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 Riflessioni Sociologiche - Commenti sugli articoli della omonima rubrica presente su WWW.RIFLESSIONI.IT - Indice articoli rubrica
Vecchio 04-06-2008, 14.07.07   #1
nexus6
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Un mio fantasioso contributo alle riflessioni sul rapporto scienza società

Dalla Rubrica di Riflessioni.it "Riflessioni Sociologiche" di Ercole Giap Parini, articolo#01 dal titolo Scienza, tecnica e democrazia. I dilemmi delle società conoscitivamente dense:
Citazione:
Originalmente inviato da Ercole Giap Parini
Il modello maggiormente diffuso di divulgazione scientifica è stato, nel mondo occidentale e fino ad oggi, quello top down che considera i non scienziati dei vasi da riempire di nozioni scientifiche poste in maniera semplificata e, per certi aspetti, edulcorata. In particolare, questo modello divulgativo ha sempre dovuto proiettare un’immagine della scienza come corpo monolitico e sostanzialmente coerente, non facendo emergere le problematiche interne al suo campo, le contese tra scienziati e il carattere precario e incerto di molta parte delle cosiddette verità scientifiche.
Per questi motivi, tale approccio non è in grado di fornire sostanziali contributi all’assunzione di responsabilità quando si tratta di fare scelte di rilevanza pubblica: il discorso scientifico è presentato sotto l’aura di una certezza non compatibile con l’imprevedibilità e con la multilinearità di gran parte di questi processi, e non rende conto della perdita delle alternative tecnoscientifiche praticabili, quando si imbocca un percorso specifico.
D’altra parte, il modello divulgativo classico mostra tutta la sua inconsistenza di fronte alla progressiva specializzazione e complessificazione della scienza (processo che mette in difficoltà gli stessi scienziati), e ciò rende il percorso di semplificazione poco praticabile.
Conseguentemente a quanto affermato, bisogna tentare di cambiare i termini del discorso e abbandonare una visione che pretende illusoriamente di rendere tutti, almeno un poco, scienziati. Una strada percorribile, ma non priva di difficoltà e di contraddizioni, è quella di considerare una diffusione qualitativa e mirata di certi ambiti di conoscenza possibile (al riguardo rimando al libro di Paola Borgna, Immagini pubbliche della scienza, gli italiani e la ricerca scientifica e tecnologica, Comunità, Torino 2001, che affronta la questione del public understanding of science). La domanda guida dovrebbe essere: cosa serve sapere al cittadino perché responsabilmente assuma le sue scelte? E cosa all’amministratore? Al legislatore? Al politico? Si tratta, quindi, di partire dalla consapevolezza che la società della conoscenza è una realtà e che i fatti scientifici sono determinati non da scienziati isolati, nel chiuso dei loro laboratori, bensì all’interno di una rete di relazioni particolarmente articolata, i cui nodi sono rappresentati da attori di differente ruolo e competenza (oltre agli scienziati, appunto i cittadini, i politici, gli amministratori e così di seguito).
Scopo di questo percorso dovrebbe essere quello di rendere governabile e agevolare la partecipazione consapevole a percorsi decisionali che solitamente avvengono nella sostanziale inconsapevolezza di gran parte dei soggetti/attori coinvolti.
L’articolo di Ercole Giap Parini solleva tante questioni ognuna delle quali richiederebbe uno specifico thread per essere approfondita. Personalmente, esercitando la mia «fantasia», mi viene da scrivere qualcosa sulla seguente.

Giap Parini mette molto giustamente in luce la sostanzialità inutilità ed io direi nefandezza della divulgazione scientifica attuale. Passa, come ben spiegato, al grande pubblico l’idea di una assolutezza del corpus scientifico, come privo di discussioni, di fratture al suo interno, quando proprio queste riflessioni sono il motore del procedere scientifico. Il mito che viene divulgato non è solo edulcorato, come ben afferma il Parini, ma sostanzialmente errato. Nonostante ciò, i tecnoscienziati non tentano di dimettere la loro aura sacerdotale che hanno contribuito a creare nelle menti del «grande pubblico», ma continuano ad alimentare queste nefandezze, tant’è che pure i cosiddetti intellettuali, illustri epistemologi ed affini, prendono tante di quelle cantonate che ce ne sarebbe da ridere per anni. Eppure le scoperte e le applicazioni scientifiche, come anche evidenziato dal Parini, pongono importanti questioni sociali che io direi di “valore” e dunque riguardano l’etica, cioè la politica e non solo la libertà di ricerca. Come mediare tra queste posizioni è questione totalmente aperta e di stringente attualità.

