse tema di dibattito tale topos filosofico e psico sociale: la fuga da una società che pur promette una certezza di denaro e successo.
E' un'alternativa mitica mettersi alla ricerca di un' indefinito “paradiso” dove i sentimenti siano direttamente originati dalla realtà. Se ricordate è il mito del “buon selvaggio” di Rosseau. E' un mortificante intrico di convenienze e di leggi che rende l'uomo schiavo di bisogni e di obblighi artificiali, perciò egoista, malvagio,inquieto e infelice.
E' il rimpianto dell'originario e del primitivo, diffuso dalla cultura del '700. Ma il rimedio proposto dal filosofo non è il ritorno al mitico stato di natura, bensì un più responsabile “dover essere” delle istituzioni responsabili dell' infelicità dell'uomo. Dove sarà capace di vivere nella comunità con una partecipazione spontanea,senza subire condizionamenti.
Che valore può avere un isolamento fisico-spirituale? Si giudicò anche da parte degli antichi che la saggezza fosse figlia della solitudine, e che si potesse essere a proprio agio solo a contatto con la natura: monti,deserto, isole sperdute. Solo chi è solo può essere se stesso. Una spiaggia solitaria, il silenzio del bosco, un'autostrada deserta. Per un sapiente è meglio la solitudine che la compagnia dei meno sapienti. Preferisce gioire di “essere poco solo quand'è solo” L'individuo romantico scopre se stesso avulso dalla società, isolato in un luogo solitario e in sintonia con la natura. Ma quando l'ambiente s' impone con la sua forza ostile, l'indipendenza si trasforma in una prigione dove l'evasione ormai è impossibile, e si è costretti a diventare dannati o santi. Quindi la fuga dal mondo diventa una sciagura se il viaggio è stato previsto senza il biglietto di ritorno; e l'indipendenza assomiglia alla chiusura schizotimica di chi si ritira nell' introversione e nell'isolamento psichico. Ogni rapido contatto con le persone,anche occasionale, diventa difficile quando si sono disimparati quei minimi formalismi sociali che permettono di relazionarsi con l'altro.
Parabola non nuova. Anche D. H. Lawrence ci raccontò di un uomo che evitava ogni contatto con gli altri. Si ritira su isole sempre più piccole e più desolate, finchè nell'ultima più tetra e rocciosa delle altre, aspetta la morte in completa solitudine. La sua unica soddisfazione deriva dalla sensazione di essere assolutamente solo e assimilato alla spazio di quell'isola deserta. Non c'è nessuno all'infuori di un arido terreno circondato da un mare nebbioso e cupo, e questo è un nutrimento per la sua anima. Quale alternativa poteva avere? Avrebbe risolto con una fusione in un gruppo, con le parole, con la psicoanalisi, con la spiritualità, o con cos'altro?
Una delle frasi più pregnanti del '900 letterario è “l'inferno sono gli altri”, solitudine ben più dolorosa di quella metafisica cantata dai poeti, e in particolare ricordo la poesia “Ed è subito sera” di Quasimodo. La frase è tratta da “porta chiusa” di Sartre. Metafora della dannazione in una stanza in cui tre morti sono costretti ad ammettere di essere stati alternativamente vittime e carnefici; in vita condannanti a subire e a provocare sofferenze, palesando l'inferno dei rapporti interpersonali.

