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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 05-11-2004, 18.33.31   #11
nonimportachi
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Data registrazione: 04-11-2004
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E' una parola

Ciò che rappresenta è l'oggettività da cui scaturiscono le nostre percezioni.

Cio che è, è la percezione.

L'oggettività è un ipotesi.

Il vero o falso sono convenzioni a misura d'uomo.
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Vecchio 05-11-2004, 21.20.54   #12
stellatea
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per nonimportachi: è davvero interessante quanto dici (quanto il tuo nick ). HAi parlato di 'parola'... ma lo sai che etimo significa(va) verità, cercare il senso vero e smarrito delle parole (ammesso che ce ne sia uno!), eppure appena trovato l'etimo è già perduto!

per dawoR(k): perchè sarebbe una bestemmia? E' singolare la tua considerazione.

per Kim: ma ne sei certo/a?

per Attilio: ed ora veniamo a noi... e se la verità fosse maturità, o disponinibilità mentale ad accettare il diverso? Ti dirò di più.. ma prima gradirei che tu mi rispondessi.
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Vecchio 05-11-2004, 21.30.04   #13
epicurus
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verità e realtà e esistere

Il concetto di ‘verità’ ci ha sempre ossessionato. Noi pensiamo che una nostra credenza sia legittima solamente se la si può identificare come vera; ma che cosa significa che una credenza è vera?
E poi è corretto dire che solo le credenze vere possono essere accettate?
I contenuti delle nostre credenze, ed in generale ogni nostra proposizione, possono essere veri se ci riferiscono come stanno i fatti, falsi se ci riferiscono come non stanno i fatti. E’ proprio per questo che i termini ‘vero’, ‘è vero’, ‘falso’ e ‘è falso’ non sono proprietà di oggetti, bensì solamente dei segni che indicano l’aderire o meno alla realtà della proposizione. (Alcuni si esprimono dicendo che la verità è un mero dispositivo logico.)
Come ci insegno il logico polacco Alfred Tarski la proposizione ‘p’ è vera (nel linguaggio L) se e solo se p. Esemplificando: ‘Il ghiaccio è un solido’ è vero se e solo se il ghiaccio è un solido.
Ed è quindi naturale osservare che se una proposizione è discorde o meno con la realtà solo l’osservazione può verificare ciò. E’ per questa ragione che la nostra attenzione deve vertere a come stanno i fatti, e non perdersi nei meandri oscuri della verità in sé. Ciò può sembrare stupido e banale, ma se si osservano molti (presunti) problemi filosofici ci si rende conto di quanto non badino a tale palese osservazione.
Dire che una proposizione è vera se vi è una corrispondenza alla realtà, è ovviamente dire poco, dato che ‘corrispondente alla realtà’ non è stato chiarito. Tale corrispondenza non deve essere intesa in modo occulto, come molti la intendono, come completamente differente dalle procedure in cui confermiamo le proposizioni. Quindi ciò che è vero è ciò che sarebbe confermato se le condizioni di controllo fossero sufficientemente buone, dove ‘sufficientemente buone’ non è un concetto che trascende il mondo e le nostre capacità, bensì possiamo capire con l’esperienza quali sono le condizioni buone o cattive per dare un giudizio.