Il Parini, tuttavia, non porta sino in fondo le questioni che adeguatamente ha posto, ma lascia intravedere opportuno proprio il meccanismo che ha messo in evidenza, etichettandolo in negativo come «oscura ignoranza». Ora mi spiego. Si chiede Giap Parini: «La domanda guida dovrebbe essere: cosa serve sapere al cittadino perché responsabilmente assuma le sue scelte? E cosa all’amministratore? Al legislatore? Al politico? Si tratta, quindi, di partire dalla consapevolezza che la società della conoscenza è una realtà e che i fatti scientifici sono determinati non da scienziati isolati, nel chiuso dei loro laboratori, bensì all’interno di una rete di relazioni particolarmente articolata, i cui nodi sono rappresentati da attori di differente ruolo e competenza (oltre agli scienziati, appunto i cittadini, i politici, gli amministratori e così di seguito).
Scopo di questo percorso dovrebbe essere quello di rendere governabile e agevolare la partecipazione consapevole a percorsi decisionali che solitamente avvengono nella sostanziale inconsapevolezza di gran parte dei soggetti/attori coinvolti.
»

Dunque differenti domande a seconda del soggetto, cittadino, amministratore, legislatore o politico, questo lascia intravedere opportuno Giap Parini in modo sottile, ma non è proprio tale differente accesso alle conoscenze, dettato da logiche burocratiche ed autoritarie, ad evitare ed ostacolare «la partecipazione consapevole a percorsi decisionali che solitamente avvengono nella sostanziale inconsapevolezza di gran parte dei soggetti/attori coinvolti»?

Io non sono Freud, eppure a me pare chiaro che, nonostante le opportune analisi sociologiche evidenziate, la prospettiva sottile comunicata dall’articolo sia sempre quella di mantenere lo status quo, cambiando solo i nomi ai meccanismi del potere che di volta in volta negano alla gente di prendere coscienza di ciò che viene sviluppato e deciso, in modo talvolta criminale, a propria insaputa.

Buone Riflessioni...

Antonio
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Vecchio 11-06-2008, 15.14.11   #2
giap
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Riferimento: Un mio fantasioso contributo alle riflessioni sul rapporto scienza socie

Ringrazio davvero Antonio per aver sollevato un problema cruciale che mi permette di chiarire non tanto le cose che ho scritto, quanto la mia posizione di ricercatore sociale.
La funzione del sociologo, (si tratta soltanto del mio punto di vista e non tutti i miei colleghi sarebbero disposti a sottoscriverlo), prima ancora che quella di indicare delle strade percorribili, è di formulare delle questioni in maniera sufficientemente chiara, magari a partire dalla percezione diffusa di un disagio. Quale, appunto, quello che viene dal vivere in società dense di una conoscenza crescentemente inintelligibile alle persone. L’articolo che ho presentato è piuttosto ispirato da questo intendimento, e spero possa essere anche colto un afflato tragico.
Ben fa Antonio a mettere in evidenza gli aspetti del potere implicati, se non addirittura costitutivi, della produzione di conoscenza scientifica (condivido pienamente questa visione, dato che discende dalla consapevolezza della ‘situatezza’ del sapere scientifico nell’ordine sociale che pretende di integrare le nostre esistenze); tuttavia con la mia attività di ricerca sto tentando di mettere in evidenza alcuni processi, almeno in parte autonomizzatisi dalla dimensione del potere, che enfatizzano i termini della inacessibilità di una conoscenza sempre più specialistica e dipendente da artefatti tecnologici. Si tratta di una estensione di un processo tipico della modernità - quello stesso che Georg Simmel indicava come ‘oggettivazione della conoscenza’ - agli stessi produttori di conoscenza (nel mio caso, gli scienziati, appunto). La sociologia della scienza contemporanea sempre più si deve confrontare con l’incursione del non-umano nell’umano, con artefatti e sistemi esperti che impongono le loro regole. In tempi non sospetti, in ambito francofortese, la cosiddetta ‘critica senza speranza’ affondava le proprie ragioni d’essere nella condizione umana ridotta, nella sua totalità, ad appendice del sistema produttivo.
Quella che indico non è una soluzione (mi scuso con i lettori se è questo il messaggio che ho comunicato), ma una tortuosa strada di ricerca che, seppur debole, dovrebbe avere il pregio (o la capacità) di rendere conto e di confrontarsi con i dilemmi e le contraddizioni emergenti. Ma sempre di tortuosa strada di ricerca si tratta. L’avere reso partecipi i lettori dell’esistenza di questo filone di ricerca, e di questi tentativi, forse può essere ascritto al timore inconscio (ma neanche io voglio tirare in ballo Freud ) che il sociologo pessimista, quale io sono, è sempre criticato per individuare baratri ma non vie d’uscita. Una debolezza di cui ogni tanto sono vittima, ma che tento di tenere lontana: sono infatti fermamente convinto che non tocchi agli scienziati sociali (almeno quando indossano questa veste) la responsabilità, tutta politica, di pianificare corsi d’azione ed interventi sociali ritenuti virtuosi. Perché sempre mi chiedo: virtuosi per chi?
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Vecchio 11-06-2008, 18.12.24   #3
giap
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Riferimento: Un mio fantasioso contributo alle riflessioni sul rapporto scienza socie