Nessuno vi sfugge: gli “altri” siamo anche noi con le nostre sopraffazioni, le aspettative che deludiamo,le disconferme, le altrui soggettività incomprese, le ingiustificate parole pronunciate con superficialità ma che feriscono nel profondo, ecc. Avviene in ogni contesto della vita. Alcuni monaci di clausura confessarono che l'aspetto più disagevole per loro era la convivenza con i confratelli. Anche tra i rimedi di Freud,indicati nel “Disagio della civiltà”, figura la fuga ascetica quale difensiva evasione nell'isolamento per evitare la sofferenza. Ma l'io dipende dall'altro che pur costituendo un limite non si può escludere ,se si vuol vivere in un modo più creativo e significativo.
Penso che non ci siano salvezze, come conclude il nostro antieroe del film di Penn; alla fine di un viaggio senza ritorno. Se non quella di una sempre condivisa felicità.
Ma con quali cautele? Il rischio rimane quello di lasciarsi oggettivare, minaccia per chi cerca rimedi al di fuori di se stesso. Non certo come condivisione solidale e reciprocamente proficua delle rispettive e rispettate soggettività, ma in aggregazioni di gruppi sociali dove il “noi” rassicura in modo fittizio e fallimentare.
E' da fuggire ogni tipo di “chiesa” ed ogni comunità in cui fatalmente si finisce per assimilarsi in un' indistinta uniformità, omologandosi quasi senza accorgersene.; c'è sempre qualcuno che s' impone sugli altri, sarà “carismatico”, ma non sempre tra i migliori.
La condizione umana si cura diventando ciò che si è, anche se mai come oggi chi non è “adattato” è ritenuto inferiore. Essere se stessi è classificato come “patologia”. La salute è forse un supino intruppamento? No. Per difendercene dobbiamo cogliere noi stessi svincolandosi dai “saperi”parziali e illusori, dai modi di dire convenzionali, dagli atteggiamenti prefissati. Anche attraverso la ricerca di altre parole, equidistanti da quelle usurate e da quelle tramutate in accozzaglie cacofoniche. Soprattutto smascherando l'apparenza delle false coscienze.
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Vecchio 01-03-2008, 14.53.33   #2
vero
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Riferimento: La ricerca della libertà fallisce sempre?

[Quote Arsenio:Nessuno vi sfugge: gli “altri” siamo anche noi con le nostre sopraffazioni, le aspettative che deludiamo,le disconferme, le altrui soggettività incomprese, le ingiustificate parole pronunciate con superficialità ma che feriscono nel profondo, ecc. Avviene in ogni contesto della vita.

Véro:
cito un passaggio del libro che sto leggendo,che trovo risponda in parte alla domanda:
"Per riparare i danni della vita,i danni che la nostra storia ha prodotto,occorre imparare,almeno per pochi istanti al giorno,a fare le cose senza intenzioni,senza pensieri.A stare nelle azioni,presenti a cio' che si fa.Per questo è determinante non correggere gli stati d'animo,ma osservarli e cedere,arrendersi,senza intenzione di mandarli via.Io sono qui e osservo il disagio che provo,gli "regalo" la mia attenzione,sono presente e non ho alcun commento da fare,nessun pensiero da esprimere.Normalmente vediamo il mondo dalla parte dei pensieri,si tratta,invece,di spostare lo sguardo sulla presenza interiore.E allora,quella luce che Vermeer ritrae cosi bene,inonda la nostra interiorità;via via prendiamo possesso di un tesoro impagabile.
Dentro le intemperie della vita,fra le onde dell'oceano tumultuoso degli incontri,delle relazioni e dei nostri pensieri,scopriamo che c'è "un oasi",un porto inviolabile che brilla di luce propria.Via via che si cammina verso l'essenza,verso "l'intelligenza del seme" che ci ha creato,tutto si semplifica.Cosi hanno detto i Saggi,e cosi è.
Si tratta di impostare l'esistenza sullo sguardo e non sul pensiero.Si tratta di non modificare le cose che ci accadono,di cambiare vita,di ragionare sui nostri drammi e sulla nostra storia.Si tratta di lasciare le cose cosi come sono e portare l'attenzione sulla presenza interiore,libera dai pensieri,vuota.Sarà questa intelligenza,questa "luce di Vermeer" a portarci dove dobbiamo andare.Mentre tutti pensano e ripensano ai loro disagi,e cosi li fissano e li cronicizzato,il Saggio guarda e basta.Mentre guarda sa di produrre un elisir,un balsamo risanatore."

Quote Arsenio:
Alcuni monaci di clausura confessarono che l'aspetto più disagevole per loro era la convivenza con i confratelli. Anche tra i rimedi di Freud,indicati nel “Disagio della civiltà”, figura la fuga ascetica quale difensiva evasione nell'isolamento per evitare la sofferenza. Ma l'io dipende dall'altro che pur costituendo un limite non si può escludere ,se si vuol vivere in un modo più creativo e significativo.

Véro:
c'è una differenza immensa tra il Saggio e il Santo;io trovo inadeguato come fuga,rifugio,salvezza..la scelta della clausura..è una rinuncia,a mio parere,che confonde il mezzo e la meta.