Quindi se mi si dice ‘la tua gatta è sul tuo letto’ io vado in camera mia e controllo il mio letto: se vedo che effettivamente la mia gatta è sopra al mio letto la frase è vera, falsa altrimenti.
La filosofia, però, non si accontenta di ciò. Vuole giungere a proposizioni inoppugnabili, ma è proprio per come è richiesta questa inoppugnabilità che essa diventa irraggiungibile. Anzi, più che irraggiungibile, direi insensata. Il traguardo tanto ardito si chiama ‘realtà assoluta’, detta anche ‘vera realtà’.
Soprattutto questo secondo modo di dire dovrebbe farci scattare un campanellino di allarme: qui è evidente come il linguaggio ci ha costruito un bel trabocchetto!
Lo scettico radicale crede che esistano solamente le immagini del mondo, ossia crede che sia tutto un’illusione. Ma come abbiamo visto ciò è assurdo: io non so che cosa sia una 'realtà assoluta'. Io dico che la realtà è quella in cui vivo: questo basta. Anche perché dal punto di vista linguistico non avrebbe senso parlare di illusioni sistematiche (poco più avanti dirò anche che un sogno dal quale non ci si sveglia mai è un concetto insensato).
Carlo Tamagnone afferma (Necessità e Libertà): “La parola verità e gli aggettivi che ne derivano sono ineccepibili nel loro uso comune di corrispondenza, di verificabilità, di coerenza, ecc. (verità logiche). Quando però vengono usati in senso trascendentale (verità metafisiche) costituiscono quanto meno un abuso e molto spesso una volontaria mistificazione. L'utilizzo che è stato fatto di questa seconda accezione della parola in campo religioso e filosofico non è soltanto mistificante, ma anche fortemente sviante. Bisogna stare attenti a non fare del concetto di verità un feticcio, poiché la facile aspettativa di assolutezza va tenuta a freno con l’esercizio continuo della ragione, che ci offre della realtà uno scenario di relatività diffusa. La verità metafisica è l’ambiguo reciproco della condanna gnoseologica a cui soggiacciamo, che ci lascia intravedere soltanto quella relatività totale del divenire nostro e del mondo, il quale, come un caleidoscopio in continua rotazione ci presenta un aspetto sempre mutevole, e a volte contraddittorio, della realtà.”
La realtà assoluta è un concetto al quale non si è dato un significato: non si capisce cos’è veramente, cosa dovremmo attenderci dalla realtà assoluta e come ci accorgeremmo di essa? Il fatto è che tale termine è nato solo da un uso improprio del linguaggio; se ci pare lecito tale uso è solo perché se ne è sentito molto parlare, o meglio, si è sentito parlare molto dello scetticismo radicale, che indirettamente sorregge l’idea della sensatezza di una realtà assoluta.
Si potrebbe forse pensare ad un ente che sancisce cosa è vero e cosa è falso nel senso assoluto, ma la soluzione è estremamente ingenua: infatti, anche le parole di tale ente non sarebbero esenti dal dubbio.
Alcuni credono che la realtà assoluta sia composta da proposizioni vere in ogni contesto. Allora è ovvio che ‘La macchina è nel garage’ non è vera assolutamente perché se la macchina fosse nel giardino allora la proposizione sarebbe falsa. Se si accettasse questa impostazione allora bisognerebbe riconoscere che le uniche verità assolute sarebbero le proposizioni vere della logica: le tautologie. Ma è del tutto naturale osservare che a noi interessano quasi esclusivamente le verità non logiche (perché autentiche portatrici di informazione), e che se la macchina è effettivamente nel garage allora la proposizione è vera, anche se non lo è in ogni contesto (o come alcuni dicono metaforicamente: non è vera in ogni mondo possibile).
Il discordo è più facile di quel che sembra e può esser sintetizzato con la banale osservazione: una proposizione perché sia vera non deve esser necessariamente vera in ogni struttura.
Riconoscendo che credere ad una realtà assoluta è un non-senso (per esser precisi c’è da osservare che nell’ultima concezione che ho esposto, quella in cui si identificava la realtà assoluta come l’insieme delle tautologie, il termine ‘realtà assoluta’ non è senza senso, comunque tale convinzione non è affatto problematica), si deve ammettere che credere anche che non vi è una realtà assoluta è un non-senso. O meglio, anche lo scetticismo radicale è un non-senso. Lo scettico radicale continua a cercare tale realtà assoluta, non la trova, e sancisce che tutto è illusione. Ma è naturale come anche tale posizione sia insensata. A riguardo, Wittgenstein (Tractatus Logico-Philosophicus) sentenzia: “Lo scetticismo è non inconfutabile, ma apertamente insensato, se vuol mettere in dubbio ove non si può domandare. Ché dubbio può sussistere solo ove sussista una domanda; domanda, solo ove sussista una risposta; risposta, solo ove qualcosa possa essere detto.”
Una domanda interessante e fruttuosa, in questa direzione, potrebbe essere: come fai a dire che ciò che vivi è un’illusione e non la realtà, non è forse solo una convenzione linguistica questa?