Ops ... pardon, dimenticavo. Naturalmente grazie ad Antonio e un caro saluto, giap parini
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Vecchio 12-06-2008, 14.59.46   #4
nexus6
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Entrambi, caro Ercole, non siamo Freud , ma permettimi ugualmente questa battuta: non buttarti giù così!

La strada di ricerca che proponi è nient’affatto debole ed anzi fai bene ad interpretare una parte preponderante della funzione del sociologo come colui che debba formulare le questioni in maniera chiara per stimolare domande, dibattiti costruttivi, prima ancora di comunicare strade percorribili. In questa ottica comprendo meglio la questione che ti ho posto.

Date le società complesse e «dense» in cui viviamo e considerato pure l’insegnamento che ci proviene dalla rivoluzionaria storia della scienza del novecento è molto buono chiarire le questioni, gli attriti, i disagi e solo dopo tentare di abbozzare strade percorribili. Non fosse altro per il fatto che, nel nostro particolare caso, una buona fetta degli addetti ai lavori (gli «scienziati») a cui corrisponde una enorme fetta della cosiddetta «opinione pubblica» non viene sfiorata dai dubbi e dalle questioni che poni. Questo è imbarazzante e «surreale» dato che la responsabilità in un mondo denso e piccolo come il nostro dovrebbe costituire l’abc (almeno) dell’etica di uno scienziato, così come la pressante richiesta di informazioni e conoscenza non edulcorata dovrebbero costituire quello del cittadino partecipante e consapevole in una democrazia. Questi abbecedari non sono costitutivi, organici nelle nostre società e da ciò discende, direi logicamente ancor prima di ogni altra considerazione, che il sistema «democrazia» è, per usare un eufemismo, alquanto monco.

Cittadini non consapevoli veramente delle decisioni prese e dei dibattiti che hanno portato alla loro realizzazione, sono persone che, ai fini della democrazia, «valgono» poco o meglio nulla, costituendo una grande massa di votanti acritici e che anzi il potere aspira a far permanere in questa condizione «infantile». Ben fai, dunque, a focalizzarti sui processi che enfatizzano l’inaccessibilità ad una conoscenza sempre più specialistica e dispersa in cui gli stessi scienziati faticano a trovare la bussola a volte, anche se lavorano in campi attigui, come evidenzi. Tutti i campi sono popolati, per fare un piccolo esempio, dal massiccio uso di sigle specialistiche e ricercatori vicini, come sono per esempio un astrofisico stellare ed uno galattico, possono faticare nel partecipare l’uno ad una conferenza dell’altro.