Quote Arsenio:
Penso che non ci siano salvezze, come conclude il nostro antieroe del film di Penn; alla fine di un viaggio senza ritorno. Se non quella di una sempre condivisa felicità.
Ma con quali cautele? Il rischio rimane quello di lasciarsi oggettivare, minaccia per chi cerca rimedi al di fuori di se stesso. Non certo come condivisione solidale e reciprocamente proficua delle rispettive e rispettate soggettività, ma in aggregazioni di gruppi sociali dove il “noi” rassicura in modo fittizio e fallimentare.

Véro:
Bellissimo il film "into the wild",e direi che la sua fuga del mondo era necessaria visto il suo stato d'animo del momento,in distacco cogli altri,o la società,doveva farlo,non aveva scelta,perché doveva seguire il richiamo interiore che sentiva,che percepiva anche come la ricerca della sua essenza,di cio' che avrebbe guidato la sua vita,e doveva farlo solo,perché cosi lo sentiva,non avrebbe potuto condividere il suo cammino,perché era appena iniziato,e ancora non aveva capito cosa recondiva in lui,ma non per tanto avrebbe dovuto vivere solitario,secondo me,no,anzi,il suo ritiro era necessario,come lo puo' essere il digiuno per un Saggio,e non per un Santo.

Quote Arsenio:
E' da fuggire ogni tipo di “chiesa” ed ogni comunità in cui fatalmente si finisce per assimilarsi in un' indistinta uniformità, omologandosi quasi senza accorgersene.; c'è sempre qualcuno che s' impone sugli altri, sarà “carismatico”, ma non sempre tra i migliori.
La condizione umana si cura diventando ciò che si è, anche se mai come oggi chi non è “adattato” è ritenuto inferiore. Essere se stessi è classificato come “patologia”.

Véro:concordo appieno per ogni tipo di chiesa,perché si confonde il "concetto di",tale un vitello d'oro,una via da seguire,una religione da scegliere,quando l'unico pensiero dovrebbe essere Amore,di qualsiasi colore,nazionalità,senza un" modo di"fare,pensare,sentire,seguen do chissà chi.

Perché dici:chi non è adatto è ritenuto inferiore?
spiegami cosa intendi,se vuoi.
Io mi sono accorta di essere per certi versi molto fortunata,per un tratto di personalità che ho da sempre:lo sguardo altrui non m'importa,cioè,non che sia indifferente ad altrui,no,anzi,tutt'altro,ma sono quella che sono,e non posso conformarmi a cio' che magari loro vorrebbero,non potrei,anche facendomi violenza,come se io sentissi che non sono malleabile a un cambiamento che non fosse intimamente condiviso dal mio profondo,evolvere si,certo,ma non per corrispondere a un'idea diffusa di superficialità o banalità.

per concludere,tante volte crediamo che la vita è un cammino con una meta chiamata felicità,invece di guardare e di assaporare ogni istante come se fosse unico,perché lo è davvero,e non torna più.

Magari "la ricerca della felicità" fallisce proprio perché pensiamo troppo..quando dovremmo essere piu presenti a noi stessi,alle emozioni che proviamo,che sentiamo,ci animano,perché sono quelle che ci fanno vivi e felici.Io ci provo,talvolta bene,talvolta non del tutto,ma lo accetto,sapendo che tra il dire e il fare,c'è,non solo il mare,ma anche il peso di cio' che io credo,penso, colla mente,che non sempre riesco a far tacere.
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Vecchio 01-03-2008, 15.06.46   #3
ciro6
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Originalmente inviato da arsenio
La ricerca della libertà fallisce sempre?

Nessuno vi sfugge: gli “altri” siamo anche noi con le nostre sopraffazioni, le aspettative che deludiamo,le disconferme, le altrui soggettività incomprese, le ingiustificate parole pronunciate con superficialità ma che feriscono nel profondo, ecc. Avviene in ogni contesto della vita. Alcuni monaci di clausura confessarono che l'aspetto più disagevole per loro era la convivenza con i confratelli. Anche tra i rimedi di Freud,indicati nel “Disagio della civiltà”, figura la fuga ascetica quale difensiva evasione nell'isolamento per evitare la sofferenza. Ma l'io.......................... ................
.............................. .............

Un consiglio, se puoi accorcia le introduzioni, ma poi alla fine cosa volevi dire?
Forse ho perso il filo del discorso ma provo lo stesso:

1) Cosa è la Liberta
2) Si può conseguire?
3) Il fine dell'averla conseguita.