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Vecchio 05-11-2004, 21.32.48   #14
epicurus
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Le proposizioni sono descrizioni del mondo (di una parte di esso), ma esistono più descrizioni vere di un fatto, non solamente una.
William James, verso la fine della propria esistenza, scrisse in una lettera ad un amico (Letters of William James) l’esempio di colui che deve scegliere una descrizione per dei fagioli sparsi su un tavolo. I fagioli, prosegue James, possono essere descritti in un numero illimitato di modi, a seconda degli interessi del descrittore, ed ogni descrizione corretta corrisponderà al sistema fagioli-meno-il-descrittore, riflettendo comunque gli interessi del descrittore. Queste possibili descrizioni, impregnate degli interessi del descrittore, sono comunque tutte vere, inoltre, continua James, non esistono descrizioni che non riflettano degli interessi particolari.
Quindi l’intuizione corretta di James sta nell’aver riconosciuto che sì i nostri interessi determinano la descrizione, ma che non è affatto vero che tali interessi modifichino il mondo. Se getto dei fagioli sul tavolo (per usare lo stesso esempio di James) posso basare la mia descrizioni su differenti fattori: grandezza, attiguità, colore, peso etc…, ma questo non implica che tali descrizioni siano false, anzi James stesso ci dice che non v’è descrizione imparziale, non v’è, per così dire, una descrizione fatta da nessun luogo: da qui la critica all’idea di ‘realtà assoluta’.
In questo ambito è illuminante l’osservazione di Hilary Putnam (Il pragmatismo: una questione aperta). Secondo Putnam la descrizione non è una mera copia dell’oggetto che si intende copiare, bensì tale descrizione viene modellata dalle nostre scelte concettuali, influenzate dalla nostra natura, dalla nostra cultura e, in particolare, dai nostri interessi: i linguaggi sono infatti funzionali a dei particolare scopi. Putnam sostiene che Kant si accorse di questo, ma sbagliò volendo andare oltre, credendo che se la descrizione è modellata dalle nostre scelte concettuali allora noi non stiamo descrivendo il mondo, non giungiamo alla cosa come essa è in realtà (notiamo che il noumeno richiama il concetto di realtà assoluta: concetto che io ritengo, nella maggior parte dei casi, vuoto, e nei rimanenti non problematico). In particolare l’errore che fece è rappresentato dalla domanda “Se le descrizioni del mondo sono solo che le nostre descrizioni del mondo, dipendenti da fattori che ci riguardano, allora qual è la descrizione del mondo come il mondo è in sé?”.
Questo ‘in sé’ (come ‘realtà assoluta’) è un termine senza senso: chiedersi “qual è la descrizione del mondo come il mondo è in sé?” equivarrebbe a chiedersi “qual è la descrizione del mondo nel linguaggio proprio del mondo”, ma noi sappiamo che tale linguaggio non esiste, perché esistono solo linguaggi umani funzionali a scopi umani.(Notare che se non ha senso affermare che “è possibile descrivere il mondo come è in sé” non ha senso neppure la negazione “non è possibile descrivere il mondo come è in sé”.)
Putnam così ci insegna quanto la nozione di ‘realtà assoluta’ sia una chimera metafisica, un non-so-che. Putnam, in un altro saggio (Realismo dal volto umano), ci presenta due casi, riguardanti campi di ricerca diversi, nei quali indirettamente viene smontato il concetto di ‘realtà assoluta’. Il primo ambito è quello della fisica, in particolare della meccanica quantistica. La meccanica newtoniana concepiva l’universo come un gigantesco marchingegno e di questo marchingegno faceva parte anche l’uomo: la fisica newtoniana poteva forniva una descrizione dell’intero universo, nella quale si poteva includere persino l’osservatore nell’atto di raffigurare l’universo, quindi essa si presentava come una descrizione dell’universo dal “punto di vista dell’occhio di Dio” (come lui spesso indica l’assoluto). La meccanica quantistica demolisce questo sogno, infatti si scopre che non vi può essere descrizione dell’intero che includa l’osservatore stesso, abbandonando definitivamente l’idea che si potesse dare una descrizione della ‘realtà assoluta’, cioè una descrizione indipendentemente da un particolare punto di vista.
Il secondo ambito che Putnam prende in considerazione per sgretolare l’idea di ‘realtà assoluta’ (o di ‘punto di vista dell’occhio di Dio’, o ‘mondo in sé’) è la logica formale. La logica formale riconosce che si possono generare un numero arbitrario di linguaggi sopra altri linguaggi: ci sarà il linguaggio oggetto, poi il linguaggio che parla del linguaggio oggetto detto ‘metalinguaggio’, il linguaggio che parla del metalinguaggio detto ‘meta-metalinguaggio’, e così via. Lo stesso concetto di ‘è vero’ è in stretta relazione con tale gerarchia linguistica, infatti se dico di una proposizione di lingua L che essa è vera o falsa, la mia asserzione appartiene al metalinguaggio meta-L: così si scopre l’errore di considerare la verità in modo unitario e universale. Cosicché in nessuna lingua è permesso esprimere considerazioni concernenti la verità o la falsità della lingua stessa. (Tarski disse che “Le lingue semantiche chiuse sono inconsistenti”, proprio perché un linguaggio che si può parlare addosso, per usare un termine non tecnico, porta inesorabilmente all’incoerenza o al paradosso.) Quindi esiste una gerarchia di linguaggi: il linguaggio oggetto, il meta-linguaggio di livello 1, uno di livello 2, e così via, per ogni numero naturale (volendo si può estendere la gerarchia anche ai numeri transfiniti, avendo metalinguaggio di ordini di infiniti sempre più grandi). Ma, ed è qui che Putnam vuole arrivare, per asserire che tale gerarchia esiste che linguaggio si sta utilizzando? In che linguaggio Tarski costruisce la teoria gerarchica dei linguaggi?
Il linguaggio informale (quello naturale o ordinario) non può essere perché semanticamente chiuso, quindi inconsistente. La conseguenza è che non si possa prendere in considerazione la totalità dei linguaggi, rinunciando definitivamente anche ad avere un concetto universale di verità da applicare a tutte le lingue: si può generalizzare su una gerarchia arbitrariamente grande, ma non si può generalizzare sulla totalità della gerarchia.
Qui l’analogia con il caso della meccanica quantistica è evidente: non si può studiare la totalità dei linguaggi come non si può studiare la totalità dell’universo, o meglio, il termine ‘totalità’ non ha senso in questo contesto. In entrambi i casi si esclude la possibilità del “punto di vista dell’occhio di Dio”. Così Putnam chiude la questione (Realismo dal volto umano): “La stessa idea che la conoscenza ideale sia impersonale è all’opera in entrambi i casi. Il fatto che in pratica non si riesca ad attingere tale ideale, non è paradossale – non abbiamo mai pensato di attingerlo in pratica. Ma che vi siano difficoltà di principio quanto all’ideale stesso – che non dovesse essere più possibile immaginare che cosa significherebbe conseguire l’ideale – rappresenta per noi, data la nostra costituzione, il più profondo dei paradossi.”

