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Vecchio 16-04-2008, 11.37.43   #1
arsenio
Ospite abituale
 
Data registrazione: 01-04-2004
Messaggi: 1,006
Tutto il mondo è palcoscenico

Tutto il mondo è palcoscenico

Tra i libri degni di riletture ho incluso “il comportamento in pubblico” e “La vita quotidiana come rappresentazione” di Goffman. Hanno contribuito alla mia formazione sociale.
Indagano il gioco delle autorappresentazioni in cui l'identità coincide con le “maschere” indossate su diversi palcoscenici. Per contraffare, reprimere , persuadere, manifestarsi in rituali e difese d'identità.

Esamina le norma di adattamento sociale, e come controlliamo le impressioni suscitate; gli aspetti incontrollabili del comportamento, le manipolazioni, le prime impressioni indotte; l'obbligo di esibirsi in coinvolgimenti occasionali, in espressioni, facce, .frasi da circostanza,ecc. Ad esempio rammento di aver spesso criticato le frasi consolatorie non sentite e subito identificabili perchè incongruenti con la più rivelante comunicazione non verbale.
Per cui la vita è recita e il mondo ne è il suo palcoscenico. Solo il sociologo o il disilluso sono in grado di dubitare su ciò che viene loro presentato. Chi è disincantato non è mai convinto della recitazione esibita e nemmeno gl' importa troppo delle opinioni altrui. Mentre l'ingenuo in genere crede nell'impressione suscitata e nella credibilità delle sue stesse recite. Ogni professionista è obbligato a mentire nei confronti del suo cliente lo impone la natura del rapporto; è il conflitto di sfruttamento oggi indagato dalla comunicazione gestaltica. Ognuno sempre e dappertutto impersona una parte e il nostro Io non è individuale, ma ciò che deve o vorrebbe essere: nient'altro che la “maschera”junghiana”. Si rende visibile che si sa svolgendo un incarico, un ruolo, perdendo così tempo per svolgerlo al meglio. Gli “Io sociali sono tanti quanti sono i gruppi di persone che s' incontrano e della cui opinione importa. A nostra volta assecondiamo l'attore per quello che intende apparire anche per economizzare la fatica richiesta per un'indagine demistificatrice.
Sono inevitabili i gesti rivelatori,le cadute di stile, le autorivelazioni involontarie,le dissonanze con il “personaggio” voluto e interpretato; la “regia” di se stessi non sempre riesce alla perfezione.
Lo studio del sociologo canadese non è finalizzato a svelarci o a giudicare in confronti con la realtà occultata, né ipotizza i fatti che contrastano con le impressioni suscitate. Solo evidenzia le impressioni che sono soggette a turbative che possono rivelare il trucco agli occhi di osservatori attenti. Ci sono i vari “retroscena” dove chi osserva non è ammesso, e dove le finzioni non hanno la necessità di essere negate.
La seduzione femminile che tanto ci affascina, quanto è sincera? Con il corteggiamento il maschio in realtà può scadere nell' inferiorizzare la donna? Certi occultati scenari possiamo immaginarli. Ad esempio cosa ha richiesto la riparazione di un oggetto che ora dobbiamo pagare con un prezzo enorme? Il raffinato maitre d'hotel è in realtà il volgarissimo superiore che,credendo di non essere notato, ammonisce un cameriere? Com'è il resto della casa del nostro ospite? Le donne in gruppo si beffano della goffaggine di noi maschi, della nostra presunzione, delle inadeguatezze dei loro coniugi e degli uomini in generale? Ciò che racconta uno spretato è l'autentico comportamento privato degli alti prelati? I medici di gran successo sono solo abili istrioni che allestiscono preziose scenografie? Ad esempio è il cliente che paga il superlussuoso studio di uno psicoterapeuta di gran nome. Proprio per questo è più fumo, o c'è anche sostanza? Le terapie di gruppo si sostengono su implicite solidarietà e spirito di equipe?
Siamo tutti poveri attori, qualcuno propone spettacoli di qualità, altri performance da fischi. Le informazioni che trapelano sono spesso impietose. Nei retroscena delle botteghe si disprezzano gli avventori ossequiati; gli amici, i colleghi alle nostre spalle usano espressioni ben diverse. Con la cortesia verbale spesso si assicura e ci si giustifica su un comportamento ambiguo e altrimenti interpretabile. Sono palesi certi tentativi di voler incensare se stessi denigrando gli altri. I rituali sociali creano atmosfere gelide.
Gli uomini hanno bisogno di contatti sociali per recitare le proprie vanterie? E attirano complici per più rilassaste esibizioni?
Il rischio incombente sono i passi falsi, specie se il copione risulta troppo calcato e privo di un convincente e distaccata disinvoltura; se non si possiede presenza di spirito e tempestività. Attenzione a controllare il viso e la voce: prova d'attore decisiva per adattarsi a una situazione che non fa parte del personale repertorio autentico, ma è solo per suscitare un effetto.
I professionisti sono indifferenti ai risultati: interessa loro far risaltare il loro mestiere, giudicabile solo da un collega.
Si deve dissimulare,simulare,e se onesti evitare di dare l'impressione di essere ciò che non si è. Le donne di strada migliori “apprezzano”il cliente, né più né meno come mogli e fidanzate.
A volte è palese che si tratta di un attorte solitario intento ad autorappresentarsi; e si finisce per diventare come pensiamo gli altri c'immaginino. Le apparenze vanno salvaguardate e la concezione che abbiamo di noi stessi gioca una parte importante.
E' da sciocchi pretender onestà negli affari, dove solo si manipola a proprio esclusivo vantaggio. Ma creare impressioni desiderate è faticoso e c'è la possibilità che emerga qualcosa di fuorviante.
I “trafficanti di moralità” devono apparire sotto un'uniforme luce morale; sono loro i più esperti nell'arte d palcoscenico.
Quanto si è credibili? Le recite sono la struttura di ogni incontro sociale? Il mondo è palcoscenico e altro non c'è?