Le nostre sono società paternalistiche ed autoritarie, questo è evidente in tante piccole o grandi decisioni, in tanti piccoli o grandi eventi, pensiamo alle decisioni del TAV in Val Susa o alla scelta del sito di Scanzano Jonico per le scorie nucleari, prese senza preventivamente consultare tutti i soggetti coinvolti nelle questioni, cittadini ed enti locali in primis. Pur tenendo in conto la sindrome, in Italia particolarmente diffusa, del «non nel giardino di casa mia», non è giusto né giustificabile che la gente venga presa in contropiede e poi si strumentalizzi la sua reazione, che sarà chiaramente accesa, se non purtroppo violenta; in ogni caso è più violenta, sia eticamente che praticamente, l’applicazione del potere dall’alto in basso, proprio come avviene nell’attuale approccio alla divulgazione scientifica. Alla radice tutto è collegato. Si creano coscienze non consapevoli e non responsabili e poi si pretende che queste agiscano in modo consapevole e responsabile. Questo è l’inganno.

Ogni considerazione ne scaturisce un’altra ed un’altra ancora e potrei continuare a scrivere per ore, giorni, mesi ed anni, ma per ora mi fermo qui, andando avanti ancora un po’. Il punto che volevo fosse chiaro è che le analisi del tuo articolo, Ercole, se da un lato sono ordinarie per alcuni addetti ai lavori che hanno abbandonato il mito della scienza separata, nella società, dalla tecnologia, dall’altro sono rivoluzionarie nel senso della efficace frasetta di Orwell «nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario».

L’inganno consta nel continuare a considerare la scienza, calata nella società, in modo romantico ed, ahimè, in teoria corretto(!) come un’impresa il cui fine non dovrebbe essere l’utilità ed il capitale, ma lo slancio eroico verso la verità. Non è più tale da ormai almeno mezzo secolo, in cui è divenuta in sostanza ancella della tecnologia e del capitalismo e da ciò il vocabolo efficace «tecnoscienza».

L’universalità dell’inganno è palese analizzando tanto il popolo degli scienziati quanto quello dell’opinione pubblica e certo non dovrò dirtelo io. Il ricercatore durante la sua prima formazione riceve il corpus delle conoscenze come rivestito di un’aura di oggettività che entra a far parte del suo bagaglio metodologico; nonostante nella pratica quotidiana sarà l’esercizio della critica e del dubbio a muovere i suoi pensieri, difficilmente nel corso della sua carriera sarà disposto a dimettere i falsi panni dell’aura quasi sacerdotale che gli è stata cucita addosso durante il suo periodo di formazione di base. Questo meccanismo mentale, dettato dal bisogno di un terreno di sicurezze interiori, sempre senza voler fare Freud, si estende in ogni campo, anche in quello della filosofia della scienza; non a caso Franco Selleri, fisico, ha parlato di «rassegnazione epistemologica», con particolare riferimento alla non attitudine dei suoi colleghi a mettere in discussione il prevalente paradigma di Copenaghen nell’ambito della meccanica quantistica. Anche gli scienziati vivono di miti che popolano il loro comune immaginario collettivo e forse un po’ di buona psicoanalisi, sempre senza voler fare Freud, potrebbe molto giovare a loro ed alla società, poiché essi hanno responsabilità che ben travalicano quelle d’essere tutori della libertà di ricerca, anche se non ne sono coscienti.

Questa «incoscienza» ai miei occhi, e scommetto anche ai tuoi, è più che chiara leggendo ed analizzando le affermazioni ed i pubblici comportamenti anche di illustri scienziati, prendiamo un Zichichi, un Regge, una Hack, tanto per rimanere negli angusti confini nazionali.

Non comprendono veramente i termini del dibattito tra libertà di ricerca e valore che le scoperte hanno quando applicate nella tecnologia. «Scoperta» ed «applicazione» vanno di pari passo, sono, nella scienza capitalista, necessarie l’una all’altra; questo passaggio non è nuovo né oscuro, tant’è che Hans Jonas l’ha concettualizzato da decenni, eppure anche illustri scienziati si barricano sempiternamente dietro alla «libertà di ricerca», come dici giustamente parte del bagaglio della comunità scientifica, senza voler comprendere però la necessità, intesa come ineluttabilità nella pratica, dell’applicazione delle loro scoperte nel procedere tecnologico e dunque nella società. Questo passaggio è quello fondamentale che consente di argomentare il fatto che la pratica scientifica, accanto al principio della libertà di ricerca, dovrebbe inglobare un forte principio di responsabilità; siccome però, a quanto pare, i comportamenti criminali non sono cancro del sistema capitalista, ma costitutivi ed organici ad esso, allora il suddetto principio di responsabilità non dovrebbe essere solo parte di una supposta deontologia, ma in qualche modo sancito da regolamenti condivisi e scaturiti da un dibattito aperto e collettivo all’interno ed all’esterno della comunità degli scienziati.

