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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 03-05-2008, 11.33.19   #1
arsenio
Ospite abituale
 
Data registrazione: 01-04-2004
Messaggi: 1,006
La condivisione sociale delle emozioni

La condivisione sociale delle emozioni

L'emozione può essere uno stimolo per contattare gli altri,ed il solo parlarne reca notevoli vantaggi.
Si possono meglio precisare,chiarire, elaborare a livello cognitivo le sensazioni fisiche che accompagnano lo stato emotivo a livello mentale.
Parlando di un evento emozionale si guarda con distacco a ciò che è successo; migliora il giudizio, riordina le idee; si può schematizzare l'episodio, dandogli un ordine temporale e causale, rappresentarlo in forma di script.

Si condivide la richiesta di aiuto per fronteggiare la situazione interna ed esterna suscitata dall'evento emotivo. Non tanto per un intervento concreto ma per un'opportuna distrazione da un nostro coinvolgimento eccessivo della nostra attenzione , concedendo di ipotizzare più interpretazioni. Raccontando episodi accaduti pure ad altri si coinvolge l'altro in una perduta identità sociale che così consolida rapporti interpersonali con persone che hanno vissuto analoghe situazioni. Accettando come giusto e legittimo il loro stato emotivo si rende partecipi della comunità. Significa che sono reazioni ed espressioni emotive condivise, rispecchiate dalle norme sociali.

Ciascuno sa cos'è per lui una certa emozione ma l'altro intende la stessa cosa, anche se usa la stessa parola? Possono essere chiamate con lo stesso nome molte cose diverse che non hanno in comune fra loro niente di specifico, ma solo somiglianze per familiarità. Sia pure che alcune emozioni sono più individuabili e riconoscibili in noi e in altri. Confrontandole con gli altri si possono analizzarne le componenti. Ad esempio ci sono vari modi di essere tristi, allegri, o arrabbiati .In relazione alla situazione stimolo,all'ambiente, alle condizioni psicofisiche del soggetto percepiente.
A tale scopo si osservino le posture, le espressioni, le valutazioni espresse. Sono varie le componenti per distinguerle.: comportamento, sensazioni, espressioni del volto, sentimenti, valutazione dello stimolo scatenante: Di quale emozione si tratta?
Ma qualsiasi definizione è incompleta e parziale, perchè si tratta di un complesso di interazioni tra fattori soggettivi e oggettivi, mediati da sistemi neurali ed ormonali. Processo neuropsicologico, psicofisiologico, cognitivo se sotto controllo. Per esperienze affettive quali eccitazione, piacere, dispiacere, processi cognitivi, effetti emotivi, valutazioni, etichettamenti, adattamenti fisiologici, adattività. Come si comprende entrano in gioco molti fattori, e il linguaggio delle emozioni ha un ampio lessico a sua disposizione, e una terminologia tecnica.
Gli affetti sono emozioni, ma non tutti gli stati affettivi sono emozioni. Dipende dall'intensità,dalla durata più o meno lunga, dalla causa esterna, da quella interna. Sentimento e umore sono stati affettivi a bassa intensità, durevoli e pervasivi, modificabili, piacevoli o spiacevoli (tono edonico) Lo stato d'animo è variabile nell'intensità , ad esempio la malinconia, l' irritazione. Emozioni fondamentali sono la felicità, la paura, la rabbia, la tristezza, il disgusto. Ma la persona ansiosa, avventurosa, rilassata, infastidita, malinconica, ostile, prova davvero un' “emozione”? Le sfumature sono numerose.

L'emozione è una necessità di adeguarsi a nuove richieste dell'ambiente, e va interpretata in tale significato.