1) La Libertà è quella cosa con la quale possiamo rinunciare a tutto quello che abbiamo sperimentato, dato che lo sconosciuto non ci appartiene.
Però dicendo così sembrerebbe che la stessa libertà sia sconosciuta e per tanto non ambibile.
In sostanza oggi giorno effettivamente uno stato di libertà si può accomunare alla stare immersi nella natura ed i_solati da tutto. In questo senso però sembrerebbe che per essere liberi ci si debba liberare di qualcosa o qualcuno e il concetto si farebbe più fisico che mentale. Allora può essere intesa in due maniere, la prima già descritta è una liberazione dalla civiltà ma la seconda dipende dallo stato di libertà ottenuto a livello mentale e quindi in consapevolezza. In questo caso avremo un tipo di libertà ("la verità vi farà liberi") condizionato dal tipo di verità che possediamo, quindi in ultima analisi suddivisibile in molti sottogruppi rispecchianti il modo e il livello di libertà.
Mi fermo qui dato che ho fatto osservazioni sulla lunghezza, ma se c'è interesse si può proseguire.
ciro6 is offline  
Vecchio 03-03-2008, 13.54.26   #4
arsenio
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Originalmente inviato da ciro6
Un consiglio, se puoi accorcia le introduzioni, ma poi alla fine cosa volevi dire?
Forse ho perso il filo del discorso ma provo lo stesso:

1) Cosa è la Liberta
2) Si può conseguire?
3) Il fine dell'averla conseguita.

1) La Libertà è quella cosa con la quale possiamo rinunciare a tutto quello che abbiamo sperimentato, dato che lo sconosciuto non ci appartiene.
Però dicendo così sembrerebbe che la stessa libertà sia sconosciuta e per tanto non ambibile.
In sostanza oggi giorno effettivamente uno stato di libertà si può accomunare alla stare immersi nella natura ed i_solati da tutto. In questo senso però sembrerebbe che per essere liberi ci si debba liberare di qualcosa o qualcuno e il concetto si farebbe più fisico che mentale. Allora può essere intesa in due maniere, la prima già descritta è una liberazione dalla civiltà ma la seconda dipende dallo stato di libertà ottenuto a livello mentale e quindi in consapevolezza. In questo caso avremo un tipo di libertà ("la verità vi farà liberi") condizionato dal tipo di verità che possediamo, quindi in ultima analisi suddivisibile in molti sottogruppi rispecchianti il modo e il livello di libertà.
Mi fermo qui dato che ho fatto osservazioni sulla lunghezza, ma se c'è interesse si può proseguire.

Gentile Ciro6, grazie per l'attenzione e cercherò di spiegarmi meglio, perche è vero, questo mio 3d è troppo lungo e con troppe citazioni.

La premessa è proprio il film “Into the wild”, “Nelle terre selvagge”. Non intendevo argomentare sulla “libertà” tema classico a cui non si possono dare risposte compiute. Perchè su su di un piano filosofico, metafisico, etico, politico, teologico ecc. si dovrebbe riparlare dell'eterno dilemma del libero arbitrio, del determinismo della nostra personalità conscia e soprattutto inconscia, ecc. Né intendo porre nuovamente in discussione i grandi pensatori della “libertà”, come ad esempio Spinoza.

Su di piano psicosociale è quella libertà di chi sente oppressivo il “disagio della civiltà”: ma non tanto in senso freudiano come repressione della sessualità e dell'aggressività, quanto ai vincoli imposti dal sistema politico,burocratico, familiare, lavorativo, ecc, Sono i compromessi e l' accettazione di vincoli di ogni specie,soprattutto la difficile convivenza con gli altri, specie le incomprensioni di chi ci sta intorno, la difficile comunicazione, i ricatti morali .ecc.
In conclusione, il protagonista,volendo evitare tutto questo, pur avendo al prospettiva di una vita brillante e molto agiata, proveniendo da una famiglia molto ricca, come un S. Francesco lascia tutto, ma non per un convento, ma per un solitario viaggio tra mille insidie e senza ritorno, nelle fredde terre del nord fino a raggiungere l'Alaska, e vivere una vita assolutamente da primitivo e a contatto della sola natura, che si rivelerà violenta e ostile ancor più dell'ambiente umano. Sarà infine solo con se stesso e senza alcuna possibilità di scelta: una libertà alla Robinson Croueseau che non è libertà perchè appunto è accettare di non poter cambiare nulla.. Ed alla fine comprende che l'incontro con l'altro è ineludibile; fonte di sofferenze, ma anche di possibili gioie condivise. Tutto qui.

arsenio is offline  
Vecchio 04-03-2008, 09.47.37   #5
ciro6
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Originalmente inviato da arsenio
Gentile Ciro6, grazie per l'attenzione e cercherò di spiegarmi meglio, perche è vero, questo mio 3d è troppo lungo e con troppe citazioni.