Questo dibattito non vi sarà finché la divulgazione scientifica o meglio l’educazione della persona risponderà a logiche di potere autoritarie e paternalistiche, piuttosto che in vista dello sviluppo di coscienze individuali libere e pronte a recepire i tumultuosi cambiamenti del mondo odierno. E non vi sarà perché sia gli scienziati che il resto della gente non si renderanno conto della fitta e densa trama di relazioni che forma la società. Credo che proprio il ruolo degli scienziati «sociali» sia quello di aprire le menti rispetto agli angusti limiti attuali e credo anche che questi debbano essere coraggiosi nel mostrare e denunciare gli oscuri percorsi in cui il potere vive, si annida, cambia nome e volto, per rendersi sempre affascinante ed attraente nonostante la realtà appaia, ad un certo livello, in continua mutazione.

Ercole, il tuo lavoro è «rivoluzionario» in sé, dunque (ripeto) non buttarti giù.
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Vecchio 12-06-2008, 15.00.31   #5
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Credo che occorra essere estremi, anche se in questo mio scritto non lo sono stato. Bobbio si definiva serenamente un pessimista, ma di quelli che non si fermano al proprio «afflatto tragico», ma che consci dei problemi sociali, scavano e scavano sino ad arrivare al cuore delle questioni e delle domande, come ho intravisto fai anche tu. Questo processo sono convinto porti con sé, possa ispirare maieuticamente delle efficaci, seppur complesse, strade percorribili, poiché è chiaro che ruminare sulle proposte prima di concretizzare e chiarire i termini dei disagi è solo fuorviante e sostanzialmente inutile. Gli intellettuali, tuttavia, sono convinto dovrebbero sentir addosso la forte responsabilità di creare nell’immaginario collettivo delle chiavi di lettura «altre» che possano permettere alla gente di comprendere i problemi delle società in cui vivono, che sono nient’altro che loro problemi.

Mi rendo conto d’essermi soffermato anch’io più sui punti di domanda, ma posso ribadire, in conclusione, l’argomento su cui sono convinto sia opportuno soffermarsi ed agire, come mi pare sia anche il tuo proposito: divulgazione ed educazione. E per educazione intendo quella primaria sino a quella universitaria. Non sarebbe, per esempio, difficile prevedere l’istituzione di uno o più corsi -propedeutici e non facoltativi- di filosofia della scienza ed etica sociale in ogni corso di laurea della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali: è solo una piccola, ma penso efficace idea, in una facoltà così importante nel mondo odierno che però pare sempre troppo distante da esso, dalle sue meccaniche, dai suoi bisogni. E poi nelle scuole primarie e secondarie, anche se non si chiamano più così, proporre lezioni e spazi di approfondimento e riflessione, non sulle conoscenze scientifiche, già svolte (-?-) in altre materie, quanto sul carattere di esse, sul loro significato intrinseco ovvero stimolare le domande che sono proprie dell’epistemologia, poiché credo e sono convinto se ne possa discutere a tanti livelli con bambini di 10 anni, così come con ragazzi di 18.

E’ imbarazzante in società come le nostre, dove ben metti in evidenza l’innervarsi della tecnoscienza nella vita quotidiana, che non si sappia quale sia il carattere, il significato almeno abbozzato di termini come «ipotesi», «teoria», «legge» ovvero «conoscenza scientifica». Che dice la scienza? Che significa? Che fa, come si svolge, come lavorano gli scienziati? Perché capita non siano d’accordo tra loro? Che significa ciò? Queste ed altre domande dovrebbero ricorrere nell’educazione di un cittadino «consapevole» quasi come un esercizio, così come nella formazione universitaria di un futuro ricercatore, poiché so per esperienza che anche in questa ultima sono spesso assai carenti, ecco donde proviene anche, ma non solo, la «rassegnazione epistemologica» di cui parlavo prima.