In conclusione ognuno tende a offrire, secondo le situazioni, l'aspetto che ritiene sia il migliore di sé: ma quando non esistono “lati migliori”? Goffman, teorico della teatralità sociale segue il concetto junghiano di “persona-maschera”, ma può succedere che non ci sia traccia d''”anima”.
Non c'è alcun spiraglio di redenzione? Non credo. Una più positiva possibilità ci viene dal concetto di “automonitoraggio”. Per cui non importa se ci si esibisce,qualora si possa fare affidamento su di un raccolta accumulata nel tempo di formazione,di propri personali pensieri, emozioni, azioni; regole anche usate in modo conscio per una scelta opportuna e adatta al contesto in cui ci si trova. Altrimenti, non possedendo un retroterra idoneo,si ricadrebbe nella stereotipia delle persone rigide monotone e socialmente fallimentari. Quindi si possono notare differenze, nelle, sia pure, recite di ognuno. Sta a noi discernere a quale categoria appartenga un “personaggio”.
arsenio is offline  
Vecchio 16-04-2008, 13.44.22   #2
chlobbygarl
Lance Kilkenny
 
Data registrazione: 28-11-2007
Messaggi: 362
Riferimento: Tutto il mondo è palcoscenico

Molto interessante questo spunto Ars, in particolare quando scrivi:

"In conclusione ognuno tende a offrire, secondo le situazioni, l'aspetto che ritiene sia il migliore di sé: ma quando non esistono “lati migliori”? Goffman, teorico della teatralità sociale segue il concetto junghiano di “persona-maschera”, ma può succedere che non ci sia traccia d''”anima”.

cioè l'indagine su cosa avvenga quando la ricerca della dissimulazione seducente smette di essere tale per diventare struttura fissa e tendenzialmente inconsapevole, irriflessa rispetto a chi la agisce:è il caso di molti disturbi di personalità di grado avanzato, che depauperano e stravolgono progressivamente
la capacità empatica del soggetto e la sua attitudine a mediare emozionalmente per lasciarlo rigido e irraggiungibile nel suo vulnus patologico:un percorso tragico
e affascinante nella sua ineluttabilità e nel suo potere depersonalizzante.
chlobbygarl is offline  
Vecchio 16-04-2008, 14.35.38   #3
hava
Ospite abituale
 
Data registrazione: 05-12-2005
Messaggi: 542
Riferimento: Tutto il mondo è palcoscenico

Non ritengo l'uso della maschera come mistificazione e non credo che Goffman l'abbia visto cosi'.
Usando le nostre maschere noi riveliamo i nostri desideri, passioni e frustrazioni. Questa rivelazione e' la nostra verita' della quale spesso non siamo coscienti.
E non sempre assecondiamo gli autori, su un palcoscenico dove si svolgono drammi nei quali tutti noi prendiamo parte e siamo coinvolti.
Ma se esiste una "realta' "? Molti filosofi ne dubitano, e forse ognuno di noi la vede a suo modo ?
hava is offline  

 



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