La premessa è proprio il film “Into the wild”, “Nelle terre selvagge”. Non intendevo argomentare sulla “libertà” tema classico a cui non si possono dare risposte compiute. Perchè su su di un piano filosofico, metafisico, etico, politico, teologico ecc. si dovrebbe riparlare dell'eterno dilemma del libero arbitrio, del determinismo della nostra personalità conscia e soprattutto inconscia, ecc. Né intendo porre nuovamente in discussione i grandi pensatori della “libertà”, come ad esempio Spinoza.

Su di piano psicosociale è quella libertà di chi sente oppressivo il “disagio della civiltà”: ma non tanto in senso freudiano come repressione della sessualità e dell'aggressività, quanto ai vincoli imposti dal sistema politico,burocratico, familiare, lavorativo, ecc, Sono i compromessi e l' accettazione di vincoli di ogni specie,soprattutto la difficile convivenza con gli altri, specie le incomprensioni di chi ci sta intorno, la difficile comunicazione, i ricatti morali .ecc.
In conclusione, il protagonista,volendo evitare tutto questo, pur avendo al prospettiva di una vita brillante e molto agiata, proveniendo da una famiglia molto ricca, come un S. Francesco lascia tutto, ma non per un convento, ma per un solitario viaggio tra mille insidie e senza ritorno, nelle fredde terre del nord fino a raggiungere l'Alaska, e vivere una vita assolutamente da primitivo e a contatto della sola natura, che si rivelerà violenta e ostile ancor più dell'ambiente umano. Sarà infine solo con se stesso e senza alcuna possibilità di scelta: una libertà alla Robinson Croueseau che non è libertà perchè appunto è accettare di non poter cambiare nulla.. Ed alla fine comprende che l'incontro con l'altro è ineludibile; fonte di sofferenze, ma anche di possibili gioie condivise. Tutto qui.

buongiorno a te arsenio,
bhè detto così è da parte mia condivisibile oggi come oggi, ovvero non è detto che un individuo non cambi mai idea e forse l'idea di evasione che ci può essere in un primo momento, lascia lo spazio alla riflessione che ci porta a vedere che non è quello lontano è in solitudine il jolly della situazione, qualcuno divceva in TV, ho appena fatto il più bel viaggio della mia vita, il viaggio intorno al mio tavolo. E da queste parole si evince che alla fine il vero viaggio è dentro noi stessi (e lo si può fare anche a casa nostra) e quello fuori di noi stessi (ovvero con altri nostri simili) e questo indubbiamente non si fa in una foresta, nella forseta o in montagna (posti speciali di elevatura) si fa una pausa di riflessione al più, per immergersi con più vigore di prima nella vita sociale.
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Vecchio 04-03-2008, 15.45.20   #6
Pantera Rosa
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alla fine.... il vero viaggio è dentro noi stessi (e lo si può fare anche a casa nostra) e quello fuori di noi stessi (ovvero con altri nostri simili) e questo indubbiamente non si fa in una foresta, nella forseta o in montagna (posti speciali di elevatura) si fa una pausa di riflessione al più, per immergersi con più vigore di prima nella vita sociale.

La fine è sempre interessante...

dunque il vero viaggio è dentro noi stessi, percorrendoci nell'animo diventeremo liberi ???

Perchè la parola Libertà è davvero evocativa, penso ad un orizzonte infinito o a lacci che miracolosamente si sciolgono, la libertà è una parola che mi costringe a pensare se effettivamente "liberi" lo siamo davvero o lo diventeremo mai

Come di consueto gli argomenti che propone Arsenio sono interessanti e ricchi di spunti ... , ed io mi metto in ascolto

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Vecchio 04-03-2008, 23.25.48   #7
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La fine è sempre interessante...

dunque il vero viaggio è dentro noi stessi, percorrendoci nell'animo diventeremo liberi ???