Quale orientamento sociale ci si propone? Ferire, rifiutare, far prevalere il tono edonico? Anche in tal caso sono da valutare le sensazioni corporee, le espressioni, il sentimento provato, quale cognizione si possiede per definirla, il comportamento suscitato, ecc. Anche l'affidabilità del lessico, e dei linguaggi sono variabili in quanto dipendono dal contesto storico-culturale.
C'è u legame tra la loro natura, i concetti che se ne hanno, la forma linguistica per esprimerle, come si etichetta l'arousal (attivazione fisiologica) attraverso l'operazione cognitiva.
In ogni caso, pure in tale contesto metto in evidenza che l'emisfero destro è superiore sia per manifestare che per riconoscere le emozioni. Anche se l'emisfero sinistro è adibito più per i toni positivi (gioia, sorpresa) e quello destro per la tristezza, la paura, ecc.
quali sono le possibili strategie di “coping”? S'intende il personale modo con cui ognuno fronteggia una situazione di stress. Si può accettare il confronto per modificarne l'idea; prenderne le distanze per non pensarci; l'autocontrollo con cui si tende a tenere per sé i sentimenti, una ricerca di sostegno, parlarne per cercare condivisa comprensione, accettarne certe responsabilità; valutare il problema con autocritica, ammettendo che in parte si può averlo creato da sé; la fuga- evitamento; proporsi di lenire in qualche modo il disagio: mangiare, bere, fumare; assumere farmaci, droghe, ecc. Pianificare sapendo come sia meglio agire, rivalutare in senso positivo, con fiducia che si riuscirà a cambiare la situazione, ecc.

lo stimolo è ritenuto “neutro” ma è la nostra elaborazione cognitiva che gli dà senso, anche per valutarne il danno, l'utilità, il modo con cui sarà possibile contrastarlo.

Vorrei esaminare quale esempio una diffusa emozione dell'attuale società: la noia.
La si definisce come un voglia di fare qualcosa e la difficoltà a farla. Una non conoscenza degli oggetti del nostro desiderio. Se colpisce le donne reca solitudine, sconforto, rabbia di non avere interlocutori. Un bisogno di stimoli ed un desiderio di esser stimolati, e contemporaneamente si è incapaci di rispondere agli stimoli. Si percepisce un intenso desiderio e un'incapacità i indicare ciò che si desidera. Si cade nel vuoto e nella passività; invano si aspettano segnali dl mondo esterno, deprivati da stimoli. C'è un tono depressivo? La vita divena ripetitiva, monotona, si riducono le complessità, c'è incertezza e non ci si attendono sorprese, nè nuove sensazioni. Perfino la persona amata , la desiderata riunione con gli amici, il viaggio atteso, possono annoiare.

L'aspettativa del divertimento e del piacere , in confronto con al realtà, si mostra meno attraente e stimolante del previsto. E' piuttosto disillusione, frustrazione? Un sé ideale che non corrisponde a quello ambito? La crescita personale si rivela al di sotto delle possibilità o aspettative per progettare una maturazione più complessa. C'è fame e sete di emozioni, l'usuale routine stanca. Il “non aver tempo” è un' antidoto alla noia quotidiana. Ma comunque serve impegnarsi, programmare attività con gli altri. Soprattutto una ristrutturazione cognitiva per vedere la propria realtà sotto una luce nuova. Cambiare stile interattivo, il contenuto e lo stile dei nostri discorsi., l'approccio con chi ci sta intorno. La spirale della noia: non serve tuttavia tanto cambiare la propria realtà esterna con più varietà o stimoli, quanto l'atteggiamento con cui la si percepisce.

Si aiuta a capire e a risolvere l'altrui situazione, i punti deboli, le contraddizioni. Si chiarisce il suo modo di vedere la realtà, o come reagisce emotivamente. Per un cambiamento riorganizzando il modo di vedere ed interpretare. Non solo cercando dati e informazioni per giustificare la propria cristallizzata visione del mondo, selezionando unicamente quei dati che la confermano. Si deve pervenire al concetto che tutto è relativo e criticabile, con distacco critico verso le proprie convinzioni. Alla base può esserci un problema psico-affettivo risalente alla prima infanzia. E' necessario un approccio psicoeducativo, una revisione del dialogo interno. E' la persona che si vuole aiutare che diventa “ricercatore”.Racconta suoi problemi, sintomi, sofferenze. Il “facilitatore” gli permette di effettuare un sorta di autoanalisi , autoterapia, e soprattutto di sperimentare modi di pensare diversi, con metodi didattico-maieutici. Fa domande del tipo: “come spiega l'origine dei suoi disturbi? Si cercano insieme ipotesi, solo ipotesi, di correlazioni, verifiche di coerenza, conclusioni,ecc. Non s'interpreta, non si sanno soluzioni; si coglie ciò che l'altro cerca di comunicare, in modo creativo, cercando alternative. M anche chi si propone una comunicazione di sostegno deve conoscere se stesso e di quale tipo è la sua organizzazione conoscitiva. Con stile pedagogico assume la logica dell'altro, ma è l'atro che deve spiegare e interpretare. Si verifica solo che non vada fuori tema, Ogni stress va affrontato in rapporto al senso che gli dà l'altro.
Ogni problema può risalire al fatto che non si riescono a fronteggiare i normali problemi della vita quotidiana, e si sopravvalutano le proprie incapacità. Senza valutare la propria funzione metacognitiva per capire quali sono i propri stati mentali, come funzione la propria mente.