2.3 Di fondamentale importanza è il principio peirciano di fallibilità: si può dubitare di qualcosa, ma non si può estendere il dubbio ad ogni cosa. Che io abbia sbagliato riguardo ad alcune questioni, anche su quelle più importanti e basilari, non mi può far dubitare su ogni mia credenza.
Molti pensano che l’inevitabile conseguenza del fatto che una particolare conoscenza potrebbe essere messa in discussione sia lo scetticismo radicale: questo non è affatto vero.
“Dubitare solo dove si ha ragioni per farlo” questa è la massima del fallibilismo da seguire, poi adottata anche da Wittgenstein; ma quali sono queste ragioni? Esiste un algoritmo grazie al quale possiamo giungere all’inoppugnabile?
No, un tale algoritmo non può esistere per il semplice fatto che raggiungere certezze epistemologiche immutabili è solo una fantasia metafisica.
Come sostenne Hilary Putnam (Il pragmatismo: una questione aperta) la ricerca non è un algoritmo, o un metodo ben precisabile, ma ciò non significa che la ricerca non sia attuabile: la ricerca è costituita, anziché da un procedimento universale e immutabile, da un team di ricercatori che tentano di escogitare delle buone idee e le mettono alla prova costantemente: vi è un’iterazione profonda tra l’ambiente e i ricercatori, non vi è semplicemente un’osservazione passiva.