Perchè la parola Libertà è davvero evocativa, penso ad un orizzonte infinito o a lacci che miracolosamente si sciolgono, la libertà è una parola che mi costringe a pensare se effettivamente "liberi" lo siamo davvero o lo diventeremo mai

Come di consueto gli argomenti che propone Arsenio sono interessanti e ricchi di spunti ... , ed io mi metto in ascolto


Non c'è una fine intesa come fine di tutto, quindi la libertà è la scelta.
Scelta di imboccare uno dei due sentieri. Uno a termine e l'altro no.
Oppure cambio, non libertà di scegliere, dato che il fiume scorre, ma libertà di non ostacolare la corsa e di lasciarsi andare.
Oppure libertà di saltare dal fiume.
E sono appena a tre.........
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Vecchio 05-03-2008, 21.28.31   #8
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Non c'è una fine intesa come fine di tutto, quindi la libertà è la scelta.
Scelta di imboccare uno dei due sentieri. Uno a termine e l'altro no.
Oppure cambio, non libertà di scegliere, dato che il fiume scorre, ma libertà di non ostacolare la corsa e di lasciarsi andare.
Oppure libertà di saltare dal fiume.
E sono appena a tre.........


Ok, va bene...
ma le nostre scelte sono sempre frutto del nostro vissuto e della nostra personalità,sono dettate da un'esigenza, un bisogno o da un interesse...
sono scelte "condizionate", non pienamente libere.

La scelta come affermi tu è inevitabile e comporta un'azione responsabile.

Come ad esempio vivere in questa nostra società, seguirne le regole ed anche
i compromessi, andare tutti i giorni a lavorare, eseguire gli ordini che altri(non liberi ) ti impartiscono..renderti perfettamente conto che sei un pezzo dell'ingranaggio, che se casomai si inceppa sono cavoli

Non so, ho forti dubbi sulla questione libertà
***
S.Francesco, forse, ma lui era un santo, nonchè folle d'amore...

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Vecchio 06-03-2008, 11.28.31   #9
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"Per riparare i danni della vita,i danni che la nostra storia ha prodotto,occorre imparare,almeno per pochi istanti al giorno,a fare le cose senza intenzioni,senza pensieri.A stare nelle azioni,presenti a cio' che si fa.Per questo è determinante non correggere gli stati d'animo,ma osservarli e cedere,arrendersi,senza intenzione di mandarli via.Io sono qui e osservo il disagio che provo,gli "regalo" la mia attenzione,sono presente e non ho alcun commento da fare,nessun pensiero da esprimere.Normalmente vediamo il mondo dalla parte dei pensieri,si tratta,invece,di spostare lo sguardo sulla presenza interiore.E allora,quella luce che Vermeer ritrae cosi bene,inonda la nostra interiorità;via via prendiamo possesso di un tesoro impagabile.
Dentro le intemperie della vita,fra le onde dell'oceano tumultuoso degli incontri,delle relazioni e dei nostri pensieri,scopriamo che c'è "un oasi",un porto inviolabile che brilla di luce propria.Via via che si cammina verso l'essenza,verso "l'intelligenza del seme" che ci ha creato,tutto si semplifica.Cosi hanno detto i Saggi,e cosi è.
Si tratta di impostare l'esistenza sullo sguardo e non sul pensiero.Si tratta di non modificare le cose che ci accadono,di cambiare vita,di ragionare sui nostri drammi e sulla nostra storia.Si tratta di lasciare le cose cosi come sono e portare l'attenzione sulla presenza interiore,libera dai pensieri,vuota.Sarà questa intelligenza,questa "luce di Vermeer" a portarci dove dobbiamo andare.Mentre tutti pensano e ripensano ai loro disagi,e cosi li fissano e li cronicizzato,il Saggio guarda e basta.Mentre guarda sa di produrre un elisir,un balsamo risanatore."

Che belle parole, seriamente sono le cose più giuste e interessanti che ascolto dopo parecchio tempo. Molto ispiratori anche gli spunti estrapolati da Arsenio e la libertà è una tematica non poco controversa.
"Quando consideri una cosa senza attribuirle il colore dei tuoi desideri e delle tue preferenze la vedi nella sua semplicità originaria. Non separare il bene dal male: impara a rimanere al di sopra di essi. L'ignorante riderà di te, il saggio capirà." e anche "L'uomo scopre la libertà nel momento in cui cessa di pensare all'effetto che esercita o che eserciterà sugli altri".