Ma un dialogo di sostegno è difficoltoso se si parte da premesse diverse: come con un fanatico politico o religioso. Ci si avvia da presupposti radicalmente diversi, e punti di contatto sono quasi impossibili.
Non si tratta di lavorare in contesti di indottrinamenti, scuole di pensiero. Solo di preventivamente considerare anche la qualità delle funzioni mentali dell'altro.

Se ricordo qui qualcuno mi ha citato per il disturbo dell' alessitimia. Non la correlerei con l'eclissi emotivo-sentimentale dei nostri tempi, tout court ne con qulche variabilità negli stati affettivi. Si usa tale termine più che altro quale un indicatore psicosomatico. Il pensiero diventa arido, la fantasia scade a favore della maggior concretezza , a ruoli legati rigidamente alla realtà concreta, (pensiero operativo). Le caratteristiche espressive sono dominate da incapacità di veicolare verbalmente le proprie emozioni, o si tende a reprimere i propri vissuti.
arsenio is offline  
Vecchio 05-05-2008, 09.19.53   #2
katerpillar
Ogni tanto siate gentili.
 
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Messaggi: 665
Riferimento: La condivisione sociale delle emozioni

Arsenio
L'emozione può essere uno stimolo per contattare gli altri,ed il solo parlarne reca notevoli vantaggi.
Si possono meglio precisare,chiarire, elaborare a livello cognitivo le sensazioni fisiche che accompagnano lo stato emotivo a livello mentale.
Parlando di un evento emozionale si guarda con distacco a ciò che è successo; migliora il giudizio, riordina le idee; si può schematizzare l'episodio, dandogli un ordine temporale e causale, rappresentarlo in forma di script.

Si condivide la richiesta di aiuto per fronteggiare la situazione interna ed esterna suscitata dall'evento emotivo. Non tanto per un intervento concreto ma per un'opportuna distrazione da un nostro coinvolgimento eccessivo della nostra attenzione , concedendo di ipotizzare più interpretazioni. Raccontando episodi accaduti pure ad altri si coinvolge l'altro in una perduta identità sociale che così consolida rapporti interpersonali con persone che hanno vissuto analoghe situazioni. Accettando come giusto e legittimo il loro stato emotivo si rende partecipi della comunità. Significa che sono reazioni ed espressioni emotive condivise, rispecchiate dalle norme sociali.

Ciascuno sa cos'è per lui una certa emozione ma l'altro intende la stessa cosa, anche se usa la stessa parola?

katerpillar
Parlare delle esperienze vissute, positive o negative che siano, è un fenomeno ampiamente diffuso nella vita sociale. In particolare, quando affrontiamo eventi traumatici sentiamo il bisogno di parlarne con qualcuno. Ma che genere di bisogni vengono soddisfatti quando parliamo dei nostri vissuti emotivi? E soprattutto, perché scegliamo un ascoltatore piuttosto che un altro? In altre parole, quali caratteristiche dovrebbe possedere un ascoltatore ideale? Questo pensiero è incentrato sulla condivisione sociale "secondaria" delle emozioni e, nello specifico, sul ruolo che ha l’ascoltatore in questo particolare processo di comunicazione delle emozioni. Inoltre vorrei approfondire gli effetti fisiologici e soggettivi prodotti dall’ascolto di un episodio emotivo traumatico.

Saluti.
Giancarlo.
katerpillar is offline  

 



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