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Vecchio 05-11-2004, 21.35.24   #15
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Provare a mettere costantemente sotto pressione le nostre teorie, cercando controesempi e altro che possa falsificarle, è una impostazione chiamata ‘sperimentalismo’ ed essenziale per giungere ad un fallibilismo genuino e costruttivo.
E’ stato grazie al Pragmatismo che si capì che non è solo la credenza a necessitare di giustificazioni, ma alla pari anche il dubbio: questo è il punto della critica mossa da Peirce a Cartesio nella quale si afferma che quest’ultimo stesse solamente pensando di dubitare nell’esistenza del mondo esterno, tracciando così per la prima volta la distinzione tra il dubbio filosofico e il dubbio reale (distinzione raccolta poi anche da Wittgenstein (Della Certezza): “119. Ma si può anche dire: ‘Nulla parla contro, e tutto parla in favore del fatto che il tavolo è là anche quando nessuno lo vede’? Allora, che cosa parla in favore di ciò? 120. Se però un tizio lo dubitasse, come potrebbe manifestarsi praticamente il suo dubbio? E non potremmo lasciarlo tranquillamente dubitare, dal momento che non da proprio nessuna differenza?”).
Qui non voglio negare la fruttuosità del dubbio: un atteggiamento scettico in filosofia, quanto in una società civile, è di un’utilità incommensurabile. Il dubbio è condizione necessaria alla sperimentazione. Wittgenstein (Della Certezza): “Se faccio un esperimento non dubito dell’esistenza dell’apparato che ho davanti agli occhi. Ho un sacco di dubbi, ma non questo”. Infatti, tanto è costruttivo il dubbio quanto è distruttivo il dubbio radicale.
Il dubbio è fondamentale per la conoscenza, ma spesso ci si dimentica che è altrettanto vero l’inverso: la conoscenza è fondamentale per il dubbio, infatti senza la conoscenza non si può neppure formulare un dubbio; Wittgenstein (Della Certezza): “310 Uno scolaro e un maestro. Lo scolaro non si lascia spiegare nulla, perché interrompe continuamente il maestro con dubbi riguardanti, per esempio, l’esistenza delle cose, il significato delle parole, ecc. Il maestro dice: ‘Non interrompermi più, e fa’ quello che ti dico; finora il tuo dubbio non ha proprio nessun senso’.”