Il che significa che sono le aspettative che tu nutri nei confronti degli altri che ti fanno stare male, ti deludono e ti umiliano quando viceversa la nostra fantasia ci trasporta in un ottimismo roseo carico di buone speranze verso il prossimo.

Allora che fare, se la soluzione è chiudersi dentro se stessi per non rimanere più delusi si perde un istinto della vita stessa. che è Combattere. Anche per amare bisogna combattere, in natura per sopravvivere e cacciare i leoni devono combattere; per trovare un compromesso nelle relazioni con l'altro si deve combattere. Il senso ultimo della vita è il confronto? forse..
Perchè, mantenere la propria soggettività quando si è a stretto contatto con altre persone è più impegnativo rispetto all' isolarsi dal mondo esterno,eppure questo è necessario.Ma perchè? forse per avere una conferma di se e della propria esistenza attraverso sensazioni e pensieri che non siano soltanto i nostri? e forse per il bisogno che abbiamo di donare e ricevere, di relazionarci come gli animali sociali che naturalmente siamo? non lo so.

Per quanto desueto esso sia,osservare è il mezzo più attendibile per non cadere fino alla collottola nella trappola dell'oggettivismo e delle convinzioni di massa, vagamente remunerative per gli individui che decidono di aderire e di adottarle ciecamente chiedendo senza dignità un riconoscimento per qualcosa che non hanno neanche scelto con criterio ma per pura -pigrizia mentale e paura-.
Se stare a contatto con gli altri dunque significa rischiare, allora che il rischio mi prenda. ma almeno voglio rischiare sapendo che cosa rischio.

Cioè,andare al ristorante con menù fisso e gustarsi una bistecca alla fiornetina. Pur non sapendo che cos'è ti darà un grande sollievo, ma la prossima volta nel menù fisso troverai un altro piatto e non saprai se questo ti piacerà allo stesso modo,ne se ti piacerà proprio. non sei tu che decidi il menù.
Se invece chiedi al cameriere che cosa sia quella carne così alta o vai a sbirciare accortamente sulla carta che quella bistecca prende il nome di fiorentina, allora la prossima volta che andrai al ristorante avrai una scelta:ordinare oppure no una fiorentina.

Il fatto è che parlare delle cose aiuta molto ma non parlarne aiuta di più. Molti saggi raramente si esprimono con molte parole e raramente si esprimono, molti fanno il voto del silenzio, perchè pensiamoci più si parla e più si sbaglia(e non: "si corre il rischio" di sbagliare).

Quindi Libertà,tornando al senso stesso della parola, in modo semplicistico la definirei come il distacco da una realtà precedentemente costituita, quindi in questo caso da un passato fatto di caos e vita sociale frenetica, per come l'hai descritta Arsenico.
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Vecchio 09-03-2008, 10.51.43   #10
vero
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Originalmente inviato da Altroquando
Che belle parole, seriamente sono le cose più giuste e interessanti che ascolto dopo parecchio tempo. Molto ispiratori anche gli spunti estrapolati da Arsenio e la libertà è una tematica non poco controversa.
"Quando consideri una cosa senza attribuirle il colore dei tuoi desideri e delle tue preferenze la vedi nella sua semplicità originaria. Non separare il bene dal male: impara a rimanere al di sopra di essi. L'ignorante riderà di te, il saggio capirà." e anche "L'uomo scopre la libertà nel momento in cui cessa di pensare all'effetto che esercita o che eserciterà sugli altri".

Véro:
stavo finendo di leggere Monte Cinque,di Coelho...

"Un bambino puo' insegnare sempre tre cose a un adulto:a essere contento senza motivo,a essere sempre occupato con qualche cosa e a pretendere con ogni sua forza quello che desidera"

Sempre senza intenti,sempre nel qui e ora,per un bambino non esiste né passato né futuro..
Solo che noi ci siamo scordati di quelle caratteristiche nostre,e dovremmo davvero far ritornare a vivere il bambino che è in noi..allora ci sentiremo liberi..



Il che significa che sono le aspettative che tu nutri nei confronti degli altri che ti fanno stare male, ti deludono e ti umiliano quando viceversa la nostra fantasia ci trasporta in un ottimismo roseo carico di buone speranze verso il prossimo.