Ti rendi conto sicuramente anche tu, Ercole, che ogni tua affermazione potrebbe sollevare un infinito dibattito... già di parole ne ho fatte un po’ e per ora mi fermo qui. Pizzica particolarmente le mie corde tuttavia la tua ultima domanda che sa di critica al progresso, anche se scaturita da altro: interventi sociali ritenuti «virtuosi» per chi? Ecco, se non ci sono i «chi», individui coscienti dei propri problemi e di quelli della società in cui vivono, individui consapevoli del significato della tensione tra la propria intima natura ed i dover essere imposti dall’ambiente collettivo, se non ci sono questi «chi» i quali possono valutare ciò che ritengono virtuoso e ciò che non lo è per loro stessi, allora sento la tua domanda destinata a rimanere nell’ambito del possibile, dell’auspicato, ma del mai realizzabile ed in questo dilemma sono sicuro sta il tuo pessimismo, così come anche il mio, ma paradossalmente qui sta anche la mia spinta contraria.

Ogni fase umana è stata ed è una fase di transizione, di mutazione, nessun passato aulico, nessuna età dell’oro è mai esistita almeno dando uno sguardo alla storia umana ed alle sue variegate proposte di civiltà. Noi siamo in una particolare fase di infantilità tecnoscientifica, le mutazioni sono tante e talmente veloci che fatichiamo ad elaborare, a razionalizzare, siamo cresciuti nel passato ed ora viviamo nel futuro della fantascienza di anche solo vent’anni fa; il cyberpunk teorizzato negli ’80 è già qui ed ora. Non so, dunque, come si comporteranno esseri umani nati e cresciuti tutti interi in questo nostro «futuro» che pare destinato ad una obsolescenza precoce dato l’arrembante sviluppo della tecnologia che crea nuove opportunità e nuovi bisogni, non so quali qualità si svilupperanno e come l’intelligenza e la creatività umana prenderà le misure nei confronti dei prodotti creati da essa stessa, ma voglio pensare che troverà il modo di non autodistruggersi e di vivere la sua vita in modo molto più dignitoso ed «umano» (qualsiasi cosa significherà) rispetto a come tira la carretta ora. Troverà il modo l’umanità di sentirsi una «unità», questo sento sia un passaggio obbligato visto il mondo si sta facendo sempre più piccolo ed affollato. Proprio il procedere della scienza, depurata da utilità ed economia, potrebbe costituire un modello di transizione e traghettare l’uomo verso un futuro differente. Questa non è solo utopia. Pensiamo a quanto avviene per esempio al CERN di Ginevra: scienziati e tecnici di tante culture e tradizioni e lingue differenti che lavorano fisicamente e mentalmente insieme su piccoli e grandi progetti e fini collettivi e condivisi. Trovo sia stupendo e molto significativo proprio in risposta al nostro pessimismo.

Ma ora mi fermo qui, riportando un brano in tema. Beh... è in tema dappertutto. Da Cosí parlò Zarathustra di Nietzsche:

Citazione:
«Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo.
Molte cose pesanti vi sono per lo spirito, lo spirito forte e paziente nel quale abita la venerazione: la sua forza anela verso le cose pesanti, piú difficili a portare.
Che cosa è gravoso? domanda lo spirito paziente e piega le ginocchia, come il cammello, e vuol essere ben caricato.
Qual è la cosa piú gravosa da portare, eroi? cosí chiede lo spirito paziente, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza.
Non è forse questo: umiliarsi per far male alla propria alterigia? Far rilucere la propria follia per deridere la propria saggezza?
Oppure è: separarsi dalla propria causa quando essa celebra la sua vittoria? Salire sulle cime dei monti per tentare il tentatore?
Oppure è: nutrirsi delle ghiande e dell’erba della conoscenza e a causa della verità soffrire la fame dell’anima?
Oppure è: essere ammalato e mandare a casa coloro che vogliono consolarti, e invece fare amicizia coi sordi, che mai odono ciò che tu vuoi?
Oppure è: scendere nell’acqua sporca, purché sia l’acqua della verità, senza respingere rane fredde o caldi rospi?
Oppure è: amare quelli che ci disprezzano e porgere la mano allo spettro quando ci vuol fare paura?
Tutte queste cose, le piú gravose da portare, lo spirito paziente prende su di sé: come il cammello che corre in fretta nel deserto sotto il suo carico, cosí corre anche lui nel suo deserto.
Ma là dove il deserto è piú solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto.
Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria.
Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol piú chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”.
“Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”.
Valori millenari rilucono su queste squame e cosí parla il piú possente dei draghi: “tutti i valori delle cose – risplendono su di me”.
“Tutti i valori sono già stati creati, e io sono – ogni valore creato. In verità non ha da essere piú alcun “io voglio!””. Cosí parla il drago.
Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione?
Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone.
Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone.
Prendersi il diritto per valori nuovi – questo è il piú terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda.
Un tempo egli amava come la cosa piú sacra il “tu devi”: ora è costretto a trovare illusione e arbitrio anche nelle cose piú sacre, per predar via libertà dal suo amore: per questa rapina occorre il leone.
Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo?
Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sí.
Sí, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sí: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.
Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone fanciullo. –
Cosí parlò Zarathustra.»
Cari saluti e grazie per la risposta.

Antonio
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Vecchio 12-06-2008, 18.26.41   #6
giap
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Riferimento: Un mio fantasioso contributo alle riflessioni sul rapporto scienza socie

Grazie di cuore per gli stimoli che mi dai e per le parole che condivido in grandissima parte. Per ora (purtroppo sono dentro ad una routine folle che lascia poco spazio alla riflessione) dico solo questo: con le ricerche nelle quali sono impegnato sto tentando di dare qualche motivo di riflessione - e forse di dubbio - a chi con troppa facilità parla di società della conoscenza e di democratizzazione dei processi decisionali, come se fossero dei traguardi a portata di mano - se non addirittura già conseguiti. Cerco infatti di identificare quei dilemmi che mettono in discussione proprio quella idea di individuo capace di assumere responsabilità di fronte alle grandi questioni.
Anche nella bellezza e nella suggestione delle ricerche scientifiche che tu porti ad esempio (io mi emoziono come un bambino di fronte alle grandi imprese scientifiche volte alla pura conoscenza), mi chiedo quale sia il costo, per esempio, in termini di segmentazione delle conoscenze e di conseguente rinuncia ad una visione complessiva delle questioni in gioco. Una visione senza la quale mi è difficile concepire qualsiasi capacità di assunzione di responsabilità.
Mi ha colpito profondamente (e segnato il mio percorso di ricerca) quanto mi disse un fisico: <<a volte, tra di noi, non parliamo lo stesso linguaggio e facciamo fatica a seguire quello che fa l'altro>>. Se può succedere questo all'interno della cosiddetta comunità scientifica, qual è il destino di chi non è scienziato di professione di fronte alla complessificazione del sapere?
Scusa per la stringatezza e Ciao , giap
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Vecchio 13-06-2008, 13.54.07   #7
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Sciroppi e responsabilità...

Mi piacerebbe e penso sarebbe utile tu precisassi la frase del fisico che riporti, ovvero cos’hai inteso lui volesse comunicarti.

Una volta qualcuno mi disse che lo scienziato deve contemporaneamente avere una visione complessiva dell’intera foresta, anche se poi trascorrerà tutta la vita a studiare solo qualche singolo albero... e gli alberi sono microcosmi molto complessi, per ognuno dei quali si è sviluppato un linguaggio specialistico talvolta molto differente dagli altri.

Ma la comunicazione richiede impegno e volontà e sento che non vi sia alcuna impossibilità di principio. Si fa fatica a seguire ciò che fa l’«altro», ciò può spiazzare i non addetti ai lavori che pensano che tutti gli scienziati sappiano «tutto», ma se l’«altro» ha la volontà di spiegartelo, di comunicare con te, vedrai che la frustrazione di quel fisico scomparirà.