Wittgenstein scrive “L’essenza è espressa nella grammatica”; “Che tipo di oggetto una cosa sia: questo dice la grammatica”.
Wittgenstein (Della Certezza) osserva che “si ha pur bisogno di un esempio di un oggetto che esiste. Questo non esiste, come, per esempio, esiste…”
Io all’inizio di questo scritto ho affermato “Innanzitutto và dichiarato che vi è una struttura che è formata da elementi (che chiamerò spesso ‘oggetti’) e relazioni tra questi elementi (che chiamerò ‘fatti’). Tra le infinite strutture logicamente legittime, la struttura su cui noi desideriamo maggiormente concentrare il nostro studio è quella in cui viviamo. La struttura in cui viviamo io la chiamo ‘mondo’. Nella mia definizione, il mondo è esattamente la realtà”. Ovviamente ciò che viene identificato con l’oggetto è ciò che il linguaggio ci permette di identificare come tale, di conseguenza anche le relazioni dipendono da ciò che il linguaggio accetta: quindi non vi è una totalità di proposizioni ben definita perché il linguaggio cambia continuamente.
Una persona potrebbe vedere un bicchiere di vetro contenente dell’acqua e domandare “chi ci assicura che quel bicchiere sia effettivamente di vetro?” e “chi ci assicura che quel liquido nel bicchiere sia effettivamente acqua?”, poi vedere un gatto che si avvicina al bicchiere annusandolo e domandare “chi ci assicura che quel gatto sia effettivamente un gatto?” (domande tipiche di uno scettico radicale, non certo di una persona comune).
Tali domande in alcuni contesti sono più che legittime, ma per rispondere in modo definitivo non serve l’onniscienza divina, come molti credono, bensì, nella maggior parte dei casi, servono procedure abbastanza semplici: noi abbiamo definito cosa significa ‘vetro’, ‘acqua’ e ‘gatto’. Quindi basterà esaminare la struttura chimica del presunto vetro e della presunta acqua e il gioco è fatto! Per il presunto gatto basterà individuare le caratteristiche che deve possedere un gatto (forma del corpo, …). Il grado di complessità dei criteri è deciso dal linguaggio, non dall’osservazione.
E’ nondimeno chiaro, come sostenne il pragmatista Charles Peirce, che il significato di questi termini è aperto all’illimitata scoperta scientifica futura.
Noi abbiamo definito alcuni termini e basterà vedere se gli oggetti soddisfino le richieste di tali definizioni e si identificherà il segno con l’oggetto. (Ovviamente esistono definizioni vaghe, oppure un oggetto può soddisfare in una certa percentuale una data definizione.)
Qui ritorniamo al motivo delle definizioni dei vari tipi di esistenza. Infatti è palese che se non si chiarisce il significato del termine ‘esistenza’, cioè non si propone una definizione, allora la domanda “Ma esiste veramente quel camion?” non ha proprio senso. Citando Austin (Le altre menti): “Il trucco del metafisico consiste nel chiedere: ‘E’ realmente un tavolo?’ senza specificare, senza delimitare che cosa c’è che non va, così che non si sa da che parte cominciare per ‘provare’ che è realmente un tavolo”.
Wittgenstein (Della Certezza): “3. Se, per esempio, un tizio dice: “Io non so se qui ci sia una mano”, gli si potrebbe replicare: “Guarda un po’ meglio”. – Questa possibilità del convincersi fa parte del gioco linguistico. E’ uno dei suoi tratti essenziali.”, “Supponiamo ora che io dica “Non posso sbagliarmi su questo: che lì c’è un libro”, e così dicendo indichi un certo oggetto. Che aspetto avrebbe, qui, un errore? E ne ho un’idea chiara?”
Tutto questo dovrebbe convincere ulteriormente quanto il problema dello scetticismo radicale sia un problema meramente linguistico, e quindi risolvibile linguisticamente.
E’ vero che potremmo applicare male i criteri linguistici, come lo stesso Wittgenstein ci mette in guardia: “26. Ma in quali circostanze dall’impiego delle regole del calcolo sia logicamente escluso un errore lo si può vedere da una regola? A che cosa ci serve una regola del genere? Non potremmo (a nostra volta) sbagliarci nell’applicarla?”, “27. Se però a questo proposito si volesse indicare qualcosa di simile a una regola, in essa dovrebbe comparire l’espressione ‘in circostanze normali’. E le circostanze normali si riconoscono, ma non si possono descrivere con esattezza. Potremmo descrivere più facilmente una serie di circostanze anormali.”, ma un errore sistematico nell’applicare le regole sarebbe un non-senso, perché esso stesso sarebbe la regola. Inoltre le ‘circostanze normali’ non sono nulla di trascendente, ma sono circostanza che la ricerca e l’esperienza ci hanno insegnato essere migliori di altre per un nostro particolare scopo.


Scusate per la lunghezza


epicurus
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Vecchio 05-11-2004, 21.49.35   #16
VanLag
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Un po' ermetico ma c'è

La realtà, ciò che , è l’hardware, la verità il suo software. Si può costruire universi di pensiero ma i fatti, alla fine, vinceranno sempre sulle opinioni.
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Vecchio 06-11-2004, 00.55.49   #17
stellatea
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per epicurus: lo leggerò con calma, ma soprattutto con attenzione. Grazie

per VanLag: la verità è il pensiero mentre la relatà i fatti?
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Vecchio 06-11-2004, 06.51.49   #18
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nomimportachi questo tuo USname è vero che è vero che non è il tuo reale nome? Prova a risponedermi.
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Vecchio 06-11-2004, 06.55.31   #19
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Ciao Epicurus, è interessante ciò che hai scritto,ma è troppo lungo e complesso.
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Vecchio 06-11-2004, 07.04.09   #20
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