Allora che fare, se la soluzione è chiudersi dentro se stessi per non rimanere più delusi si perde un istinto della vita stessa. che è Combattere. Anche per amare bisogna combattere, in natura per sopravvivere e cacciare i leoni devono combattere; per trovare un compromesso nelle relazioni con l'altro si deve combattere. Il senso ultimo della vita è il confronto? forse..
Perchè, mantenere la propria soggettività quando si è a stretto contatto con altre persone è più impegnativo rispetto all' isolarsi dal mondo esterno,eppure questo è necessario.Ma perchè? forse per avere una conferma di se e della propria esistenza attraverso sensazioni e pensieri che non siano soltanto i nostri? e forse per il bisogno che abbiamo di donare e ricevere, di relazionarci come gli animali sociali che naturalmente siamo? non lo so.

Véro:
non puo' essere una soluzione chiudersi dentro se stessi,perché non porta nulla che faccia vivere,siamo parte del tutto,siamo fatti per scambiare,per bere nelle oasi che incontriamo nel deserto che talvolta sembra la vita di oggi,ma per vedere quelle oasi,dobbiamo secondo me inanzitutto smettere di giudicare,noi stessi e gli altri,e accettare noi stessi e gli altri per cio' che sono,e non per cio' che vorremmo che fossero,senza pretese sù l'altro,che ha preggi e difetti,come noi,che ci rispecchia talvolta certe nostre zone d'ombra.
La vita non ha nulla di sbagliato secondo me,siamo solo noi ad indossare lenti deformanti,e non accettiamo la diversità di sfumature,e nemmeno accettiamo che le cose vadanno diversamente da quanto prevediamo,o desidereremo..quando invece la vita è sempre movimento,non è passato,va sempre avanti,come il fiume raggiunge il mare..prima o poi giungerà al mare,ma non possiamo sapere ora quale cammino prenderà,dobbiamo solo accettare di non voler pretendere modificare il suo corso,e questo perché è vano,ci affanneremo solo,senza risultato..senza aver vissuto,ma avendo solo lottato..

Per quanto desueto esso sia,osservare è il mezzo più attendibile per non cadere fino alla collottola nella trappola dell'oggettivismo e delle convinzioni di massa, vagamente remunerative per gli individui che decidono di aderire e di adottarle ciecamente chiedendo senza dignità un riconoscimento per qualcosa che non hanno neanche scelto con criterio ma per pura -pigrizia mentale e paura-.
Se stare a contatto con gli altri dunque significa rischiare, allora che il rischio mi prenda. ma almeno voglio rischiare sapendo che cosa rischio.

Véro:
"Non c'è nessuna tragedia,disse l'angelo a Elia,ma l'inevitabile.Tutto ha la sua ragione d'essere:devi solo saper distinguere fra cio' che è transitorio e cio' che è definitivo"
"Che cos'è transitorio?" domando' Elia.
"L'inevitabile".
"E che cos'è definitivo?"
"Le lezioni dell'inevitabile".


Il fatto è che parlare delle cose aiuta molto ma non parlarne aiuta di più. Molti saggi raramente si esprimono con molte parole e raramente si esprimono, molti fanno il voto del silenzio, perchè pensiamoci più si parla e più si sbaglia(e non: "si corre il rischio" di sbagliare).

Véro:
si e no..prima di essere "in grado di" tacere,bisogna averci riflettuto,averne parlato,avere sentito cio' che ci anima,aver fatto chiarezza in noi,aver capito qual'è il nostro disegno di vita...allora le parole potrebebro essere talvolta anche superflue..
ma non concordo col voto del silenzio..perché non siamo qui per essere singoli individui,ego-isticamente limitati alla nostra "sagezza"..secondo me va condiviso cio' che ci anima,per poter farlo espandere,e non rinchiudere.(parere mio pero).

Quindi Libertà,tornando al senso stesso della parola, in modo semplicistico la definirei come il distacco da una realtà precedentemente costituita, quindi in questo caso da un passato fatto di caos e vita sociale frenetica, per come l'hai descritta Arsenico.

Véro:
vedi,Libertà,questa parola talmente carica di significati variopinti..
Ieri era la festa della donna..poco festeggiata qui in Francia..
ma io non posso "concepire e accettare" che si festeggi la donna nei nostri paesi..dove non ci viene negato "nulla"
io penso sempre a tutte quelle donne nel mondo..alle quali viene negato quasi tutto..
e mi percorrono brividi di rabbia,d'impotenza...e di disgusto anche verso cio' che il superficiale significa....proprio nulla..

a rileggerti,Altroquando

véronique
vero is offline  

 



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