Sembra lontano dal senso comune, ma se un fisico che lavora per esempio sui semiconduttori vuole seguire da vicino, e non in modo divulgativo, il lavoro e le pubblicazioni specialistiche di un suo collega, non so, cosmologo, dovrà sciropparsi prima una mini formazione di base, terminologica e concettuale. Ecco, dunque, che anche i due astrofisici del mio esempio precedente se vogliono comunicare tra loro, e comprendersi!, dovranno impegnarsi a considerare l’«altro» come, sì, un collega vicino che non difficilmente potrà seguire quanto si sta dicendo, ma che avrà bisogno che molti concetti non siano compressi e cifrati in sigle e micro-contenitori, operazione utile e necessaria quando si parla con i colleghi del proprio campo, ma d’ostacolo quando si tenta di parlare con qualcun altro fosse anche un altro fisico. Una comunicazione del genere richiede una decompressione, una decrittazione concettuale ovvero in poche e più semplici parole bisogna aprire il vaso di Pandora e spiegare quello che c’è dentro, senza consegnare il vaso così com’è.

Ed una spiegazione richiede almeno due persone che abbiano la volontà di comprendersi.

Ciò lo dico poiché è impossibile per un ricercatore seguire non in modo banale, ma sul serio specialistico tutti i campi della «foresta», in quanto già fa fatica a seguire il suo, talvolta! E mi riferisco alle decine e decine di pubblicazioni che per tenersi aggiornati, riguardo al proprio settore, ci si deve sciroppare ogni mese... considerando l’intera «foresta», occorrerebbe un’intera vita solo per leggere tutta la letteratura specialistica!

Ti domandi, dunque, come questa complessità e specializzazione estrema possano essere tradotte e presentate a chi non è scienziato di professione. Pare impossibile. Nel tuo articolo, tuttavia, già hai posto delle chiavi di lettura. Non si può pretendere che tutti diventino scienziati, tant’è che anche lo scienziato non è «scienziato» ovvero non sa «tutto». La domanda, perciò, diviene: quali conoscenze servono per compiere scelte consapevoli e responsabili in materie come l’ingegneria genetica o l’energia nucleare, ad esempio? Gli stessi addetti ai lavori sanno quali siano queste conoscenze, poiché non occorre essere specialisti per comprendere i pro ed i contro di una centrale nucleare, così come le enormi possibilità delle manipolazioni genetiche ovvero non occorre conoscere quali siano le velocità medie dei neutroni per causare la fissione dei nuclei di uranio, così come conoscere il procedimento della ionoforesi per comprendere le implicazioni delle biotecnologie.

È singolare che molte persone sappiano maggiormente discutere, e con dovizia di particolari, dei poveri gatti di Schrodinger piuttosto che di una centrale nucleare. Singolare e significativo, Ercole. Il funzionamento di un impianto nucleare non è molto più complicato di una pentola d’acqua bollente, il cui combustibile non è il gas, ma la rottura di tanti nuclei pesanti che liberano energia; il vapore mantiene in moto delle turbine ed ecco che si accende la lampadina. Elettricità. Poi non difficilmente potranno spiegarsi i problemi delle scorie radioattive, d’approvvigionamento dell’acqua e del combustibile nucleare e poi la sicurezza raggiunta dagli impianti, l’impatto di un eventuale incidente, etc. il tutto comparato con le altre fonti di energia.

Da noi in particolare, invece, questi fondamentali dibattiti vengono svolti quasi esclusivamente dal punto di vista ideologico, da un lato funesti scenari di fall-out nucleari, dall’altro rosee prospettive d’indipendenze energetiche dall’estero. A volte leggo i pareri di commentatori esteri che proprio non riescono a comprendere lo stato delle riflessioni qui in Italia.

In conclusione, brevemente ribadisco che sta agli scienziati stessi sforzarsi da un lato d’essere più umili e responsabili e dall’altro di divulgare in modo efficace le proprie conoscenze in vista di assunzioni consapevoli di responsabilità da parte della gente. Efficace, impegnandosi direi con amore a donare la propria passione alle persone. Solo loro possono farlo, possono condensare in modo non fuorviante la scienza, nessun altro. Mi rendo conto che per far ciò occorrerebbero molti più personaggi nella scienza la cui statura morale si avvicini a quella di un Einstein, ma gli scienziati potrebbero anzi pure costituirsi da pacieri in molte situazioni, mediando tra le varie istanze presenti nelle nostre società e non lasciandosi sopraffare da questo o quell’interesse accademico od economico.

Cari saluti,
Antonio
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